Ley line Tor Sapienza – Roma 12/8/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide

Qualche tempo fa l’amico ufociclista e psicogeografo Daniele pubblicò sul gruppo fb degli ufociclisti questo articolo sulle ley line commentando “Non hanno tutti i torti…”.
In breve nell’articolo si sostiene che, a volerle trovare, le ley line sono un po’ dappertutto e quindi la loro individuazione non serve proprio a nulla e non ci dice proprio nulla.
Poi il commento di Daniele all’articolo diceva anche altre cose ma ci arriviamo con prudenza lungo questa ricognizione fisica e mentale.
Comunque se lo dice lui c’è da credergli.

In questo giorno di agosto mi trovo a ricognizzare da solo dopo molto tempo… dopo l’ultima uscita con tante defezioni un po’ me lo aspettavo nonostante il tragitto sia semplice e quasi lineare.
Molti ufociclisti sono in villeggiatura o cauti per l’eccessivo caldo. Io sono tranquillo: la zona la conosco e so che è generosa di fontanelle.
Le ricognizioni ufociclistiche richiederebbero in realtà almeno tre componenti che assieme comprovino impressioni e ruoli assegnati agli oggetti/sequenza incontrati.

Sono all’incrocio tra via Prenestina e via di Tor Sapienza e lo scopo di questa pedalata è quello d’indagare la ley line Tor Sapienza che proprio con Daniele individuammo circa un anno fa quando iniziammo a scrivere l’atlante ufociclistico.

Ancora da fermo, la prima cosa che so esserci in zona (perché nascosta alla vista) è questa cuspide (foto che segue): un pezzo della antica via Prenestina (qui la vista aerea).

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In mancanza di un’altra collocazione più funzionale alla specifica analisi, un reperto archeologico è una cuspide, un aggregatore psichico e temporale in cui converge un bel po’ di storia dello spazio o dell’UDA in cui si trova. Tuttavia questo è proprio uno di quei casi in cui ci sono buone ragioni per sospettare si tratti invece di un’altra cosa (o comunque anche di un’altra cosa) e nello specifico di un omphalos.
Lo avevamo rilevato nell’atlante ufociclistico proprio a proposito della ley line Tor Sapienza: da qui iniziano quella di Tor Sapienza e quella della via Prenestina, sebbene quest’ultima possa essere fatta risalire anche ad un altro omphalos generatore: Porta maggiore.

La ley line Prenestina (di cui non mi occuperò oggi) è già individuata (segnalata) da tre punti allineati noti:
1) l’omphalos (l’antica Prenestina);
2) il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz);
3) la torre medioevale di Tor Tre Teste.

I punti 2 e 3 sono illustrati nelle prossime due foto:

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Il Metropoliz all’interno di cui c’é il MAAM

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La torre di Tor Tre Teste

Sebbene su via Prenestina possa imbattermi lungo infiniti punti (segnalatori), per supporre l’esistenza di una ley line bastano, almeno preliminarmente, tre punti. Per quello che è oggi il mio fine mi fermo quindi qui.

Torno invece indietro al MAAM perché è da qui che abbiamo supposto nascere la ley line Tor Sapienza o più precisamente dall’omphalos.

Non mi soffermerò sulla presentazione del MAAM e del Metropoliz perché è stato detto e scritto tantissimo e tantissimo si trova in rete. Si tratta di un esperimento unico nel suo genere e proprio in ragione di ciò iniziammo un anno fa uno studio di una ley line a partire da questo anomalo oggetto.

L’idea al suo stato più basilare è che le ley line si sviluppino (o si ancorino) attorno a segnalatori di una certa, qualsivoglia, rilevanza.
Ufociclisticamente il Metropoliz/MAAM rappresenta un attrattore molto forte, un tonal in potenza, che da anni sta modificando l’atmosfera dell’UDA in cui risiede e un po’ di tutto il quartiere Tor Sapienza in generale.
A spalleggiarlo, come vedremo più avanti, e poco lontano, il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi con una ruolo molto diverso.

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Il Metropoliz/MAAM un po’ più da vicino.

Sulla torre di Tor Tre Teste: qui trovate delle informazioni, ma per i più feticisti scatto una foto al bassorilievo da cui prende il nome:

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Il le tre figure sono ricoperte dall’edera… non si vedono le teste.

Le ley line sono una cosa molto seria e me lo ricorda proprio Daniele perché nell’indire questa ricognizione ho ironicamente scritto che “le ley line psicogeografiche non vanno prese troppo sul serio“. Mi rifaccio all’articolo di cui poco sopra ho messo il link, ma in realtà esse, concettualmente provenienti dal mondo della ricerca archeologica, rappresentano sicuramente una delle prime forme di organizzazione dello spazio utilizzate dall’uomo.
L’unico riferimento (tradotto in italiano) per capirne qualcosa in più è il libro di Nigel Pennick Linee magiche.
In un secondo momento le ley line sono però divenute materia per affamati ricercatori new age e questo ha un po’ complicato le cose. Le linee hanno iniziato ad assumere connotati esoterici, magici e sono, loro malgrado, divenute portatrici di insondabili quanto improbabili energie. Non più quindi riferimenti geografici ma “portali” verso terre d’altra consistenza.
La cosa tra l’altro non è neanche del tutto errata dato che è certo che queste linee assumessero significati simbolici speciali tanto per la loro funzione primaria quanto per il fatto che potevano essere utilizzate come vie per riti e iniziazioni.
Tuttavia questa accezione sembra essere un po’ sfuggita di mano ai moderni “cacciatori di ley line”.
La psicogeografia ha “silenziosamente” assistito a questa svolta senza contenerne i chiassosi effetti… da cui la mia boutade di cui sopra.
Ma la cosa non finisce qui…

Pedalo su via Cesare Tiratelli che costeggia il Metropoliz, poi via Luigi Alemanni fino a ricongiungermi a via di Tor Sapienza. Pochi metri ancora fino a via Francesco Paolo Michetti. Qui risiede il secondo segnalatore della ley line Tor Sapienza.

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Nella foto precedente il basamento che rimane della torre di Tor Sapienza.
La storia della torre la trovate al link poco sopra (e anche una sua foto prima del crollo).
Si tratta di un ex tonal, a tutti gli effetti, tanto forte da dare il proprio nome all’intero quartiere come a Roma spesso accade. Oggi ha perso questa funzione trasformandosi in un attrattore o in una cuspide… al momento poco importa.
Un autoctono mi racconta che durante la ritirata nazista da Roma la torre fu fatta brillare (era usata come polveriera). A quel punto gli abitanti del quartiere recuperarono tutte le pietre crollate per ricostruire e sistemare le case del posto. In questo senso, quindi, la torre ancora vive pienamente a Tor Sapienza e in maniera tutt’altro che metaforica essa si è irradiata (un po’ come una supernova) per rigenerare le ferite di guerra.
La storia mi pare molto bella ma su ciò, purtroppo,  il mio interlocutore non null’altro da aggiungere.

Sono tornato su via di Tor Sapienza. Procedo ancora in direzione Tor Cervara e pochi metri più avanti s’erige la parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli.

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E’ indubbiamente, al momento, il tonal di Tor Sapienza e non rientra nella ley line che sto seguendo.
Ecco cosa scriviamo sull’atlante ufociclista a proposito di questa parrocchia: “… divenuta in seguito tonal data soprattutto la sua posizione strategica proprio su via di Tor Sapienza. Attorno a questa parrocchia oggi il quartiere si ritrova producendosi a volte in feste dal sapore “paesano” che sembrano il marchio di un certo modo demenzial-clericale di concepire la socialità“.

Le parrocchie spesso sono dei tonal “deboli” (lo avevamo visto già qui) che fanno le veci dei veri e propri referenti tonali venuti meno. La parrocchia in questione assurge a questo ruolo da dopo il crollo della torre ma al momento la sua forza irradiatrice è sotto attacco del nuovo attrattore MAAM.

Procedo ancora verso Tor Cervara e incontro piazza Cesare de Cupis (foto che segue).

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Anche piazza de Cupis non rientra nella ley line ma svolge delle funzioni importanti nell’UDA che la contempla. Si tratta di una piattaforma girevole dai flussi piuttosto vorticosi incrociando due strade importanti come via di Tor Sapienza (che oltre la rotonda diventa via di Tor Cervara) e via Collatina. Di queste costituisce una sorta di “collo d’imbuto”. A tutti gli effetti si tratta di un vortice così forte da spezzare in due il quartiere anche se l’atmosfera dell’UDA sembra globalmente tenere.
E’ compito delle piattaforme girevoli produrre ricombinazioni nell’UDA grazie al loro impulso centrifugo che espelle “tossine” prodotte dallo stazionamento atmosferico.
Ho detto poco sopra che sembra tenere, perché come abbiamo visto in questo punto via di Tor Sapienza viene bruscamente decapitata per fare posto a Tor Cervara che da vita, almeno formalmente, all’inizio di un altro quartiere.

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Sulla piazza veglia inquietante un’altra torre: quella della scuola elementare Gioacchino Gesmundo. Austera e severa rafforza e sottolinea la funzione svolta dalla piattaforma girevole prospiciente: una sorta di buttafuori a monito dei frequentatori più molesti. Se ci si pensa è un po’ proprio il ruolo della scuola: incamerare giovani menti e risputare adulte “anime corrotte”. Forse in generale un po’ il ruolo di tutte le istituzioni totali.
Autoctoni mi raccontano del timore che la scuola incute nei bambini del quartiere, con le sue grandi aule e le sue alte finestre che evidentemente miniaturizzano tutto ciò che vi entra. L’edificio d’epoca fascista emana davvero un senso d’oppressione in chi l’osserva come si trattasse di una moderna cattedrale gotica. La torre sembra squadrarti con malfido sospetto e non è detto che l’effetto prodotto non sia in fin dei conti stato progettato.
La piazza è nel complesso davvero caratteristica e interessante da visitare.

