La struttura soggiacente – 18/01/20

Di Cobol, Ora Nel, Ignazio Stelletsky.

Siamo nuovamente in ricognizione, alla ricerca di strutture apparentemente invisibili: relazioni tra oggetti incontrati nella città (case che “dialogano” con parchi, che dialogano con vialetti, che dialogano con dissuasori, che dialogano con giostre eccetera), nel più generale spazio detto antropico.

La verifica dell’esistenza di una struttura significativa (argomentabile) entro un’apparente causalità d’elementi antropici dovrebbe appartenere al dominio delle epifanie, ovvero all’emersione inattesa di legami significativi in un’osservazione d’insieme e  disinteressata, di una porzione di spazio. Ufociclisticamente definiamo questa emersione come costellazione cogliendola ancora nel momento del suo essere non del tutto esplicita e rappresentabile. “Intuizione” è un concetto sicuramente connesso a questa esperienza di scoperta. Anche “sensazione”: la sensazione di trovarsi all’interno o di fronte a un insieme più articolato e dotato d’intelaiatura.
Per cercare di concretizzare questa idea (per visualizzarla) ci serviamo di uno strumento che può essere considerato anche come una sorta di “palestra per cercatori di costellazioni”: lo stereogramma.

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L’immagine precedente (qui per vederla più grande) va osservata al suo centro lasciando che gli occhi convergano soporiferamente (qui una descrizione metodologica più estesa). In linea di massima dopo pochi secondi dovrebbe emergere dall’apparente caos un’immagine tridimensionale.
Esistono stereogrammi più semplici di questo, può quindi valere la pena allenarsi con altri rintracciati in rete. Abbiamo scelto questo perché le immagini di pesci visibili in condizioni normali (bidimensionali) tendono a distrarre l’osservatore, proprio come avviene quando si è in cerca di strutture soggiacenti, in cui i dettagli della scena ci distraggono facendoci concentrare su singoli oggetti, che opacizzano la visione d’insieme, inibendo l’emergere della possibile costellazione.
Tutto ciò non significa muoversi negli spazi antropici rovinandosi la vista per cogliere elementi sottesi non visibili; si tratta solo del tentativo di rendere più solida l’idea di struttura che emerge da un contesto: costellazione.
Un altro interessante riferimento circa le strutture soggiacenti è testimoniato dall’utilizzo di metodologie topologiche nella ricerca archeologica. Quest’ultima connessione d’indagine promette anche di avere valore predittivo circa l’individuazione di elementi, oggetti, siti eccetera, facenti parte di una relazione architettonica, ma non ancora individuati come aventi legami.
Dovrà quindi esistere una qualche forma di somiglianza tra topologia e stereogrammi, ma per fortuna non ci occuperemo al momento di produrre illazioni a tal proposito.

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Nella foto precedente: siamo sulla penisola spartitraffico di via Labico, incrocio con via dei Gordiani (a Roma). Non è il punto di partenza di questa ricognizione, ma il luogo mediano della struttura sottesa che vogliamo far emergere.
Ripasseremo per questo spot tra poco, ma ora ci rechiamo all’appuntamento con altri ufociclisti ricognitori.

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Ecco il nostro punto di partenza: via dell’Acqua Bullicante, all’angolo con via Policastro. Quest’ultima, la strada visibile nella foto precedente, è quella che per prima intraprenderemo.
Prima di farlo osserviamo la foto che segue:

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Via dell’Acqua Bullicante (foto precedente). La foto ci serve per cogliere il tipo di contesto altamente antropizzato da cui stiamo partendo: quartiere, Torpignattara, densamente abitato a ridosso di una grande arteria cittadina (via Casilina). La zona si è mostrata, a suo modo, capace di resistere ai processi di gentrificazione che interessano invece i due quartieri con simili caratteristiche che lo circondano: il Pigneto a ovest e Centocelle a est. Ufociclisticamente si parla di conflitto atmosferico del tipo 1, anche se generalmente preferiamo utilizzare questo concetto non propriamente per spazi estesi come quartieri, ma per unità di spazio meno ampie come le UDA.
Via Policastro, che ci accingiamo a percorrere, è una rampa di lancio verso un’atmosfera del tutto diversa da quella appena descritta: una vera e propria interfaccia, una membrana di traspirazione, che nel suo dispiegarsi assume il ruolo di occultatore. Questa categoria cartografica ha la funzione di sminuire il brusco mutamento d’atmosfera che seguirà. Così facendo “previene” uno “shockante cambio di scena”, agendo cosmeticamente sull’eliminazione di una discontinuità (si veda Separatore Torre Spaccata). I “cambi di scena” sono elementi importanti della nostra ricerca giacché sono la spia di un qualche tipo di opposizione (pilotata o meno), di contrasto (prodotto o involontario) in una più complessiva “battaglia” per determinare il carattere emotivo della città. In questo senso, gli occultatori sono elementi da scovare ed evidenziare nel loro ruolo di omogenizzatori.
L’occultatore ha sempre un ruolo di mediazione (axis mundi) entro i conflitti atmosferici (un po’ come i sindacati asserviti ai padroni). Qui, come è avvenuto in passato, potremmo aspettarci di rinvenire comportamenti o strutture anomale (si veda ad esempio: Ley line Tor Sapienza) prodotti dal formarsi di una zona d’interferenza che miscela (a volte pericolosamente) attributi tra loro moto diversi appartenenti a divaricanti atmosfere che si fronteggiano. Non è comunque il compito che ci siamo dati quello d’analizzare zone d’interferenza, quindi transitiamo rapidamente senza  scorgere incidentalmente nessun tipo di anomalia o psico-bizzarria.

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In cima a via Policastro si apre via Labico, l’accesso privilegiato a un’atmosfera del tutto diversa. Gran parte delle aree attraversate da via Labico non sono accessibili, nel senso che mancano quasi del tutto traverse o altre via di fuga. Questa peculiare strada si comporta quindi come una sorta di tubo, o di tapis roulant, che ci consente di attraversare un’atmosfera altrimenti invalicabile: ma di tubo permeabile stiamo parlando.
Cartograficamente la tratteremo come una varietà dimensionale del tipo 2: essa ci costringe entro una limitatissima varietà di comportamenti, non offrendo, tra l’altro, alcuna via di scampo (sottrazione emotiva e fisica) alla totale immersione nell’atmosfera che attraversa (proprio come quando si è trasportati da un nastro trasportatore). Il fatto di essere intrisa dell’emozionalità che taglia, di assorbire l’atmosfera in cui è immersa, la rende incompatibile con la funzione di intersezione a cui erroneamente si potrebbe associare, per via della sua totale “apatia intersezionale”. Se si trattasse di un’intersezione si comporterebbe sociopaticamente rispetto all’atmosfera che attraversa (si veda Intersezione Togliatti) alienandosene definitivamente. Invece no, in questo caso siamo pienamente all’interno di una precisa emotività fortemente deantropizzata, scarsamente dotata di strutture umane visibili (ci riferiamo prioritariamente a case e ad automobili parcheggiate).
Tubolarità e deantropizzazione sono sicuramente gli attributi che più caratterizzano questa varietà dimensionale che ci costringe, al massimo, entro due sensi di marcia.
Tutti gli spazi (e superfici) sono varietà dimensionali. Ufociclisticamente ci curiamo di evidenziare solo quelli d’ordine inferiore (1 e 2) per via della loro forza imperativa. Cosa puoi fare entro una varietà dimensionale del tipo 2? Avanza! Arretra! Procedi di moto uniformemente accelerato! A questo servono un tubo o un tapis roulant: a spingerci quasi ineluttabilmente nelle braccia di qualche apparato posto all’altro capo.
Se si è in cerca di atmosfere molto ben sedimentate, una varietà dimensionale d’ordine inferiore può essere un ottimo indicatore, una sorta d’indicazione stradale.
Ci siamo fermati un attimo perché Cobol ci sta raccontando della sua particolare esperienza con un tubo.

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Nella foto precedente (e nelle due che seguono) siamo sempre su via Labico, con le poche abitazioni che l’arredano. Si ha la netta sensazione di aver definitivamente abbandonato il centro urbano in favore di una zona rurale, con le poche case e casali presenti (bassi e unifamiliari) che ricordano quelli generalmente rintracciabili in provincia.
Percorrendola, via Labico ha ceduto, qua e là, in compattezza concedendosi qualche divagazione traiettoriale. Non ci siamo addentrati, ma abbiamo sorpassato viottoli con grappoletti di casucole che ricordano i centri dei piccoli paesi. Tutta questa zona si presenta come un’enclave molto bella da attraversare, in cui ci si può momentaneamente dimenticare di essere ancora a Roma.

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La sensazione d’abbandono della città dura però molto poco. Dopo alcuni minuti raggiungiamo un punto di visuale che ci consente finalmente di scorgere una più ampia porzione di spazio circostante e di quello a venire. Dopo una così netta cesura col resto della città, ci si para dinnanzi la veduta della zona di villa de Sanctis, con i suoi alti edifici orientati a raggiera: si vedano la foto e la mappa che seguono.

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La visuale sempre da via Labico. Ci siamo fermati in un piccolo slargo da cui è possibile osservare una più ampia porzione di città. Non siamo riusciti a identificare le strutture artistiche o d’arredo presenti sul prato inaccessibile, ma appaiono abbastanza surreali

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Nella mappa è visibile la struttura a raggiera con cui si presenta il quartiere

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Siamo nuovamente sulla penisola spartitraffico menzionata all’inizio di questo rapporto, ma questa volta stiamo guardando alle nostre spalle, verso via Labico che abbiamo appena percorso e che costituisce un’UDA molto caratteristica, come abbiamo visto. La foto restituisce molto efficacemente l’idea di tubo/nastro trasportatore che abbiamo evocato all’inizio.
Ci immettiamo su via dei Gordiani costeggiando la raggiera di edifici.

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L’apparente impenetrabilità di queste interminabili file di palazzi è tradita da una illusione di trasparenza (vedi foto precedente) che ci da la sensazione di poter osservare l’interno delle abitazioni, come si trattasse di una parete, di uno strato, di tela di iuta.
Per una manciata di secondi restiamo fermi a guardare questa superficie, ipnotizzati, come se dietro l’apparente trama si potessero scorgere le sagome degli occupanti umani, intenti nel dispiegare indisturbati la propria casalinga quotidianità.
L’ufociclista Ora Nel propone una piccola deviazione dal percorso che ci eravamo prefissati in modo da entrare brevemente all’interno di villa de Sanctis. Lì potremo documentare la Luna di Costas Varotsos che troviamo molto bella (immagine che segue) e particolarmente pertinente con la ricognizione ufociclistica.

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Alle spalle della luna c’è un parchetto attrezzato per i bambini. Rileviamo che alcune delle attrezzature paiono molto adatte all’allenamento di cosmonauti in erba, tanto più che il simulacro lunare può facilmente ispirare il gioco, istruendolo involontariamente, verso quello scopo extraatmosferico.
Ritorniamo di poco sui nostri passi (o sarebbe il caso di dire sulle nostre due ruote) e uscendo dalla villa ci sorprende una bella visuale, più prospettica rispetto alle precedenti, del caseggiato a raggiera (foto che segue). Le file di palazzi alleggeriscono il complesso architettonico degradando man mano che si avvicinano all’ipotetico centro in cui i raggi convergono. Il colpo d’occhio, anche grazie alla giornata tersa, è a suo modo piacevole, pur non alterando quella sensazione di trovarsi al cospetto di un tipico alveare umano, tanto diverso dal paesaggio di via Labico che ci siamo lasciati alle spalle.

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Ci avviciniamo ai palazzi. Da questa posizione non sono visibili, ma al di sotto dei filari abitativi, a mo’ di buco di talpa, si aprono dei varchi, dei fori, che spezzano l’apparente monoliticità dell’alveare.

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Eccoci quindi dinanzi al primo varco su via Banal. A Roma la soluzione del ponte incluso in strutture abitative non è molto praticata e quindi, quando incontrata, diviene sempre elemento di curiosità. Riflettiamo sulla frustrazione provata dell’inquilino del primo piano sulla sinistra, circa il ridimensionamento del proprio balcone.

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Giusto il tempo di rendersi conto di una certa varietà nel motivo architettonico dominante (si vedano le tre foto precedenti) che conferma quell’idea di “non troppo dispiacere” rispetto a un così ampio e uniforme complesso abitativo, che avrebbe potuto sicuramente riservare delle brutte sorprese. Giusto il tempo, dicevamo, dato che già ci troviamo dinnanzi il varco d’uscita dell’alveare (foto che segue), intercettato in uno spazio in cui il numero delle abitazioni, e quindi dei passaggi, si assottiglia.
Contiamo di tornare a breve per effettuare un giro più centripeto, laddove i nuclei abitativi, almeno sulla mappa, appaiono più densificati.
Ci scappa un parallelismo con la Via Lattea e la posizione, in essa, del sistema solare. I sottopassi divengono allora dei punti di collasso dello spaziotempo e così via… distorcendo.

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Siamo all’incrocio tra via Banal e via Belmonte Castello dove si apre la piccola via pedonale mostrata nella foto che segue. Il tutto si presenta con una peculiare aria d’incompiuto, con quel minaccioso guard rail lasciato (dimenticato) probabilmente a testimonianza di un tempo in cui questa zona (con ancor meno densità abitativa) si presentava ancor meno conurbata e più selvaggiamente attraversata da indisturbati  flussi automobilistici.
Questa idea fa da trait d’union con quella sensazione d’abbandono della città che avevamo respirato su via Labico. Osservando allora la mappa ci accorgiamo che questa strada è in effetti sempre via Labico, ma con un nome diverso.

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Dalla stradina ciclopedonale si può accedere a un varco del parco Romolo Lombardi (foto che segue) che nel frattempo si è dispiegato sulla nostra strada (nella mappa totale a fine rapporto, il parco Romolo Lombardi è segnato con il nome di giardino Camilli).

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Il pasoliniano varco per il parco Romolo Lombardi

Sappiamo molto poco su questo parco che se osservato da vista aerea appare rosicchiato su tutti i lati da strutture commerciali e industriali come capannoni e tensostrutture, alcune delle quali in stato d’abbandono. Sempre da vista aerea ci si accorge che si tratta di uno spartiacque, un cuscinetto, tra il quartiere Prenestino Labicano e Centocelle. Un pezzo di verde raso al suolo, ridotto a steppa, che resiste alla compressione di due giganteschi quartieri che lo avvolgono. Il transito dall’uno all’altro per via Prenestina (la consolare più utilizzata per questo tipo di passaggio) è invece assolutamente “indolore”, completamente impercepibile, capace di narcotizzare tutte le differenze d’atmosfera che invece il nostro percorso ci sta evidenziando.
Nel percorso fino a questo momento compiuto, il complesso abitativo a raggiera, l’alveare, potrebbe apparire come un separatore. Si tratta di una categoria cartografica simile all’occultatore (incontrato in precedenza), ma opposto di funzione. Cosmeticamente il separatore inscena una discontinuità in uno spazio che discontinuo non è. Le due aree verdi di via Labico e di parco Lombardi possono infatti apparire come un tutt’uno, ma di fatto non è così. Si tratta invece di UDA molto diverse tra loro, esprimenti diverse atmosfere, tenute realmente separate dal complesso abitativo che fino ad ora abbiamo descritto.
L’attraversamento del parco prevede l’immissione su di un viottolo di terra battuta. Anch’esso potrebbe essere letto come una varietà dimensionale, stavolta del tipo 1. Se rigidamente interpretato e intrapreso lo può divenire in effetti, ma di fatto si propone con poca pressione normativa su coloro che lo attraversano. Abbandonarlo in favore del restante spazio circostante è sempre possibile, invertendo la marcia o arricchendola di divagazioni spaziali.

