Cosa è l’UfoCiclismo

Teoria Critica sullo spazio

L’UfoCiclismo si propone come teoria critica che ruota attorno alla bicicletta. Per fare ciò si pone prioritariamente come teoria critica sullo spazio urbano (più in generale sugli spazi antropici).

La vocazione critica della bicicletta la sperimenta ogni giorno il ciclista urbano, non tanto nelle percorrenze più rapide e abituali, quanto in quelle esplorative, che scovano nuovi passaggi, che ne aprono di nuovi. La bicicletta sprona a non percorrere necessariamente la strada più veloce, quella più consigliata, ma apre alla possibilità concreta che lo spazio sia sorretto da altre strategie, oltre quelle note e riconducibili alla brevità, alla velocità, all’utilità e via discorrendo.
Questa è la vocazione cartografante della bicicletta.

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Illustrazione di CROMA

Ma tutto ciò non basta. Non è ancora abbastanza.
Anche qualora il cicloattivismo riuscisse nella sua battaglia in favore di un uso più generalizzato e consapevole della bici e di modalità più sostenibili di trasporto, anche allora ci ritroveremmo tutti insieme a pedalare nuovamente all’indirizzo delle fabbriche capitaliste, imprigionati nel lavoro schiavista e nelle nubi tossiche che ormai fanno stabilmente parte della nostra biosfera. Avremo così inciso davvero poco sulla realtà.
Occorre quindi una teoria critica con ambizioni più generali.
Necessitiamo di una teoria critica capace d’armonizzare più fronti di lotta, tutti compatibili e arricchiti dalla scelta d’utilizzare la bicicletta.
Come ufociclisti crediamo che le varianti di tali lotte siano riassunte nei principi dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antispecismo, dell’antisessismo.
Molti “anti” che però spalancano un universo di possibili alleanze.
Come ufociclisti troviamo ad esempio incoerente che tanti cicloattivisti impegnati anche in campagne per la sensibilizzazione sulle sofferenze di popoli oppressi, così come per i diritti dei ciclisti quali anello più fragile della mobilità, non sentano la necessità d’esprimere concretamente la stessa solidarietà per l’oppressione di altre specie animali, considerate come cibo per gli esseri umani e costrette a vivere in lager. Il fascismo che si pratica sulle strade è lo stesso che opprime i popoli e che segrega, tortura e uccide gli animali.
La lotta per la mobilità sostenibile è anche una lotta contro lo specismo!

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Oggetti volanti (e non) non-identificati

Gli ufociclisti non sono ufologi, semmai (se il termine non fosse terribilmente cacofonico) potremmo definirci ufofili, perché impegnati a valorizzare l’oggetto non identificato, a volerlo preservare come tale: ineffabile.
Gli ufologi sono esattamente il contrario: gendarmi dell’identificazione, di tutto ciò che sfugge alle maglie strette del controllo generalizzato (si veda anche: Chi sono gli ufologi).

Ma cosa sono gli UFO? Qualcuno lo sa? Consideriamo un’opportunità  il fatto di non saperlo. Consideriamo un valore aggiunto il fatto che esista qualcosa che sfugge alla identificazione coatta, all’incasellamento tassonomico, al controllo, aprendo, per questo, su mondi possibili, su alternative perseguibili.

Se pensassimo quindi l’UFO esclusivamente come oggetto di provenienza terrestre, se supponessimo quindi che tutto fosse spiegabile approssimandolo (prima o poi) a fenomeni noti, avremmo perso un’occasione: l’occasione di sperimentare un principio di concreta alterità.
Non è utile altresì ipotizzare dogmaticamente che gli UFO siano cosmoveicoli d’origine aliena.
La ricchezza dell’UFO sta nel suo essere un “oggetto aperto“, flessibile, non ergonomicamente funzionale o riconducibile a uno specifico scopo: un apparato senza il libretto delle istruzioni.

Vale forse allora proporre una “scommessa” (si veda anche UfoCiclismo e scommessa di Pascal): che almeno una parte di questa fenomenologia possa essere considerata come qualcosa di totalmente diverso; così diverso da originarsi altrove, in condizioni e forme sociali a noi terrestri (e alle nostre organizzazioni sociali) non riducibili. Tale scommessa ci pone, allora, nella “scomoda” situazione di dover fare qualcosa, di dover agire, forse mutare, trasformarci, per entrare in contatto con tali forme di alterità.
La spiegazione di ciò ce la fornisce Dante Minazzoli (si veda: UfoCiclismo: perché gli alieni non prendono contatto pubblicamente?) che per primo ha affrontato la questione UFO-alieno in senso politico: i presunti alieni potrebbero intraprendere un contatto ufficiale con i terrestri solo a patto che noi si risolva la più grande contraddizione che ci caratterizza: la sperequazione (inter e intraspecifica) tra sfruttati e sfruttatori. In altri termini: che si proceda verso la trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali.

L’esito della scommessa è sempre virtuoso. Anche qualora gli UFO fossero esclusivamente fenomeni di tipo terrestre (cioè solo momentaneamente non-identificati), anche allora avremmo comunque contribuito al mutamento di condizioni sociali oggettivamente ingiuste e in alcun modo sostenibili.

Gli ufociclisti contribuiscono a questa trasformazione (quindi ai presupposti per il contatto, potremo dire) per mezzo della bicicletta, della sua capacità ricartografante, intaccando quelle sclerotizzazioni della realtà che comunemente chiamiamo mappe.

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Teoria critica sul cosmo

Il mutamento dei rapporti sociali passa, per gli ufociclisti, per la ridefinizione più profonda del principio di realtà: la mappa. Orientare (ovvero: la funzione della carta topografica) non è mai un atto avulso da una precisa visione del mondo, e come tale va considerato e criticato (si veda: Carte, sapere e potere di John Brian Harley).
La nostra cartografia critica è quindi innanzitutto un atto politico non di ri-orientamento, ma di messa in discussione del comando, della norma, insiti nelle forme di scrittura simbolica (di reificazione) del reale, di cui le mappe fanno parte e di cui costituiscono una delle essenze più profonde. E’ uso dire, ad esempio, “farsi una mappa mentale” per indicare il più basilare criterio per orientarsi in una data situazione. Le mappe, una volta istituzionalizzate, operano a un livello molto profondo ponendo limiti alla conoscenza e alla flessibilità mentale.
Ricartografare con la bicicletta è: 1) atto connaturato al mezzo bicicletta e 2) necessario perché la bici offre il miglior rapporto tra efficienza esplorativa e contatto con l’ambiente (esplorare un’ampia parte di spazio mantenendo il contatto sensoriale con l’ambiente). A questo proposito parliamo di ciclismo sensibile.
Ricartografare includendo anche possibili oggetti volanti prevenienti dall’oltre biosfera significa estendere la teoria critica sullo spazio antropico a tutto il cosmo, tanto più oggi che il capitalismo inizia concretamente a interessarsi dello spazio extraatmosferico (space economy) divenendo sempre più multiplanetario (si veda anche Marte oltre Marte. L’era del capitalismo multiplanetario).

UfoCiclismo

L’UfoCiclismo non è un collettivo identificabile, anche se i suoi militanti possono costituirsi in gruppi e collettivi di ciclisti. Chiunque condivida (anche criticamente) gli assunti e i principi dell’UfoCiclismo può costituire un collettivo o gruppo ufocilista, partecipando e ampliando il lavoro di cartografia critica con la propria militanza attiva.
In questi anni di attività e militanza abbiamo costruito una nostra teoria cartografica costituita da specifiche categorie e poggiata su un metodo. Per scelta non abbiamo mai prodotto un documento scritto definitivo sul metodo, in quanto riteniamo prioritaria la vocazione a voler guardare e raccontare lo spazio in maniera alternativa, e solo secondario il fatto di farlo nel modo in cui noi abbiamo scelto di farlo. Il metodo è quindi inscritto (e da lì assorbibile) nei nostri rapporti, nei racconti, nelle nostre mappe (quelli contenuti in questo blog) e nei libri che abbiamo scritto. Pensiamo comunque che forme anche meno strutturate di analisi e riscrittura (come ad esempio la Psicogeografia o le mappe sensoriali) siano utilissime per iniziare a modificare la realtà dei rapporti sociali.
Per quel che riguarda la metodologia, l’uso della bicicletta è sicuramente una priorità, tanto perché promuove una pratica alternativa al più comune (almeno nelle città italiane) modo per spostarsi su base d’idrocarburi, che per mantenere un’equilibrio tra efficienza della media oraria e percezione sensibile dell’ambiente circostante.
Le ricognizioni che promuoviamo sono di due tipi: 1) diurne, specificatamente cartografiche e 2) serali/notturne, in cui alla cartografia uniamo più esplicitamente l’aspetto di ricerca del contatto con altre forme di vita e approcci ludico-creativi di varia natura.
Le uscite serali/notturne prevedono sempre il momento conviviale del picnic vegan [si veda: Perché quello esoplanetario è cibo vegetariano o (meglio ancora) vegan?] di benvenuto per tutti coloro che si sono uniti alla ricognizione. Le uscite sono pubbliche e aperte a chiunque a patto di portare con sé una sensibilità antifascista, antirazzista, (almeno contestualmente) antispecista e antisessista. Su ciò non si transige.

Illustrazione di Andro Malis


Per comprendere nello specifico le peculiarità ufociclistiche, cioè cosa facciamo e come operiamo, la cosa migliore è quindi leggere i rapporti redatti a seguito delle ricognizioni, ed esplorare le mappe che in essi incontrerete.
Troverete tutto su questo blog.

Il blog organizza gli argomenti esclusivamente in ordine cronologico. I primi rapporti che incontrerete scrollando, sono anche i più recenti. Ovviamente, pur facendo costantemente riferimento a un glossario interno cliccabile per quel che riguarda le nostre categorie cartografiche (ad esempio: UDA), è possibile che i rapporti più recenti diano per scontati strumenti o passaggi teorici che nei primi rapporti sono invece trattati con più dovizia di particolari. Potete allora fare riferimento al nostro sito, ufociclismo.org, che può essere utilizzato anche come indice degli argomenti di questo blog e di altre cose che qui non hanno trovato collocazione.

Buona lettura.

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UDA contattistica a Saronno – 26/9/2020

Rapporto redatto da Silvia.
Rimaneggiato da Cobol.