Prima di procedere verso via Tiburtina (la direzione originaria) pedalo mezza rotazione di piazza de Cupis per immettermi su via di Collatina in direzione Roma centro. Sono alla ricerca di quello che sospetto essere il totem d’incongruenza di quest’UDA.

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Pochi metri ancora e appare la torre piezometrica di Tor Sapienza che avevamo incontrata già qui (e qui nella vista aerea).
Più precisamente avevamo incontrato delle casette per il controllo del flusso dell’acqua degli acquedotti in zona via Serenissima (poco lontana) a cui avevamo funzionalmente ricollegato la torre piezometrica (entrambi gli impianti hanno funzioni di regolazione dei flussi idrici) che adesso m’appare in tutta la sua maestosità.

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Un cilindro anonimo che come un panopticon tiene d’occhio tutto il quartiere con fare minaccioso. Chi ci starà osservando da quella torre? Ci saranno dei cecchini appostati? Staranno scattando delle foto? Ci staranno ascoltando? Ci si è mai schiantato un elicottero o un aereo? Sono domande che inevitabilmente emergono osservandola.
Nella ricognizione precedente avevamo fatto riferimento a questa struttura. E proprio come in quella occasione m’imbatto, lì vicino, in una casetta del tutto identica a quelle in precedenza incontrate sotto il cavalcavia della Serenissima: per esperienza pregressa quindi so che dentro ci saranno valvole idrauliche o saracinesche (foto sotto).

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La torre piezometrica s’impone come la costruzione più alta della zona. Non si tratta di un totem d’incongruenza molto forte tanto per la sua posizione leggermente periferica rispetto all’UDA che tiene sotto scacco, quanto per il ruolo che condivide con l’attrattore MAAM che nella fattispecie lavora come un totem a smontare l’influenza atmosferica della parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli. MAAM a torre piezometrica: il tuo nemico è anche mio nemico.

Torno sui miei passi perché oltre la torre siamo abbondantemente fuori dall’UDA di Tor Sapienza e nel fare ritorno verso piazza de Cupis giro a destra su viale Giorgio De Chirico. Sono molto fuori la ley line ma ho tralasciato degli oggetti/sequenza dell’UDA molto interessanti e colgo l’occasione per documentarli. Giro su via Carlo Carra all’altezza del market Carrefour:

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Autoctoni mi dicono che il Carrefour, da quando è stato inaugurato, è un importante centro d’attenzione in quella parte di Tor Sapienza. In effetti guardandomi attorno non vedo nessun’altro negozio nei dintorni: e a essere precisi non vedo null’altro che i palazzi e il Carrefour. Raggiungo quindi viale Giorgio Morandi (foto che segue).

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L’enorme complesso abitativo (foto sopra) ha la forma di un circuito automobilistico e letteralmente racchiude il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi (qui nella immagine aerea) funzionalmente alleato col Metropoliz/MAAM e quindi, forse a sua insaputa, con la torre piezometrica. Le informazioni sul centro sono reperibili nella sua pagina fb che ho linkato poco sopra, ma in sostanza esso si occupa di portare attività ricreative e culturali in uno spazio in cui sembrano appena passati i lanzichenecchi cognitivi.

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L’entrata del centro culturale Giorgio Morandi

Nella foto successiva il graffito alieno di Yest, che ho conosciuto alla presentazione di De Core proprio qui al Morandi qualche mese fa.

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In linea del tutto generale mi pare di poter stabilire che mentre l’edificio a forma di circuito funziona da tonal di questa zona (sempre Tor Sapienza ma un’UDA molto diversa), il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi è il totem d’incongruenza di quest’UDA e mina la granita solidità del nulla culturale che pare essere stato il motivo ispiratore del genio urbanista che ha progettato questo frangente romano.

Torno nuovamente indietro su via le Giorgio De Chirico (direzione via Prenestina – sto praticamente tornando indietro) fino a delle scalette che si aprono sulla mia destra. Le avevo già viste in passato ma non avevo mai trovato il tempo di salirle. Conducono a un parchetto sopraelevato con delle giostrine:

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Nel parchetto c’é anche una pista per il pattinaggio su ruote.

Su una panchina un uomo e una donna con abiti indiani pranzano e amoreggiano l’uno accanto all’altra. Qui nel nulla ludico si aprono enormi sprazzi per l’amore agostano.
Ma nel silenzio totale il parchetto parla anche con un’altra voce: un graffito mi colpisce (le foto che seguono):

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L’ampio graffito è a ridosso di una struttura che delimita l’area cani. Nella prima foto è infatti visibile anche Laika. A Tor Sapienza ci sono alieni disegnati dappertutto. Ne avevamo incontrati al centro Morandi, quelli di Yest e di Pino Volpino. Ci sono questi che sono d’altra mano e forse sottolineano l’esperienza d’estraneità umana locale rispetto al resto del mondo sociale. In un parco collocato su un altro pianeta.

Dal parchetto poi s’accede al bel ponte Ilaria Alpi. E’ un attraversamento ciclopedonale di viale Giorgio De Chirico (nella foto successiva).

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Ancora (un po’ scura ll’immagine successiva) una foto del ponte dal basso: l’ho attraversato e sono sceso nuovamente su viale De Chirico.

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Questo ponte è un separatore che simula la sensazione di due atmosfere distinte e separate che invece sono la medesima. Il ponte restituisce la sensazione di un passaggio da un’atmosfera ad un’altra ma è solo cosmesi, men che mai reale distanza.
Giro a destra su viale De Pisis, poi di nuovo via di Tor Sapienza e ancora piazza de Cupis. Sono tornato laddove avevo “divagato” verso il totem d’incongruenza. Ho la netta sensazione di aver attraversato due atmosfere distinte in cui viale De Pisis gioca il ruolo di occultatore: esattamente la funzione inversa del separatore. Lo comprendo perché questa volta l’arrivo a piazza de Cupis è più sgradevole rispetto alla prima volta. L’UDA del complesso abitativo a circuito automobilistico è decisamente più ostile della parte più vecchia di Tor Sapienza da cui provenivo all’inizio. Immagino il piccolo Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi che combatte contro il palazzo-circuito e mi viene in mente la scena del film Brazil in cui il protagonista lotta contro il ciclopico samurai. Film meraviglioso, ma ho sempre odiato quelle sue sequenze oniriche. Chissà perché ora mi vengono in mente. Registro comunque questa reazione emotiva.
Poi ricordo che proprio fuori del centro Morandi c’è un cartello che nell’indirizzare verso il palazzone a circuito segnala lezioni d’arti marziali.

Prima di rimettermi sulle tracce della ley line Tor Sapienza ho il tempo di fare una verifica che in questo periodo mi sta particolarmente a cuore.
Nella ricognizione precedente avevamo cercato di verificare un’accezione circa l’idea di conflitto atmosferico (la numero 2). Rimando all’introduzione fatta durante quella ricognizione per non appesantire questo resoconto con un’inutile ripetizione.
Ora, qui a piazza de Cupis, sono nel posto giusto per fare un’altra verifica, su un terreno molto diverso. Ai confini dell’UDA di Tor Sapienza, proprio come a Pietralata in via Feronia, m’aspetto di trovare quei segnali, quei segni di conflitto che, qualora l’idea fosse corretta, dovrei rinvenire qui ai bordi dell’UDA. Ciò aprirebbe ad un’ulteriore funzione dello strumento “conflitto atmosferico“. La volta precedente ci eravamo impegnati ma non era andata benissimo.

Diamo un’occhiata alla mappa per iniziare:

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Siamo vicinissimi al punto d’incontro tra l’UDA di Tor Sapienza e quella di Tor Cervara rappresentate, nella mappa precedente, un po’ grossolanamente e schematicamente; ma non è questo tipo di precisione che al momento ci occorre. Comunque sia quello segnato in verde è l’alone d’interferenza (la superficie di contatto e di sovrapposizione) delle due UDA che ivi s’incontrano. E’ proprio qui che immagino di trovare i segnali di cui parlavo poc’anzi.

A piazza de Cupis (siamo ancora fuori dall’alone d’interferenza, ma in realtà l’area segnata in verde è del tutto indicativa e arbitraria) troviamo il ferramenta Tempesta.

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Un buon inizio per uno che cerca conflitti atmosferici. E’ una battuta. Tra l’atro il ferramenta si sta trasferendo in nuova sede. Era lì da molti anni.

Ancora su piazza de Cupis scorgo segni di degrado del territorio (almeno secondo me):

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Eurobet = degrado del territorio

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Compro Oro = degrado del territorio

Ma come dicevo siamo ancora formalmente fuori dall’alone d’interferenza.
Mi avvicino quindi alla zona interessata.
Ora sono dentro.