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Siamo dentro il parco Romolo Lombardi e ci siamo appena lasciati alle spalle il varco di via Belmonte Castello. Nella foto è ancora visibile il famoso guard rail

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Il viottolo attraversa il parco simulando una varietà dimensionale d’ordine inferiore. Ma solo di messa in scena si tratta…

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… ecco infatti che un impavido ufociclista ha abbandonato la stradina per fotografare un simbolo avvincente della spettralità del parco

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Qui per sottolineare il concetto di spettralità

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Strutture abbandonate nel parco. Costeggeremo la recinzione in alluminio verso sinistra

Stiamo procedendo a piedi nel parco spingendo a mano le biciclette. Costeggeremo la recinzione in alluminio assecondandola su tre lati.

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Abbiamo raggiunto la fine del lato prima visibile e cammineremo paralleli a quello ora visibile nella foto precedente.

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Ancora intenti a costeggiare il secondo lato della recinzione in metallo. Qui il viottolo inizia a somigliare davvero a una varietà dimensionale d’ordine inferiore

Abbiamo circumnavigato la recinzione e ci troviamo di fronte a uno spettacolare esemplare di quercia (foto che segue).

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Qualcuno l’ha elevata (non senza evidenti ragioni) a tonal del parco, arricchendola con motivi rituali e simbolici che per lo più sfuggono al nostro tentativo d’interpretazione (si vedano le tre prossime foto).

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Procediamo ancora per un centinaio di metri lungo il viottolo come è possibile vedere nella foto successiva…

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… fino a riemergere all’entrata di una struttura sportiva calcistica (foto che segue).

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Attraversiamo il varco e siamo di nuovo in mezzo alla città (foto che segue).

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Alla fine di una discesa ci troviamo su viale della Primavera all’inizio del quartiere Centocelle (foto che segue).
Ufociclisticamente il viottolo, che fin qui ci ha condotti, è uno strappo in quanto passaggio ciclopedonale che connette due UDA (l’abitato a raggiera da una parte e viale della Primavera dall’altra) attraversandone almeno una terza (quella del parco). Gli strappi hanno sempre attributi peculiari data la loro funzione di servizio; si presentano spesso come oggetti decontestualizzati perché accelerano il transito tra atmosfere, consentendo all’attenzione di chi li percorre, di restare avvinghiata al contesto del passaggio, cioè dell’UDA attraversata. Su un piano formale lo strappo è la funzione inversa dell’intersezione.
A differenza dell’occultatore, invece, lo strappo non cela gli elementi di progressivo mutamento del passaggio, ma li velocizza cineticamente tanto da renderli appena percepibili e distinguibili.

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Viale della Primavera: un’altra UDA

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La mappa completa. Qui molto ingrandita

Torniamo quindi alla questione iniziale dettagliando anche meglio la collocazione degli oggetti e delle relazioni sulla mappa.
Per oggetti intendiamo qui gli oggetti cartografici, omettendo il concetto più completo di oggetto sequenza che però al momento non ci torna utile approfondire.
Per relazioni intendiamo, invece, gli effetti di senso che si producono dalla messa in struttura degli oggetti.
Fino a questo momento abbiamo elaborato i seguenti modi  per mettere in struttura gli oggetti:
vicinanza a;
contatto con;
allineamento a;
inclusione in;
prossimità da (allontanamento);
in successione;
in opposizione a.
Uno strappo, ad esempio, crea una relazione di “vicinanza a” che ovviamente non è geografica, ma relativa alla struttura. Un tipico modo di rappresentare ufociclisticamente lo strappo è, sempre ad esempio, quello di elidere la UDA di servizio (discontinuità eliminabile) congiungendo le due UDA di partenza e di arrivo. Ciò crea sicuramente confusione, ma in tali casi va rammentato sempre che le mappe ufociclistiche non vengono elaborate per orientare (per quello esistono già le mappe comuni), ma per “produrre” atmosfere o se si preferisce campi (per questo approfondimento di può vedere il testo UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria).
In ogni caso, una mappa ufociclistica fatta con tutti i crismi non si pone l’esigenza di orientare, ma di descrivere l’irrappresentabile, approssimandocisi il più possibile.
Atmosfere e conflitti atmosferici, ma anche campi e strutture soggiacenti, sono concetti difficilmente trascrivibili, quindi la mappa ufociclistica si concede libertà figurative e narrative che non asservono necessariamente altri scopi (l’orientamento ad esempio).
Nelle mappe ufociclistiche è più importante ciò che non si vede che ciò che è già visto o è visibile a tutti.

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L’immagine precedente si riferisce alla rappresentazione (poco accurata perché solo esemplificativa) dello strappo prodotto dal viottolo del parco Romolo Lombardi. Il tensore, che non rappresenta un oggetto reale ma una semplice funzione, sta a indicare l’avvenuta implosione dello spazio a opera dello strappo.
Questo tipo di descrizione è tuttavia poco utilizzata (o utilizzata prevalentemente come ricombinazione conclusiva di una mappa definitiva), giacché si preferisce coniugare in una unica rappresentazione grafica la funzione orientativa e la funzione combinatoria. Per questa ragione, nel tempo, l’implosione (detta tecnicamente permutazione) è stata sostituita dall’uso di icone.
Torniamo nuovamente alla mappa completa.
In arancione abbiamo segnato il percorso effettuato da via dell’Acqua Bullicante a viale della Primavera. Degli oggetti indicati gli unici di cui non abbiamo ancora dato conto sono:
– il totem d’incongrenza (tensostruttura);
– lo psico-dissuasore;
– la affordance attrattiva (un cancello spalancato).
Dato che nell’UDA del parco abbiamo rintracciato il tonal (la quercia), di conseguenza deduciamo l’esistenza di un totem, posto in struttura come “in opposizione a” al primo. Si tratta dei due oggetti, aventi funzione inversa: i più rappresentativi di un’UDA. L’equilibrio e la pressione atmosferiche di quest’ultima (si veda: Under the UDA), dipendono principalmente dalla funzione aggregatrice e da quella dissipatrice di questi due oggetti. Per il momento non ci soffermiamo oltre su tale opposizione dato che essa torna spessissimo nei nostri rapporti e quindi può essere altrimenti approfondita.
Lo psico-dissuasore c’entra ben poco con questa storia, ma vale la pena menzionarlo.
Poco dopo l’inizio di via Labaro, nel senso di marcia della nostra ricognizione, ci si imbatte in uno slargo aperto, tagliato da un viottolo (si veda la foto seguente).

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C’è un cancello, ma come si può vedere non chiude nulla. Anzi! Si tratta a tutti gli effetti di un’affordance attrattiva, che esplicitamente produce una relazione di “contatto con“.
Quella che ci interessa è la stradina a destra visibile sempre nella foto precedente.
Non l’avevamo mai attraversata e volevamo scoprire se potesse funzionare da strappo o scorciatoia, supponendo fosse capace di mettere in contatto via Labico con via Casilina o spazi ad essa limitrofi. In effetti l’ipotesi è corretta (si veda la mappa che segue).

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Le affordance attrattive sono irresistibili per chiunque, ma ancor più per un ciclista urbano in cerca di propulsori spaziotempo. L’idea che la bicicletta sia un ottimo segugio di questo tipo di varchi è davvero eccitante ed è, per molti ufociclisti e ciclisti urbani, motivo di passione per il ciclomezzo. Figuriamoci quindi se potevamo sottrarci a tale invito all’uso.

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Il viottolo su cui ci siamo appena immessi

Comunque sia, percorsa la strada come illustrato dalla linea arancione nella mappa precedente, ci ritroviamo in un piccolo piazzale su cui, tra le altre cose, si apre l’entrata di un esercizio non meglio identificato, visibile nella mappa come edifici color grigio/viola (i colori sono della mappa originale e non hanno alcuna connessione con il tenore atmosferico rilevato mediante strumenti cromatici ufociclisti che tra poco incontreremo).

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L’uscita dal viottolo. Davanti a noi, in fondo alla discesa, c’è via Casilina. Alle nostre spalle il viottolo che abbiamo appena attraversato

Qui un uomo dai modi non cortesissimi c’intima di andare via, dato che abbiamo, a suo modo di vedere, già violato la sua proprietà privata attraversano la strada in terra battuta e brecciolino.
L’ufociclista Ignazio Stelletsky vorrebbe restare lì a intavolar polemiche, ma preferiamo rimandare la questione per non distrarci dalla ricognizione. Riprendiamo quindi via Casilina e torniamo al punto di partenza. Per quel che riguarda la stradina, si tratta decisamente di uno strappo.
Dicevamo che questa piccola storia vale la pena d’essere raccontata, poiché a Roma, ma forse in ogni città, questi spazi caratterizzati da edilizie ambigue, collocate su terreni di cui non si capisce bene la proprietà (spesso demaniali ma completamente dimenticati dal governo della città), producono sempre questo tipo di situazioni. In questi luoghi c’è sempre qualcuno o qualcosa che “aleggia” e che se vede che hai una macchinetta fotografica in mano, si prende il mal di pancia di venirti a psico-dissuadere, con metodi più o meno intimidatori, spesso sostenendo che lì è vietato fare foto o semplicemente stazionare. Ci è accaduto moltissime volte e, cani a parte, si tratta di uno degli inconvenienti più ricorrenti delle ricognizioni. Si tratta di un elemento da tener presente quando si esplora millimetricamente il tessuto urbano.
La città ideale sembra sempre più quella in cui tutti, nel bene e nel male, si fanno gli affari propri, senza farsi domande, percorrendo le strade note e illuminate: le “ciclabili dell’indifferenza”, le definiamo, non senza tradire una velata polemica verso le piste ciclabili tout court. Se alla fine nessuno si fa più domande, uno può anche decidere arbitrariamente (non necessariamente in questo caso, ma come riflessione generale), decidere che un pezzo di città è suo, che una strada gli appartiene, che se non c’è una ciclabile tu in bici non puoi circolare, esercitando anche dissuasione più o meno violenta.
Si tratta a tutti gli effetti di zone d’interferenza, di miscelazione di più atmosfere, (molto interessanti tra l’altro) in cui si producono atteggiamenti bizzarri e, a volte, molesti. Nelle zone d’interferenza c’è spesso qualcuno che ha qualcosa da “nascondere”, da non mostrare, e che vede nell’altro solo un impiccione o un impiccio.

Torniamo quindi alla mappa. Ci resta da spiegare la relazione messa in scena dal conflitto atmosferico di tipo 2, prodotto dal fronteggiarsi delle isobare (linee che indicano la stessa pressione o dominante atmosferica) nella zona tra via Labico e via dei Gordiani (vedi l’immagine che segue: le linee verdi).

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I fronti atmosferici al momento ci interessano poco al di fuori della loro rappresentazione grafica.
Il conflitto di tipo 2 (quello che in questo caso le isobare evidenziano) è anche definibile come “conflitto in sé” (contrapposto al “conflitto per sé” rappresentato dal tipo 1), e riguarda una condizione non pilotata di conflittualità, che si innesca in modo spontaneo sul limite di congiunzione delle UDA confinanti (zone d’interferenza).
Quello che ci pare più urgente sottolineare è invece cosa questo tipo di conflitto lascia emergere: più precisamente a delinearsi, dapprima come costellazione di oggetti, è proprio l’UDA del complesso a raggiera, l’alveare, che in questo caso si pone come struttura soggiacente. In altre condizioni, in mancanza di un “in opposizione a” con l’UDA di via Labico, con cui la stiamo mettendo in relazione, essa non sarebbe visibile.

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Struttura soggiacente e definizione cromatica dell’UDA dell’alveare a raggiera

Mentre l’UDA generata da via Labico è autonomamente sensibile, perché molto ben sedimentata e, nonostante l’occultatore di via Policastro, nettamente percepibile rispetto al resto circostante della città, quella delle abitazioni a raggiera scomparirebbe all’interno di un panorama tutto sommato omogeneo. Perderemmo così un interessante fronte di conflitto atmosferico, contribuendo a perpetrare un’immagine più indistinta e opacizzata di città. Un’immagine a suo modo statica, a bassissima risoluzione.
L’intuizione sull’esistenza di una struttura soggiacente, invece, ci consente di dettagliare e di cogliere possibili punti di pressione esistenti sul tessuto cittadino, da eventualmente stimolare per transitare da un conflitto atmosferico di tipo 2 a uno di tipo 1: dal conflitto in sé al conflitto per sé.
Nella mappa sopra abbiamo quindi evidenziato il tipo di struttura emersa, dettagliando anche il tipo di atmosfera che consiliarmente abbiamo percepito nell’UDA specifica mediante Tavola cromatica degli stati d’animo.
Il colore su cui i tre ufociclisti si sono sincronizzati emotivamente è il 14 (hex f2e20e) del cluster 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile scioccante”. Ci pare molto adeguata come descrizione emotiva di questa zona che si presenta ancora variabile nella sua definizione atmosferica: a suo modo vivace.
Sicuramente sarebbe il caso di definire, sempre mediante tavola degli stati d’animo, l’UDA di via Labico, così da coglierne meglio i fronti di conflitto atmosferico, ma al momento non ci pare cosa così urgente da fare (le differenze sono sensibili) e lasciamo che a farlo sia, eventualmente, qualcun altro.
Un esempio interessante d’applicazione di valori cromatici alle UDA lo si può trovare in questa ricognizione oppure in quest’altra.
Non si faccia troppo caso alla perimetrazione delle UDA che nella mappa sopra sono solo indicative e non corrispondono esattamente a una rilevazione precisa dei bordi dell’UDA.

Ci lasciamo con uno stereogramma molto bello su cui, nel frattempo, abbiamo fiducia abbiate fatto molta pratica.

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* Si ringraziano i camminatori dell’iniziativa “La festa di Roma” che il 1/1/2020 hanno attraversato Roma-est venendo intercettati, nel quartiere Quarticciolo, da un ufociclista.
Durante quella deriva si è attraversato il parco Romolo Lombardi che non avevamo mai camminato o pedalato.
A postilla del tutto decontestualizzata aggiungiamo allora una foto scattata durante quella camminata nel quartiere del Quarticciolo:

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Si tratta di uno scooter (probabilmente abbandonato) nel cui bauletto è stato recapitato un masso di cemento. Un buon esempio di trasformazione di un veicolo a motore in una cuspide di quartiere. Le cuspidi sono sempre supporti di memoria.
Molto bella.

UfoBiciclettata: odissea per lo spazio – Bologna 26/10/2019

Questo rapporto rimane aperto per qualsiasi intervento, correzione e integrazione i partecipanti alla UfoBiciclettata vogliano apportare.

Guardando per la prima volta, molti anni fa, 2001: odissea nello spazio, non avremmo mai potuto immaginare che la predizione di Kubrick si sarebbe trasformata in una condizione permanente delle città centrifughe, sempre più sparpaglianti e disperdenti. Già l’urbanista Virilio aveva intuito, definendola dromologia, che la condizione di continuo spostamento, di transizione perenne, era misura stessa della accelerata violenza contemporanea.
Gli sgomberi falcidianti di luoghi sociali e di occupazioni abitative divengono il propulsore di una politica basata sulle emergenze che crea “nomadi funzionali” per poi poterli additarli come emergenza sociale.
Lo stato emergenziale s’incarna nelle emergenze che produce.