Appuntamento alle ore 14.00 al punto di raccolta dell’ameno parchetto di via Amendola, nella zona sud di Saronno. Il luogo è stato scelto dai compagni del collettivo Telos, che in tandem con gli ufociclisti hanno deciso di ridisegnare una porzione dello spazio cittadino, mediante ricognizione ufociclista. Ne scaturirà un rapporto-resoconto (questo e forse anche altri) che narrerà, ce lo auguriamo, qualcosa di inatteso sulla città. Inatteso dovrà essere rispetto alle narrazioni statiche e stantie che da sempre aleggiano e che con maniacale perseveranza tutti governatori della città si prodigano, con accanimento terapeutico, a mantenere in vita.
I ricognitori giungono al raduno con la loro bicicletta, noncuranti del primo vento gelido che spazza via le nuvole di questa giornata settembrina. Ha inizio una breve tornata di piccole riparazioni e di cure verso i propri e gli altrui mezzi di locomozione: si massaggiano i copertoni, si gonfiano le camere d’aria, si verifica lo stato della catena e delle sue maglie. Ovviamente, ci si fa anche un po’ i reciproci complimenti per le biciclette più “belle” e meglio manutenute.
Andrea, che evidentemente s’è confuso sul senso della cosa, si presenta in automobile. Può accadere. Deve aver pensato si trattasse di una deriva psicogeografica classica, in giro a piedi a bighellonare come nella Parigi di metà del secolo scorso. Poco male, torna a casa e velocemente recupera la sua due ruote, con cui si ricongiunge rapidamente al gruppo dei ricognitori.
Piccolo brief per fare il punto della situazione e predisporsi collegialmente a guardare Saronno (soprattutto per gli autoctoni) in un modo un po’ diverso. È Anella a comunicarci immediatamente che nel parchetto ha appena intravisto un viottolo che non aveva mai notato prima. Perfetto! Partiamo col piede giusto. 

Ricognitori nel punto di raccolta in attesa di eventuali ritardatari
Il punto di raccolta sulla mappa parziale. È visibile il vialetto appena scoperto

Ad un certo punto, come sempre forzando (solo poco) il corso degli eventi storici, e non dopo non aver atteso, si decide che siamo proprio tutti e che è ora di partire. Si seguirà una traccia di massima che si è concordata nei giorni precedenti, a distanza. Ma come di sovente avviene, si lascerà molto spazio all’improvvisazione, al richiamo degli attrattori, alle repulsioni dei dissuasori, lasciandosi liberamente orbitare attorno alle rotonde, qualora ne dovessimo intercettare una o più di una: una pedalata sensoriale, per ciclisti sensibili, insomma.
Cercheremo, in fondo, di registrare le varie atmosfere che incontreremo sul nostro cammino, provando così a restituire un’immagine della città come agglomerato di “stati d’animo”, urbanisticamente reificati, solidificati in strade, piazze, sottopassi e altri oggetti, tra loro in combutta o in conflitto. Ne scaturirà una mappa sensoriale e atmosferica di uno spazio inquieto, con pressioni emergenti e forze che ne contengono l’espansione, in nome di un presunto decoro (si veda anche: Decoro e funzione repressiva dell’ambientalismo) e di un immaginario status quo.   
Si parte proprio dal quartiere Matteotti, che ingloba il parchetto del punto di raccolta. Rione storicamente popolare e popoloso, qui in passato, sorgevano fabbriche ormai dismesse di cui rimane, nella migliore delle ipotesi, uno scheletro di cemento, messo duramente alla prova dalla termodinamica e dall’erosione incessante degli agenti atmosferici ostili. Ma prima di incontrare le fabbriche di cui siamo a conoscenza intercettiamo, percorrendo via Torricelli, un’altra istituzione totale: un costrutto religioso, la chiesa di San Giuseppe Confessore, un edificio moderno, probabilmente risalente agli anni Settanta.
A guardarlo superficialmente, non si tratta d’altro che di un oggetto architettonico sul territorio, ma ufociclisticamente siamo interessati alla sua funzione posta in relazione (in struttura diciamo anche) con altri oggetti più o meno prossimi.
A guardarli quindi meglio, gli oggetti antropici hanno, sempre più funzioni, raramente meno di due:
1) una sedimentata (durevole);
2) una situata (mutabile a seconda degli oggetti con cui entra in relazione).
Nella sua forma sedimentata, la chiesa è sempre un esomediatore (si veda: Esomediatore Frascati) la cui “politica” verticista si oppone sempre all’autogestione orizzontale e autonoma dei rapporti tra biologie senzienti, ma al momento questa funzione è per noi trascurabile.
Ci si domanda invece se contestualmente, se come funzione relativa (situata), essa possa qui agire da tonal. Le chiese lo sono spesso, anche se in modalità vicaria di qualcosa d’altro (si veda: Ley line Tor Sapienza), in attesa che un tonal definitivo e stabilizzato emerga a supportare e promuovere un’atmosfera. Ciò fintantoché un altro tonal non gli sottragga la funzione, e via così discorrendo, periodicamente. Definiamo l’atmosfera retta da un tonal come UDA (Unità d’Ambiance) e quindi lo spazio urbano come un insieme variegato di UDA.
Siamo fermi davanti a San Giuseppe Confessore e l’idea che possa temporaneamente funzionare da tonal viene espressa indirettamente da più ricognitori, dato che l’apparato industriale un tempo tipico di questa zona (e che probabilmente ne determinava l’atmosfera oggi in dismissione) ha, con ogni probabilità, ceduto il posto all’esomediatore in questo arduo compito di catalizzatore di un’emozione ambientale.    

Ricognitori analizzano le fattezze di un esomediatore
L’esomediatore San Giuseppe Confessore

Anella ci racconta che proprio dove è stata edificata la chiesa, un tempo c’era una delle tante fabbriche della zona, di cui però non ricorda la storia. Il fatto che una chiesa abbia soppiantato una fabbrica ci pare molto significativo e transitivamente ci ricorda il meccanismo di riscrittura che gli edifici cristiani hanno, nell’antichità, compiuto sul precedente culto mitraico. Una conferma generale sul ruolo tonale di questi edifici.
Individuato un possibile tonal ci viene da domandarci se sia agevole rintracciare anche il suo opposto territoriale, il totem d’incongruenza dell’UDA, che con il primo compartecipa, ma stavolta per sottrazione, alla corretta definizione dell’emozione ambientale.
Spostandoci solo di pochi metri ci imbattiamo in un enorme cratere (purtroppo non meteoritico) prodotto dall’eradicazione (quattro anni fa) di due palazzine popolari: l’ex complesso residenziale delle Farfalle sembra lì lasciato a monito di ciò che il quartiere è stato e che oggi non è più. L’allora governo della città aveva illuso gli abitanti degli stabili i quali avevano creduto nella promessa di una collocazione migliore. Invece, dopo l’esplosione delle palazzine (evento pubblico a cui hanno assistio centinaia di esultanti e incuriositi cittadini) non è rimasto altro che un immenso vuoto, mentre gli ex residenti vivono tuttora, come situazione eternamente provvisoria, collocati in palazzine vicine, liberi di mirare e rimirare (come in un girone dantesco) quell’orrido nulla che un tempo chiamavano casa.
Consiliarmente ci sentiamo di eleggere il cratere a totem, monito appunto, che mina la compattezza dell’atmosfera promossa dal tonal-esomediatore San Giuseppe Confessore. È un po’ come se il nuovo tonal volesse esporre come un trofeo il “corpo straziato” del nemico battuto. A tutti gli effetti, il nuovo tonal emerso con la spinta epocale della nuova classe sociale del general intellect, ha spazzato via, proprio come un meteorite, il vecchio tonal (e le sue propaggini), che rappresentava una classe (quella operaia) ormai divenuta fantasmatica, in un’alternanza da conflitto di classe, la cui “violenza” nell’eradicazione è stata tutt’altro che metaforica.

Il cratere da impatto

Registriamo quindi nell’interspazio tra l’esomediatore-tonal e il cratere-totem d’incongruenza, una prima zona di conflitto atmosferico del tipo 1, posizionata esattamente su via Torricelli.
Sulla mappa evidenziamo quindi le isobare tipiche dell’emissione di pressione atmosferica opposta per oggetti-funzione così importanti (le isobare del totem sono generalmente più deboli di quelle del tonal, pena la trasformazione radicale dell’atmosfera).

Sono visibili le isobare in opposizione del tonal (in alto a destra) e del totem (in basso a destra), su via Torricelli

Ci attenderemo di rintracciare in questa zona d’interferenza delle anomalie (si veda: Ley line Tor Sapienza), ma lo spazio è a dir poco micrologico, una stretta via, e al più dovremmo ispezionarlo da provetti entomologi, onde scoprire comportamenti anomali e bizzarri tra gli insetti ivi residenti.   
Ci pare poi francamente significativo, e forse affatto accidentale, che tale lotta tra pressioni atmosferiche avvenga proprio su via Torricelli!!! Che capolavoro!  
Ci ridestiamo dalla sorpresa per questa eccezionale concomitanza di fatti e ci spostiamo ancora pochi metri. Incontriamo questa volta lo scheletro di una fabbrica, dimora oggi di gatti randagi che accettano di buon grado il cibo offerto da qualche signora o signore a loro affezionati. Anch’esso è lasciato a monito dell’atmosfera che fu, con funzione simile (anche se meno iconica e con meno capacità evocativa) del cratere da impatto torricelliano.

Scheletro di fabbrica su via Balasso
Sempre via Balasso, vista in profondità
Momento consiliare dinanzi al cratere prodotto dall’impatto col general intellect

Qualora quindi qualcuno desiderasse mutare l’atmosfera di questo quartiere, potrebbe allearsi col totem d’incongruenza, potenziandolo. Ad esempio, organizzando feste, mercatini dell’usato, picnic, nel cratere. Si potrebbero ripristinare le funzioni alternative (non lavoriste) nelle fabbriche abbandonate, solo per fare degli esempi fin troppo ovvi.
L’ispezione del quartiere popolare Matteotti prosegue in direzione dei campetti di via Leonardo da Vinci. Decidiamo di raggiungerli passando per una stradina interna, parallela alla via principale. Il viottolo è curato e delimitato da panchine che si affacciano sul campetto da basket liberato. I compagni di Telos raccontano orgogliosamente di come, quest’estate, abbiamo ripristinato lo spazio, rimuovendo anni d’incuria e di entropia. Marcello racconta di come lo abbiano reso nuovamente fruibile a chiunque. C’è orgoglio nelle sue parole e negli sguardi degli altri compagni che hanno partecipato alla rinascita di un luogo oggi nuovamente restituito alla cittadinanza.
La stretta stradina che costeggia lo skate park e il campetto liberato (non ha un nome proprio ma lo deriva dalla parallela via Leonardo da Vinci), si presenta nella sua funzione di varietà dimensionale del tipo 2. Si tratta di uno spazio monodimensionale, spazialmente parlando, con una seconda dimensione accessoria (attorcigliata) che è quella atmosferica. Questa ha un carattere impositivo, un suo specifico “far-fare”. Le varietà dimensionali d’ordine inferiore esprimono questa funzione imperativa a chi l’attraversa: “procedi, non sostare, non occupare lo spazio di transito, accelera uniformemente nella direzione indicata”, lasciando a chi la percorre limitatissimi gradi di libertà entro cui immaginare repentini cambi di direzione e tragitti alternativi o ortogonali. Una volta imboccata, resta poco da fare se non percorrerla disciplinatamente nella direzione indicata dalla sua unica dimensione spaziale. 