L’insistente e isterico rumore di una tazza di ferro battuta su del metallo attira la mia attenzione. Acusticamente pare di assistere ad una scena di quelle che si vedono nei film di detenuti in rivolta. Il rumore è proprio quello.
Dietro una finestra con grata in metallo due anziane signore indemoniate urlano contro il vicino di casa che sul terrazzo confinante con la loro finestra è uscito per chiedere loro di smettere di produrre quel baccano. Non solo non smettono ma iniziano a insultarlo pesantemente e surrealmente. Insultano lui, la moglie e tutti i condomini del palazzo. Non smettono. Si alternano. Si sovrappongono. Poi iniziano a insultare il bar proprio sotto la loro abitazione. E’ quello il vero obiettivo polemico. Poi insultano chiunque si fermi a capire cosa sta accadendo. Insultano anche me che le sto riprendendo col telefono e mi appellano con il puerile epiteto di quattrocchi (senza lo spara pidocchi). Mi dicono che sono uno spione (e su questo c’hanno ragione ragione visto che le sto riprendendo) e poi mi dicono che sono un drogato e che se ho bisogno della mia dose giornaliera posso rivolgermi al bar sotto casa loro. E’ tutto bollentemente surreale.
Dalla bocca delle due donne (sopratutto all’indirizzo del loro vicino di casa) escono volgarità impensabili ma condite da una certa infantilità. Paiono due bambine invecchiate assieme e improvvisamente dietro le sbarre del loro appartamento-galera.
Mentre il vicino tenta debolmente di portare il discorso su un binario basilarmente razionale, loro continuano, come macchinette, a sparare insulti rivolti alla sua prostata e alla moglie secondo loro “donna di discutibili costumi”. Nonostante siano più anziane di lui gli ripetono ossessivamente che è un vecchiaccio…
Sotto il link al video che ho girato e che spero renda l’idea.

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Clicca qui per vedere il video.

Io le spio perché per me sono l’evidente segno di un conflitto atmosferico. Paiono impazzite perché recluse in quell’alone d’interferenza che rende tutti un po’ matti, psicotici, scissi e surreali. Forse è così che si diventa a vivere nel bordo spurio di un’UDA. Forse il continuo contatto con due atmosfere diverse alla fine rende folli, fa invecchiare precocemente, cuoce il cervello, t’arriccia nei confronti del mondo esterno e ti trasforma in una mitraglietta spara-improperi.
Ecco questo è quanto, e anche più, ci saremmo aspettati di trovare una ricognizione fa quando eravamo in giro a pedalare proprio in cerca di conflitti atmosferici. Una dimostrazione palese e teatrale.
Resterei a filmarle fino a esaurimento volgarità ma il vicino disperato è rientrato in casa e ora l’obiettivo polemico sono diventato io. Dal bar mi guardano come a dire: “le stai provocando”… ovviamente non dev’essere la prima volta e non sarà evidentemente l’ultima.
Risolvo d’allontanarmi col mio bottino visuale.

Procedo, quindi e sono ancora nell’alone d’interferenza (questa volta dalla parte di via di Tor Cervara) quando m’imbatto nell’edificio della foto che segue.

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E’ il palazzo della TVR Voxson (un tempo nota emittente privata romana): un’architettura del tutto aliena per questa parte della città e non solo.
Il palazzo è avveniristico ma non deve esser poi così tanto recente. Se non un vero e proprio segno di conflitto sicuramente un simbolo di evidente estraneità in questa zona.
Poco più avanti una freccia spezzata a terra.

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Sempre nell’alone d’interferenza: segnali di indiani che hanno sconfitto cowboy.

Comunque sia: non è il compito che mi sono prefissato oggi quello di soffermarmi troppo sulla verifica della seconda accezione di conflitto atmosferico. Ma da un certo punto di vista mi sento soddisfatto: l’ipotesi sta prendendo forma e devo ringraziare le due anziane indemoniate.

Mi rimetto in movimento verso la torre di Tor Cervara il terzo segnalatore della ley line. Incontro alla mia sinistra il parco della Cervelletta.

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Pedalo davvero pochi metri…

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e giungo fino al casale della Cervelletta sempre nel parco dell’Aniene (foto sopra). Nella su interezza non l’ho mai visitato. Non lo farò neanche questa volta visto che ho appena bucato… si tratta di un’insidiosa Tribulus Terrestris.

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Ci metto poco a cambiare la camera d’aria: alla mia bici è rimasto solo l’essenziale. Tra un po’ proverò anche a fare a meno della catena.

I Tribulus Terrestris sono degli efficacissimi psico-dissuasori.
Esco quindi dal parco e mi rimetto sull’amichevole asfalto. Giusto il tempo di pochi metri e m’imbatto in un nuovo psico-dissuasore: l’avevamo già incontrato qui. E’ la marana che attraversa il parco Fabio Montagna. Lì aveva la parvenza di una fogna a cielo aperto mentre qui di un lattiginoso e quieto fiumiciattolo (foto che segue).

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S’inizia a delineare lo sgradevole tracciato di una mappa sensoriale: olfattiva.

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L’odore spaventoso è esattamente quello della volta scorsa: non ci sono dubbi che si tratti dello stesso corso d’acqua. Costeggia per lunga parte via di Tor Cervara appestando le poche case limitrofe e i pochi avventori che sul lato opposto della strada attendo i pigri mezzi ATAC.

Sempre su via di Tor Cervara m’imbatto in una sequenza di cenotafi stradali.

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I primi due sono a distanza ravvicinatissima subito dopo il ponticello della marana.
Il terzo più antico è un po’ piu’ in là. Dietro il muretto su cui è issato si sta sviluppando una discarica.
Ho la sensazione che i cenotafi rientrino nella tassonomia delle cuspidi. Si tratta di oggetti che registrano un frangente di storia della zona, nella fattispecie ne raccontano della pericolosità, e indicano il momento spaziotempo della fine di una vita. Tutte caratteristiche da cuspide: ma su questo al momento è in corso un dibattito.

Decido di cercare una fontanella perché nel parco a cambiare la camera d’aria ho esaurito l’acqua. Giro quindi su via Vespignani senza troppo crederci anche se a Roma non è difficile trovare nasoni collocati in deserti antropici come quello. Se trovo un parco trovo anche l’acqua.

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Niente parco invece, ma il nasone mi si palesa comunque in tutta la sua fresca veracità.
Non ho mai percorso quella via e quindi dopo essermi fatto il bagno in questo inatteso gelido lido decido di seguirla per vedere dove mi conduce.
M’imbatto in qualcosa di molto interessante e ancora in via di studio e definizione ufociclistica: un ritmo.

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Nel video qui raggiungibile ho utilizzato la cassa di una Roland TR 909 pigramente scaricata dalla rete. Spero di non fare un torto a nessuno nella scelta di questa batteria elettronica che tra l’altro non amo particolarmente. Ma mentre riprendevo i tombini è lei che m’è venuta in mente: forse perché somigliante all’atmosfera emessa da quella strada.
La TR 909 è una batteria rude che necessita di molto spazio per le sue gonfie frequenze… un po’ come questa strada rude e ariosa che batte il tempo. Sono sicuro che qui abiti John Shirley o che almeno c’abbia scritto il suo Il rock della città vivente.

Quella di ritmo è una categoria in progress: come ufociclisti ci stiamo accorgendo del fatto che a volte alcuni spazi sono puntellati (caratterizzati) da ricorsioni (specchi stradali, cartelli d’istruzioni, cartellonistiche, tombini, eccetera) che si propongono con una certa ritmica cadenza. Una sorta di notazione spaziale che forse produce una certa risonanza spaziale. Risonanza spaziale in questo contesto non significa ancora nulla… si tratta di una sensazione (una costellazione) che stiamo cercando di portare ad un livello razionale e non più solo epidermico. Al momento ci limitiamo a raccogliere casi come questo. Questo è un caso particolarmente fortunato: una sequenza così precisa, lunga e ordinata di tombini tutti grossomodo alla stessa distanza non mi era mai capitato di trovarla.
Mi ero illuso di riuscire a tenere il tempo ma come è possibile ascoltare nel video non è così. A parte la giustificata inerzia dell’inizio, il tempo resta costante solo per una breve frazione della partitura. Poi un’automobile mi costringe a cambiare carreggiata e “bonanotte ai sonatori”…

Sono nuovamente su via di Tor Cervara, molto vicino alla torre che è il terzo punto della ley line che sto inseguendo.
Ma sulla mia sinistra appare un’affordance attrattiva: un cancello semiaperto che m’invita a entrare.

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Procedo con cautela in lontananza s’intravedono delle vecchie case di campagna semi distrutte. Tutt’intorno segni di attività umane piuttosto recenti.
Proseguo fin dove posso.

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Conosco questo posto (foto precedente). A Roma in certi ambienti è noto perché negli anni Novanta vi si svolsero rave illegali. Ora pare non esserci nessuno. Poi inizio a sentire un martello battere insistentemente e quindi risolvo di tornarmene indietro: l’esplorazione di quel luogo al momento non è una priorità.

Sono comunque ormai giunto alla torre di Tor Cervara (nella foto che segue):

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Non ci si accede perché è all’interno di una proprietà privata:

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Scontato pensare che la vecchia torre sia un’ospite della casa di riposo.

Tracciamo finalmente allora la nostra ley line.

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Insomma lo dicevo all’inizio: le ley line psicogeografiche non sono una cosa da prendere troppo seriamente.
Ma quelle ufociclistiche si!
Allora intendiamoci.