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Dal 6 agosto 2019 l’odissea per lo spazio è condizione permanente anche per l’XM24, spazio sociale a Bologna, che da mesi è costretto a confrontarsi col governo parolaio della città, onde rimettere al centro delle sue priorità l’individuazione di uno spazio collettivo, di un tetto condiviso, per compagn*, collettivi, progetti che nello spazio di via Fioravanti avevano trovato la propria dimora comune.
L’UfoBiciclettata di sabato (indetta da XM24, dai collettivi e dalle realtà che lo compongono, nonché da tutti coloro che lo amano) ha avuto allora il senso di tenere alta l’attenzione su questa esigenza cittadina, portando in strada centinaia di persone che voglio che l’XM24 si ricomponga, che le sue estensioni ora centrifugate, convergano nuovamente in un unico corpo solidale. Velocemente, giacché l’esigenza è di tanti.
Ogni tappa della pedalata rappresenta un luogo individuato dall’XM24 come possibile e desiderabile nuova sede del progetto. Su tali proposte il comune o non ha fornito ragioni valide che ne impedirebbero l’assegnazione definitiva. Ma a tutt’oggi nulla s’è fatto.
Per quel che riguarda l’aspetto immediatamente rivendicativo dell’evento (gli interventi dei gruppi e dei collettivi intervenuti) rimandiamo a questo link di Zeroincondotta.

Quello che segue è il rapporto ufociclistico sulla UfoBiciclettata.

L’appuntamento era in via Fioravanti (quartiere Bolognina, ex XM24) alle ore 15.00, proprio laddove ora c’è un cantiere blindato.

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Il punto di raccolta prima del corteo che ha attraversato il quartiere della Bolognina

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Di nuovo un’immagine del presidio. In alto il sol dell’avvenire, mentre tutto attorno la grigiastra colorazione del “nulla che avanza”. In lontananza sono visibili pezzi di nulla che ritinteggiano (color overlay) le atmosfere che un tempo furono tratteggiate da XM24.

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Eccolo quindi ciò che al momento rimane dell’XM24: un muro-metallo, invalicabile anche semplicemente alla vista. Un po’ come se l’XM24 avesse pudore a mostrare la propria triste trasformazione.

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Se l’ex XM24 ha rappresentato un tonal capace per molti anni di mantenere attiva una certa colorazione su tutto lo spazio circostante, è il caso di cercare il o i totem d’incongruenza che nello stesso periodo avranno costantemente eroso quelle stesse atmosfere, producendo, prima sotterraneamente poi via via in modo sempre più palese, la condizione attuale. Le UDA prodotte dai tonal, come sappiamo, emergono dalla somma zero tra forze che compattano atmosfericamente e altre che scompattano l’integrità atmosferica di un luogo. In ogni spazio, per celato o mitigato che possa essere, esiste sempre un conflitto atmosferico (del tipo 1) la cui risultate è il carattere dell’UDA stessa.
Ci basta volgere lo sguardo e allontanarci di poco dall’ex XM24 per individuare i totem. Raramente una contrapposizione di atmosfere (un conflitto atmosferico) appare così iconica: emblematica. Da una piatta distesa emergono le torri “pixelate” che con “sfacciataggine” propagano la propria atmosfera a detrimento di quella in precedenza sedimentata.

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I totem d’incongruenza che letteralmente assediano l’ex XM24

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Ci paiono a loro modo belle, a tratti inquietanti, già equipaggiate di un’involucro disindividuante che ne rende difficilmente identificabile struttura e atmosfera elargita. Si tratta di totem che dissimulano ricombinandosi, onde spiazzare e confondere. Possibili tecniche di mimetismo di cui l’UfoCiclismo sta al momento approfondendo la funzione.

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Ancora totem che accerchiano l’ex XM24, finendo per inglobarlo e poi risucchiarlo

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Qui i totem serrano i ranghi (foto precedente), divengono più compatti, anonimi e riflettenti. Dalla disindividuazione transitiamo verso la “sussunzione”, giacché osservando da vicino le strutture esse ci restituiscono la nostra immagine e la rappresentazione bidimensionale di tutto quanto le circonda.
Decidiamo di verificare se qui nel quartiere della Bolognina questa evidente contrapposizione d’atmosfere (conflitto atmosferico) sia un caso isolato o se la tracce di tale opposizione sono rintracciabili anche altrove.

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Nella doppia immagine precedente ci troviamo in via della Corticella a circa 800 metri da via Fioravanti, sempre alla Bolognina. Posti l’uno di fronte l’altro troviamo i due edifici che ripropongono esattamente la contrapposizione prima individuata. Si tratta di due attrattori esprimenti due diversi (e radicalmente opposti) tipi di atmosfera. Ancora più sorprendente: qui l’edificio con la pelle disindividuante è quello che esprime l’emozione più prossima all’XM24, mentre l’edificio postmoderno appare granitico e monolitico: “tutto d’un pezzo”.
Quest’inversione di funzioni evidenzia una diversa “strategia” operata in diversi contesti temporali. Qui in via della Corticella l’attrattore postmoderno si presenta come un “alieno” (alieno al contesto) e per questo corazzato, impenetrabile, mentre l’attrattore disindividuante, evidentemente ancora a suo agio in queste circostanze antropiche, può permettersi di “giocare” su una pluralità di set cromatici che compongono infine la tonalizzazione.
In via Fioravanti la situazione è ribaltata, con gli attrattori postmoderni transitati dapprima per il ruolo di psico-dissuasori, divenuti poi totem, e oggi candidati a nuovi tonal, una volta che anche le ultime tracce dell’ex XM24 saranno definitivamente rimosse. Qui, i totem possono ostentare con audacia un immagine meno compatta, addirittura cangiante: segno che la battaglia combattuta, traguarda ormai verso un esito a loro definitivamente favorevole.

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Ecco, nell’immagine precedente, di nuovo il medesimo conflitto d’atmosfere: la locandina dell’iniziativa col cosmonauta in bicicletta, contrapposta all’estasi catatonica dell’astronauta abbagliata dal luccicante nulla che avanza (l’affissione è sempre nel quartiere Bolognina, adiacente ai due attrattori sopra descritti). Il futuro, il medesimo, tematizzato in modo così sorprendentemente simile, ha la forma del nulla che si cela dietro il roboante, quanto vuoto, abbaglio di una non meglio precisata evoluzione.
Nuovamente, rimaniamo interdetti dall’esplicita dialettica con cui in questa parte dalla città si affrontano egemonie atmosferiche mediante medesime, ricorrenti, metafore e narrazioni.

Ci siamo allontanati di pochi metri, ma torniamo sui nostri passi in via della Corticella per documentare una cuspide (foto che segue). Si tratta di una bacheca cittadina, un supporto di memoria ancora non del tutto in disuso. I supporti di memoria, assieme a tanti altri oggetti componenti un’UDA, sono sempre cuspidi, “condensatori archeologici” (o se si preferisce dei sedimenti), che raccontano qualcosa sulla storia dell’UDA stessa.

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Supporto di memoria non digitale

Anche se in questo caso il messaggio è di continuo rinnovato (non rinveniamo antiche scritture) e aggiornato (in una sorta di perenne rimozione della memoria o se si preferisce, di riscrittura) è il medium stesso che in questa circostanza ci interessa: la sua funzione di tramite corale, sedimento di identità locale e collettiva.
Ne approfittiamo per creare una contrapposizione esemplificativa inserendo di seguito una foto scattata qualche tempo fa a Roma, durante una ricognizione su via Nomentana:

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Supporto di memoria non digitale. Nessun messaggio sacro oggi nella casella mnemonica…

Un altro supporto di memoria, molto diverso dal precedente. In questo caso si tratta di qualcosa che potremo preliminarmente definire come “cuspide esomediatrice” (per il concetto di esomediatore si legga questo rapporto) il cui esito spoglio (la “casella vocale” vuota) ripropone la medesima opposizione con l’UDA contattistica che nel rapporto sopra citato abbiamo già ampiamente esplorato. Una cuspide, in quanto cumulo indifferenziato, ha spesso espliciti caratteri contattistici, se non altro di prossimità tra i messaggi interspecifici che veicola. In questa prossimità spesso si creano interessantissimi cortocircuiti contenutistici e “rimescolamento genetico”: innovazione. La “cuspide esomediatrice” (sempre intraspecifica) fa eccezione a tutto ciò, gerarchizzando il messaggio attraverso la riduzione d’ampiezza di gamma dei contenuti e mediante il demiurgo che opera come un moderatore.
Tuttavia essa è, almeno in questo caso, violabile e hackerabile.

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Nella mappa precedente (qui per ingrandire in una visione più generale) presentiamo schematicamente la situazione fino a ora narrata: l’ex tonal XM24 e l’accerchiamento dei totem che sta occupando e ricolorando lo spazio circostante, un tempo d’influenza dello spazio sociale. Poco lontano, si vedono i due attrattori di via della Corticella.

Finalmente la massa critica di ciclisti urbani si mette in moto percorrendo tutta via Fioravanti fino a via de’ Caracci.

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La massa critica su via de’ Caracci

Da qui i ciclisti raggiungono via Francesco Zanardi dove, al civico 28, risiede il primo spazio individuato dall’XM24 come possibile nuova collocazione dello spazio sociale: una sede abbandonata delle poste.

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La massa critica giunge fino alla ex sede delle poste abbandonata ormai da trent’anni

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Ecco l’edificio in questione

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Ancora dinanzi la sede abbandonata delle poste. I fumogeni sono utilizzati come tecnica di color overlay per ritonalizzare (si veda anche: Come si ritonalizza una zona rossa) momentaneamente un luogo, uno spazio, un’UDA.

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Nell’immagine precedente: il cartello spannometrico indica (da questo punto, dal civico 28) i minuti necessari per raggiungere a piedi l’improbabile stabile proposto dall’amministrazione comunale come nuova sede dell’XM24.
Nuovamente si ripropone la strategia centrifuga (l’odissea nello spazio) che tende sempre più ad allontanare dalla città tutto ciò che appare come non funzionale, non beceramente produttivo e non ostile alle strategie espellenti del decoro.

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La sede abbandonata delle poste è un attrattore qui segnalato sulla mappa

La massa critica si sposta nuovamente all’indirizzo del prossimo attrattore individuato come possibile sede per l’XM24 (alla fine del rapporto è presenta la mappa sintetica con l’intero percorso pedalato e tutti gli attrattori intercettati).
Prima di raggiungerlo la massa s’imbatte nella rotonda di via Marco Polo, una piattaforma girevole.
Nel sistema d’equilibri di una UDA, ma anche più semplicemente tra gli oggetti che compongono il tessuto cittadino, le piattaforme girevoli hanno una funzione centrifuga, sparpagliatrice. Non a caso quando una massa critica ne incontra una, inizia a orbitarci attorno, compattamente, onde mantenere integri i propri vincoli solidali e solidaristici (si veda anche: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli).

Dopo una breve pedalata e qualche altra piattaforma girevole sfidata (Bologna pare essere stracolma di rotonde, o almeno lo è questa parte della città), la massa critica è giunta in via Bignardi, all’indirizzo di un capannone abbandonato ormai da vent’anni.

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La mappa rappresenta la seconda tappa, il secondo attrattore e la piattaforma girevole di cui abbiamo appena parlato

Ne approfittiamo per documentare la moltitudine della massa critica: la larga partecipazione che l’UfoBiciclettata ha raccolto in risposta alla chiamata di XM24.

Ci si sposta nuovamente attraversando ancora un pezzo di Bolognina con l’obbiettivo di raggiungere le casette dell’ippodromo in via dell’Arcoveggio.
La massa critica non perde pezzi e arriva compatta fino al nuovo attrattore.

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La collocazione del terzo attrattore

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Psico-dissuasori in via dell’Arcoveggio

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Nella foto precedente di nuovo un fumogeno rosso per ritonalizzare l’attrattore. La tonalizzazione temporanea serve anche per mostrare agli astanti come sarebbe un oggetto cittadino se trasformato in qualcosa d’altro (design atmosferico) rispetto a ciò che attualmente è. Allo stesso tempo è possibile cogliere preventivamente come sarebbe l’atmosfera emessa qualora l’attrattore divenisse il tonal, di quello spazio, dell’UDA (ci si riferisca alla Tavola cromatica degli stati d’animo).
La pratica ricorda (nel caso dei fumogeni color rosso l’esempio è tanto più calzante) quella pratica tanto in voga tra i ragazzini degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta che scartata la caramella Rossana, osservavano ciò che li circondava mediante il filtro rosso della sua plastica avvolgente, stupendosi di come tanti oggetti del mondo svanissero, mentre tanti altri emergessero dallo sfondo.
Il quarto attrattore è la Caserma Sani in via Ferrarese.

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L’attrattore caserma Sani

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La massa critica è giunta in via Ferrarese

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Sempre in via Ferrarese, uno dei momenti assembleari in cui militanti, collettivi e associazioni uniti nella lotta per lo spazio dell’XM24 sono intervenuti (qui per ascoltare lo streaming gli interventi).
La massa critica si rimette in moto.
Ultima tappa dell’UfoBiciclettata: via Bigari, sede di un (sedicente) museo dei trasporti, luogo ristrutturato e mai aperto al pubblico.

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L’attrattore museo

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La massa critica è giunta in via Bigari

Come per quasi tutti gli attrattori visitati, anche questo di via Bigari è protetto da un possente psico-dissuasore, un grosso cancello che impedisce l’entrata alla massa critica.
Come ogni oggetto contenuto nelle UDA anche lo psico-dissuasore può essere silenziato nella sua funzione. Le strategie cambiano a seconda del tipo di psico-dissuasore, ma generalmente esse fanno ricorso ad una sorta di “spinta psichica” propria della massa critica. In altri rapporti di ricognizioni, ad esempio, lo abbiamo visto a proposito dei sottopassi (nell’esempio che segue ci troviamo a Roma):

Nel caso di uno psico-dissuasore cancello ovviamente la strategia è diversa ed essa  muta anche a seconda dell’evenienza che il portale sia chiuso o semplicemente accostato. Nel caso di un cancello aperto si parla invece di affordance attrattiva. Ma non è questo il caso.

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Una veduta del museo di via Bigari al di qua dello psico-dissuasore

Il primo tentativo della massa critica per silenziare lo psico-dissuasore è quello di ritonalizzarlo (tentativo visibile nella foto precedente). Di fatto, la ritonalizzazione non è una funzione propria del dominio degli psico-dissuasori anche se in alcuni casi (ad esempio per ripararsi da uno psico-dissuasore “cane inferocito”) a volte può accidentalmente funzionare; come abbiamo visto essa è una funzione del dominio conflitto atmosferico (una funzione temporanea nei casi visti, ma la ritonalizzazione punta sempre a essere permanente (come nel caso, ad esempio, dell’azione di Non una di meno rispetto la statua commemorativa di Montanelli).
La massa critica a questo punto deve ricorrere ad altre strategie. Mentre il ciclo sound system mobile (che ha accompagnato tutta l’UfoBiciclettata con musica, mettendosi di volta in volta a disposizione degli interventi) elargisce un suono sempre più incalzante, la massa critica inizia a ululare (come tra l’altro mostrato nel caso del video precedente concernente gli psico-dissuasori sottopassi), scampanellare, fischiare, sferragliare. A quel punto la pressione psichica, la spinta, diviene tanto insostenibile per lo psico-dissuasore da indurlo a spegnersi, nel boato generale dell’esaltazione della massa critica.
Lo psico-dissuasore tutto d’un tratto s’è smaterializzato, lasciando il posto ad una affordance attrattiva: un cancello spalancato.
Le affordance attrattive sono delle seduzioni irresistibili per la massa critica che quindi non può far altro che entrare, meravigliata ed estasiata dalla bellezza dello spazio che le si para innanzi. E’ un peccato che un luogo così bello sia da anni chiuso, sottratto al pubblico godimento, celato e asserragliato dietro omertosità e ostili psico-dissuasori.
La massa critica dà quindi luogo a un’occupazione temporanea, che consente a tutti, almeno per una volta, di usufruire di questo luogo e di ammirare più da vicino la sua bellezza.
E’ già sera.