La varierà dimensionale del tipo 2
Il campetto liberato

A questa funzione, rafforzata dalle opere murarie laterali che la trasformano in una sorta di budello, si contrappone l’improvvisa apertura laterale del campetto liberato (foto precedente), non a caso per lungo tempo narcotizzato mediante incuria nella sua funzione di potenziale tonal dell’UDA filiforme.
Tra la varietà dimensionale e il possibile tonal, si spalanca il micrologico spazio di conflitto atmosferico, che proprio come quello incontrato in precedenza, è troppo piccolo per essere agevolmente analizzato nelle dinamiche esistenziali che internamente innesca.

I due punti sovrapposti: conflitto atmosferico tra tonal in potenza, punto in alto, e varietà dimensionale d’ordine inferiore, punto in basso

Dietro il campetto liberato s’innalza un’architettura in costruzione, che nei mesi a venire potrebbe anche minare l’esistenza e la funzione di questo coraggioso tonal. Vedremo, intanto la palazzina cresce e getta sguardi sempre più torvi all’indirizzo del campetto.

L’edificio in costruzione che sovrasta il campetto liberato

Usciamo dalla varietà dimensionale del tipo 2 immettendoci su via Varese, percorrendola fino a Viale San Josemaria Escrivá de Balaguer, dove ci attende un nuovo cratere da impatto. Questa volta a essere state abbattute non sono delle palazzine, ma un vecchio e immenso complesso di fabbriche. Al suo posto troviamo una desolante “assenza” dove, si dice, sorgerà l’ennesimo supermercato e una torre da venticinque piani. In tutto si tratterà di un complesso architettonico moderno, con alberghi e uffici, capace di occupare tanto spazio nella maniera meno razionale e più cementificatrice possibile. Il niente affatto condivisibile auspicio è che il borgo saronnese possa un giorno assurgere a costola integrata della megalopoli Milano. Insomma, un altro grande buco in attesa d’essere colmato di rampante neoliberismo. È a questo punto della storia che l’ufociclista Silvia, pur abitando in questa città da quando è nata, pensa per la prima volta in vita sua, che effettivamente Saronno somiglia proprio al Groviera!

Un altra drammatica eradicazione, questa volta su Viale San Josemaria Escrivá de Balaguer

Usciamo dall’ambizioso complesso e nuovamente su via Varese c’imbattiamo in una significativa piattaforma girevole. È Giacomo del collettivo Telos a farcela notare: una rotonda di medie dimensioni, con al centro l’immancabile praticello maniacalmente curato e, meno prevedibilmente, un gazebo in ferro che protegge una grande palla granitica, con su scritta la parola Saronno. Quanta surreale complessità! Sulla funzione della piattaforma girevole ci siamo già ampiamente soffermati (si vedano: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli e Esomediatore Frascati). Eviteremo quindi divagazioni foriere di sbandate e smarrimenti. Ciò che qui conta è la sua collocazione, e quindi la sua specifica funzione, in relazione agli oggetti ad essa più prossimi.

Piattaforma girevole surrelalista

Per comprendere la funzione, procediamo pedalando verso il prossimo oggetto significativo, un altro esomediatore: il Santuario della Beata Vergine dei Miracoli. La chiesa, che dà il benvenuto a chi entra nella città da nord ovest, è oggi circondata da un ampio sagrato, edificato forse con la recondita intenzione di farne una piazza. Al progetto, a parte la presenza di un’ampia seduta circolare che estroflette (proiettandoli come i raggi di una bici) tutti coloro che la utilizzano, manca scientemente l’apparato di seduta e di stazionamento vis a vis, proprio come ormai in uso in tutte quelle città che, coadiuvate dagli ultimi ritrovati nel campo dell’architettura ostile, e in nome del decoro, dichiarano guerra alle forme di socialità biologica (si veda: Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3). Già, usiamo il generico concetto di biologia, perché a essere sempre più estromessi non sono solo gli umani, ma qualunque essere vivente.

L’esomediatore Santuario della Beata Vergine dei Miracoli
Ricognitori dinanzi all’esomediatore
Sempre l’esomediatore Santuario della Beata Vergine dei Miracoli, da un’altra prospettiva. Da qui è visibile la seduta estroflettente

Valutiamo quella del Santuario un’atmosfera altamente respingente. Gli elementi che ci spingono a questa conclusione sono molti:
1) la forma della piazza;
2) la disposizione a raggiera delle sedute;
3) il continuo via vai di automobili veloci sulla strada prospiciente la chiesa, che produce frastuono, immersi in cui, non è certo piacevole sostare.
Insomma, si tratta di un apparato centrifugo in tutti i sensi e per tutti i sensi. Nuovamente una molteplicità di funzioni:
1) sedimentata, quella dell’esomediatore;
2) situate quella del l’UDA armonica (si veda: UDA armoniche – Atto primo) e dello psico-dissuasore.
Sull’esomediatore abbiamo ben poco da dire oltre quanto scritto in precedenza e in altri rapporti. Possiamo aggiungere che al momento, al di fuori della chiesa si sono aggregate un po’ di persone in attesa dell’uscita dei novelli sposi, ovvero di due persone che si sono reciprocamente promesse eterna fedeltà al cospetto di un alieno e dei suoi vicari terrestri esomedianti.

Una piccola folla d’adoratori d’alieni, ma solo in circostanze mediate

Più interessante, invece, la funzione di psico-dissuasore, che dissuade dal vivere la piazza, producendo un effetto centrifugo (di cui abbiamo appena detto), ma potenziato quando messo in coppia con la funzione della piattaforma girevole (la rotonda armata di gazebo) poc’anzi incontrata. Anche la piattaforma girevole ha una funzione dissipatrice e sparpagliatrice dei flussi cittadini, ma decisamente meno vocazionalmente votata alla dissuasione, rispetto a uno psico-dissuasore, che ha invece un’esclusiva funzione “idrorepellente”.
Al contrario, la piattaforma girevole può essere, e spesso lo è, un elemento altamente rivitalizzante del tessuto cittadino, producendo inattesi disorientamenti e improvvise riconfigurazioni spaziali. Nel caso specifico, la vicinanza con lo psico-dissuasore rafforza la funzione sparpagliatrice e respingente che con la coppia si è generata.
Per quel che riguarda la UDA armonica, invece, possiamo considerare lo spazio della piazza come interessato da un’atmosfera molto compatta, prodotta dal rumore proveniente dalla trafficata strada adiacente. Nello specifico si tratta di un’UDA edificata dal frastuono che, a sua volta, rinforza la funzione centrifuga della piazza in questione. Potremmo definirne i contorni cromatici mediante Tavola cromatica degli stati d’animo, ma al momento non è il compito che ci siamo dati (si veda ad esempio: Ufociclismo a Omegna).
A proposito di psico-dissuasori, i componenti del collettivo Telos si accorgono di una presenza costante, visibile più o meno dal momento che ci siamo messi in marcia. Un’automobile grigia ci segue e si ferma ogniqualvolta la ricognizione si sofferma a ragionare sugli oggetti-funzione incontrati. Si tratta di una nota civetta della Digos che ci accompagna senza alcuna cautela nel celare la propria presenza. Si tiene a debita distanza, ma è costantemente presente.
Si tratta, allora, di un efficacissimo esempio di psico-dissuasore mobile, una sorta di zona rossa (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione), semovente, che ovunque si sposta sovrascrive temporaneamente l’atmosfera sedimentata. Ci mettiamo l’anima in pace: siamo destinati ad avere la scorta e a sentire costantemente mutata l’emozione dei luoghi che attraverseremo.
Siamo nuovamente su via Varese, solo per pochi metri, prima di girare a destra immettendoci in viale Santuario della Madonna dei Miracoli, e poi subito in un coagulo di viuzze interne senza nome, ma indicate nella mappa qui sotto.

Dal basso verso l’alto sono indicati: la piattaforma girevole e i suoi flussi, l’esomediatore Santuario della Beata Vergine dei Miracoli, l’entrata di un sottopasso pedonale e piazza dei Mercanti. La linea rossa è il percorso effettuato durante la ricognizione. Tra il secondo e il terzo punto il coagulo di viuzze

Raggiungiamo uno degli accessi al bellissimo sottopasso pedonale che attraversa lo spazio di servizio dedito al transito ferroviario.

Sottopasso ciclo-pedonale tra l’esomediatore e piazza dei Mercanti
Sottopasso ciclo-pedonale tra l’esomediatore e piazza dei Mercanti. Bello!
Sottopasso ciclo-pedonale tra l’esomediatore e piazza dei Mercanti. I ricognitori violano la geometria spaziotempo dell’area ferroviaria
Sottopasso ciclo-pedonale tra l’esomediatore e piazza dei Mercanti. effettivi visivi tipici delle velocità relativistiche
Sottopasso ciclo-pedonale tra l’esomediatore e piazza dei Mercanti. Ne siamo fuori. Integri, nonostante l’orizzonte degli eventi

Ora le constatazioni che ci sentiamo di fare sono le seguenti:
1) questo tipo di varchi possono essere delle scorciatoie o degli strappi, lo decideremo osservando accuratamente la mappa;
2) questo tipo di passaggi generalmente mettono in comunicazioni UDA di diverso tenore atmosferico, e per questa ragione sono molto importanti.
Transiti di questo tipo eludo il limite a cui i due bordi delle diverse UDA tendono (si veda anche: conflitto atmosferico dei tipo 1), producendo un passaggio con caratteristiche anaffettive, cioè deprivato dalla percezione sensoriale del cambio d’atmosfera.
Nello specifico, le due aree messe in comunicazione da questo transito (nella mappa successiva indicate coi colori rosso e verde) sono atmosfericamente tra loro irriducibili: un esomediatore repulsore, da una parte, e un parcheggio (piazza dei Mercanti che i saronnesi amano chiamare piazza Rossa, per via dell’acceso colore rosso delle mattonelle, che una volta lastricavano il pavimento), dall’altra.
Chiamata anche piazza Ribelle, la seconda UDA è separata dalla prima da una terza (lo spazio di transito ferroviario indicato in blu), caratterizzato a sua volta da un’atmosfera completamente diversa rispetto alle precedenti (a tutta prima potremo parlare di un’UDA alienata, ma per esserne sicuri dovremmo approfondire le sue caratteristiche spaziali).