1) Prioritariamente una ley line ha il valore di un camminamento: un camminamento banale dato che si svolge lungo una linea retta. A differenza dei camminamenti che s’intrecciano (guarda questo rapporto) quest’ultimo non produce nodi interpretabili (si consulti l’atlante ufociclistico). Tuttavia i segnalatori che incontriamo ci possono rivelare delle utili informazioni sullo spazio o sull’UDA che stiamo attraversando.
L’allineamento di segnalatori può, come nel caso della ricognizione a Pietralata, svelarci l’esistenza di un collegamento sotterraneo e funzionale tra due spazi (in quel caso la rete idrica). Un allineamento può inoltre mostrarci una traccia di speculazione edilizia in atto, di gentrificazione (come nel caso della linea che taglia e congiunge i quartieri romani di San Lorenzo, Pigneto e Centocelle). Ancora un allineamento può evidenziare lo sviluppo di necrosi sul territorio, traumi dello spazio, conflitti, che si consumano su direttive privilegiate e pianificate da urbanisti scellerati e palazzinari senza scrupoli. Queste tattiche di sfruttamento del territorio non sono mai del tutto casuali; determinare quindi delle basi, degli omphalos, da cui diramare ricerche a raggio può risultare molto istruttivo ed efficace.
Insomma una ley line può essere utilizzata, proprio come nell’antichità, per orientarsi lungo sottese trame che sfuggono alle mappe ufficiali (sulla non asettica modalità con cui si compilano le mappe si può leggere on line questo saggio di John Brian Harley: Carte, sapere e potere).
Si tratta di un modo alternativo di rigare e sezionare il territorio funzionale all’attività di mostrarlo sotto un’altra luce.
Su questo ufociclismo e psicogeografia concordano perfettamente.

2) Un’idea più propriamente ufociclistica è quella delle ley line ufo.
E’ un’osservazione dell’ufologo Alan Watts che gli oggetti volanti non-identificati viaggino lungo ley line privilegiate. Tali ley line aeree talvolta ricalcano quelle geodetiche terrestri.
Ma anche Watts riamane su un piano prettamente fenomenologico della questione.
Ripartiamo da quanto ho sostenuto all’inizio di questo rapporto a proposito delle “misteriose” energie che interesserebbero le ley line.
L’ufociclismo cerca di leggere le ley line al pari di vettori geometrici dotandoli, per definizione, di direzione, verso e intensità.
Sulla direzione e sul verso non ci sono particolari problemi. L’intensità di un vettore invece è proporzionale alla sua lunghezza. Ma questo ancora non ci dice nulla se al di fuori del modello teorico il nostro vettore non è equipaggiato di una qualche forma d’energia misurabile.
Orientando il vettore l’ungo l’atmosfera del globo terrestre (come accade per un UFO o qualunque cosa voli) parallelamente alla superficie terrestre, e registrando la sua direzione e verso, scopriremo che percorrendolo (il camminamento) delle volte si acquista mentre delle altre si perde energia potenziale gravitazionale. Ciò grazie ad diverso valore di g (gravità) esercitato dallo sferoide terrestre verso i corpi che gli sono prossimi a seconda che siano più vicini ai poli o all’equatore.
La trattazione di questo argomento è piuttosto lunga… anche per questa ragione con Daniele abbiamo scritto l’atlante ufociclista. Rimando quindi a quel testo l’approfondimento su questo specifico argomento abbastanza tecnico.
Qui mi limiterò a dire che qualora la nostra ley line Tor Sapienza fosse interessata da una fenomenologia UFO (fatto da dimostrare), si tratterebbe di un camminamento particolarmente interessante perché a seconda del verso e proporzionalmente alla lunghezza esso, più di altri, produrrebbe un elevato differenziale d’energia potenziale gravitazionale. Quest’ultimo nel caso di perdita d’energia indicherebbe, secondo la nostra idea, una pratica d’avvicinamento e di volontà di contatto dell’oggetto (di chi senzientemente lo guida) con l’osservatore a terra.
Questa idea è connessa a quella di UDA contattistica che ci proponiamo di esemplificare quanto prima ma che è anch’essa naturalmente illustrata nell’atlante.

In sintesi queste sono le ragioni che rendono le ley line tanto importanti; entrambe in linea con la pratica ufociclistica di produrre mappature alternative e di predire lo spazio più appropriato per un eventuale contatto con forme di vita altra.
Entrambe che scorgono nelle ley line un axis mundi.

Mi rimetto in cammino per il ritorno. Sono comunque tre ore che pedalo anche se in maniere discontinua. Mi fermo a mangiare della pizza al taglio e mentre trovo riparo sotto un albero su via di Tor Sapienza dalla bacheca di un bar fanno capolino alcuni articoli di giornale che attirano la mia attenzione.

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L’intera bacheca è dedicata al Gsc (Gruppo Sportivo Ciclistico) Tor Sapienza.
Non sapevo esistesse.
Chissà se mai riusciremo a coinvolgerli nelle nostre mappature e ricerche di contatto con forme di vita altra.
Tra ciclisti dovrebbe essere facile intendersi su questioni del genere.

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Guarda il tracciato completo con (finalmente) le icone ufocicliste!

 

 

 

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UfoCiclismo: glossario minimo

Abbiamo approntato un “glossario minimo” all’interno dei rapporti e dei resoconti contenuti nelle pagine di questo blog.
Ora i concetti elaborati dall’UfoCiclismo sono cliccabili e accedono ad apposite schede sintetiche (ad esempio: UDA).
Non abbiamo volutamente creato un indice delle schede perché si tratta di categorie contestuali che vanno lette all’interno dei rapporti e delle ricognizioni.
Per gli approfondimenti invece rimandiamo all’Atlante ufociclistico e alle sue mappe.
Il glossario ufociclistico è accompagnato da apposite icone:

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Conflitto atmosferico: i bordi dell’UDA – Pietralata – Roma – 5/8/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide
Integrato da Lorena 

Dato l’incomprensibile alto numero di defezioni a questa ricognizione indetta in uno dei giorni più caldi, del mese più caldo, di un mondo avido d’ozono, abbiamo stabilito che le ricognizioni d’agosto sono esse stesse uno psico-dissuasore.
Ciononostante…

iniziamo col concetto di conflitto atmosferico così come l’UfoCiclismo lo mutua dal lavoro dell’APR (Associazione Psicogeografica Romana):
l’acquisizione di un’UDA quasi sempre avviene come sequenza di passaggi e dunque il ricambio della popolazione ha luogo raramente in blocco al pari di una deportazione. In una stessa UDA quindi si vengono a trovare gradualmente gruppi sociali molto diversi: da una parte i nativi, cioè coloro che hanno contribuito costitutivamente (in quanto capitale umano) alla generazione dell’UDA. Dall’altra i pionieri, i primi colonizzatori. Questi due gruppi per un certo periodo di tempo convivranno conflittualmente“.
La definizione è molto importante perché drammatizza, dinamizza e storicizza la figura dell’UDA (Unità d’Ambiance) che altrimenti parrebbe cangiante e mutevole per ragioni d’ordine metafisico. Il conflitto è il motore dell’UDA (come lo è della storia) e col conflitto cambiano o mutano forma anche tonal e totem d’incongruenza (per questi concetti si veda l’atlante, il glossario on line, i rapporti precedenti e quelli a venire).

Partiamo quindi da viale della Serenissima angolo via Prenestina in direzione Pietralata verso via Tiburtina. E’ Pietralata il nostro obiettivo, ma ben presto sorpassato il viadotto della stazione Serenissima notiamo sulla nostra destra un passaggio che non avevamo mai trovato aperto prima d’ora.

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Si tratta di un’affordance attrattiva (si veda questo rapporto): un cancello solitamente chiuso che spalancato “invita” ad entrare. Non possiamo fare altrimenti. Questa zona che costeggia via Collatina e più precisamente via Herbert Spencer è in questo periodo interessata da lavori che ne stanno ridefinendo l’aspetto; quindi non è strano imbattersi in cantieri e strade semichiuse.
Imbocchiamo la strada sterrata bianca:

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Cliccando sul link di via Spencer, poco sopra, si può vedere la vista aerea della zona che però, ad oggi, non è aggiornata e mostra una situazione dei lavori antecedente di qualche mese.
Ci ritroviamo nell’area dei lavori in corso in uno spazio verde che è l’accesso, scopriremo, a piccoli appezzamenti di terreno non visibili da viale della Serenissima. I terreni sono perimetrati con reti e mezzi d’accatto (reti del letto ad esempio) come spesso avviene in queste aree forastiche e in disparte. Se la si guarda dalla prospettiva aerea ci si rende conto che si tratta di una sorta di enclave attorno a cui si è continuata a crescere la città. Se si considera inoltre che l’enclave si situa ad un livello stradale interrato rispetto a tutti gli edifici che la circondano, viene subito in mente il romanzo L’isola di cemento di Ballard.

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Dal basso: il punto del viadotto da cui proveniamo. Sulla sinistra, appena visibile, una struttura appartenente alla stazione FL2 Serenissima. La scala è il tentativo di qualche prigioniero dell’isola di cemento di riemergere.

Ci sono un paio di Obike straziate e abbandonate. Le Obike sono il nuovo marcatore del degrado a Roma: il segno di questo tipo di conflitto incarnato nello sharing ciclistico è evidente in un po’ tutti gli angoli della città.
Quando si accede ad aree come questa è prevedibile trovare carcasse gialle di biciclette cannibalizzate o semplicemente vandalizzate come simbolo e collasso di un’idea di pubblico che è ormai solo proforma se non addirittura vero e proprio simulacro. Ogni bici gialla crudelmente sottratta al suo network urla di un’atomizzazione sempre più cinica che questa città sta vivendo in cui l’idea di collettività sta evidentemente assumendo nuove forme al momento difficilmente codificabili. Almeno da noi…
Le Obike potrebbero essere i segnalatori di conflitto atmosferico. Ne prendiamo nota, anche se al momento non è detto che siano queste il tipo di tracce che stiamo cercando.