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La massa critica non ha resistito al richiamo della affordance attrattiva e ora è all’interno dello spazio esterno del museo di via Bigari

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Ancora all’interno dell’attrattore. A terra sono visibili le rotaie di questo spazio adiacente la ferrovia

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All’interno dell’attrattore la massa critica improvvisa una festa. Dal ciclo sound system mobile parte un bellissimo free style (ascoltabile qui) che coinvolge tutti gli astanti.
Qualcuno issa un eloquente striscione:

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Lo striscione “L’altra città si scatena”

Dopo aver vissuto quell’esperienza, la massa critica abbandonerà il museo “dimenticato”, ma non prima d’aver urlato ad alta voce che quello sarebbe il posto ideale per l’XM24 e per tutte le realtà che esso abbraccia e che in questi anni si sono incontrate sotto quel comune tetto. Sono tanti a chiederlo. Sono tanti a chiedere che l’esperienza dell’XM24, continui a dare voce anche a un’altra idea di città: l’altra città.

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Una lunga fila di ufociclette (foto sopra) assiste alla festa e alla liberazione temporanea di quello spazio, divenuto per l’occasione un’UDA temporanea (per le UDA temporanee si veda anche: Le UDA armoniche).
Sarebbe bello compiere una ricognizione approfondita in questo spazio in cerca di tonal, di totem, di attrattori e di quant’altro. Ma la festa incalza e l’UDA è solo momentanea, cangiante, mutante, e destinata a tornare velocemente un attrattore protetto dal suo psico-dissuasore, non appena la massa critica l’avrà abbandonata.

La Murga, che ha aperto il corteo, intona nuovamente il suo ritmo tribale, guidando la massa critica fuori dall’UDA temporanea.
Viene rimesso in funzione lo psico-dissuasore (il cancello viene serrato).
Sarà ora la città a decidere se questo spazio dovrà essere riconsegnato realmente alla collettività o tenuto in ostaggio del nulla.
La massa critica è di nuovo in strada e giunge velocemente a piazza dell’Unità ancora eccitata e festante.

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Il termine della UfoBiciclettata a piazza dell’Unità

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Qui la mappa completa ingrandita

 

 

 

Decoro e funzione repressiva dell’ambientalismo

di Cobol

Il riferimento al decoro assume sempre più peso e rilevanza nella comunicazione e nella definizione degli spazi urbani contemporanei, sommandosi ad altri operatori logistici come le zone rosse, i daspo, il design ostile (si veda anche la XVI ricognizione ufociclistica), che proceduralmente funzionano in maniera molto simile.
Questo tipo di operatori sostituiscono il “piano regolatore” con strumenti situazionali ed emergenziali.
Il decoro è un operatore logistico movimentatore, con funzione d’aggregazione, nonostante esso operi in maniera apparentemente (o preventivamente) centrifuga (ovvero come disgregatore e dissipatore). Questo perché è per lo più coppia con l’oggetto cuspide che ne costituisce l’esito e che, in maniera del tutto generale, si comporta come un aggregatore.
Ma procediamo con ordine.

Il decoro è ovviamente un precetto che esprime un preciso giudizio di valore.
Da atteggiamento mentale (un po’ odioso perché già solo come espressione si presenta in modo sibillino, fin troppo soggettivo) si traduce in concrete azioni di polizia, sorveglianza, rimozione, deportazione, traslazione, trasformando geometricamente lo spazio urbano e definendo in modo somatico il suo design atmosferico (l’atmosfera disegnata-imposta in un’UDA). Altri esempi di decoro sono: l’allontanamento dei volatili tramite psico-dissuasori (versi di predatori rapaci generalmente), il quadro svedese (ma in generale molti attrezzi ginnici), il decespugliatore (quelli a motore funzionano anche da fronte sonico urticante costituendo delle UDA armoniche ostili), la derattizzazione, la tavola da stiro (la coppia che istituisce col ferro elettrico), lo scrub, la depilazione, le pulizie domestiche, il salotto piccolo borghese eccetera. Anche alcune delle cosiddette sottoculture possono essere considerate esempi di decoro, nel loro circoscrivere, uniformare ed espellere.
Nella definizione del sostantivo si legge: “Dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria” (da Treccani). Il decoro ha quindi immediatamente a che fare con l’uniformità del singolo o di un gruppo ad una categoria sociale (ma anche ad una classe sociale). La dignità, spesso elevata a condizione basilare dell’esistenza (la dignità dell’essere umano), diviene, attraverso la mediazione del decoro, un processo d’approssimazione coatto a un modello di parte, scambiato come referente universale.
La sua efficacia egemonica oggi diviene tanto più “indiscutibile” data la sua capacità d’infiltrarsi nella “retorica” dell’emergenza ambientale che attualmente stiamo vivendo. In questo senso, l’ambientalismo si sta trasformando sempre più in uno strumento virtuale di repressione (resosi disponibile alla repressione, tanto nella sua versione critica che negazionista). Non si tratta ovviamente di non cogliere l’urgenza e l’impellenza dello sguardo ambientalista, dell’approccio ecologico, ma di sottolineare immediatamente il loro possibile reimpiego e la loro messa a valore, se non aggiornati alla (se non schermati contro le) più attuali strategie di dominio.
Cosa è decoroso? Chi mai potrà dirlo con esattezza? Qualcosa forse che somiglia al pragmatismo della Critica del Giudizio kantiana: la “resa” della ratio illuministica.
Non sappiamo cosa sia il decoro, ma possiamo misurarne gli effetti e la portata. Questi si concretizzano in azioni pratiche come ad esempio l’allontanamento di soggetti non graditi da luoghi ritenuti peculiari, l’imposizione di comportamenti rivolti a fasce sociali che, pur non socialmente pericolose, tendono a essere livellate e uniformate (colpite) su atteggiamenti e comportamenti “voluttuari” (vestiario, atteggiamento corporale e posturale, espressioni gergali, prossemica, esternazione d’opinioni eccetera). Il decoro diviene quindi un movimentatore, in cui gli unici referenti materiali sono i soggetti deportati, allontanati (da luoghi e/o da se stessi – alienati) e gli spazi residecorosi“, generalmente asetticizzati, ad opera della proscrizione. Una traslazione di corpi, quindi, e l’impostazione di un color overlay atmosferico spesso virato sul rosso (le zone rosse) anche se non necessariamente.
Questa è la funzione primaria, centrifuga, del decoro.

Lo spostamento-allontanamento di biomasse da spazi selezionati per esperimenti di design atmosferico radicale, è solo il primo stadio del funzionamento del decoro. Come operatore esso lavora necessariamente in coppia con oggetti componenti lo spazio antropico che sono, per così dire, il suo bersaglio.
Una coppia tipica è allora quella decoro cuspide dato che a ogni traslazione corrisponde una nuova stratificazione. Detto in termini antropici: a ogni espulsione corrisponde la formazione o l’allargamento di una comunità fisica e psichica. Le cuspidi rappresentato proprio questo tipo di accumulazione di tratti materiali (corpi e oggetti) e di tratti psichici (stratificazioni di storie e memorie personali).
Una cuspide materiale, sedimentaria, è, ad esempio, una discarica informale (si veda anche L’UDA Torre Maura), mentre una “discarica psichica” è, sempre ad esempio, ben rappresentata da alcuni spazi che tendono a raccogliere e compattare l’emarginazione e il malessere psichico (si veda La cuspide preneste).
La cuspide è lo “ambito archeologico” in cui opera l’ufociclista intento a percepire l’atmosfera preponderante di un’UDA; ad accertarne il risultato finale coagulato nel design atmosferico (disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’unpleasant design).
Il secondo stadio del decoro corrisponde allora alla creazione o alla espansione di una cuspide.
Questa è la funzione secondaria, centripeta, del decoro.
In questo senso, esso è un formidabile alimentatore di cuspidi, secondo quel principio d’espansione e di successiva aggregazione che interessa universalmente fenomeni fisici e fenomeni sociali.
La coppia decoro-cuspide è quindi paragonabile all’espansione di una supernova, alla creazione di un disco protoplanetario e, alla fine, alla concrezione dei planetesimi.

Prima di capire come eludere il decoro, quindi, poniamoci una domanda per cui abbiamo già elaborato una possibile risposta. Come si silenzia una cuspide?
Ovviamente silenziare una cuspide è una scelta situazionale. Le cuspidi sono inevitabili e anche, spesso, molto utili. Ma possono esistere molti motivi per cui potrebbe essere desiderabile toglierle di mezzo.
Del tutto spontaneamente il lavoro della nettezza urbana negli spazi antropici e un’attività di rimozione di cuspidi. Allo stesso modo gli sgomberi, la dispersione di assembramenti, l’articolo 655 del Codice penale, si pongono nella stessa categoria d’operatori “ecologici” anti-cuspide. In questi ultimi casi si realizza un fenomeno di ricorsione in cui il decoro che ha prodotto o alimentato la cuspide, interviene nuovamente per disgregarla. Qui s’evidenzia con forza e lucidità l’aspetto “illogico” di questo operatore: il suo essere uno strumento di pura rappresaglia e dominio al di là delle motivazioni propagandistiche con cui è argomentato e narrato.
Pare esistere un rapporto diretto tra rimozione delle cuspidi, efficienza della nettezza urbana, esercizio della repressione ed emersione di segmenti di autoritarismo. In maniera sintetica è quindi possibile rilevare l’esistenza di un rapporto di rendimento diretto tra decoro, perdita della memoria ed emersione di forme radicalmente disciplinari di governo (ad esempio il decreto sicurezza).
Se l’idea di una nettezza urbanamilitarizzata” può apparire paradossale, si pensi all’implementazione di strategie di controllo legate al servizio rifiuti (telecamere, codici identificativi eccetera), a come essa coopera con le polizie locali agli sgomberi abitativi e ai mercati rom, alle fortificazioni erette attorno alle isole ecologiche, alla psico-dissuasione e dissuasione fisica operata verso il recupero, sempre in favore dello smaltimento che alimenta il circuito di circolazione delle merci.
Man mano che il concetto di decoro assume vigore organizzativo e logistico, la nettezza urbana si trasforma sempre più in un meccanismo disciplinare, in un sotterraneo dispositivo paramilitare.
Ci pare ad esempio esemplificativo il fatto che mentre in più occasioni il corpo dei vigili del fuoco si è opposto al proprio impiego nelle vicende degli sgomberi, ciò non è mai avvenuto da parte della nettezza urbana (operatori ecologici) che come istituto, tra l’altro, avrebbe anche più margini di libertà rispetto al primo.
Gli organi di polizia sempre più organi di pulizia e viceversa.

Uno spazio senza cuspidi è in sostanza uno spazio senza memoria (a cui la memoria è stata strappata, in molti casi un’UDA traumatizzata, che distinguiamo dall’UDA contattistica anch’essa, ma per altri motivi, caratterizzata da assenza di una storia lineare).
La cuspide ha quindi un nemico “naturale” che si espande ricorsivamente: l’operatore decoro estirpa l’oggetto cuspide che è il prodotto dell’operatore decoro, e così via.
L’individuazione di un meccanismo ricorsivo siffatto può essere la prima spia di una “strategia della tensione”. In altri termini lo ha spiegato bene Paolo Di Vetta in occasione del suo intervento al Mars Beyond Mars IV. La procedura consiste nel mantenere in vita un certo tipo di criticità onde cronicizzarla, renderla strumento di propaganda contro un gruppo sociale-obiettivo (si veda ad esempio questo articolo impiegato come strumento di strategia della tensione).
Torniamo quindi alla domanda iniziale: come si silenzia il decoro?
Una possibile risposta-strategia è quella relativa al conflitto atmosferico del tipo 1 e più precisamente l’atmosfera come barricata rendendo “l’UDA non qualificabile, rifiutandosi consapevolmente di considerarsi una forma di capitale” (da UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile).
Produrre degrado volontario (tattico) e “controllato” è una contro-strategia giacché il decoro interviene agilmente laddove il presidio “ossidante” territoriale è venuto meno, dove la speculazione d’ogni tipo trova terreno fertile e facilmente adattabile alla propria retorica perbenista. Sopratutto laddove, in sostanza, la riqualificazione è poco necessaria (o lo è solo di facciata) o la pagano gli altri (la collettività o, da qualche tempo, graffitari conniventi).
La costruzione di psico-dissuasori “fantoccio” (ufociclisticamente chiamati spaventapasseri) o di azioni disordinanti è necessaria onde dissuadere da pianificazioni territoriali a opera del capitale palazzinaro e da rapaci mire di riqualificazione speculativa. Esempi di spaventapasseri sono: il graffitismo brutto (ma brutto davvero), il non utilizzo dei cassonetti, l’opposizione all’apertura di esercizi alla moda (da parte dei residenti), gli schiamazzi randomici ma frequenti, le masse critiche di bambini che giocano all’aperto, il cibo disponibile per gli uccelli collocato sui terrazzi privati, l’opposizione alla disinfezione contro le zanzare, l’incentivo alla crescita d’erbacce (amandole e curandole – variante di guerrilla gardening), la comparsa sulle pagine dei giornali locali di annunci ambigui che lascino presagire loschi quanto generici “giri”, il parcheggiare malamente, l’accumulo di carcasse di biciclette, la preparazione di alimenti particolarmente maleodoranti con le finestre e con le porte aperte, la continua richiesta d’informazioni a esercenti locali su luoghi malfamati (inesistenti), il sopraggiungere di pseudo-giornalisti impegnati in pseudo-inchieste riguardo tragedie (inesistenti) consumatesi di recente nel quartiere, l’affissione di cartelli commemorativi di morti (inventati) deceduti a causa di malattie infettive una volte scomparse ma tornate alla ribalta con gli anti-Vax eccetera.

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Tutto ciò, beninteso, non è detto che basti. Anzi, per lo più si tratta di strategie soft di resistenza e di sperimentazione che dovrebbero ispirare e alimentare tecniche personalizzate e più efficaci.
Ancora più in generale, c’è bisogno d’avviare una riflessione e un esercizio critico nei confronti della nettezza urbana, delle sue metodologie, del suo strapotere.
C’è inoltre necessità di produrre un ripensamento generale sulle modalità e sugli ambiti pertinenti le lotte ambientaliste, prendendo atto di un ecosistema profondamente mutato e di un capitale attratto da nuove risorse (il cosiddetto Green ad esempio) e da nuovi territori: in altre parole, emancipare dalle battaglie prettamente resistenziali almeno una parte delle energie esistenti.

Un esempio quantitativo e qualitativo di stanziamento di uomini e mezzi per il decoro: operazione Alto Impatto.

Presentazione di “UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria”

Giovedì 10 ottobre presenteremo il nuovo libro ufociclista “UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria” per D Editore, collana Nextopie.
A un anno di distanza dal precedente “UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile” proponiamo un approccio più pragmatico ai metodi della nostra cartografia alternativa, partendo da ricognizioni realizzate ad hoc per il libro.
Abbiamo ampliato la nostra “cassetta degli attrezzi” concettuale necessaria per manipolare mappe ed eradicare il senso di flussi e significati cittadini sedimentati e ritenuti inamovibili.
Si tratta di un’opera corale realizzata direttamente sul campo con l’ausilio fotografico di Evi Denittis e di Gianluca Giannasso.
Il libro contiene anche le illustrazioni di Cancelletto, CROMA, Andro Malis e Goga Mason.
Il tutto si completa con quattro appendici curate da APR (Associazione Psicogeografica Romana), Nikky Valis Cranti e NUP (Network Ufociclistico Psicogeografico).