Riferimenti di massima delle tre UDA messe in comunicazione dal sottopasso ciclopedonale. I colori delle UDA sono solo distintivi e non designano il tipo di atmosfera

Da definizione ci troviamo quindi in presenza di uno strappo, ovvero di un transito ciclopedonale capace, di comprimere i tempi di spostamento da un’UDA all’altra, modificando lo spazio in cui queste esistono e prendono forma.
Al momento del nostro arrivo la piazza, che normalmente funziona da parcheggio si è trasformata in un campo da cricket per un gruppo di giovani indiani e in uno da calcio per giovani nostrani. Essa è particolarmente interessante perché tecnicamente si tratta di un attrattore in cui l’aggregazione è del tutto spontanea, ovvero non risponde a pratiche d’ingegneria sociale protese a creare intermittenza tra inclusione ed esclusione. Qui si viene per stare assieme senza particolari instradamenti e senza l’ausilio dello sbrilluccichio delle vetrine e delle merci, a differenza di altri spazi di ritrovo “ufficiali”. La conformazione della piazza, inoltre, alterna ampi spazi aperti adatti a giochi di squadra e aree più appartate e intime adatte alla pratica dell’infrattologia (per un più corretto senso del concetto di infrattologia si guardi l’opera dell’Associazione Psicogeografica Romana – una definizione rigorosa è contenuta in Ufociclismo. Tecniche illustrare di cartografia rivoluzionaria).

Piazza Ribelle: attrattore. Momento collegiale
Piazza Ribelle e i suoi occupanti temporanei

I ricognitori ritengono collegialmente degno di nota questo suo alternarsi di funzioni.
Silvia propone uno spunto di riflessione su come la libera aggregazione praticata in questo luogo, sia testimoniata dalla presenza di graffiti, frutto di una lotta continua tra governo della città e writers locali. Anella le fa da contraltare sottolineando come la piazza raccolga solo una fetta della popolazione, quella più giovane. Mamme con bambini e anziani preferiscono la piazza centrale, prossima tappa della ricognizione.
Ci rimettiamo in cammino verso il centro della città e più precisamente in direzione di piazza Libertà, il cuore pulsante della parte più antica di Saronno.
Contornata da baretti e negozi merciologicamente piuttosto prevedibili, al momento dell’arrivo delle biciclette pullula di gente e di suoni. L’atmosfera ricorda un po’ quella domenicale. Alla fine di corso Italia, nuovamente un esomediatore, la parrocchia dei Santissimi Pietro e Paolo con funzione, quasi certamente, di tonal (stavolta stabile) di questa UDA storica.
Ci guardiamo attorno e scrutiamo il tipico paesaggio dei centri storici italiani, fatto di colori e architetture familiari. C’è anche lo psico-dissuasore mobile che ovviamente ci ha seguiti anche qui. Anzi la nostra presenza sembra interessare un po’ tutte le autorità locali stazionanti in questo spazio. Ci sentiamo insolitamente osservati. Soprassediamo e ci guardiamo attorno per intercettare visivamente un possibile totem d’incongruenza. Ma qui, appare tutto molto coerente senza divagazioni atmosferiche di alcun tipo. Nessuna struttura in particolare attira la nostra attenzione.
Emergono spontaneamente una serie di riflessioni su questo spazio così simbolico. Ci soffermiamo sul suo tramutarsi atmosfericamente a seconda delle ore del giorno e del periodo dell’anno. Emerge un’interessante ipotesi: il totem d’incongruenza potrebbe non essere una struttura immobile, quanto piuttosto una condizione ambientale recante in sé una specifica funzione. Questa piazza almeno d’inverno si svuota, infatti, non appena cala il sole, emanando una lugubre sensazione di solitudine. Discorriamo sul concetto di paura e sul significato di “spazio vuoto”. Se fosse quindi questa condizione a funzionare da totem? Se fosse una circostanza ambientale a funzionare da disgregatore di questa aggregazione garantita e un po’ coatta? Se fossero queste condizioni al contorno a minare le fragili certezze del tonal?
Negli ultimi anni, le politiche di degravitazione umana dagli spazi, il loro trasformare i luoghi in “corridoi” di mero transito, la psicosi giustizialista da decoro, hanno risucchiato nel vortice espulsivo anche i centri urbani, un tempo vissuti ventiquattrore su ventiquattro e oggi svuotatisi di biomassa, ridotti a contenitori a mezzo servizio di una popolazione confinata negli avamposti della conurbazione. Ci pare sia esattamente questa la condizione di piazza Libertà e del suo flebile tonal (ci verrebbe da dire: “non ci sono più i tonal di una volta”). Ipotesi molto stimolante e applicabile in maniera generica a tantissimi spazi antropici. Ufociclisticamente ci sforzeremo di trovare un nome-concetto per questa peculiare funzione.

Soggettiva del tonal Santissimi Pietro e Paolo

Sono già passate un paio d’ore dalla partenza. Alcuni membri del gruppo mostrano i primi segni di cedimento psicofisico e di assideramento. Il repentino cambio di stagione ha scombussolato un po’ tutti, ma la maggior parte dei ricognitori resiste e continua con l’esplorazione.
Ci siamo immessi su via Roma, nuovamente in direzione della periferia saronnese. Qui si respira un’aria diversa e una diversa emozione. Questa parte di città è sicuramente meno affollata e più silenziosa. Le case sono prettamente villette borghesi con giardini curati ospitanti costose automobili.
Incontriamo una piccola piattaforma girevole e Marcello, che in quel momento guida il gruppo, inizia spontaneamente a orbitarci attorno… pochi altri ricognitori lo seguono, mentre altri lo osservano incuriositi. Si tratta di una pratica nota alla massa critica che serve proprio per esorcizzare e a volte neutralizzare la vorticosa forza disgregatrice delle piattaforme girevoli (si veda: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli).
Ben presto, l’attenzione dei ricognitori cade su un pezzo di strada che, brutalmente, impatta con l’antica ferrovia abbandonata, quella che collegava Saronno al limitrofo paese di Solaro. È interessante notare come i binari morti siano rimasti incastonati in terra delimitando con decisione una tagliata tra due file di case. Tutto ciò rafforza ancor di più la funzione di varietà dimensionale del tipo 2 del tratto di strada ferrata (si veda anche La varietà dimensionale 2 – Capranica-Civitavecchia).

La varietà dimensionale ex ferrovia Saronno-Solaro

Qui a differenza dell’opposizione varietà dimensionale/campetto liberato, nulla sembra contrapporsi allo strapotere della dimensione imperativa di questo canyon artificiale. Lo scorcio è comunque davvero suggestivo e costituisce anche una sorta di attrattore che ci piacerebbe seguire perdendoci nell’ambiguità esistenziale di un tratto ferroviario fantasma. I compagni del Telos assecondano il desiderio espresso dagli ufociclisti invitandoci a proseguire, onde re-intercettare la ferrovia in un punto ancora più caratteristico, ci dicono.
Prima di raggiungerlo, si attraversa il complesso delle case popolari dell’Aquilone.

L’Aquilone: case popolari
L’Aquilone, ancora

Fronteggiati da un parco, questi palazzoni ospitano persone di etnie e di strati sociali molto diversi: un vero e proprio pot-pourri.
Si dice che l’Aquilone rappresenti un coacervo di culture, colori e odori diversi. Nei suoi cortili le donne e i bambini si incontrano per chiacchierare e giocare, o più semplicemente per passare del tempo assieme, come si soleva fare una volta. Un po’ aulicamente si dice che all’Aquilone regna la pace. Ma a prima vista, questi enormi palazzoni grigi, fatti costruire qualche decennio or sono dall’imprenditore Berlusconi, producono una sensazione nettamente in contrasto con quanto appena sostenuto. Altri osservatori, più cinici, traducono l’idillio sopra descritto sostenendo che il decantato incontro di culture si risolve speso nel campestre frastuono di rumorosi grigliatori sudamericani che, di tanto in tanto, nel parco adiacente, condividono musica, calorosità e vivande con coloro che hanno voglia di socializzare. Altro non ci è dato sapere, se non comportandosi come novelli antropologi impegnati in una seduta di osservazione partecipante. Comunque sia, Cobol i palazzoni li trova belli, mentre Silvia ne percepisce l’orridume. I due si scambiano un po’ di disincantate visioni del mondo in fatto di architetture periferiche, ma alla fine ognuno rimane fermo sulla propria visione estetica.
Stiamo nuovamente incrociando la ferrovia dismessa, la varietà dimensionale. Abbiamo radicalmente mutato prospettiva, giacché i binari che inseguiamo scorrono ora su un terrapieno reso, nel punto in cui ci troviamo, discontinuo dalla presenza di un antico sottopasso, o ponticello, che in passato è stato al centro di animate polemiche. Alcuni saronnesi lo vorrebbero vedere morto per via del fatto che le sue dimensioni inibiscono il passaggio di grosse cilindrate. I “puristi archeologici” invece lo amano per via di quell’aria un po’ retrò. Evidentemente, almeno per il momento, il partito di quest’ultimi ha avuto la meglio.

Il primo dei sottopassi-ponticelli su cui corre la varietà dimensionale che stiamo inseguendo

Per noi la sua funzione è di separatore (si veda anche: Separatore Torre Spaccata), dato che inscena l’interruzione di compattezza dell’atmosfera dell’UDA. Lo si attraversa e si ha la sensazione di essere transitati in un’atmosfera diversa, una sorta di portale “stargate”, mentre in realtà l’emozione da un capo all’altro è esattamente la stessa.
Il parallelismo col primo Stargate (il film) è molto calzante: un complicato tunnel spaziotempo, solo per poi ritrovarsi di nuovo in una sorta di antico Egitto (la trama del film). Sì, il separatore può essere un oggetto deludente proprio come uno stargate. Tuttavia, diviene un elemento centrale qualora lo si inserisca all’interno di un più ampio e dettagliato studio di una UDA.
Subito dopo ne incontriamo un altro, più suggestivo:

I ricognitori lo attraversano anche qui non percependo alcun cambio d’atmosfera. Uno di loro, un’anima pia, è salito sul terrapieno e ripristina un lenzuolo con un messaggio d’amore. Il vento lo aveva ribaltato e quindi occultato. Per questo forse un amore era finito.