Una nuova affordance attrattiva: una casina con la porta aperta. Sembra molto più antica della strutture che la stanno lentamente divorando.

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Siamo all’interno (foto precedente) ma non è chiaro di cosa esattamente si tratti. Quella visibile in foto sembra una valvola idraulica ma non ci sono indicazioni o segnali che lo confermino o lo smentiscano.

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Poco più avanti di casettina ne troviamo un’altra. Forse anche più antica della precedente (ancora visibile a sinistra nella foto) a giudicare dal tipo di mattoni e dalla forma dell’iscrizione.

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L’iscrizione ci conferma, ma era evidente, che si tratta di una casetta molto antica: 1910.

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Ci pare sempre più qualcosa avente a che fare con il controllo del flusso d’acqua. La chiusa visibile in foto è tutt’altro che abbandonata e forse ancora svolge la sua funzione. Non sappiamo quale.
Ma nell’area non sono presenti corsi d’acqua visibili.
Ci torna in mente che poco distante da dove siamo c’è una torre piezometrica nel quartiere di Tor Sapienza, potrebbe quindi trattarsi di una struttura che ha a che fare con un acquedotto. Scopriamo, in un secondo momento, che in quella zona passano tre importanti acquedotti di cui queste antiche strutture dovevano, forse un tempo, controllare o reindirizzare i flussi.
In qualche modo probabilmente le due strutture (casetta e torre piezometrica) sono allineate e quindi comportandoci un po’ come degli psicogeografi estendiamo per curiosità una linea da qui ad un importante punto d’interesse della zona, il centro commerciale Roma Est: attrattore popolar-commerciale in questa parte di Roma. Con nostra sorpresa la torre piezometrica di Tor Sapienza ci cade perfettamente dentro formando di fatto una ley line: guarda la mappa.
Al momento ci limitiamo nel rilevare questo allineamento (forse per future esplorazioni) senza tentare sovrainterpretazioni che ci porterebbero inutilmente fuori strada.

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Procediamo verso una “ziggurat” di blocchi temporaneamente depositati sul terreno.

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Foto con ufociclista arrampicatore per avere una stima delle dimensioni della ziggurat.

Ora in cima:
dall’alto offrono una bella visuale della zona (foto che segue).

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C’avventuriamo lungo una strada che costeggia via Spencer e che s’innoltra in una rada boscaglia:

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Abbiamo il tempo per riprendere il discorso sul conflitto atmosferico: se è infatti vero che la definizione da cui siamo partiti ha un importante ruolo, in questa ricognizione vogliamo verificare un’altra possibile accezione dello strumento.

Partiamo dall’unità minima della mappatura ufociclistica: l’UDA. Una mappa ufociclistica è, macroscopicamente, un insieme, una tassonomia, di UDA.
Abbiamo ipotizzato che l’UDA fosse isotropica da qualunque punto la si osservi. Ciò per noi significa, ad esempio, che essa non presenta “ispessimenti” o “assottigliamenti” atmosferici nell’intorno del tonal o del totem d’incongruenza qualora ci fossero. Ma più realisticamente: cosa accade ai bordi di un’UDA?
Noi intanto ci addentriamo e voi che leggete potete intrattenervi con un interessante articolo sulle “bolle isoglosse” che è stato d’ispirazione per formulare questo quesito.

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Dalla parte di via Spencer il percorso sterrato finisce contro un cancello chiuso. Sul lato destro (non visibile nella foto), c’è una piccola entrata agibile a piedi e in bici.
Giungendo fin qui abbiamo però visto altre diramazioni che, tornando sui nostri passi, esploreremo.

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Sul lato opposto (una delle diramazioni che non avevamo intrapreso), il percorso finisce su un cancello che guarda la centrale elettrica di via di Grotta di Gregna.
Anche qui, sempre sul lato destro, c’e’ un’entrata dalla parte di una pompa di benzina in dismissione.

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Per il resto poco da rilevare se non questo monumento all’attesa e alla solitudine che ci pare bello (foto precedente) e che guarda con pasoliniano scoramento nella direzione della farneticante centrale elettrica.

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Tutt’intorno si comprende che la zona è un’immensa discarica (guarda la foto precedente): il concentramento di decenni di detriti. Si trattasse di detriti autoctoni, autocumulatii, saremo in presenza di una cuspide (guarda questo rapporto). Ma in realtà ci pare trattarsi di scarti lasciati lì da camion provenienti da altrove data la classica forma a piramide che i cumuli hanno assunto. Solo una discarica.
Torniamo quindi indietro.

Nel tempo che ci serve per pedalare fino alla strada sterrata bianca possiamo riprendere il discorso sul conflitto atmosferico là dove lo avevamo lasciato: questa nuova idea proveniente dalla “bolle isoglosse” non ha nulla a che fare con l’isoglossa ma il modello di sviluppo e di espansione della bolla ci pare davvero pertinente a quello dell’UDA. Chi ha letto l’articolo che abbiamo linkato sopra avrà notato che proprio ai bordi di una bolla può accadere qualcosa d’interessante. Lo avevamo accennato nell’atlante ufociclistico a proposito delle UDA definendolo alone d’interferenza. Si tratta dello spazio in cui due UDA entrano in contatto e per una certa porzione di reciproca superficie si sovrappongono. Non avevamo però correlato a questo spazio di contatto l’idea di conflitto atmosferico.
L’ipotesi da verificare è quindi che nei punti di contatto tra UDA (le UDA sono ben più permeabili di una bolla), negli aloni d’interferenza, si creino conflitti tra atmosfere diverse: conflitti atmosferici, addirittura “temporaleschi”. Se così fosse, dovremmo trovare, in prossimità di questi bordi, qualche elemento rivelatore, dei segnalatori, di tali “belligeranti” contrapposizioni. Tutto ciò ci pare consistente con l’immagine di un’UDA isotropica ed espansiva.

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Siamo tornati al punto d’entrata e ci muoviamo nella direzione opposta alla strada bianca, lungo un tratto asfaltato che non è ancora accessibile al traffico ma che lo sarà tra breve a giudicare dallo stato dell’arte dei lavori. Passiamo sotto il cavalcavia della Serenissima (guarda la mappa complessiva alla fine del rapporto) e di nuovo c’imbattiamo in un’affordance attrattiva (foto precedente): irresistibile anche questa.

Purtroppo le foto che seguono non rendono bene l’idea dello spazio che abbiamo trovato. Non eravamo preparati e non avevamo portato con noi torce abbastanza potenti per illuminare lo spazio esplorato (ma forse non sarebbero comunque bastate). Avevamo solo le lucette delle nostre biciclette, del tutto inadatte a squarciare il buio implacabile del sottomondo. Proveremo comunque a rendere l’idea descrittivamente.

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Le scale che s’intravedono costeggiano un enorme tubo (la struttura nera sulla sinistra) seguendolo sia verso l’alto (qui in foto) che verso il basso (due foto sotto).
In alto si salirà per 10 massimo 15 metri.

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Ora siamo in cima alle scale e a questo punto inizia un corridoio che abbiamo seguito solo in minima parte data l’abbondante presenza d’acqua e fango a terra. Ovviamente dopo i primi tre minuti una quantità inenarrabile di zanzare ha iniziato a spolparci.
Siamo scesi nuovamente.

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Foto dal livello più alto della conduttura. Ci apprestiamo a scendere. La luce sulla sinistra è quella proveniente della porta d’entrata. Oltre la luce la zona scura è la scala che consente di seguire il tubo sotto terra.

Anche a scendere il tubo s’interra, da livello terra, per circa 10/15 metri.
Scesi quindi complessivamente 20/25 metri ci ritroviamo di nuovo in un corridoio (foto che segue). A terra c’è meno acqua che in cima alle scale e quindi lo percorriamo. La densità di zanzare invece è rimasta invariata.

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La luce che filtra in alto sulla sinistra proviene (ne siamo ragionevolmente certi) da quell’incavo che si vede nella terza foto di questo rapporto. All’inizio.  Siamo quindi scesi nuovamente al livello delle casettine e dello sterrato: l’isola di cemento ballardiana.

Nella foto che segue siamo nel punto in cui nella foto precedente filtrava la luce.
Si tratta di una passerella:

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Davanti al tubo sul lato destro della foto si apre un nuovo corridoio in cui non ci siamo avventurati (nella foto che segue) dato che eravamo già da qualche decina di minuti fuori portata degli ufociclisti che ci attendevano in superficie.

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Abbiamo invece proseguito oltre la passerella nella direzione originaria dove si è aperta un’enorme stanza lunga almeno cinquanta metri. L’abbiamo percorsa interamente (foto che segue).

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Alla fine di questo ambiente il tubo s’infila in un condotto più piccolo ma comunque percorribile. Ma noi ci siamo fermati al di qua.
Il tubo è davvero enorme ed è probabilmente la condotta di uno dei tre acquedotti che convergono in questa struttura sotterranea.
Tecnicamente si tratta di una varietà dimensionale 2 (si veda anche questo rapporto) un percorso altamente disciplinante, che sarebbe molto interessante seguire interamente per scoprire se conduce a inattese aperture in altre zone di Roma.