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Alla presentazione del libro saranno presenti come commentatori e liberi pensatori:

Edoardo Camurri: filosofo e giornalista.
Daniele Gambetta: matematico e curatore della collana Nextopie.
Nikky Valis Cranti: sobillatrice e ufociclista.
Andro Malis: illustratore e agitatore culturale.
Cobol Pongide: ufociclista.
Daniele Vazquez: urbanista e ufociclista.

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Le magliette ufocicliste, serigrafate alla Serigrafia de Lollis Underground, che per la prima volta saranno disponibili durante la presentazione

XVI ricognizione ufociclistica – in cerca di psico-dissuasori – 23/09/2019

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La sedicesima ricognizione (notturna) ufociclista è stata indetta in coincidenza con l’equinozio d’autunno (si veda: UfoCiclismo: perché praticarlo in concomitanza con eventi astronomici?)
Il tema (da seguire in modo blando) che ci eravamo proposti era quello dell’individuazione di psico-dissuasori (nella fattispecie il design ostile) collocati lungo il percorso pedalato.
“Blando” non perché il tema non sia importante ma per via del fatto che affidiamo questo tipo di approfondimenti alle ricognizioni diurne, mentre quelle notturne hanno sopratutto un carattere ludico anche se, a loro modo, analitico.

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Ufociclisti a piazzale Appio, il tradizionale punto di raccolta.

L’idea che sta dietro all’individuazione degli psico-dissuasori è quella che la città, quando esplorata liberamente, produca, forzi, dei percorsi che sono la somma tra psico-dissuasori (respingenti e centrifughi) e attrattori (seduttivi e centripeti).
La metafora che spesso evochiamo è quella della pallina d’acciaio nel flipper e il suo movimento sul piano: attratta e strattonata dagli oggetti che incontra durante il suo cammino.
Di sovente attrattori e psico-dissuasori sono oggetti immateriali (ad esempio l’affezione per una strada, l’illuminazione di un quartiere eccetera) altre volte si tratta di oggetti veri e propri come nel caso di quelli qui descritti.
Esistono vari modi di forzare degli psico-dissuasori (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione e/o Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3 e si vedano anche le azioni del collettivo Design For Everyone) o di resistere (qualora se ne senta il bisogno) a degli attrattori. Tuttavia, tutto ciò,  non era l’obiettivo della ricognizione che si è limitata a intercettare pezzi di unpleasant design in giro per la città, al fine di documentali e “pesarli”.
Nel breve tratto percorso e nello sguardo un po’ distratto e non troppo approfondito non abbiamo trovato moltissimi casi di design ostile; segno forse che Roma rimane, detto in senso un po’ improprio, una città ancora abbastanza aperta.
Tutto l’unpleasant design che abbiamo intercettato si concentra attorno alla stazione Termini, da sempre luogo di rifugio per senzatetto, per passeggeri sostanti e per sostanti attraversatori, più o meno abituali, della città.
D’altro canto, le stazioni, non solo a Roma, sono da sempre in “guerra” contro l’uso abitativo di fortuna che la loro affordance (l’invito all’uso che un oggetto più o meno consapevolmente esprime) sprona a sfruttare.  In questo senso, anche una stazione può essere vista come la somma delle forze attrattive (sale d’attesa, panchine, tettoie, l’inizio di un viaggio eccetera) e forze respingenti (design delle suppellettili studiato per ridurre al minimo la sosta, videosorveglianza, controlli eccetera) che la compongono. L’atmosfera che ivi risiede è evidentemente prodotta dallo squilibrio di una forza rispetto all’altra. Una stazione è sicuramente, nella sua complessità di meccanismi, una UDA in cui prevale un’atmosfera rispetto ad altre considerabili come trascurabili o triviali.

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Gli ufociclisti di fronte l’entrata della stazione Termini

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Torri dissuasori mobili per dissuadere all’entrata di non si sa bene cosa. Se ti ci siedi (la loro affordance invita la fugace seduta) si avvicina un addetto che ti fa spostare

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Dissuasori piramidali onde evitare che le persone sostino sul muricciolo

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Grate impediscono ai senzatetto di ricavarsi una nicchia per la notte negli spazi immediatamente esterni alla stazione

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Per qualche ragione, forse pudore, ad una delle grate dissuadenti è stato appeso un cartello relativo alle norme dei lavori in corso… per mitigare forse pubblicamente la vergogna dell’impedire a persone bisognose di trovare riparo. Più probabilmente, il cartello era già apposto sulla grata e non è stato tolto nonostante il cambio d’uso

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Panchine inclinate per limitare i tempi della sosta ed evitare lo stazionamento sdraiati

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Prove di usabilità

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In questa foto, falliti i test di usabilità, gli ufociclisti sperimentano usi alternativi delle panchine ostili

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Il sottopasso della stazione Termini. Dissuasori impediscono il pernottamento dei senzatetto che un tempo, in questo passaggio, trovavano riparo dal freddo e dalle piogge invernali

Il senso degli psico-dissuasori, così come delle zone rosse, dei daspo urbani, è quello di rendere tutti gli abitanti della città virtualmente alienabili, o nella migliore delle ipotesi degli ospiti, entro certi limiti, tollerati. Le misure di controllo sempre più operano nel senso di una sospensione temporanea (emergenziale) della cittadinanza.
Le tecniche di design ostile oggi si sono evolute passando dalla dissuasione dello stazionamento (pernotto e lunga sosta) a quelle della riduzione dei tempi del passaggio (ad esempio le panchine inclinate). L’attraversamento della città s’avvia alla regolamentazione tramite disco orario.
Le pratiche di respingimento, allontanamento, alienazione, somigliano sempre più a quelle di un capitalismo che ci vuole fuori dal pianeta, a non intralciare i suoi piani d’occupazione finale, in una estrema prefigurazione di un futuro in cui la forza lavoro avrà diritto s’esistenza solo se multiplanetariamente specializzata e adattata a vivere su altri pianeti del sistema solare.

Documentati un po’ di psico-dissuasori della stazione Termini gli ufociclisti, in ritardo sulla tabella di marcia, si sono diretti verso l’iniziale punto di raccolta a piazzale Appio. Nel fare ciò sono passati per un pezzo di via Casilina vecchia, adiacente a Porta Maggiore, che spesso viene citata nei rapporti sulla zona est/sud-est di Roma.

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Gli ufociclisti (illuminati a giorno) fermi lungo l’intersezione di Casilina vecchia

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Ci si rimette in cammino

Si tratta di una intersezione, ovvero di un tratto “sociopatico” (si veda anche: Intersezione Togliatti) di strada che pur immerso in molte atmosfere che attraversa (molte UDA), riesce a non contaminarsi, restando sempre avulso da qualsiasi tipo di caratterizzatine emozionale. Questo il senso dell’attributo della sociopatia.
Sono pezzi di città molto peculiari che costituiscono delle specifiche soluzioni di continuità in sezioni di territorio che altrimenti potrebbero apparire del tutto omogenee. Costitutivamente aiutano molto bene a comprendere i radicali cambi d’atmosfera nel passaggio da un’UDA all’altra.
La foto sopra è stata scattata nel momento in cui collettivamente si approfondisce la storia di questa intersezione. Qui un tempo c’era l’occupazione dell’Ex Pastificio Pantanella, retta da migranti (la cronaca di Radio Radicale dell’epoca) e oggi divenuta un residence per classi altolocate (ironia della sorte?).

Infine la ricognizione è giunta a via della Travicella, obiettivo finale della pedalata.
Si tratta di una piccola strada (una traversa di via Appia antica, situata poco dopo porta San Sebastiano), inclusa in due piccoli muriccioli e pavimentata con sanpietrini. Ufociclisticamente si tratta di una varietà dimensionale d’ordine inferiore, un “budello” di spazio che esprime prioritariamente il comando del dover-fare o del non-poter-non fare, vista la sua carenza di dimensioni spaziali. Lungo una varietà d’ordine inferiore si può procedere avanti, indietro; al più fermarsi o accelerare. Varietà d’ordine inferiore sono anche i tunnel, le funi, gli ascensori o una vita retta da sani e inamovibili principi.
Un modo di combattere questa prevaricazione è quella d’occupare una varietà dimensionale con un picnic ad esempio.
Essendo disertata da automobili, via della Travicella è perfetta per picnic esoplanetari (banchetti vegan di benvenuto per extraterrestri) e soste per skywatching a rimirar stelle, pianeti e lune.
L’ufociclista Diego s’è intrattenuto a individuare le costellazioni facendo volontariamente a meno di google skymap.

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via della Travicella. In cielo è visibile un UFO. Ci troviamo infatti vicinissimi a una importante ley line: via Appia antica

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Sul momento non ci eravamo accorti. Lo abbiamo visto solo molto più tardi riguardando le foto di Francesco (qui in dettaglio e più contrastata).  Si potrebbe trattare di un UFO a forma triangolare… molto caratteristico nelle descrizione di questi fenomeni

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via della Travicella

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via della Travicella, il picnic esoplanetario

Durante l’abbondantissima cena a base di hummus, insalata di echinacea, cicerchia patate e peperoncini, s’è avvita una accesissima discussione sul senso dell’Antropocene evocato da un’ufociclista che consigliava la visione del film Antropocene, l’epoca umana.
Rapidamente il venire meno di una netta distinzione tra Antropocene e Capitalocene (distinzione che tra le tante annovera anche uno scarto quantitativo dell’intervento umano sul pianeta) ha dirottato le osservazioni degli astanti sulle responsabilità delle civiltà fin dal neolitico e, se plausibile, anche prima, finendo per assumere i toni della divaricazione tra occidente e resto del mondo.
Pericoli in cui ci si può imbattere quando l’analisi transita dalle responsabilità degli specifici modi di produzione a quelle “personali” (opinione del compilatore del rapporto).

A fine cena i ricognitori si sono avviati nuovamente verso il punto di raccolta iniziale onde dichiarare conclusa la sedicesima ricognizione.
Anche questa volta nessun alieno ha accettato l’invito a cena. Sarà certamente per la prossima volta.

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Mappa del percorso e operatori (clicca qui per ingrandire)

Legenda:

UDA armonica (si veda: Le UDA armoniche)
Occultatore
Omphalos
Tonal
Piattaforma girevole (si veda: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli)

 

 

Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli

Di Cobol

Nell’articolo Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli, Paul Torino e Adrian Wohllebn tra le tante, affrontano la questione delle rotonde dei Gilets Jaunes. L’occupazione delle rotonde è divenuto un tratto distintivo di questa forma di movimento che dallo spazio delle rotatorie stradali prende vita, si accampa e poi detona.
Nell’analisi dei due militanti americani, le rotonde sostituiscono, come ennesimo aspetto innovativo di questo movimento, le piazze centrali, le grandi vetrine in cui generalmente i movimenti “fanno sfoggio muscolare” dimostrando di poter occupare un luogo simbolico visibile, generalmente molto sorvegliato, inespugnabile e tanto vicino ai centri di potere.
L’elemento innovativo, oltre che nella topologia del luogo occupato, sta nel tempo di permanenza che trasforma questi spazi in cittadelle satellitari proprio come nella distopia ballardiana L’isola di cemento.
A differenza delle decorative piazze, e questa è la tesi, le rotonde sono un oggetto della vita quotidiana, senza soluzione di continuità con l’esistenza di tutti i giorni, al contrario dei classici luoghi simbolici dei movimenti, ancora le piazze, magari disertate dai locali nella consuetudine e invece utilizzate come ring per la lotta di classe spettacolarizzata. Le piazze sono un film con troppe repliche, una sceneggiatura trita e ritrita. Non che i Gilets Jaunes non le invadano, ma non le utilizzano come collettori, come attrattori.
Disertare le piazze! Su questo hanno ragione Torino e Wohllebn, per inventare topotattiche meno prevedibili.
Ma l’inconsueto deve possedere una visione oppure tutto va bene purché sia strano? Un po’ di stranezza randomica non guasta, ma in questa dissertazione mi concentrerò sulle affordance, ovvero sugli inviti all’uso che oggetti, luoghi, persone, situazioni, spronano a intraprendere: vere e proprie istruzioni per l’uso, libretti delle istruzioni che si generano da una commistione di caratteri “oggettivi” (forse sarebbe meglio dire sedimentati nel profondo) e di consuetudini sociali. Un graffito sul muro, ad esempio, è generato dall’invito all’uso della parete che ha le medesime caratteristiche di uno schermo e di un quaderno, e dal fatto sociale che la scrittura urbana ha sviluppato una tradizione in merito alle pareti, ai muri, invece, ad esempio, di produrre linee sulla terra come a Nazca.
Inviti all’uso, quindi, ma per essere più precisi è il tradimento delle affordance (affordance conflittuali) che mi interessa, perché che sia illegale o meno, scrivere su una parete pubblica risponde a un’affordance prevedibile, sollecitata, etero-attivata (eterodiretta?), solo per fare un esempio. Le affordance rappresentano le attenuanti generiche di qualsiasi pratica d’esseri senzienti.

Occupare una rotonda invece di una piazza cittadina significa non trasferire il valore dell’azione ad uno statuto simbolico superiore, alla casta sacerdotale dei mediatori, ma lasciarlo all’altimetria a cui si è generato. Significa dialogare a quattro occhi con il dio senza affidarsi alla protezioni ambasciatoriali di alcun mistico attutore. Questo ancora nella logica argomentativa di Meme con la forza… anche se detto in altro modo. Come ufociclisti riconosciamo in ciò la dicotomia UDA contattistica vs esomediatori.
I due autori si guardano bene (a ragione) dal citare i non luoghi, categoria socioantropologica tanto di successo quanto inevitabilmente disadorna di propulsore avverbiale. Una di quelle categorie che dici: vabbè, anche ammesso che…, ma poi che ci faccio?
Eggià che ce ne facciamo noi dei non luoghi? Dopo esser stati così ligi nell’averli individuati su una mappa: come ci cambiano la vita?
Ma che li si citi o meno, il senso dell’ osservazione di Torino e Wohllebn è anche un po’ quella: le rotonde (nelle loro argomentazioni) ben inscenano quel carattere di acefalicità che gli stesi esaltano come il vero elemento di novità di questo tipo di lotta/rivolta. Un corpo senza testa, che ragiona col cuore è un po’ la traslazione eziologica del non luogo, dello spazio geometrico privato del cogito. Uno spazio che lo si vorrebbe cosmopolita nel migliore dei casi e a volergli fare un favore.
D’altro canto non potrebbe essere altrimenti. Se è vero che si tratta di spazi “genuinamente” inclusi nella città, luoghi quotidiani, è anche vero che di spazi ostili alle forme di vita si tratta; luoghi per estremofili (o feticisti ballardiani): così familiari e così ovviamente disertati in condizioni “normali”. Luoghi a cui, del tutto spontaneamente, ognuno di noi appiccicherebbe l’avverbio non anche se a suggerircelo non fosse un antropologo francese di fama.
Non mi risulta infatti, ma forse ora con la sola eccezione della Francia, che esistano daspo concernenti delle rotonde.
Le rotonde fanno schifo anche ai reietti.

Bene fanno i Gilets Jaunes a occupare le rotonde. La questione è quale lezione (dal sottotitolo dell’articolo di Paul Torino e Adrian Wohllebn ) trarne.
Nella interpretazione acefalizzata di Meme con la forza si tratta in effetti degli stramaledetti non luoghi, occultati e riproposti in chiave riottosa.
Comunque sia, la debolezza del punto di vista di Torino e Wohllebn è la stessa che accompagna la malfamante categoria analitica. I non luoghi lungi dall’essere spazi stranianti, acefali o cosmopoliti, sono semplicemente zone a cui nessuno vuol davvero bene e che quindi possiamo desiderare fugacemente (quando siamo in cerca di disimpegnati esotismi atmosferici e linguistici) o odiare ferocemente, senza che nessuno, in fin dei conti, se l’abbia troppo a male.
A parte i Gilets Jaunes e i frascatani chi mai si difenderebbe una rotonda?