Decidiamo collegialmente di salire per goderci l’ultimo tratto di varietà dimensionale. Si abbandonano le bici in modo da inerpicarsi su per il terrapieno e camminare a contatto col ferro dei binari. Le biciclette restano al livello sottostante sorvegliate da Anella. A farle compagnia, c’è lo psico-dissuasore mobile che ha parcheggiato a una ventina di metri. E ci scruta. Forse dentro.
Qui la varietà dimensionale della ferrovia, se possibile, si declassa dal tipo 2 al tipo 1, sottraendo ancor più spazio a manovre non previste, col suo fare imperativo: “procedi! Non retrocedere! Mai!”.  

A cavallo della varietà dimensionale
Si sperimentano tecniche di violazione delle imposizioni della varietà dimensionale

Ai lati della strada ferrata ci sono solo dirupi scoscesi che non consento nessuna agevole manovra fisica o mentale che sia, se non rischiando ruzzoloni o tracolli psichici. Qui anche i pensieri sembrano compressi entro un lungo tubo da cui si fatica a venir fuori.
La bellezza del luogo fa da contraltare alla tipica sensazione che eziologicamente chiamiamo di claustrofobia da varietà dimensionale. Abbiamo la sensazione di essere contenuti nella materializzazione del concetto di “ineluttabile destino”. Ecco, se il destino fosse ineluttabile, sarebbe proprio come questo pezzo di ferrovia dismessa. Una varietà dimensionale di ordine inferiore come questa è un ottimo luogo in cui ragionare sul significato di “libero arbitrio”. Qualcuno dovrebbe organizzarci un dibattito. Ecco; si dice che forse il suo destino sarà quello di pista ciclabile: da una varietà dimensionale all’altra. Dalla padella alla brace. Una scelta alternativa potrebbe essere invece quella di spazio onomatopeico per ragionamenti sul destino, l’arbitrio e sinonimi dei due. Un corridoio convegni capace di penetrare fisicamente la concettualità esplorata. Di ciclabili invece ne abbiamo le scatole piene! La strada è di tutti e per le bici non vogliamo i vostri rachitici ghetti! Non ci chiuderemo volontariamente in una varietà dimensionale d’ordine inferiore! Nonostante per alcuni ciclisti urbani l’unica cosa di conto sembrano essere ciclabili e rastrelliere. Che povertà di spirito…
Comunque sia, ora regna un roboante silenzio e il tratto che percorriamo a piedi ha un sapore indefinibile: sospeso. A tratti è romantico, giacché, seppur abbandonati, i binari narrano ancora di storie di viaggi lontani nel tempo. Prevale tuttavia un senso denso di desolazione, scaturito dalla vista di quei binari tanto fragili e implacabilmente destinati a finire nel vuoto. Ma prima del salto nel vuoto, alla nostra destra si apre la vista di un bellissimo parchetto che possiamo osservare da posizione sopraelevata.

Gan eden

Sembra chiuso su tutti i lati da vegetazione molto ben curata (forse troppo), mostrandosi, quindi, come spazio apparentemente inaccessibile, chiuso da un lato da alberi fitti e dall’altro dal terrapieno ferroviario su cui ci troviamo. A guardarlo così è possibile immaginare, al suo interno, lo sviluppo di specie animali e vegetali autoctone assolutamente originali. Si tratta sicuramente di un’illusione prospettica, ma ce la godiamo dato che ci ricorda il bel gan eden incontrato in una ricognizione nel quadrante sud-est di Roma (si veda: Intersezione Togliatti).
Siamo dentro al nostro Viaggio al centro della Terra, vecchia pellicola che narra di un mondo all’interno del mondo, popolato da animali, da piante e da atmosfere sopravvissute alla fine delle ere preistoriche.
A fianco al parchetto-ganeden s’innalza una struttura ufomorfica che immortaliamo nella sua prepotente ostentazione. Si tratta ovviamente di una navicella aliena intenta ad atterrare nel gan eden (e dove altrimenti?): una scena che tanto piacerebbe a Mauro Biglino, su cui potrebbe sciorinare decenni di video per i suoi accoliti complottisti.

Struttura ufomorfica

Registriamo fotograficamente e su mappa questa struttura come significativa perché da sempre attratti dalle conformazioni ufomorfiche che, più o meno consapevolmente, invadono le città, offrendo prospettive di fuga immaginifiche.   
Giungiamo rapidamente al limite della ferrovia fantasma e con lei della varietà dimensionale del tipo 1. Una varietà dimensionale di grado così basso non poteva che terminare in modo così grossolano, brusco e irragionevole: una fine senza compromessi, “senza se e senza ma”. Oltre, qui, proprio non si procede: c’è un complesso di pali e inferiate a impedircelo. Ma soprattutto c’è un differenziale di altitudine difficilmente colmabile con un salto umano. Siamo in presenza di una funzione occultatore (si veda anche: Separatore Torre Spaccata).

Il ponte ferroviario prima della fine
L’occultatore – fine della varietà dimensionale. I binari sotto visibili sono del nuovo tratto ferroviario

Lo slancio sul vuoto lascia intendere una continuità dell’atmosfera di questa UDA, mentre in realtà al di là del limite si apre tutta una zona caratterizzata da un’atmosfera completamente diversa. L’occultatore è un po’ il “voler-essere” dello stargate, e non a caso funzioni come l’occultatore e il separatore hanno definizioni simili, ma contrarie. 
Torniamo rapidamente a recuperare Anella e con lei le biciclette. Lo psico-dissuasore mobile non se l’è portata via.

Ripercorriamo il ponte ferroviario a ritroso. Facendo attenzione.: violare il senso di una varietà dimensionale d’ordine inferiore può essere pericoloso

Percorriamo alcune stradine strette nei dintorni del ponticello fino a giungere all’imbocco con via Milano. Qui accade qualcosa di abbastanza insolito, un inatteso sbalzo termico, segno tangibile e pervicacemente sensoriale di un radicale cambio d’atmosfera, tanto termico che psico-emotivo: un piccolo shock. Anche se la giornata è già di per sé piuttosto fredda, come ci si addentra per via Milano, si percepisce una drastica diminuzione della temperatura. La via caratterizzata da un sottopasso stradale costeggia da un lato una zona ex industriale in abbandono, completamente riassorbita dalla vegetazione, e dall’altra il cimitero cittadino. Ci fermiamo alle porte di quest’ultimo

Cimitero cittadino

Dal punto di vista della funzione, si tratta di una cuspide (si veda: Cuspide via Prenestina), uno stratificatore storico e archeologico che racconta, se analizzato con tecniche stratografiche, sempre qualcosa della città. Da questo punto di vista, i cimiteri sono accomunabili alle discariche (fatti i debiti distinguo), alle rampe dei parcheggi e a tutti quei luoghi in cui spontaneamente si accentrano e si accumulano i residui e gli scarti del vivere quotidiano.
Dalla parte opposta al cimitero, dentro l’area dismessa dovrebbe sorgere un campus universitario, ma al momento ivi si è sviluppato un bosco dove, si dice, abbiano dimora forme di vita aliene e volpiformi: forse anche questo un jurassic park o un gan eden. Ma su questa specifica area le sorprese non mancano e gli dedicheremo un supplemento a parte.
Ora raggiungiamo gli edifici d’ingresso a questa area, collocati all’incrocio tra via Milano e via Varese. Qui, fino a qualche anno fa, c’era lo spazio occupato Telos liberato dall’omonimo collettivo. Oggi lo spazio è disoccupato e completamente cementato onde impedire l’accesso (con ogni mezzo necessario) a curiosi e intraprendenti esploratori. La facciata cementata, con porte e finestre riassorbite dai muri, al modo di cicatrici, costituiscono un totem d’incongruenza (funzione situata) in questa zona spopolata di cui però al momento non siamo in grado di identificare, con nostra grande frustrazione, il reciproco tonal.  

Totem d’incongruenza ex Telos
Un’occhiata dall’alto alla zona boschiva possibile UDA contattistica e probabile sede di un gan eden. Meno aulicamente potrebbe anche trattarsi della zona del film Stalker

Siamo anche alla fine della ricognizione. Qui la mappa intera ingrandita.

La mappa topografica con il percorso e le funzioni incontrate. Ingrandisci
Mappa di percorso e funzioni senza topografia
Topografia con percorso. Ingrandisci
Legenda delle funzioni e degli oggetti (a seguire)

1 punto di raccolta parchetto;
2 esomediatore San Giuseppe Confessore;
3 totem d’incongruenza cratere torricelliano;
4 generica propaggine del totem fabbrica dismessa;
5 varietà dimensionale stradina, tonal in potenza campetto liberato, conflitto atmosferico;
6 altro cratere d’impatto neo liberista;
7 piattaforma girevole rotonda surrealista;
8 UDA armonica, psico-dissuasore, esomediatore Santuario della Beata Vergine dei Miracoli;
9 strappo sottopasso ciclopedonale;
10 attrattore piazza Ribelle;
11 esomediatore, (tonal) Santissimi Pietro e Paolo;
12 varietà dimensionale ex ferrovia Saronno-Solaro;
13 case popolari l’Aquilone;
14 separatore ponticello 2;
15 gan eden parchetto;
16 struttura ufomorfica;
17 occultatore fine varietà dimensionale;
18 cuspide cimitero cittadino;
19 UDA contattistica zona ex Telos (che tratteremo tra poco);
20 Totem d’incongruenza ex Telos – fine ricognizione

SUPPLEMENTO

La teoria (critica) ufociclista dello spazio, tra le altre cose divide gli oggetti urbani in funzioni e apparati. Finora abbiamo incontrato tutte funzioni: dissuadere, attrarre, scompigliare, “far-fare”, occultare e così via altre cose.
L’oggetto che andremo ora a descrivere è un po’ più complesso, un vero e proprio apparato. Come tale esso è un aggregatore di più funzioni (una macro, potremmo dire) che da vita a un oggetto articolato dal funzionamento dinamico.
Partiamo dall’osservazione della mappa, proprio nel punto di fine della ricognizione, laddove un tempo c’era lo spazio occupato Telos.  