Siamo di nuovo fuori e riprendiamo il percorso originario verso Pietralata.
Passato il cavalcavia che supera via Tiburtina sulla nostra destra troviamo subito l’entrata di via Feronia.
Da qui inizia la ricognizione in cerca di tracce di conflitto atmosferico.
Abbiamo scelto scientemente via Feronia perché molto caratteristica.
Si tratta di una stretta strada a senso unico che di per sé è una scorciatoia (non ufociclistica ma in senso tradizionale dato che è percorribile in automobile). La via si sviluppa all’interno di una sorta di piccola enclave caratterizzata da zone di verde e case basse che le conferiscono un aspetto decisamente anomalo rispetto al resto del quartiere. La stessa via Feronia sbuca però su via dei Durantini non prima di aver mutato decisamente aspetto (atmosfera).
La strada quindi s’articola all’interno di due UDA visibilmente ben distinte e con i rispettivi bordi che confinano senza soluzioni di continuità. Una condizione, almeno in teoria, perfetta per verificare la nostra ipotesi circa l’alone d’interferenza.

Prima d’entrare più nel dettaglio nella situazione di via Feronia, cogliamo l’occasione per rettificare una mappa illustrata nell’atlante ufociclistico. Nell’atlante avevamo utilizzato, per esemplificare la voce scorciatoia, uno stretto budello che proprio qui in via Feronia inizia (o finisce a seconda del verso da cui lo si guarda). Eccolo nella foto che segue.

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Di natura esclusivamente pedonale, la bici si può portare a mano, costeggia un campo di calcio e collega via Feronia con via Marica facendo risparmiare molta strada a chi lo percorre.
Nel nostro nuovo sopralluogo via Feronia e via Marica appaiono caratterizzate da due diverse atmosfere. In linea del tutto generale le considereremo come due UDA che esprimono differenti emozioni al contrario di quanto ci era apparso in ricognizioni precedenti.  Questa strettoia collegando due UDA differenti e attraversandone una terza, a sua volta esprimente un’atmosfera diversa, diviene per definizione uno strappo (si veda questo resoconto).
Abbiamo scoperto tra l’altro che questo strappo ha un nome “ufficiale”: vicolo Concordia. Accompagnato “coerentemente” dalla scritta Duce come sempre più spesso a Roma si incontra.

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Abbiamo allora immaginato l’esigenza di chiamarlo in quel modo per via di storiche faide che negli anni si sarebbero consumate in quella striscia di terra tra squadre rivali dopo una partita giocata nell’adiacente campo di calcio. Ma è solo una divertente ipotesi.

Guardiamo ora la mappa della zona per comprendere meglio il concetto di bordo dell’UDA:

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Abbiamo grossolanamente delimitato le due UDA di via Feronia (sulla destra si può vedere il campetto di calcio di vicolo Concordia). A destra c’è l’UDA appena attraversata: l’enclave. A sinistra l’UDA ancora da esplorare. Lo spazio in rosso è l’alone d’interferenza che si forma dal congiungimento senza soluzione di continuità della due UDA di via Feronia. Ci aspettiamo di trovare qualcosa, dei segnalatori, degli indizi di conflitto atmosferico nella zona segnata in rosso. Guardiamola nella foto che segue:

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L’immagine è sfalsata perché malamente ottenuta unendo due foto. Ma poco importa.
Rimaniamo un po’ delusi: non ci pare ci siano evidenti segnali di conflitto atmosferico qui: qualunque cosa questo concetto implichi. E’ però molto evidente il bordo come lo avevamo rappresentato sulla mappa: sulla destra è visibile via Feronia con la sua UDA verde mentre sulla sinistra inizia un complesso di palazzi che produce un’atmosfera del tutto diversa.
Restiamo induisticamente fermi all’ombra in attesa di un’ispirazione e ci guardiamo intorno in cerca di tracce. Nulla.
Di fatto non è detto che i segnali del conflitto siano così palesemente visibili. Nulla ce lo garantisce e nulla ci garantisce che la scelta di questa via sia stata la più adeguata.
Fermiamo un’autoctona e le chiediamo se ha la pazienza di raccontarci qualcosa su quella via. Emergono dei fatti interessanti.
Tanto per iniziare proprio in quel punto, ma dalla foto non è visibile, c’è un’enorme antenna ripetitore telefonico che negli anni è stata al centro di dure battaglie nel quartiere perché sospettata di essere la causa di un incremento in zona di morti per cancro.
L’autoctona ci dice inoltre che pochi metri più avanti c’è un parchetto e che anch’esso è stato per anni oggetto di battaglie tra il locale comitato di quartiere e i proprietari privati. Alla fine, dopo molti anni, il comitato di quartiere l’ha spuntata ed è riuscito ad appropriarsi l’agognato parco (nelle foto che seguono).

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La gentile signora ci dice inoltre che l’ufficio postale di via Feronia (foto che segue) è noto per essere stato oggetto di molte rapine (evidentemente sopra la media).

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Ci dice che i paletti gialli (foto seguente) che sono issati davanti alle vetrine furono installati dopo che, a più riprese e sempre a scopo di rapina, furono accelerate, contro l’entrata a vetri, delle automobili in sosta al fine di appropriarsi del contenuto del bancomat.

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Tutto molto interessante, e se non ci trovassimo già abbondantemente dentro la seconda UDA, troppo distanti dall’alone d’interferenza (ad eccezione dell’oggetto antenna), potremmo in parte, forse, ritenerci soddisfatti. Usiamo un doveroso condizionale perché questa nuova concezione di conflitto atmosferico, di cui ci stiamo sforzando di verificare la consistenza, dovrebbe evidenziare dei sintomi, proporre dei segnalatori, al di là delle informazioni storiche note o reperite circa lo spazio indagato.
Intuitivamente ci saremmo aspettati di trovare smottamenti, interruzioni, crolli, tafferugli, graffi, barricate o evidenze del genere. Ci saremmo aspettati di rinvenire psico-dissuasori, filo spinato, voragini nel terreno, il matto del villaggio, cani forastici e feroci, galeotti in fuga, caduta meteoriti, gente armata e asserragliata. Il tutto suona forse un po’ ingenuo e scenografico e a pensarci bene, con le debite differenze e misure, assomiglia un po’ alla descrizione di una cuspide. E che quindi una cuspide nasconda anche un alone d’interferenza e viceversa? Per il momento non aggraviamo la situazione con ulteriori insondabili domande.
L’antenna in realtà è un buon indicatore ed è anche collocato laddove il “modello teorico” prevedeva di rinvenire oggetti del genere. Tuttavia ci pare che la sua comprensione contestuale, come segnalatore, richieda ancora una certa internità ai “fattacci” del luogo. Spesso la realtà sperimentale cozza con le attese previsionali.
Restiamo quindi (incomprensibilmente) insoddisfatti perché ancorati ad un un’idea molto teatrale di conflitto atmosferico. E’ forse la parola conflitto a trarci in inganno.
La concezione di conflitto atmosferico dell’APR, al di là dell’operare per tutt’altro scopo, è fuor di dubbio di matrice storiografica. Essa richiede una conoscenza del territorio pertinente e il meno possibile intessuta di buchi cronologici. In un certo senso sono lo psicogeografo e l’ufociclista che indossano le lenti dello storico.
La concezione che stiamo verificando ha invece più a che fare col lavoro dell’archeologo sperimentale: a partire da certe tracce, da certi segnalatori reperibili sul territorio (quali?), l’ufociclista dovrebbe poter ragionevolmente ipotizzare di trovarsi all’interno di un alone d’interferenza anche non sapendo nulla sullo spazio che sta attraversando.
Si tratterebbe di uno strumento davvero potente.

Ringraziamo la signora che è stata molto paziente e che ci vede andar via delusi. Avrà pensato di averci scoraggiati qualora fossimo stati intenzionati ad acquistare una casa in zona. E in effetti con quell’antenna…

Riprendiamo via dei Durantini e giriamo su via di Pietralata fino a via dell’Acqua Marcia. Anche qui s’avvicendano concomitanti due UDA. Applichiamo un ragionamento analogo a quello adottato per via Feronia e diamo un’occhiata all’alone d’interferenza (foto che segue) che si trova proprio all’incrocio tra Pietralata e l’Acqua Marcia.

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C’e’ una sorta di piccola Tunguska proprio lì dove ci aspettiamo di trovare qualcosa. Un boschetto raso al suolo, forse da un meteorite, e una baracca fatiscente e arrugginita. Tutt’attorno non ci sono segnalatori simili. Solo lì. Solo in quel preciso  e circoscritto punto.

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La baracca da un’altra angolazione. La fotografia è presa da via dell’Acqua Marcia

Ma una “prova” non basta ovviamente: ammesso che questa lo sia. Ci rincuoriamo forse un po’ e rimandiamo la verifica sperimentale della nuova categoria ad altre ricognizioni dove staremo attenti e vigili nel cogliere questo tipo di segnali. Su via dell’Acqua Marcia ci fermiamo ad ammirare un bel lavoro di ricolorazione dei palazzi (foto che segue):

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Il verde del primo palazzo è bellissimo. Il giallo del secondo lo è anche, ma il giallo (più ocra però suggerisce un’ufociclista) è già più comune a Roma.
Ci ripromettiamo di tornare a lavori finiti e di sperimentare qui la Tavola cromatica degli stati d’animo (si veda questo rapporto) per rilevare la tonalità emotiva dell’UDA: potrebbe essere molto interessante scontrarsi con colori così caratterizzanti e fuorvianti.
Condizionatori ovunque. Condizionatori come se piovesse.