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Una bellissima rotonda a Frascati adatta alla sperimentazione di piccoli riot

Ma il non luogo è ovviamente anche un’illusione, una distorsione sentimentale frutto dell’eterna pratica di appropriazione amorosa/morbosa delle cose.
I canili sono forse pieni di non cani perché nessun padrone li ama? Si tratta invece di animali la cui libertà è subordinata ad un rapporto “sentimentale”, perché straziante, viscerale e sentimentale è l’educazione giovanile verso la proprietà privata. I romantici sono degli aguzzini gargarozzoni.
Estremamente interessante allora il fatto che l’altra caratteristica fondamentale che Torino e Wohllebn colgono nelle lotte dei Gilets Jaunes, ciò che le rende “vocazionalmente” vaccinate alle intromissioni fasciste (secondo gli autori), è proprio la mancanza di qualsiasi forma di negoziazione con la proprietà privata. I Gilets Jaunes giungono dalle rotonde alle piazze per spaccare tutto, facendo a pezzi il baluardo di fronte a cui si genuflette anche il sedicente radicalismo fascista: la grande proprietà privata. L’attacco alla proprietà privata trasforma le piazze in rotonde.
Mentre Notre-Dame brucia qualche illuminato urbanista rimugina sul bizzarro arredo urbano che potrà inventare in uno spazio improvvisamente e imprevedibilmente resosi disponibile a divenire rotatoria.

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La rotatoria di Colleferro dedicata al capitalismo multiplanetario (lanciatore Vega)

Sulla presunta capacità connaturata di tenere fuori i fascismi nutro seri dubbi. D’altronde, sono gli stessi due autori a riconoscere che c’è stata una volontà precisa di cacciare i  fascisti dalla barricate ogni qualvolta si siano identificati con vessilli e simbologie.
La pratica dell’assalto alle zone dei ricchi e la sistematica distruzione non fanno quindi il paio con il feticismo per i non luoghi, ma conducono altrove. Un corpo senza testa che s’abbatte con violenza sulla proprietà privata non è immune dal fascismo. Ma sopratutto: un non luogo è incapace di generare conflitto, di esserne la piattaforma d’appoggio.
Va rintracciata allora l’affordance delle rotonde per comprenderne, nel suo ribaltamento logico, il carattere conflittuale (negativo in senso adorniano) che le fa mordere, le fa fare tutto a pezzi e infine le fa inghiottire. Non saranno né il “genuino” (la vicinanza alla vita reale), né il “buon selvaggio” (ragionare col cuore) a farlo per noi. Non c’è pratica automatica che ci metterà al riparo dal fascismo se non ci mettiamo anche la testa e un bel po’ di pregiudiziali a monte.

Le rotonde non sono un oggetto familiare più di quanto non lo sia una piazza. Sono oggetti ostili senza compromessi laddove le piazze ricorrono alla cosmesi per fingersi spazio amichevole e collettivo. Ma quando il mascara inizia a graffiare l’asfalto (quando iniziano a emergere le politiche del decoro, i suoi daspo e le zone rosse dell’interdizione), allora il crudele ridestarsi dall’illusoria pace sociale, l’aver toccato il fondo della credulità beota, fa apprezzare anche la brutale onestà intellettuale sbandierata dalle rotatorie. Confonderle per degli spontanei alleati è quindi comprensibile, ma occorre andare oltre questo lancinante bisogno d’affetto che ci ottunde i sensi, che ci fa scodinzolare ogni qual volta qualcuno ci tende la mano scevra da randello.
Provate ad attraversare una piazza cittadina, meglio se centrale e nota come il vanto della comunità perbenista. Notate un certo impaccio emotivo? Udite la frequenza dell’odore del mascara che graffia i cofani delle automobili ivi ammonticchiate? Sì? Strano in verità, le piazze nascono invece per far sentire a proprio agio la comunità, per strapparci alla dimensione privata del nostro confortevole salotto. Le piazze sono la comunità umana.
La verità è che il capitale è più adorniano di noi e il ribaltamento logico, il negativo, lo ha attuato da tempo manipolando efficacemente le affordance. Ha chirurgicamente individuato il ruolo centripeto delle piazze e lo ha silenziato trasformandole in luoghi ostili e respingenti.

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Ufociclisti accertano l’impulso centrifugo, il ribaltamento d’affordance, di una piazza a Omegna

Le piazze si sono trasformate così in trappole che ci attirano per poi mortificarci emotivamente. Ancora più concretamente, ci attraggono centripetamente per poi identificarci con sistemi di riconoscimento facciale, con fermi e identificazioni qualora si sia involontariamente varcata una zona rossa immateriale, come bene sanno gli anti-facial recognition di Hong Kong.
L’attrazione-trappola si trasforma quindi in repulsione-daspo, allontanamento, respingimento entro la vuota formula del decoro, sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole, senza che nessuno ci faccia veramente caso. Se di decoro si tratta allora tutto è ammesso, dato che altro non ci resta. Si tratta del principio d’identità tra la piazza e il “monumentale” salotto (piccolo borghese) di casa, entrambi interfaccia pubblica del grigiore e della reclusione casalinghi. La piazza va tenuta religiosamente “pulita” come il salotto di rappresentanza. Guai a farci cadere le briciole.

Gli ufociclisti ereditano dalla pratica psicogeografia il concetto di piattaforma girevole per descrivere quei luoghi del transito che invitano, costringono, forzano la rotazione. La piattaforma girevole, ufociclisticamente, potrebbe avere anche una seconda definizione: l’opposto della piazza. La sua affordance è infatti spontaneamente centrifuga, sparpagliatrice. Si tratta a tutti gli effetti di un mulinello, o di un tornado: dipende dalle dimensione ed è direttamente proporzionale al numero di direttrici di fuga. La rotonda di Frascati sopra fotografata è un mulinello.

La rotonda spazza un’ampia superficie e in questo suo creare caotici flussi ha anche un ruolo rigeneratore.
Se analizzata attraverso la sua affordance (piattaforma girevole) la rotatoria si tramuta da tracciato di un cerchioide a pianale rotante, su cui una volta saliti si assiste, da un sistema di riferimento inerziale non solidale con esso, a “bizzarri” fenomeni fisici.

Le cose che accadono su una piattaforma girevole sono incomprensibili per chi le osserva da fuori, e similmente collocandoci su una piattaforma girevole ci sfuggiranno le leggi che regolano il mondo di chi sta fuori e non rotea con noi.
Cosa accade quando si occupa una rotonda quindi? Si procede alla stessa operazione portata a termine dal capitale rispetto alle piazze, ma con effetti diametralmente opposti: la repulsione-daspo si trasforma in attrazione-trappola.
Occupare una rotonda significa quindi deturnarne la funzione, sovvertire la sua affordance, silenziarla.
La possibile “trappola” sta nel rischio di non riuscire più bene a comprendere cosa accada ai sistemi di riferimento che ad essa non sono solidali, finendo per vivere felicemente con Ballard in un’isola di cemento (il ghetto).
Ecco mi pare questa la “lezione” (almeno una) che ci proviene dai Gilets Jaunes, la capacità di trasformare il territorio a partire dalle affordance espresse dagli oggetti che lo caratterizzano. Una scelta tutt’altro che romantica, che non scomoda l’Illuminismo e Rousseau.
Questo è anche il senso politico dell’UfoCiclismo: individuare gli oggetti che caratterizzano il territorio (e la sua solidificazione cognitiva, la mappa) e resettarli attraverso strategie d’affordance conflittuale pilotata. Conferire un significato diverso al territorio individuandone i puntelli della struttura spaziotempo che lo tengono in piedi e dispiegato.

E’ quindi del tutto normale (anche se non scontato) che le rotonde divengano i luoghi privilegiati del conflitto, sopratutto laddove la lotta è prioritariamente un scontro per la coesione della comunità, contro le forze disgregatrici che operano affinché ci si senta tutti contro tutti, gli uni contro le altre. Spegnere le rotonde! Silenziale le piazze deturnate! Altro che oggetti familiari!
Si tratta di una battaglia tutt’altro che simbolica, che si spinge fin dentro al funzionamento dei meccanismi di definizione e strutturazione spaziale.

Anche la massa critica ciclistica ha una propria strategia d’affordance conflittuale specifica per le rotonde. Dal punto di vista della tattica i risultati ottenuti sono esattamente gli stessi (il silenziamento dell’affordance dispersiva), anche se fenomenologicamente il risultato è molto diverso.
Dato che come abbiamo visto l’affordance della rotonda (piattaforma girevole) è intrinsecamente centrifuga, la massa critica si compatta e inizia a roteare attorno ad essa resistendo alla sua capacità di “farla a pezzi”. Tanto più la massa critica rotea, tanto più essa resiste agli effetti “naturali” della rotonda, sfidandone il ruolo all’interno del contesto spaziale, minando il suo operato. Sovvertendo gli effetti della rotatoria, la massa critica mette in crisi il sistema dei flussi e delle circolazioni che, in condizioni non conflittuali, plasmano lo spazio circostante rendendolo ciò che quotidianamente (e nella sua monotonia) esso è.

Sopra tre esempi di massa critica alle prese con una piattaforma girevole.
Nel terzo video sono anche udibili due fronti sonici (massa critica ciclistica e automobili) che si affrontano per l’egemonia atmosferica della rotonda (si veda anche Le UDA armoniche).
Occupare una piattaforma girevole significa, in questo senso, salire su di un “disco volante”, trasformando il proprio e l’altri punto di vista.
Le piattaforme girevoli avevano già oltremodo interessato i situazionisti e quindi, ancora una volta, non deve sorprende più di tanto che questa storia si ripeta in una Francia in subbuglio.
Nel filmato che segue un altro esempio di approccio critico alle rotonde.

In fine, come ci si allena a sconfiggere una piattaforma girevole:

 

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Piattaforma girevole volante miniaturizzata

 

Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3

Il conflitto atmosferico è una categoria cartografica condivisa dall’UfoCiclismo e dall’Associazione Psicogeografica Romana, di cui quest’ultima è stata promulgatrice attiva.
L’urgenza di leggere le atmosfere (gli stati d’animo espressi dai luoghi) usandole come unità di misura di uno spazio, concerne l’aspetto molto complicato del dominio atmosferico negli spazi antropici. La costruzione della città, ad esempio, va di pari passo con la costruzione strategica degli stati d’animo che in essa devono prevalere (la paura, l’anomia, la distrazione, il disincanto, l’erotizzazione ad esempio): il design emotivo o atmosferico è una disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’Unpleasant Design che definisce le preventive regole d’ingaggio contro lo stazionamento.

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Esempio di Unpleasant Design (Roma – Torpignattara). Meglio rischiare d’inciampare e spaccarsi la testa, che vedere qualcuno stazionare sul proprio uscio di casa.

Abbiamo definito esaustivamente almeno due tipi di conflitto atmosferico: del tipo 1 e del tipo 2. Il primo tipo è quello più “onomatopeico” e riguarda le lotte tra fazioni (potremmo dire tra gruppi sociali pertinenti) per la definizione di un’atmosfera invece di un’altra.
Il secondo tipo è meno intuitivo e riguarda il concetto di limite: il limite a cui tendono i perimetri di due spazi aventi diverse atmosfere UDA, forma una cosiddetta zona d’interferenza in cui si produce un conflitto tra atmosfere aventi diverso tenore. Il secondo tipo di conflitto ha una sua analogia con la metereologia.
Le due definizioni s’unificano qualora si consideri il conflitto come risultante dell’opposizione di due o più atmosfere in rivalità tra loro: due atmosfere opposte confliggono producendo una zona d’interferenza qualora due diverse visioni del mondo si fronteggino.

La lotta di classe (intesa genericamente come lotta tra diverse visioni del mondo) è prioritariamente un conflitto atmosferico di quest’ultimo tipo: il tentativo egemonico d’imporre un’atmosfera sensoriale, culturale, emotiva su un dato spazio.
Il primo compito della lotta di classe è quindi quello di ribaltare la narrazione sedimentata, sostituendola con una narrazione inversamente polarizzata.
In questo senso l’UfoCiclismo ha dichiarato guerra alla distopia fascista oggi avanzante, anche in coloro che inconsapevolmente la supportano, quando ribadiscono insistentemente che non c’è via di scampo.

Esistono molte varianti di conflitto atmosferico, per così dire, normalizzato (tipo1 + tipo 2).
Esiste ad esempio, da qualche decennio, il terrorismo atmosferico, quella contagiosa paura trasmessa circa l’evolvere dei fenomeni atmosferici. Ondate di caldo straordinarie, bombe d’acqua, inverni interminabili, venti conduttori di fiamme, sono solo gli attributi di una narrazione più generale chiamata Antropocene, che scientificamente rafforza l’atmosfera di terrore per le condizioni metereologiche. Ovviamente non si tratta di sminuire l’allarme diffuso dagli evidenti cambiamenti climatici; la tensione di cui stiamo parlando non fa riferimento all’azione scellerata del capitale sull’ambiente terrestre, ma tratta implicitamente il clima come una variabile impazzita. Si tratta invece di registrare e verificare come questa narrazione puntelli i terroristici allarmi rivolti a una metereologia ormai genericamente ritenuta un killer seriale totalmente fuori controllo.

Esiste il conflitto extra-atmosferico, come vocazione del capitalismo contemporaneo (space economy – NewSpace) a traslare il proprio operato dalla biosfera terrestre oltre i limiti dell’esosfera e ancora oltre.
Qui il conflitto atmosferico si consuma come applicazione del sistema di produzione capitalistico allo spazio alieno, in una sorta di colonialismo “verticale” laddove, finora, il capitale si era dovuto geometricamente limitare nella sua espansione.
L’extra-atmosfericità ci dice, inoltre, che le atmosfere non sono l’unica variabile su cui misurare la continuità di uno spazio. Ma su ciò al momento non ci soffermeremo.

Vocazionalmente l’UfoCiclismo, così come la Psicogeografia, hanno privilegiato, per le loro analisi sul conflitto, gli spazi antropici (quelli fortemente segnati dall’azione modificatrice umana), la città sopratutto; ma questa idea è sbagliata, come fragile sopravvivenza della centralità della metropoli novecentesca. A suo modo, si tratta addirittura di un’idea involontariamente elitistica e forse un po’ razzista.
Il dibattito sull’Antropocene è la spia del fatto che non esiste luogo terrestre non interessato dalla azione umana radicalmente modificatrice (come è ovvio che sia). Sopratutto non esiste luogo del pianeta non interessato dall’azione modificatrice del capitale (Capitalocene). Non esiste, in altre parole, luogo che non sia biopolitico.
Il conflitto extra-atmosferico e il terrorismo atmosferico dimostrano che il conflitto atmosferico è generalizzato, e condotto indifferenziatamente su tutta la costa terrestre e, se occorre, anche oltre.

Ma come suggerisce Herzog, vale la pena spiccare il volo, a volte, per immergersi più efficacemente nei segreti delle profondità del mare.
Se osservato superficialmente, il mare resta il luogo terrestre che meglio cela l’azione antropica, e di conseguenza la propria natura biopolitica. Ovviamente nulla di più falso; ed è sorprendente proprio come questo suo difformarsi dall’esser a immagine e somiglianza dalle spinte neoliberiste, sia inversamente proporzionale al numero di agenti atmosferici ostili che in esso terroristicamente riversiamo.
In questa sua difformità esso appare quanto di più distante dal potersi considerare un’UDA, cioè uno spazio caratterizzato da un’atmosfera. In esso, nella stragrande maggioranza dei casi, mancano quegli elementi segnalatori che fanno dell’UDA ciò che essa è: tonal e totem d’incongruenza.