L’ex Telos, il primo punto rosso a partire dal basso

È facile notare che l’edificio in questione si trova al centro di due direttrici costituite da via Varese e via Milano. Lasciamo stare le vie in quanto tali, per il momento. Ora concentriamoci sull’ex Telos. Dal punto di vista delle funzioni esso è stabilmente un omphalos.
L’omphalos è sempre definito dal suo rapporto con due oggetti immateriali detti ley line.
Le ley line sono linee rette (geodetiche per la precisione) definite almeno dall’allineamento di tre punti (segnalatori) significativi nello spazio. Allora:
ley line 1: totem (ex Telos) + cuspide (cimitero) + esomediatore (parrocchia dei Santissimi Pietro e Paolo).
Ley line 2: totem (ex Telos) + piattaforma girevole (rotonda con gazebo) + esomediatore (Santuario della Beata Vergine dei Miracoli):

Omphalos e relative ley line emerse grazie ai segnalatori

L’ex Telos è presente in entrambe le ley line come funzione situata (totem) e come funzione sedimentata (omphalos).
Le ley line di per sé sono oggetti molto interessanti per via della congiunzione spontanea che disegnano e che designa una sorta di linea pregna di senso, nel tessuto urbano.
Un tempo le ley line erano interpretate anche come “linee magiche” per via del significato pratico e/o rituale che rivestivano.
Quando due ley line hanno base comune (omphalos), cioè si originano da un medesimo punto, danno vita a quello che ufociclisticamente si definisce sottospazio o span. Il sottospazio, a sua volta, è il campo di generazione di una terza ley line (risultante), che è il prodotto vettoriale delle due precedenti e che serve a definire l’ampiezza dello span stesso oltre che la direzione e il verso della ley line risultante. Nella mappa successiva è mostrato come ottenere lo span da due ley line convergenti mediante regola del parallelogramma, ovvero doppiando e ribaltando le ley line così da ottenere un parallelepipedo.

Ley line e origine comune
Ley line e applicazione della regola del parallelogramma: la prima linea verde in basso a sinistra diviene la seconda in alto a destra e lo stesso per l’altra linea. Ingrandisci
Lo span ottenuto mediante regola del parallelogramma nella prima immagine, mentre nella seconda le frecce blu indicano le traslazioni da compiere per ottenere lo span

Ora, uno degli obbiettivi che l’ufociclismo si propone mentre esplora lo spazio antropico, è quello della ricerca di UDA contattistiche, ovvero di quegli spazi che per loro natura offrono le migliori condizioni per il contatto tra umani terrestri e umani e (eventuali) visitatori provenienti da spazi extraatmosferici.
L’estensione di alleanze con forme di vita poste nell’extraatmosfericità è sempre stata una priorità, e lo ancor più oggi che il neoliberismo inaugura una nuova era di conquiste territoriali al di fuori della biosfera (capitalismo multiplanetario e space economy).
Le UDA contattistiche sono virtualmente spazi totalmente inclusivi, ma spesso sono anche posti “misteriosi” e decisamente pericolosi. Il contatto è auspicabile ma mai scevro da rischi, dato che le sue giuste modalità a volte restano opache.
Qui (pdf: da “Ley line come linee energetiche” in poi) per chi fosse interessato alla procedura per comprendere se uno span e anche un’UDA contattistica e che, in sintesi, dipende dall’orientamento della terza ley line generata.

La ley line risultante: evidenziata la direzione e il verso
La risultante sul territorio urbano di Saronno

Ci pare molto significativo che l’ex Telos sia sorto proprio sull’omphalos di una UDA potenzialmente contattistica (ora capiremo se lo è davvero). Significativo, ma non sorprendente, dato che la vocazione di uno spazio liberato è proprio il suo essere restituito all’inclusività del territorio che occupa.
Lo span dell’ex Telos è molto ampio e la superficie utile alla ricerca dell’UDA contattistica vera e propria andrebbe meglio discriminata affidandosi anche ad una più accurata conoscenza del luogo e a una sua eplorazione in loco, cosa che al momento pare non possibile.
Prioritario è sottolineare questa concomitanza di funzioni sedimentate e di trasformazione dei luoghi in base a una qualche forma di vocazione territoriale. Ci sembra molto bello immaginare le potenzialità d’autonomo sviluppo ambientali in un’UDA contattistica. Cosa starà accadendo in questo momento nell’ex Telos? Quali forme di convivenza spontanea si staranno sviluppando?
Cosa ci dice la ley line risultante secondo la teoria ufociclista? Un oggetto volante che si muovesse nella direzione e nel verso del nostro vettore (da sud verso nord), guidato dal differenziale d’intensità dell’attrazione terrestre, procederebbe perdendo potenziale gravitazionale, ovvero diminuendo velocità, così da manifestare un’intenzione positiva al contatto. A tutti gli effetti, quindi, lo span dell’ex Telos è un’UDA contattistica.
Il suo futuro è invece piuttosto torbido. Le vocazioni possono essere facilmente ricoperte da colate di cemento e sepolte sotto l’urgenza di interessi più cogenti, ma in fondo tali rimangono per, prima o poi, riemergere.

Grazie a Loste Cesare per aver prestato la bici a Cobol

Quel senso sottile per l’interdizione 6/5/2020

La fase 2 della pandemia da covid-19 pare averci intercettato, anche questa volta, non preparati, sbrigativamente raffazzonati. Era prevedibile e forse inevitabile; dopo aver trascorso quasi due mesi ad allenarci all’apocalisse finale, ci ritroviamo a gestire la dimensione pubblica e collettiva ormai consapevoli che da un giorno all’altro essa può, ugualmente inattesa, terminare.
L’antecedente è ormai tracciato (si veda: Come nel mezzo interstellare) e da qui non si torna indietro. Ogni passo e ogni sospiro nella sfera collettiva è atto concesso, normato ed esplicitamente autorizzato.
Ci si riversa allora nei parchi a fare scorte di “salute” dopo che gli spazi verdi hanno costituito il simbolo dell’interdizione globale: chiusi, recintati, controllati al solo fine di elargire un segnale. Ma forse il simbolo va ben oltre l’aspetto arbitrario del comando (che è comunque già un inequivocabile segno). Forse colpire lo spazio del non immediatamente strumentale, del sollazzo, propaga il messaggio anche ad altri organi sensibili addomesticandoci definitivamente alla cattività.
Allora s’evade momentaneamente e ci si spalma l’un con l’altra d’ossigeno. Si respira polline e sole col fare meccanico di un presidio medico respiratore.

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Ma più che per inspirare in questi giorni pare s’esca di casa per fare aggiotaggio di massa muscolare, da consumare con calma nell’eventuale ipotesi di un dietrofront globale.
La stessa fulminea ascesa della fase 2, e la medesima impreparazione, ha colto le autorità territoriali. Recependo l’ordine di svuotare semanticamente il simbolo dell’interdizione (i parchi) si lasciano dietro evidenti tracce d’improvvisazione: nastri penzolanti e divieti soffici come un fogli di carta, ieri pesanti come sanzioni.
Bandiere di un vento che sa di polizia.

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Se la continuità logica col lockdown è data dalla chiusura delle aree di gioco per i bambini, in cui diviene evidentemente impossibile garantire un distanziamento sociale, comunque sia già largamente disatteso, è sulle attrezzature per l’allenamento individuale che ci piacerebbe stazionare.

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Precluse all’uso, per quella precauzione che vale la pena evitare di toccare il mondo con le mani, esse mantengono attivo l’aspetto simbolico della prescrizione e del divieto, mentre al contempo oggetti come panchine, fontanelle, muriccioli, alberi, rose e fiori, paiono esentati dallo stesso mandato.
Nel momento in cui la trasformazione del corpo, della forza lavoro, pare avviata, l’attrezzo ginnico necessita d’essere ripensato e ritagliato coerentemente all’accelerazione biopolitica che fin qui c’ha condotti. Che sia forse il caso di farsi crescere nuovi organi? E se sì, quali?

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Le immagini sopra si riferisco alla prima ricognizione ufociclista post-lockdown.
Abbiamo attraversato dopo mesi un po’ di strade e di parchi alla ricerca delle tracce tangibili della Zona rossa diffusa. Lo abbiamo fatto in compagnia di Radio Wombat di Firenze.
Per ascoltare in podcast la trasmissione: qui.

CRITICAL TAZ – 29 maggio 2020

Da questo incontro con Radio Wombat (Firenze) è nata per il 29 maggio 2020 la proposta di una Critical TAZ.

La Critical TAZ organizzata da UfoCiclismo, CM Parma, Ciclofficina Cap15 Pescara, Radio Wombat, si è svolta su tutto il territorio italiano, coinvolgendo anche Radio Onda Rossa (Roma), Radio Forte (Roma) e Radio Città (Pescara).
A seguire il documento di lancio dell’iniziativa.

Critical TAZ

La fase 2 della distopia covid-19 è stata inaugurata garantendo a tutti, o quasi, una più ampia gamma di libertà singole in spazio aperto e plurifunzionale.
La dimensione pubblica che per due mesi abbiamo sublimato e delegato, ci viene resa centellinata e polarizzata quasi esclusivamente sul versante produttivo e a uso prettamente commerciale: liberi consumatori in libere asserragliate regioni.
Da più parti, in più ambiti, in tante teste, polmoni e cuori, i proclami sull’indispensabilità della bicicletta, in questa fase, sono stati salutati con malcelato incauto ottimismo.
Non ci si lasci quindi buggerare: pur di rimettere in moto l’economia, pur di garantire la circolazione di pacchi, di gingilli e di merci, pur di stappare e fluidificare le arterie dei padroni, si è disposti ad accettare anche questo tanto maltrattato “ingombro stradale”.