Proseguiamo per via delle Messi d’Oro. Incontriamo il parcheggio sopraelevato della metro di Ponte Mammolo. E’ deserto in questo periodo. Un deserto composto da roventi placche di metallo.
Un ufociclista suggerisce trattarsi di una cuspide (foto che segue).

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Non è escluso che lo sia tanto più che in alcuni angoli si concentrano mucchi di stracci e altri tipi di detriti sicuramente originari. Contigua al parcheggio c’è anche un isola ecologica dell’AMA. L’isola ecologica non è una cuspide per le medesime ragioni per cui non lo era il parco di detriti incontrato all’inizio della ricognizione.
Ci soffermiamo un attimo a ragionare su questo fatto. L’ufociclista suggerisce trattarsi di una cuspide prioritariamente perché nel capitolo dell’atlante ufociclista che riguarda le cuspidi si dice che un parcheggio può esserlo.
La natura degli oggetti è sempre contestuale mai elettiva. L’ufociclismo mutua l’idea di una vocazione circostanziale degli oggetti incontrati dalla psicogeografia delle origini; mentre l’idea dell’inserimento dell’oggetto all’interno di relazioni gli proviene decisamente dallo strutturalismo. L’oggetto si trasforma quindi in un oggetto/sequenza (si veda l’atlante) il cui stato percepito è sempre momentaneo e circostanziale (situazionale). A questo proposito abbiamo già accennato in altri rapporti alla natura trans-oggettuale degli oggetti/sequenza (si veda anche questo rapporto), al loro mutare di ruolo nel tempo nello spazio ma anche entro le specifiche circostanze in cui esso è euristicamente inserito. Questo significa, in sostanza, che un oggetto può ricoprire più ruoli contemporaneamente che emergono isolatamente a seconda dell’angolazione e della prospettiva circostanziali da cui li si guarda.
Un parcheggio non è mai una cuspide per definizione quindi. Tuttavia può esserlo (e spesso un parcheggio lo è) in un dato momento della propria sequenza d’esistenza. Anche in questo caso è probabile che lo sia.

Risaliamo sul marciapiede contromano via Tiburtina nella sua parte sopraelevata. E’ un marciapiede per modo di dire. In quel tratto non interessato da abitazioni si è pensato che il passaggio di esseri bipedi o quadrupedi fosse opzionale. Un tratto di strada costruito abbastanza di recente immaginato solo ed esclusivamente a misura d’automobile.
Raggiungiamo una rampa da sempre chiusa di quel tratto (foto che segue) di via Tiburtina che in questo frangente assomiglia a un’autostrada:

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Si tratta di una scorciatoia vera e propria chiusa da barriere new jersey che impediscono l’entrata a automobili e moto. Le bici e i pedoni possono scavalcare.
Ci immette sul tratto finale di viale Palmiro Togliatti facendoci risparmiare un lungo tratto di percorrenza su via Tiburtina.

Risaliamo viale Togliatti per infilarci, invertendo la marcia, nuovamente sulla Tiburtina in direzione opposta rispetto a prima così da intercettare immediatamente un’altra rampa da sempre chiusa:

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Si tratta anche in questo caso di una scorciatoia che però a differenza della prima intercetta inizialmente una discarica:

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e poi una cuspide (foto che segue):

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La cuspide inizia sotto i piloni della sopraelevazione del tratto della metro B: Ponte Mammolo-Rebibbia. Risaliamo il dislivello verso le strutture di cemento laddove le sue tracce s’intensificano:

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Ci sono i segni dei generatori autoctoni della cuspide perché le intercapedini dei piloni sono saltuariamente abitate.

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Nella foto precedente abbiamo scavalcato i piloni nella direzione del fiume Aniene che però da questo punto non è visibile. E’ proprio davanti a noi al di là coperto alla vista dalla vegetazione.
Abbandoniamo questa scorciatoia.

Ci immettiamo nuovamente su viale Palmiro Togliatti in direzione di via Prenestina. All’altezza dei piloni della bretella Roma-l’Aquila (circonvallazione orientale: l’avevamo già incontrata qui a proposito del “parchetto sonico”) si apre un indecifrabile luogo (anch’esso probabilmente una cuspide in mancanza di altre definizioni o ipotesi migliori) che confina con un parco giochi. Di nuovo ci torna in mente Ballard:

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E’ uno spazio immenso e la foto non rende la sua ampiezza.
Lo attraversiamo per EVItare il “pericolosissimo” cavalcavia della Togliatti che scavalca la ferrovia FL2 (anche questa l’avevamo già incontrata qui) e c’addentriamo nel parco Baden Powell (il padre dello scautismo):

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Parco Baden Powell e canetto diffidente

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Ancora parco Baden Powell verso la fine

fino a via Grotta di Gregna. L’avevamo già incontrata all’inizio perché è la via dove abita la centrale elettrica che vedevamo dal parco che costeggia via Spencer.
Stiamo tornando al punto di partenza.
Ancora pochi metri e siamo su via Collatina e poi di nuovo via della Serenissima.

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Qui la mappa completa del percorso.

 

XII Ricognizione UfoCiclistica – eclissi lunare

Rapporto redatto da Dafne
Integrato da Cobol Pongide
Venerdì 27 luglio 2018

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L’eclissi totale di luna è un evento che si verifica ogni 150 anni. Se a questa si aggiunge la vicinanza di Marte alla Terra, quale giornata migliore per gli ufociclisti per uscire in ricognizione notturna?
Ma stasera a pedalare per le strade di Roma non ci sono solo loro, infatti l’evento coincide perfettamente con l’ultimo venerdì del mese, giorno della Critical Mass e con l’adunata della Pedalata di luna piena che richiama moltissimi ciclisti romani e non, che si muovono ogni volta che il satellite terrestre compare in tutta la sua interezza. Come stasera.
Negli anni la Pedalata di luna piena è divenuto quantitativamente l’appuntamento di gran lunga più popolato del ciclismo romano.

L’aria è tersa ma tesa. Gli ufociclisti s’incontrano come sempre alla metro San Giovanni (vicino alla piattaforma girevole di Re di Roma), appuntamento anticipato di un’ora rispetto al solito, per raggiungere la Critical Mass in tempo. E’ circolata l’idea di proporre un percorso, per quella sera, che potrebbe portare la CM al BAM (Biblioteca Abusiva Metropolitana) di Centocelle, di recente presa di mira dai fascisti. Gli ufociclisti si sono espressi molto favorevolmente al riguardo. Dal BAM poi eventualmente si ripromettono di proporre uno spostamento, per chi lo vuole, verso il vicino parco di Centocelle (storico teatro di avvistamenti UFO) o a quello (sempre vicino) di Tor Tre Teste (anche questo parco ultimamente è interessato da fenomeni UFO come si può leggere in questo resoconto) dove godersi l’evento dell’eclissi lunare un po’ al riparo dall’inquinamento elettromagnetico ostile alla stratosfera.
La proposta per il BAM si scontrerà però con quella parte della critical che vorrebbe unirsi alla Pedalata di luna piena trasformando (anche se solo per quella sera) lo storico appuntamento ciclo-attivista in una passeggiata a pedali. A differenza della proposta circolata informalmente per il BAM, l’idea di congiungersi alla Pedalata di luna piena è stata annunciata sulla pagina fb della CM di Roma.
Di fatto è la stessa modalità con cui è stata indetta la critical di quella sera ad aver infastidito gli ufociclisti: la Critical Mass si muove da sempre libera per la città senza preannunciare l’esito di un percorso o di una convergenza in particolare: proprio come un UFO.

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Punto di raccolta ufociclistico

Alle 19.50 gli ufociclisti sono in 12 mentre a piazza Vittorio (proprio vicinissimi alla porta alchemica un tempo il tonal di quella zona prima che Casapound ne ridefinisse i contorni tonali – e con la sola CM a contrastarli simbolicamente) si sono riuniti 40 ciclisti.
Passa ancora un po’ di tempo e la critical si rimpingua con una certa orgogliosa profusione.
Baci e abbracci.
Ora anche gli ufociclisti hanno raggiunto la Critical Mass. Anche noi baci e abbracci.
Non c’é accordo su dove spostarsi… generalmente non ce n’é bisogno.
Alle 20,30 si parte.
Gli ufociclisti prendono la testa della massa critica muovendosi verso la stazione Termini. Su via Giolitti tentano di prendere viale de Nicola per poi dirigersi verso via Nomentana evitando (scongiurando) di congiungersi con la Pedalata di luna piena, ma la critical compatta tira dritta e raggiunge piazza della Repubblica per poi imboccare via Nazionale. Nella critical evidentemente prevale l’idea di raggiungere prima piazza del Popolo da sempre luogo di partenza della luna piena.
Poco male. Gli ufociclisti tornano sui propri passi e si accodano alla critical all’altezza del tunnel (tecnicamente una varietà dimensionale di grado 2 – si veda questo resoconto) di via Milano. C’è tra loro una ciclista nuova a questo tipo di uscite serali, e per questo fa confusione tra i due tipi d’iniziativa; al che Dafne si sente in dovere di elargire chiarimenti.
Con gli ufociclisti, in questo tentativo/proposta di raggiungere prioritariamente il BAM c’è anche il popolo di Centocelle in bicicletta.