La vicenda della Sea watch 3 è solo l’ennesimo reportage da una zona di guerra. Ma la sua narrazione ha qualcosa di nuovo. Ci riferiamo al grafico che mostra i suoi spostamenti intorno all’isola di Lampedusa nei giorni prima del forzato blocco verso l’approdo italiano, che è stato utilizzato da più di un organo d’informazione.

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Può forse sfuggire il senso di quell’andirivieni confuso e scarabocchiato, ma si tratta a tutti gli effetti di un diagramma biopolitico, capace di dotare di atmosfera quel tratto apparente anomico di mare.
Si tratta del medesimo ondivago altalenare che nelle città si applica a colpi di leggi speciali, zone rosse, transenne, New jersey e divieti di stazionamento, che dotano gli spazi di una tonalizzazione atmosferica sempre meno ricca di sfumature: sempre più centrata sul colore dell’esclusione e dei moti centrifughi.

Vale la pena riascoltare quello che ha sostenuto Paolo di Vetta durante il quarto convegno di Mars Beyond Mars, a proposito delle strategia di generazione di uno stato perennemente emergenziale. La negazione di un approdo, in mare, come su terra ferma, è tutto insito al mantenimento in vita dello stato di alterazione sensoriale, di modellazione di un design atmosferico, che ci racchiude in un perpetuo (e dromologico, in senso viriliano) stato di timore da invasione: la distopia che avanza.

Ufociclisticamente abbiamo assegnato un valore specifico a grafici come quello prodotto della Sea Watch 3. Si tratta dello strumento analitico del camminamento.
Il primo modo di accertare il “carattere” dell’UDA è proprio quella di attraversala, registrando i cambi di rotta, le deviazioni, le ricorsioni, i ripensamenti e gli inviti che lo spazio c’impone e ci propone attraverso i suoi psico-dissuasori, le sue affordance attrattive e i suoi attrattori.
Non ci addentreremo troppo nella tecnica, che potete leggervi in questo rapporto. Tra l’altro il gran numero di ricorsioni che il diagramma ha prodotto lo rendono troppo difficilmente interpretabile secondo la teoria dei nodi elaborata.
Tuttavia un’idea dell’atmosfera che in quell’UDA s’impone, emerge anche solo a uno sguardo diffuso, come conformazione emergente: costellazione.
Si tratta a tutti gli effetti di un’immensa e smisurata zona rossa, arbitrariamente preclusa e la cui unica ritonalizzazione consiste nella forzatura del blocco.
E’ ben visibile lo spazio invisibile d’azione dei deflettori, disegnato dal peregrinare della Sea Watch 3

Altro non potevano fare il capitano Carola Rackete e il suo equipaggio. Altro non possiamo fare tutti noi.
Al di là dell’azione umanitaria, necessaria e imprescindibile, li ringraziamo per averci mostrato pragmaticamente come si contiene il racconto della distopia e contemporaneamente come si demolisce una zona rossa.

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XV Ricognizione ufociclistica – pre Ciemmona Interplanetraia 2019

La XV ricognizione ufociclistica è stata di sostegno alla XVI Critical Mass Interplanetaria 2019. Lo scopo della pedalata è stato quello di portare in giro per Roma un piccolissimo anticipo di Ciemmona, comunicando con il tessuto cittadino e diffondendo l’appuntamento del 31 maggio, 1 e 2 giugno. Lo abbiamo fatto oltremodo telepaticamente.
Per l’occasione sono stati impiegati due dei tre risciò (quadricicli autocostruiti) trasformati in dischi volanti dagli xenoingegneri ciclomeccanici della Critical Mass realizzati nelle Area51 di Forte Prenestino e di Porto Fluviale. Quest’anno si è deciso di dare una connotazione ai tre giorni della Ciemmona al motto di No Borders! Per raccontare un tema tanto drammatico, si è scelta la metafora aliena: l’alieno come migrante, ma anche come prodotto residuale delle politiche d’esclusione oggi divenute priorità di molti governi occidentali: pratiche centrifughe all’indirizzo della periferia del sistema solare. Ancora e diversamente, l’alieno come valorizzazione del proprio essere altro da un progetto di città e più complessivamente di spazio, che non ci è mai appartenuto: siamo tutti alieni e nessuno è più alieno degli altri (si veda anche Traces of Extraterrestrial Organic Matter Have Been Found in South Africa’s Mountains e Cause of Cambrian Explosion – Terrestrial or Cosmic?).

Il punto di raccolta era a piazza Vittorio, tradizionale luogo di ritrovo della Critical Mass mensile (ogni ultimo venerdì del mese).
Dell’UDA di piazza Vittorio abbiamo raccontato molte volte. Si tratta di un luogo molto peculiare a Roma: spazio tra i primi a sperimentare forme virtuose di comunità pluriculturali, oggi soprannominata anche la “Chinatown romana” per via del gran numero di esercizi gestiti dalla comunità cinese.
In una Roma in endemico ritardo su qualsiasi innovazione, sorprendeva, ancora una decina di anni fa, vedere giocare assieme bambini di provenienza latino americana, con figli di immigrati asiatici, arabi e africani.

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Disco Volante modello Ufocicletta

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Disco volante modello Invasione Ufo

Ma a due passi da piazza Vittorio c’è anche la tristemente famosa sede fascista  Casapound. Sempre qui c’è l’incontro mensile della CM e per moltissimi anni è stata la sede di uno dei più famosi e caratteristici bazar romani: MAS Magazzini Allo statuto.
Al centro della piazza c’è un giardino in cui anni fa si svolgeva uno dei frammenti più caratteristici dell’Estate Romana. Ancora, nei giardini s’erge la Porta Alchemica (o Porta Magica) monumento esoterico e poco noto agli stessi romani.
Abbiamo più volte raccontato della traslazione della funzione di tonal dalla Porta Alchemica alla sede di Casapound avvenuta negli anni Novanta/Duemila: l’oggetto aggregatore d’atmosfere che disegna le emozioni prevalenti all’interno dell’UDA.
In questa strana atmosfera la CM, anche se solo di passaggio, costituisce un totem d’incongruenza intermittente che si contrappone come conflitto atmosferico (del tipo 1) alla colorazione proposta dal tonal. Anche grazie alla CM questa piazza resta ancora un luogo dall’aria respirabile, nonostante la presenza distopica di un tanto ingombrante residuo della neo-restaurazione.

Partiamo quindi da qui in direzione della nostra prima meta: la festa per i 42 anni di Radio Onda Rossa nel limitrofo quartiere di San Lorenzo.

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Passiamo per via Principe Eugenio con i due risciò disco volante e una massa festante d’alieni a circondarli. Sul lato opposto a quello visibile in foto in un’altra ricognizione scoprimmo un’UDA armonica capace di tonalizzare temporaneamente una limitata parte di spazio. Nello stesso rapporto sopra linkato accennammo all’esistenza degli “ordigni sonici”, oggetti capaci di tonalizzare armonicamente lo spazio attraversato contrastando le atmosfere ivi sedimentate. Nel video che segue è udibile l’ordigno sonico proiettato dal disco volante modello Invasione Ufo circondato da alcuni ricognitori:

Affrontiamo il sottopasso di S. Bibiana. Si tratta, come quasi sempre per i sottopassi, di uno psico-dissuasore. Da poco tempo è stata disegnata una pista ciclabile ufficiale che ha sostituito la ciclabile più volte spontaneamente e clandestinamente tracciata dai ciclisti urbani.
In questo passaggio i pedivellatori si trovano a dover condividere lo spazio con le automobili in costante accelerazione: una sorta di allucinazione da sprint finale. Per questa ragione l’entrata a San Lorenzo da questo lato di Roma si presenta con una sua precisa funzione dissuasiva. Quando la Massa Critica incontra uno psico-dissuasore inizia a urlare e ululare (si veda: Come affrontare uno psico-dissuasore) per contrastarlo (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione).

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La ricognizione appena varcate le tenebre dello psico-dissuasore

Dopo qualche centinaio di metri la ricognizione giunge sotto la sede di Radio Onda Rossa, dove la festa di compleanno è già iniziata (foto che segue).

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La ricognizione pre-Ciemmonica giunta a via dei Volsci, sede di ROR

Abbiamo anche girato il filmato dell’arrivo trionfale stile Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo come alieni liberatori; gli astanti paiono felici di vederci e di essere “invasi”:

Radio Onda Rossa, come le occupazioni di Cinema Palazzo, di Esc e di Communia  rappresentano (con le loro differenze) gli ultimi avamposti di un quartiere in profondo mutamento. Da “roccaforte antagonista” degli anni Settanta-Ottanta, San Lorenzo sta lentamente mutando aspetto, schiacciato da processi di gentrificazione selvaggia e tentativi ripetuti da parte dei neofascisti di appropriarsi del quartiere, sfruttando in modo sciacallesco gravi fatti di cronaca (si veda questo articolo ad esempio). Ma sono proprio gli spazi sopra citati, luoghi in cui si manifesta un quartiere diverso, che resiste (coadiuvato da tutta l’area antagonista), alla tentazione di ridurre un tessuto cittadino molto più complesso e virtuoso a un racconto horror-grottesco: terreno di gioco privilegiato di fascisti e speculatori.

Nel video qui sopra la ricognizione si allontana dalla festa attraversando il quartiere. Gli astanti che incontra sono visibilmente felici del suo passaggio. Si tratta di un punto di vista privilegiato; spesso nelle cronache degli avvistamenti UFO è quest’ultimo a essere inquadrato e immortalato. Queste sono le prime riprese mai effettuate da un UFO delle persone che lo stanno a guardare. Scopriamo allora che al passaggio degli oggetti volanti non-identificati, le persone sorridono e fanno ciao ciao con la mano. Forse, in fondo, c’è più gente di quella che crediamo in attesa di un’invasione aliena (a questo proposito si legga: Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, ma anche Le tre stimmate di Palmer Eldritch di P. K. Dick).
Salutata quindi ROR (ma con la promessa di tornare più tardi), la ricognizione si è messa in moto nella direzione di Scalo San Lorenzo, imbattendosi però subito in una affordance attrattiva.

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Non abbiamo ben capito di cosa si trattasse: una festa, un’inaugurazione, una loggia massonica. Comunque sia la ricognizione accortasi della presenza di un gruppuscolo di gente allegra, l’ha invasa, aggregandosi con lo scopo di distribuire volantini della Ciemmona e di scroccare qualche cosa da mangiare (i ciclisti sono sempre in cerca di cibo, come certi personaggi del neolitico). La cosa è durata poco: subito dopo infatti i ricognitori sono ripartiti in direzione del Pigneto, altro luogo topico della Roma “alternativa”.

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La ricognizione in procinto d’abbandonare l’affordance attrattiva

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Nella foto precedente un po’ di cose: un alieno (grigio) si fa un selfie indossando la maglietta del Luther Blissett Project. Nello stesso istante la sua ufocicletta (biposto) sta transitando per l’omphalos di piazza di Porta Maggiore (si veda anche: Il purismo archeologico di Romano Talone) origine di molte ley line romane nonché dirimpettaia di una potente UDA armonica (si veda Le UDA armoniche – atto primo).
Alle sue spalle è evidentemente visibile un UFO [probabilmente un disco volante modello Invasione UFO – IR1 (incontro ravvicinato del primo tipo)] che da definizione percorre una ley line: la stessa intrapresa dalla ufocicletta del grigio e copilota.
Fin qui nulla di strano quindi, tanto più che, come mostra la mappa, la ley line percorsa è di tipo – – (meno, meno) che nella teoria ufociclistica del contatto denota un oggetto volante non identificato in procinto di rallentare e, quindi probabilmente, intenzionato a entrare in contatto con i terrestri.

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Mappa della ley line percorsa dai dischi volanti (clicca per ingrandire)

Sulla mappa sono visibili: l’omphalos di Porta Maggiore, la ley line (vettore) prodotta dal passaggio dei dischi volanti, direzione e verso del vettore [la freccia – mentre l’intensità data dal potenziale gravitazionale è di tipo – – (meno, meno) – si veda l’atlante per approfondimenti]. L’area (UDA ) tonalizzata in [Hex (#): 0063A5] (si vedano la tavola cromatica degli stati d’animo e questo rapporto) è ben nota agli ufociclisti. Si tratta di uno spazio caratterizzato da un’altissima concentrazione di esomediatori (si veda: Esomediatori – Frascati) di notevole importanza per l’universo cattolico. Dato che una ley line deve essere evidenziata da almeno tre segnalatori, la nostra ley line così si articola: Porta Maggiore, San Giovanni/Manzoni, Villa Celimontana. Su quest’ultima non abbiamo molto da dire se non che si tratta di una importante villa nel contesto della città, ma su cui ancora non abbiamo prodotto ricognizioni e rapporti. Gli altri due segnalatori sono appunto un omphalos e un’UDA esomediatrice (l’esomediatore, per definizione, non è mai un’UDA contattistica).

Ora il fatto anomalo è che pur nella sua condotta pressoché perfetta, la ricognizione ufociclistica senta, ad un certo punto, la necessità di mutare rotta invertendo la direzione del vettore, trasformandosi quindi in una ley line – + (meno, più), ovvero tutt’altro che contattistica. In prima approssimazione potrebbe trattarsi proprio dell’influenza del vicino potente esomediatore che, come dicevamo, non è mai di natura contattistica. In questo caso l’esomediatore assume anche il ruolo topografico di un deflettore o psico-dissuasore.

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Trasformazione del vettore

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La ricognizione ha invertito la direzione del vettore (ley line)

In seconda approssimazione potrebbe più semplicemente trattarsi del fatto che per raggiungere la meta era necessario fare inversione: intercettare il quartiere Pigneto che si trova nel verso opposto dell’esomediatore. Senza voler necessariamente sovrainterpretare, ci accontenteremo di questa seconda (semplicistica) spiegazione, non omettendo però di sottolineare l’anomalia ufologica.

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La ricognizione taglia un altro monumento cittadino: la Tangenziale Est

La tangenziale (visibile nella foto sopra) ufociclisticamente è un’intersezione. Si tratta di un taglio “sociopatico” (si veda la ricognizione Intersezione Togliatti), uno squarcio che si apre nel tessuto cittadino lambendo e tagliando molte UDA (Unità D’Ambiance), ma non restandone mai contaminato. Dal nostro punto di vista si tratta di un oggetto particolarmente interessante proprio perché impermeabile all’influenza atmosferica (delle atmosfere): metaforicamente forse un “ombrello” per i conflitti atmosferici del tipo 1 e 2. .

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La ricognizione tratto poco prima di giungere all’isola pedonale del Pigneto. Sulla sinistra sono visibili i palazzi al limone

Nel video precedente la ricognizione ufociclistica entra nell’isola pedonale del Pigneto. In sottofondo, manco a farlo apposta, le note del brano UfoCiclismo irradiate dal disco volante modello Invasione UFO.

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Una pausa per distribuire materiale informativo e mood esoplanetario

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Nella foto precedente: la ricognizione ha lasciato il Pigneto e si è immesso nuovamente su via Prenestina. La foto inoltre svela uno dei segreti della propulsione del disco volante Invasione aliena, con due (ma spesso più) ricognitori che apportano un surplus d’energia muscolare nei tratti gravitazionalmente impervi.