In tempi meno urticanti e sospetti di questi, la CM ha rivendicato un altro modo d’abitare lo spazio pubblico. Non stappando e fluidificando, ma al contrario rallentando e incoraggiando a respirare. 
Con spirito immediatista la massa critica ha goduto e occupato temporaneamente (Temporary Autonomous Zone) la cerreggiata stradale per sperimentare eccentriche atmosfere e intraprendere flussi di euforica convivialità. Così facendo ha proceduto a un “cambio d’uso” dello spazio, interrompendo a singhiozzo il perpetuarsi dell’egemonia auto-scatolistica, sclero-mobilistica e della, tutt’altro che scontata, ferocia stradale.
Ma quella del “cambio d’uso” è oggi una prospettiva sorpassata dall’accelerazione dei tempi virali, dalle soluzioni sanitario-polizesche massimali, dalle zone rosse infiltrate fin dentro le viscere, dalla “spontanea” rinuncia alla dimensione collettiva, in cambio di un supporto vitale domestico e strategicamente antisociale.
Abbiamo barattato i parchi e le piazze con una rappezzata suit spaziale.
Dal “cambio d’uso, allora, la prospettiva trasla alle abilità pittoriche del designer speculativo, topologo e ciclista, disposto a scendere in strada per illustrare lo spazio alla rovescia: quello della dimensione pubblica perennemente in allerta per via di possibili falle nel contenimento domestico.
Per certi, per nulla metaforici versi, dobbiamo reimparare quindi a passeggiare e a guardarci in faccia; quasi certamente dobbiamo ripassare come si fa a stare in equilibrio e pedalare. 

Pedalare qui ha il sapore dolce-amaro del 1) accertare-riappropriarsi-occupare e del 2) calibrare l’agibilità tattica, i margini d’azione, delle forze in campo.
Da una parte c’é lo spazio pubblico militarmente presidiato, psichicamente contratto dal distanziamento sociale, schizofrenicamente iperstimolato dall’ansia per una non meglio precisata ripresa economica.
Dall’altra ci sono, o ci dovrebbero essere, le infiltrazioni e gli sprazzi di consapevole risposta sociale: di necessità di cercare possibili vie di solidale consiliarità.
Il cuore della questione poggia sulla capacità e sulla velocità di ridisegnare nuove e plausibili relazioni sociali, rapportate ai vincoli delle nuove e prioritarie condizioni ambientali.
Ma sarebbe un errore pensare che le mappe che ne emergeranno servano di nuovo a orientare, supponendo che i territori siano quelli di ieri; qui si spalanca il dolce baratro dell’inventare di sana pianta dopo un reset globale, in cui il confinamento domiciliare s’erige a principio topologico irrinunciabile e fondamentale: sempre ripristinabile.
Mappare quindi, con la priorità di farlo in bicicletta sottraendo le due ruote alla retorica della “ripartenza verde”.
Se il ritorno sul territorio non è al momento immaginabile nei termini della consueta forma della CM, è l’agibilità politica stessa a dover essere ripensata in relazione alle attuali disparità nei rapporti di forza: la massa critica può ricompattarsi allora a partire dai suoi aggregati minimi, dalle particelle, in un nuovo stato mobile e diffuso di concrezione.

Una proposta minima, allora qualora la fase 2 mantenesse gli attuali parametri di agibilità:
proponiamo per venerdì 29 maggio, ultimo venerdì del mese, una Critical TAZ, una diffusa e maculata CM pensata a partire da piccoli gruppi di uno, due o tre ciclisti urbani. Si potrebbe trattare di un’occupazione temporanea tutt’altro che simbolica del territorio, non pedalando contro qualcuno o qualcosa, ma in favore di un modo diverso di tornare alla bicicletta, al suo contatto privilegiato con lo spazio pubblico e cittadino.
Le cellule di CM, autonome ma coordinate, diffuse lungo tutto il territorio nazionale, potrebbero allora utilizzare un collegamento con una radio in streaming per creare la soglia di massa critica.
In studio una conduzione si occuperebbe di far da regia a racconti provenienti dallo spazio urbano narrato da esploratori cartografi, propulsi a pedali.
Una diretta di due ore per gettare le basi di una fase 2 del vivere gli spazi antropici, sottraendoli dall’atmosfera mentale delle zone rosse e dalle ansie sociali del tracollo economico.
L’esigenza di un ponte radio generale, oltre a compattare la massa su un piano compatibile con l’agibilità e con l’esigenza di mappare, offrirebbe la possibilità di far fruire di questa esperienza anche chi non ha mai vissuto la CM, se non magari nelle sue manifestazioni più sporadiche e spettacolari. L’idea di fondo è quella che questa manifestazione possa divenire un’utile riflessione anche per contesti alla CM distanti.

Noi siamo la lotta, riprendiamoci gli spazi!

Come nel mezzo interstellare e di tutti quei mali curati con la purga

Le zone rosse dei perimetri circoscritti invalicabili, controllati, vigilati e armati, sono idealmente definibili come pratiche di “riempimento tonale” (color overlay), di uno spazio altrimenti, e per sua natura, sempre tonalmente maculato e diffusamente ricco di sfumature.
Nella sua formulazione generale, ideale, poco importa la sostanza del riempimento. A prescindere dalla sua consistenza e dalla sua architettura atomica, essa risponde sempre ad attributi di dilagazione, penetrazione e saturazione. Esemplificativamente potremmo immaginarla quindi come un lento ma inesorabile processo d’infiltrazione, d’impregnarsi di fibre, che non può che rammentarci il propagarsi inarrestabile dell’acquerello e delle sue imprevedibili fluide ramificazioni.
Una “zona rossa” si genera ogniqualvolta i pensieri e le azioni assumono forme ricorsive, ipnotiche e ossessive. Esse possono quindi emergere nella vita quotidiana come coordinati casalinghi, completi d’abbigliamento, collezioni o tassonomie d’oggetti, sostanze stupefacenti, funzioni di segnale definitivamente sedimentate, funi per trapezisti, altalene e scivoli, cunicoli da speleologi, piste ciclabili e tante altre cose.
Ufociclisticamente una zona rossa è quindi sempre una varietà dimensionale d’ordine inferiore, in cui il “far-fare” e il “non-poter-fare-altrimenti” sono le “dimensioni spaziali” prevalenti e quasi totalmente vincolanti: “far-assomigliare-tra-loro-suppellettili”, “non-poter-non-abbinare-capi-di-abbigliamento”, “non-poter-che-procedere-in-una-direzione” e via dicendo.
Le dimensioni d’ordine inferiore possono infondere anche un falso senso di fiducia e di sicurezza circoscrivendo lo spazio, rendendolo del tutto prevedibile nel suo funzionamento e nelle sue risposte verso l’esterno.
Ovviamente alcune “zone rosse” sono agevolmente rimovibili mentre altre necessitano di una profonda trasformazione cognitiva per essere messe in discussione (su come attuare forme di conflitto nei confronti delle zone rosse rimando a questo post).
La scelta terminologica “zona rossa” è comunque perfetta in quanto connette la funzione di segnale “pericolo” (tradizionalmente il colore rosso, l’allarme) con l’idea claustrofobica che un determinato spazio (e tutto ciò che al suo interno vi dimora) s’impregni compattamente di un certo qual tipo di ansiotica coerenza.
Esempi ondivaghi possono essere: i diari personali, una toilette occupata, una persona imbronciata, il razzismo, la rabbia e la depressione. Tutti casi, a diversi gradi d’intensità, di aree fisiche e mentali invalicabili.
Quando entriamo nel dettaglio del tipo di zona rossa che stiamo analizzando, la sostanza del riempimento diviene ovviamente fondamentale e vale la pena soffermarsi sulla sua specifica struttura atomica e su i suoi peculiari attributi.
Nel contesto che stiamo trattando, tale materia è più che mai ineffabile e impalpabile trattando di atmosfere, di stati d’animo, di sensazioni, che tonalizzano in maniera pericolosamente coerente gli spazi antropici e le circostanze alterne della vita.
Questa coerenza non è un fatto “naturale”, spontanea, ma il risultato di una negoziazione, più spesso di un conflitto, tra gruppi umani spronati da diverse esigenze e da diversi interessi atmosferici: gruppi sociali pertinenti.
Imporre un’atmosfera su uno spazio significa dotarlo di un’attitudine specifica, di visioni e di peculiari prefigurazioni. L’atmosfera così instaurata guida/inibisce passioni, riflessioni, progetti sul futuro, margini d’azione, prospettive di trasformazione, visioni e sentimenti.
Ma ora sprofonderemo nella tramortente (seppur provvisoria) conclusione che nonostante quanto finora detto sia formalmente e storicamente corretto, ormai ciò è solo puerile archeologia. Lo è rispetto a una condizione drammaticamente evolutasi nel breve arco di tempo di un’accelerazione scevra d’inerzia e solo in parte prevedibile.

È così che in periodo pre-endemico le zone rosse identificano in modo circoscritto i luoghi della preclusione centripeda, quelli dell’allontanamento coatto dei corpi da alcuni spazi pubblici, che pubblici quindi smettono di essere. Gli strumenti basilari di tale condizione sono il Daspo urbano e le zone pubbliche recintate. Anche il semplice nastro perimetratore utilizzato per disegnare momentaneamente spazi chiusi è in fondo una zona rossa pre-endemica, una T.A.Z. (Temporary Autonomous Zone) trasmutata in T.I.Z. (Temporary Interdict Zone).
Si tratta di una condizione del tutto peculiare per queste zone, dato che, per loro natura, esse tenderebbero a occupare tutto lo spazio disponibile in maniera egemonica e entropica.
In quella condizione storico-sociale, al più esse potevano produrre un network coordinato della interdizione (un insieme di isole), ma pur sempre maculato. Ancora, in quella situazione, l’occupazione di spazio pubblico resta un fatto spesso di transizione e nella sua manifestazione del tutto eccezionale, anche se quantitativamente sempre in continua espansione; forse in attesa di una qualche forma d’accelerazione. Il loro contenimento in materia di dimensioni e di numero è funzionale anche alla loro difesa e manutenzione.
Nella città il conflitto per le atmosfere (conflitto atmosferico di tipo 1), e l’imposizione coerente di una di queste rispetto ad altre, è sempre stato un processo lento e progressivo di cui, ad esempio, la gentrificazione (intesa come una serie variegata di trasformazioni aventi come risultato un artefatto sociale omogeneo) è specifica concrezione. La gentrificazione opera con il favore di tecniche di erosione dei classici e peculiari luoghi di socialità (specifici e autoctoni), mediante l’instaurazione di simul-socializzatori alieni (attrattori posticci) disposti sul territorio: generalmente (e quasi esclusivamente) esercizi per l’erogazione di cibo e alcool.
La funzione precipua (anche se non necessariamente conscia) di questi istituti di emulazione è esattamente quella della rottura della catena di legami che il territorio modella in anni di feedback con i propri abitanti umani e non.
In un libro non eccessivamente bello, Jean Baudrillard definisce come “delitto perfetto” quell’insieme di eventi che conducono alla sostituzione del reale con l’iperreale. Osservazione acuta ma oggi archeologica di cui possiamo però ancora apprezzare lo slittamento simbolico.
Ogni processo in nuce necessita di un evento speciale, di un alibi inattaccabile, per dispiegarsi definitivamente in tutta la sua concretezza. Necessita, in altre parole, di uno shock che segni un punto di non ritorno, un antefatto cognitivo, attorno a cui secolarizzarsi. Baudrillard pensa allo shock della rappresentazione della Guerra del Golfo e alla chirurgia asettica delle sue millimetriche bombe; delle immagini a infrarossi mai prima d’allora così vicine agli invasori e mai prima d’allora così interne alle viscere degli invasi.
Eppure l’indagine intrusiva, la pornografia dello spettacolo televisivo, esisteva anche prima della Guerra del Golfo e l’iperreale covava da anni attendendo il momento perfetto per installarsi senza destare sospetti, su una materia preistorica e non più necessaria: il reale.
Non è comunque il caso di provare nostalgia per il “reale” almeno non più di quanto valga la pena di provarne per un paio d’incisivi finti.