Da questo momento tutto diventa molto rapido e convulso. Appena giunti a piazza del Popolo (un’altra piattaforma girevole) la Pedalata di luna piena fischia la partenza.
Ufociclisti, popolo di Centocelle e parte della CM decidono di tentare di ricompattare il resto della massa critica che prevedibilmente s’é liquefatta nel resto dei ciclisti lunatici.
Prendono la testa del flusso circolare a pedali sfruttando il proprio momento angolare.

Avviene un piccolo incidente con un tassista a un incrocio. Costui non si vuole fermare nemmeno cinque minuti, nemmeno di fronte a cotanta imponente massa tubolare e minaccia Dafne di denuncia per blocco di servizio pubblico. Poi la manda a quel paese insultandola pesantemente.

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La massa ciclistica: Luna piena + CM + ufociclisti

Niente di nuovo. Episodi come questo sono all’ordine del giorno; lo sono per i singoli ciclisti e per la massa critica. Nonostante la sproporzione numerica tra automobili e biciclette e nonostante lo squilibrio di effetti che le une posso avere sulle altre. Nonostante tutto ciò sono però sempre il ciclista e la CM ad essere additati come “estremisti” come un iterato e noioso gioco delle parti in cui non risalta un briciolo di originalità narrativa.
E ciò nonostante abbia sempre prevalso la volontà di delucidazione del ciclista che pazientemente spiega all’automobilista infuriato (ma a volte anche solo incuriosito) il senso di quelle manifestazioni portate avanti con gioia e allegria.
Nonostante ciò, quindi.

Ci sono tanti turisti a Roma in questa notte che come sempre guardano incuriositi e allegri.
A piazza Venezia finalmente si scorge la luna completamente coperta: una palla nera ombreggiata di rosso, che sembra una sfera di piombo sparata in cielo.

Davanti all’altare della patria partono cori contro patria e stato da parte di quei ciclisti che rivendicano il proprio spirito libertario e antifascista in un periodo tanto buio che l’eclissi lunare sembra giustamente sottolineare.
Si tratta di una sorta di affordance conflittuale che emerge spontanea e l’altare della patria, i militari impettiti appaiono come teatrali provocazioni: o meglio psico-dissuasori (si veda questo resoconto).
C’e’ poco tempo però per scrutare il cielo in cerca di alleanze con visitatori cosmici (che poi scopriremo invece essersi ampiamente manifestati a Roma e provincia quella sera). Stasera le ragioni di quel pezzettino di mondo che si chiama BAM (che tecnicamente potrebbe essere definito un attrattore) ci sembrano ben più urgenti come le tante ragioni di chi sta vivendo intimidazioni e repressioni a Roma e altrove.

La massa di ciclisti percorre via dei Fori (una esplicita e storica ley line) e la luna ancora li accompagna sopra il colosseo, poi su per via Labicana dove avviene un secondo incidente di percorso. Dafne che quella sera è indemoniata e incazzata come non mai, come se dovesse scaricare tutta la rabbia di una vita in una singolarità, individua e si rivolge al ciclista che gestisce una pagina fb della Critical Mass. Gli esprime il proprio disappunto circa la modalità del percorso prefissato che anticipava il rendez vous con la Pedalata di luna piena. Ciò tanto più che da giorni circolava l’idea di giungere al BAM in segno di solidarietà e forse anche con ragioni più in linea con lo spirito della CM.
Il ciclista non solo nega il suo coinvolgimento nella pagina fb ma di risposta accusa Dafne di aver trasformato, col popolo di Centocelle, la Critical Mass in un corteo politico portando con sé le bandiere della Palestina. Di fatto li accusa di difendere la dignità di un popolo dall’oppressione dello stato israeliano.
Ma la Critical Mass è una libera espressione e come tale, entro il rispetto delle libertà altrui, non accetta di essere redarguita da nessuno. E’ inoltre assurdo sostenere posizioni neutrali all’interno della CM: almeno fino a quando essa si dichiarerà esplicitamente antifascista (e speriamo un giorno anche antispecista).
Accanto al ciclista che dibatte con Dafne, c’è una donna bionda con un fischietto che urla di lasciare spazio ai pedoni. Inutile spiegarle che la CM blocca le strade semplicemente perché le bici stesse in quel momento sono il traffico. Inoltre i ciclisti non sono vigili urbani [e, aggiungiamo, nemmeno vogliono essere reclusi entro le ciclabili (varietà dimensionali 1) con bici targate e identificate dal pizzardone astratto].
Crediamo sia il caso che questi principi basilari siano sempre molto chiari in coloro che partecipano, che si confrontano o che propongono convergenze con e per la CM (ma questa è solo la nostra opinione).

A Via Labicana Cobol tenta di serrare le fila. Dalla testa dell’incedere lavico blocca il flusso di ciclisti per ricompattare la Critical Mass e per invogliare eventualmente qualche altro ciclista di quelli giunti per la luna piena a dirigersi verso la BAM di Centocelle.
Una organizzatrice della Pedalata di luna piena gli inveisce rabbiosamente contro rivendicando con vigore la proprietà di quella massa di ciclisti (non aspettava altro è la sensazione). Attacca Cobol affermando che quella è la Pedalata di luna piena! Non la Critical Mass! Cobol gli fa notare:
1) che li non c’é solo la Luna piena;
2) che la luna piena non s’é “comprata” i ciclisti.
La ciclista non vuole sentire ragioni e non accetta alcun tipo di argomentazione dato che, sostiene lei, la stragrande maggioranza dei ciclisti sono lì per la luna piena.
Quantitativamente costei ha ragione ma al di là delle risibili argomentazioni e della buffa (meglio dire surreale) polemica innescata sulla proprietà degli ignari ciclisti, su questo punto vogliamo essere estremamente chiari:

chiunque pensi che le forme di aggregazione ciclistica siano una strategia per formare e condurre greggi si troverà sempre gli ufociclisti contro! I pastori se ne restino nelle chiese!

L’idea di apporre un sigillo, un’etichetta sui ciclisti è parossistica tanto più per una manifestazione che ha nel proprio nome il satellite terrestre dichiarato, dall’umanità, avverso al principio della proprietà privata.
La luna è in accordo con noi e quella sera ha deciso di sparire dal cielo nella sua interezza per sparigliare pastori, padri e padroni.

Dallo scontro ne nasce una piccola scissione alcuni ciclisti CM si dirigono verso Porta Maggiore (un omphalos generatore di molte ley line) mentre la stragrande maggioranza segue legittimamente la Pedalata di luna piena verso piazza San Giovanni.

A Porta Maggiore la Critical Mass finalmente si ricompatta (almeno in parte) e un po’ motivati dal bisogno di assistere in pace all’eclissi, un po’ per l’urgenza di raggiungere il BAM  infila finalmente via Casilina in direzione di Centocelle.
Il resto dei ciclisti con la luna piena proseguono verso Scalo San Lorenzo e poi via Tiburtina.
All’altezza di via della Primavera l’ufociclista Valeria propone una bellissima scorciatoia (ci riproponiamo di ripercorrerla documentandola per stabilire se si tratti di una scorciatoia o di uno strappo in termini ufociclistici).

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Iniziativa alla BAM

La Critical Mass giunge finalmente alla BAM dove c’è l’aperitivo antifascista.
Gli ufociclisti guardano la luna, che ora inizia a scoprirsi, attraverso i bassi palazzi di Centocelle, mangiando riso con le verdure.
Stefano (un ciclista) dice loro che l’eclissi totale di luna in piena città è uno spettacolo unico: tra 150 anni quei palazzi non ci saranno e non c’erano 150 anni prima.
La luna che si tinge di rosso è una grande occasione per testare la Teoria cromatica degli stati d’animo degli ufociclisti. Quella sera il satellite è una vera e propria UDA (Unità d’Ambiance) e sulla sua compattezza e tenore tonale non produce o induce in equivoci. Un’occhiata alla tavola cromatica degli stati d’animo (un metodo per associare emotività sensibile e varietà cromatiche) e scegliamo compattamente il cluster che va dall’1 al 4. L’1 è la tonalità scelta: il limite inferiore del cluster di riferimento. Anche troppo facile. Leggiamo dall’atlante la corrispondenza timica: Umami – ambiance ricca, varia, densa, strutturata. Ci pare abbia senso per un’ambiance che quella sera la fa da padrone su tutte. Tutti col naso rivolto all’insù.
Si battibecca un po’ sulla natura del colore rosso della luna. Qualcuno sostiene sia l’influenza di Marte. Ci pare una bella suggestione ma del tutto improbabile.
C’e’ in corso un acceso dibattito sulle teorie di Mauro Biglino e sulla sua idea di una lettura letterale dei testi sacri. Per Cobol si tratta di un’interessante autopoiesi che però finisce per auto-assoggettarsi in una storia dell’umanità schiava di genti provenienti da altri pianeti. Altri padroni… basta!
Marco, Lorena e Martina argomentano con o contro Cobol.
Insomma Biglino non s’è inventato nulla di nuovo rispetto alla paleoastronautica tanto in voga negli anni Settanta. Il consiglio è sempre quello di vedersi questo storico documento: datato, storicamente sorpassato ma con una colonna sonora bellissima e immagini in 16 millimetri da pelle d’oca.
Così finisce questa anomala pedalata, che di solito si conclude nella quiete notturna dei parchi cittadini.

P. S. l’intero tracciato del percorso della ricognizione lo isseremo più in là dopo aver recuperato le coordinate della scorciatoia/strappo di Valeria.

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Una foto della luna in uscita dall’eclissi. Praticamente un Tao.