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Nella foto sopra: la ricognizione giunge a piazza Nuccitelli, attrattore della zona. La piazzetta costantemente sotto attacco da parte di sciacalli che vorrebbero trasformarla in uno spazio privato su cui piantare le radici dei tavolini da bar, è un luogo d’aggregazione e di sperimentazione per quel che riguarda, ad esempio, le aree di verde pubblico.

Spesso a piazza Nuccitelli si ritrovano ciclisti in vena di chiacchiere. Anche questa volta ne abbiamo incontrati alcuni abdotti, poi, per la Ciemmona.
Ci fermiamo parecchio e quando ripartiamo già sta calando la sera. La prossima meta è, di nuovo, la festa di ROR.

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Eccoci nuovamente.
Ci fermiamo un po’ essendo quasi completamente mutata la composizione di compagni e avventori al compleanno della radio, rispetto al pomeriggio. Un’altra occasione per raccontare cosa stiamo facendo e cosa accadrà nei giorni della CM Interplanetaria.
Ma la ricognizione non è ancora finita. Tra poco inizia la festa Mind the Gap nel vicino ateneo La Sapienza.
Ci rimettiamo quindi in cammino (foto che segue).

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In foto è visibile un alieno verde

Non senza qualche difficoltà brillantemente superata riusciamo a entrare a La Sapienza dove la festa è già iniziata. Si stanno esibendo delle band che suonano musiche varie. Proprio vicino al piazzale della facoltà di Fisica, dove la festa si sta svolgendo, c’è il piazzale della Minerva, una piattaforma girevole, oggetto rotante a cui nessun ciclista urbano può resistere. S’innesca così il momento angolare della ricognizione:

Un’ultima foto (sotto) al disco volante modello Invasione UFO atterrato proprio nel bel mezzo del Mind the Gap e da tutti gli astanti ammirato:

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L’intera mappa della ricognizione (clicca per ingrandire)

Sulla festa alla Sapienza, il giorno dopo, la consueta “informazione” distopica e il racconto horror-grottesco che disegna la realtà (foto sotto).

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Nella foto ci finiscono pure i due dischi volanti della ricognizione. Un racconto tremebondo composto (come una pozione) da luoghi comuni e allarmismi un tanto al chilo, scritto forse per invocare il “pugno di ferro” anche sui fenomeni ufologici (come se già non lo facessero gli ufologi di professione: si veda Esomediatori – Frascati e anche Chi sono gli ufologi).
La ricognizione invece ha aperto uno spazio ucronico nelle complesse vicende di questo quadrante di Roma.

Ci vediamo nel futuro!

Ciemmona Interplanetaria 2019 – No Borders

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Il quarto corpo celeste (di questo sistema).

La Critical Mass Interplanetaria (detta Ciemmona) è l’appuntamento ciclistico che si tiene tutti gli anni, dal 2004, nelle città e sulle strade italiane. Tre giorni festosi in giro con la bicicletta. Tre appuntamenti e una massa critica di ciclisti provenienti da tutta Italia ed Europa che si incontrano per pedalare, costruire biciclette, produrre momenti di ciclistica socialità, riappropriarsi degli spazi cittadini.
Per dettagli: https://ciemmona.noblogs.org/

La Ciemmona quest’anno è tornata a Roma ed è sempre più no borders e interplanetaria.
Tra i suoi principi costitutivi c’è, come sempre, quello della libertà per ogniunU di viverla secondo i propri valori, purché in un ottica di condivisione, antifascista, antirazzista e antisessista. Nella sua sedicesima edizione la Ciemmona sarà anche vocazionalmente antispecista perché la fine dei confini, dei muri e delle recinzioni dovrà esserlo per tutto il vivente senziente, di questo e di altri pianeti. Oppure non sarà affatto.

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Abduction da parte di un disco volante

Molti “anti” che spalancano su un pluricosmo di gioiose alleanze e d’eso-inclusioni.
La muscolopropulsione di questo ritorno sta nell’urgenza e nell’impegno espressi dalle ciclofficine popolari, dagli spazi autogestiti, dalle singolarità, per cui la bicicletta, la condivisione, l’autogestione, la festa, rappresentano alternative, mondi possibili, rispetto agli spazi cittadini tenuti sotto scacco dalle automobili, dagli idrocarburi e dal pizzardone astratto: celle di contenzione, anelli di quella catena di recinzioni che il 31 maggio e l’1 e il 2 giugno la massa critica ha dimostrato di poter festosamente spezzare.

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La fabbrica dei dischi volanti

No borders è il racconto che la Ciemmona ha l’urgenza di narrare come storia umana di dolorose migrazioni e di odiosi approdi negati. Ma è anche la storia della forza centrifuga espressa dalle forme del design ostile, pensato per renderci tutti indesiderati e alieni (animali inclusi) nelle città. Ancora, è la storia dell’ostilità verso le occupazioni abitative e verso quegli spazi sociali che, in varie forme, sono stati negli anni restituiti alla città e a chi la abita.
No borders vuole essere quindi la storia di alieni che si riappropriano della forza espressa dalla propria alterità.
Siamo tutti alieni e nessuno lo è più dagli altri!

La Ciemmona Interplanetaria 2019 è tornata a Roma grazie al lavoro congiunto delle Ciclofficine Popolari di Roma e degli spazi Autogestiti e Occupati che hanno partecipato come: Forte Prenestino, Acrobax e Officine Zero.

da ufo

Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione

Gli spazi antropici possono generare o farsi investire da atmosfere che, seppur prioritarie, sono sempre e solo quelle prevalenti, rispetto ad altre compresenti ma minoritarie se non addirittura triviali. Abbiamo definito tali spazi UDA, ovvero Unità D’Ambiance cercando di dar loro un perimetro, un limite, che ne delimiti l’influenza, onde cogliere lo scarto con altre UDA adiacenti.
L’idea che l’UDA sia qualcosa di non permeabile è comunque del tutto errata.
Da un punto di vista euristico non c’è differenza tra la percezione che si riceve e quella che si trasmette all’ambiente, dato che, in ultima analisi, l’elaboratore e il percettore di sensazioni coincidono: la pelle, la carne, con tutti i suoi differenziati organi sensori.
Tale dispositivo, o AI come suggerisce di definirlo l’Associazione Psicogeografica Romana (APR), non può che operare una distinzione convenzionale tra ciò che investe i propri sensi e ciò che i propri sensi hanno irradiato. Questo dato è inestricabilmente immanente e bisogna farci pace.

Un modo piuttosto rapido per descrivere il carattere delle UDA è quello di associare ad esse un codice colore. L’UfoCiclismo ha sviluppato una specifica tavola cromatica degli stati d’animo proprio per questo scopo, con la consapevolezza, però, che emozioni e colori sono associabili in via del tutto denotativa, quando invece la percezione atmosferica (relativa alle atmosfere) dovrebbe essere un’esperienza il più possibile sinestetica e connotativa. Dagli occhi, la percezione primaria andrebbe ricacciata giù nella gola, passando per l’udito e l’olfatto fino al tatto, e magari esperita sincronicamente con i cinque o anche più sensi (per coloro che hanno scoperto di possederne d’ausiliari).

Non è quindi un fatto strano che qualcuno abbia scelto di definire rosse le zone della proscrizione: zone rosse.
La definizione che ne da la ligia Wikipedia è la seguente: “Con la locuzione zona rossa si definisce un’area soggetta ad un alto rischio di carattere ambientale, sociale o d’altro genere. Può essere istituita temporaneamente o definitivamente e può essere interdetta al pubblico“.
Accettando quindi come socialmente condivisa l’associazione emotiva tra rosso e pericolo, e altresì accettando il carattere arbitrario della sua competenza perimetrale (la zona rossa è uno spazio visibilmente perimetrato e delimitato da transenne, guardie, telecamere eccetera), vale la pena tentare di darne una più esaustiva, e meno superficiale, interpretazione cartografica.

Una zona rossa è a tutti gli effetti un’UDA a cui qualcuno ha attribuito il gradiente atmosferico rosso. Riferendoci alla tavola cromatica degli stati d’animo il rosso è compreso nel cluster 1-4 a cui negli anni gli ufociclisti hanno assegnato collegialmente questi attributi: “Ambiance ricca, varia, densa, strutturata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112).
In effetti un’ambiance con tali attributi può facilmente divenire materia del contendere, innescare appetiti, al pari di un giacimento minerario, di una risorsa idrica, di uno spazio balneare, di una sorgente sulfurea eccetera, su cui qualcuno ha messo gli occhi, con l’intento di sottrarla alla collettività, di farne uno spazio privato escludendone arbitrariamente l’accesso ad altri.
Ne consegue che una volta individuata atmosfericamente una zona rossa (prima che qualcuno ne rivendichi di prepotenza il possesso) su di essa va preventivamente effettuato del conflitto atmosferico (del tipo 1), “degradandola”, rendendola non più appetibile, trasformandola in una barricata: “… costruzione di barricate simboliche come immondizia, graffiti, tag, stencil ostili, intollerabili, osceni. Sarà il caso di lasciare i cumuli volutamente senza manutenzione di modo che si popolino di cinghiali, ratti, insetti e gabbiani (bisognerà però scongiurare il ritorno della peste bubbonica con controlli capillari). In questo senso bisognerà costruire un giacimento (cuspide) senza manutenzione: osceno, indecente e disturbante.” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 117).
Questa tattica ricorda quella impiegata da quegli animalisti che macchiano il manto degli animali considerati da pelliccia.

Una UDA rossa già individuata e perimetrata è così costituita:

1) psico-dissuasori: sono gli elementi immediatamente percepibili dell’avvenuta occupazione-usurpazione di una zona rossa. Alcuni psico-dissuasori sono: le transenne, le guardie, la presenza di ritmi nella segnaletica dei divieti (che culmina nel groviglio dei sensi vietati), la presenza di aviomezzi ben visibili e rombanti, un intorno di turisti e curiosi facenti funzione di cuscinetto tra il perimetro vero e proprio e le UDA circostanti (gergalmente chiamata carne da cannone dato che in caso di repentina e imprevista espansione della zona rossa questi saranno i primi a esserne tragicamente investiti, un po’ come accadde a Pompei ed Ercolano).
Su un asse funzionale gli psico-dissuasori si oppongono alle affordance attrattive, ovvero a quelle spontanee pulsioni a oltrepassare i limiti imposti dai primi. Una tipica tattica di superamento degli psico-dissuasori è la massa critica. Ad esempio quando la massa critica dei ciclisti urbani intraprende un sottopasso (psico-dissuasore perché generalmente inteso dagli automobilisti come rush finale prima di un allucinatorio traguardo) questa urla, ulula, fischia il vento e la bufera, onde ricacciare indietro la funzione dissuasiva.

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Ancora tecniche contro gli psico-dissuasori: Santiago di Cile 18 ottobre 2019

2) tonal: ogni UDA (e così anche una zona rossa) contiene al proprio interno un tonal che ne mantiene in vita il gradiente atmosferico. L’individuazione dell’oggetto che più rappresenta l’atmosfera è quindi un’operazione preliminare dell’individuazione di qualsiasi Unità D’Ambiance. Nelle zone rosse la sua localizzazione dovrebbe essere particolarmente semplice, almeno in teoria, dato che tra le motivazione ufficiali dell’instaurazione di un tale spazio della proscrizione, generalmente viene indicato il cosiddetto “obiettivo sensibile” da proteggere: spesso si tratta del tonal. Per la medesima ragione, quindi, agire direttamente sul tonal, facendogli perdere attrattiva e forza (conflitto atmosferico del tipo 1) è non di rado impossibile.
Le occupazioni autogestite (l’occupazione di uno spazio) sono tattiche utilizzate, più o meno consapevolmente, per “tenere a bada” il potere attrattivo di un tonal, quando la zona rossa non sia stata già militarmente instaurata.
L’alternativa è costituita allora dal totem d’incongruenza, una struttura sempre presente qualora esista il tonal. Il totem è la funzione inversa di quest’ultimo e ne bilancia la tonalizzazione: la caratterizzazione. Generalmente esso coincide con l’oggetto, la situazione “naturalmente” fuori posto nell’UDA esaminata. Qualora accessibile il totem è la struttura su cui intervenire, potenziandola, per ridurre l’influenza del tonal e per “sbiadire” il rosso della zona. A differenza del conflitto atmosferico e dell’atmosfera come barricata, il potenziamento del totem d’incongruenza è un processo di mutazione molto meno rapido, anche molto meno traumatico, in cui, alla fine, la zona rossa cambierà colore al pari di un cambio di destinazione d’uso.
Quantunque invece non fosse possible incidere sul totem perché neutralizzato, la zona rossa sarebbe tale solo in modo impropriamente detto, dato che si tratterebbe, in realtà, di un’UDA drammaticamente traumatizzata, pauperizzata, deprivata, a cui è stata sottratta la vita. In questo caso l’UDA necessita di un intervento molto più radicale ammesso che essa, a quel punto, possieda ancora qualche attributo d’interesse per coloro che vorrebbero rivitalizzarla. Un’UDA “morta”, militarmente protetta e prescritta, è in gergo definita linea maginot.

3) varietà dimensionali (di tipo 1 o 2): si tratta di percorsi fortemente irregimentati, di varchi sorvegliati, di passaggi segreti inespugnabili eccetera, presenti nella zona rossa. Sono le vie d’accesso e di fuga da questo tipo di spazio, qualora esso sia stato già individuato, blindato e normato. Si può agire su di esse in modo da “tagliare i rifornimenti” allo spazio invaso, o da rendere difficile il transito verso questo (generando psico-dissuasori ad esempio). Individuare una varietà dimensionale di tipo 1 o 2 è semplice dato che al suo interno il ciclista si sente sopraffatto da un eterodiretto “dover-fare” o da un “non-poter-fare-altrimenti”.
Biciclette, monopattini, skate eccetera, ovvero mezzi autopropulsi e bidimensionali, sono gli unici a muoversi con destrezza e reversibilmente in queste tipologie di spazi.

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Un esempio di psico-dissuasore: i briques bloc utilizzati negli scontri a Honk Kong

4) occultatore: spesso, ma non sempre, le zone rosse estendono in apparenza la propria influenza attraverso occultatori come muri, ponti, sottopassi, portali, funi eccetera. Individuare la presenza di questi oggetti aiuta a comprendere con esattezza il perimetro dell’UDA e la sua conformazione.

5) cluster 33-38: qualora sia urbanisticamente possibile, bisognerebbe occuparsi di modellare tutte le UDA adiacenti la zona rossa con atmosfere di un colore compreso nel cluster 33-38 della tavola cromatica degli stati d’animo: “Ambiance deprivata, traumatizzata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112). Questa tattica è comunemente definita far terra bruciata. Il contro-isolamento della zona rossa è un’operazione piuttosto complessa e di rado praticabile. Essa implica una massa critica di dimensioni straordinarie e molto tempo a disposizione: altrimenti detta rivolta.

L’associazione rosso = pericolo è quindi solo l’esasperazione di uno degli stati d’animo possibili, di uno spazio che invece si presenta come ricco, vario, denso e strutturato. Che tale vivacità lo possa rendere anche relativamente “pericoloso”, riottoso, fuori controllo, è solo una delle possibili conseguenze.
E’ invece innegabile che esso si trasformi in assolutamente pericoloso, qualora sia il capitale e i suoi servitori a interessarsene: armandolo e recintandolo. Ma nessuna zona rossa sarà mai abbastanza sicura dato che come ovvia reazione essa produrrà, sempre nei proscritti, un’affordance attrattiva relativa.
Il conflitto cromatico è quindi prioritariamente un conflitto atmosferico in cui una delle parti impiega l’arma affilata della paura.

Link:
Il Daspo è solo l’inizio. Gli ultras come cavie per fermare i movimenti