Quel senso sottile per l’interdizione 6/5/2020

La fase 2 della pandemia da covid-19 pare averci intercettato, anche questa volta, non preparati, sbrigativamente raffazzonati. Era prevedibile e forse inevitabile; dopo aver trascorso quasi due mesi ad allenarci all’apocalisse finale, ci ritroviamo a gestire la dimensione pubblica e collettiva ormai consapevoli che da un giorno all’altro essa può, ugualmente inattesa, terminare.
L’antecedente è ormai tracciato (si veda: Come nel mezzo interstellare) e da qui non si torna indietro. Ogni passo e ogni sospiro nella sfera collettiva è atto concesso, normato ed esplicitamente autorizzato.
Ci si riversa allora nei parchi a fare scorte di “salute” dopo che gli spazi verdi hanno costituito il simbolo dell’interdizione globale: chiusi, recintati, controllati al solo fine di elargire un segnale. Ma forse il simbolo va ben oltre l’aspetto arbitrario del comando (che è comunque già un inequivocabile segno). Forse colpire lo spazio del non immediatamente strumentale, del sollazzo, propaga il messaggio anche ad altri organi sensibili addomesticandoci definitivamente alla cattività.
Allora s’evade momentaneamente e ci si spalma l’un con l’altra d’ossigeno. Si respira polline e sole col fare meccanico di un presidio medico respiratore.

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Ma più che per inspirare in questi giorni pare s’esca di casa per fare aggiotaggio di massa muscolare, da consumare con calma nell’eventuale ipotesi di un dietrofront globale.
La stessa fulminea ascesa della fase 2, e la medesima impreparazione, ha colto le autorità territoriali. Recependo l’ordine di svuotare semanticamente il simbolo dell’interdizione (i parchi) si lasciano dietro evidenti tracce d’improvvisazione: nastri penzolanti e divieti soffici come un fogli di carta, ieri pesanti come sanzioni.
Bandiere di un vento che sa di polizia.

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Se la continuità logica col lockdown è data dalla chiusura delle aree di gioco per i bambini, in cui diviene evidentemente impossibile garantire un distanziamento sociale, comunque sia già largamente disatteso, è sulle attrezzature per l’allenamento individuale che ci piacerebbe stazionare.

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Precluse all’uso, per quella precauzione che vale la pena evitare di toccare il mondo con le mani, esse mantengono attivo l’aspetto simbolico della prescrizione e del divieto, mentre al contempo oggetti come panchine, fontanelle, muriccioli, alberi, rose e fiori, paiono esentati dallo stesso mandato.
Nel momento in cui la trasformazione del corpo, della forza lavoro, pare avviata, l’attrezzo ginnico necessita d’essere ripensato e ritagliato coerentemente all’accelerazione biopolitica che fin qui c’ha condotti. Che sia forse il caso di farsi crescere nuovi organi? E se sì, quali?

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Le immagini sopra si riferisco alla prima ricognizione ufociclista post-lockdown.
Abbiamo attraversato dopo mesi un po’ di strade e di parchi alla ricerca delle tracce tangibili della Zona rossa diffusa. Lo abbiamo fatto in compagnia di Radio Wombat di Firenze.
Per ascoltare in podcast la trasmissione: qui.