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Oggi scopriamo che la definizione di pandemia s’identifica con l’estensione ad libitum della zona rossa. L’identificazione è così forte che è essa stessa a pandemizzarsi operando in modo pressoché omogeneo su tutto il pianeta. Neanche la globalizzazione, su cui tanto inchiostro s’é versato e che tante ansie c’ha procurato, era riuscita in un’impresa lontanamente comparabile.
Ecco allora gli elementi che mi pare interessante evidenziare:
1) l’omogenizzazione cromatica come assenza d’alternative, e 2) un senso del tutto nuovo alla pratica dell’espulsione.
1) Ogni processo egemonico vive l’astrazione esaltante di un mondo a propria immagine e somiglianza onde poi ridestarsi nella scoperta della necessità di un qualsivoglia nemico, anche uno a buon mercato. È la nascita delle polizie moderne, figlie dei reggimenti di proscrizione, che quando non costantemente impegnate nel tenere testa al nemico esterno necessitano, per sopravvivere, di un nemico interno: il sabotatore, il traditore, la spia o di fantomatiche forze esterne ostili. Tutto ciò giustifica l’esistenza di un apparato repressivo caratterizzato da un surplus di presenza militare e di intrusione poliziesca nella vita civile.
Questa tendenza alla “colonizzazione tonale”, all’omogenizzazione cromatica, alla monocromaticità sociale, sgretola l’aspetto essenziale della variabilità d’atmosfere, di stati d’animo, che è invece palestra essenziale per l’ideazione d’alternative esistenziali.
La situazione non è troppo dissimile dall’esperienza della depressione che nonostante non c’impedisca di guardare fuori dalla finestra, processa lo scibile come inerme, piatto e inessenziale.
2) Se l’espulsione da parte delle zone rosse è meccanismo relativamente semplice fin tanto che esistono luoghi d’esilio e punti di frontiera, essa assume tratti super-reali quando l’estensione si traduce all’intera superficie del pianeta.
Nell’attesa di un più compiuto capitalismo multiplanetario: dove stipare gli esiliati?
Scopriamo (solo in parte perché già nota ma forse sottovalutata) una funzione apparentemente accessoria dello spazio privato: la frontiera ultima dell’espulsione dallo spazio pubblico.
Si tratta di un’area flessibile, dilatabile o restringibile a seconda dei casi: uno spazio supermassivo entro cui comprimere la spontanea estensione, o un vuoto pneumatico espresso nella sua forma quasi ideale, in cui isolare.
È il trionfo della relatività.

Pare quindi che il covid-19 possa rappresentare il “delitto perfetto” dello spazio pubblico, l’oblio della dimensione collettiva.
La risposta eziologica dello Stato al nemico esterno si manifesta immediatamente nella forma di una prova generale di deportazione nella sfera privata, entro un’attrezzata capsula spaziale, dotata di supporto vitale perché circondata solo dal vuoto siderale. Lo spazio esterno s’ammanta allora di una sovrainterpretazione simbolica dello stesso tenore, diviene ciò che c’é immediatamente oltre il presidio coloniale, la zona contaminata da guardare con sospetto ed eventualmente da decontaminare.
Il simbolismo della chiusura del parco pubblico, del giardinetto, si misura col pericolo dell’infiltrazione d’agenti atmosferici ostili e s’erge drammaticamente a misura della perentorietà del divieto.
All’esterno si sopravvive solo col casco spaziale, o (che è la stessa cosa) con mascherina e guanti, a distanza controllata perché proprio come in La cosa (1982), l’altro potrebbe essere un’indistinguibile arma patogena letale.
La dimensione privata si disvela come espulsione dei corpi nel cosmo: deportazione spaziale subliminale. Lo spazio extra-terrestre lo scopriamo del tutto diverso da come la fantascienza l’aveva immaginato. L’epopea spaziale con i suoi ambienti angusti e le sue deprivazioni sensoriali risulta in sostanza la previsione più reale: super-reale.
Alla fine è la dimora privata a divenire incubatrice d’infezione, corpo estraneo, suppellettile aliena: e noi, al suo interno, con lei.
Gli esseri provenienti dallo spazio privato sono costretti a infiltrarsi segretamente nella sfera pubblica, a indossare corpi-involucri vuoti, privi di faccia e impronte digitali, in quello stesso ambiente in cui, fino a pochi mesi prima, l’infiltrazione da scongiurare era di segno opposto. Così i sistemi d’allarme anti-intrusione si convertono in dispositivi anti-estrinsecazione e la società si rovescia esattamente come il babbuino teletrasbordato nel film La mosca (1986).
Tutti ladri, tutti untori, tutti alieni.
Si tratta forse ancora di una prova generale, ma questa volta pare aver funzionato alla perfezione. Da qui in poi avremo per sempre un precedente, un alibi da delitto perfetto a cui far riferimento e a cui ispirarsi per soluzioni d’impronta generale: la purga che cura tutti i mali.
La norma più significativa che questa esercitazione ha sedimentato e sta sedimentando è quella che la tutela della dimensione pubblica (la garanzia di questa con tutti i mezzi possibili, ponderati all’entità dell’emergenza) sia un bene che non rientra nel paniere delle priorità vitali, svincolata da altri fondamentali bisogni come la necessità di procacciarsi il cibo, di curarsi, di lavorare.
I paramedici di questa “purga cura tutto” divengono allora gli sfollagente che garantiscono la totale disarticolazione sociale al pari di una prescrizione medica. Ogni manganellata, sopruso e giudizio sommario appare sempre più come un passo in avanti verso la stolta utopia della riconquista di una salute totale al sapor di particolato.
Il “comando sanitario” viene assunto acriticamente dai più ligi e responsabili o biecamente disatteso dagli stolti e dagli sconsiderati, ma nessuno si prende in carico di immaginare una soluzione che non sia quella più semplice, quella militare. La repressione come farmaco generico, che cura proprio tutti i mali, pare averci stregato. È invalso il desiderio indotto d’auto-esilio e d’auto-esiliare come disciplina popolare.
Ai due estremi della risposta obbedienza/incoscienza neanche gli ambienti più disillusi e antagonisti sembra sappiano resistere, e la tentazione di giocare a fare gli “alieni” pare aver sostituito ogni sport nazionale.

Restituiamo quindi la maschera d’alieno, torniamo a essere non-identificati, torniamo a essere UFO.

 

“- Dottore, io ho male a un braccio.
– Ah! C’hai male a un braccio? 
– Embè adesso io te do una purga. 
– Ma, ma come dottore: per il male al braccio una purga?
– Ecche è: te do una purga. Chi ha male al braccio, chi ha mal de reni, mal del testa: La purga. I mali dell’umanità se curano con la purga. 
– Ma come dottore: tutti i mali si curano con la purga?
– Eccerto! Mica è come adesso che gli scienziati ti dicono: te do la pillolina, te do la pastichetta! Ma quale pillolina, ma quale pastichetta! L’uomo è una bestia! Traaa, traaa, traaa. L’uomo è una bestia!

La struttura soggiacente – 18/01/20

Di Cobol, Ora Nel, Ignazio Stelletsky.

Siamo nuovamente in ricognizione, alla ricerca di strutture apparentemente invisibili: relazioni tra oggetti incontrati nella città (case che “dialogano” con parchi, che dialogano con vialetti, che dialogano con dissuasori, che dialogano con giostre eccetera), nel più generale spazio detto antropico.

La verifica dell’esistenza di una struttura significativa (argomentabile) entro un’apparente causalità d’elementi antropici dovrebbe appartenere al dominio delle epifanie, ovvero all’emersione inattesa di legami significativi in un’osservazione d’insieme e  disinteressata, di una porzione di spazio. Ufociclisticamente definiamo questa emersione come costellazione cogliendola ancora nel momento del suo essere non del tutto esplicita e rappresentabile. “Intuizione” è un concetto sicuramente connesso a questa esperienza di scoperta. Anche “sensazione”: la sensazione di trovarsi all’interno o di fronte a un insieme più articolato e dotato d’intelaiatura.
Per cercare di concretizzare questa idea (per visualizzarla) ci serviamo di uno strumento che può essere considerato anche come una sorta di “palestra per cercatori di costellazioni”: lo stereogramma.

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L’immagine precedente (qui per vederla più grande) va osservata al suo centro lasciando che gli occhi convergano soporiferamente (qui una descrizione metodologica più estesa). In linea di massima dopo pochi secondi dovrebbe emergere dall’apparente caos un’immagine tridimensionale.
Esistono stereogrammi più semplici di questo, può quindi valere la pena allenarsi con altri rintracciati in rete. Abbiamo scelto questo perché le immagini di pesci visibili in condizioni normali (bidimensionali) tendono a distrarre l’osservatore, proprio come avviene quando si è in cerca di strutture soggiacenti, in cui i dettagli della scena ci distraggono facendoci concentrare su singoli oggetti, che opacizzano la visione d’insieme, inibendo l’emergere della possibile costellazione.
Tutto ciò non significa muoversi negli spazi antropici rovinandosi la vista per cogliere elementi sottesi non visibili; si tratta solo del tentativo di rendere più solida l’idea di struttura che emerge da un contesto: costellazione.
Un altro interessante riferimento circa le strutture soggiacenti è testimoniato dall’utilizzo di metodologie topologiche nella ricerca archeologica. Quest’ultima connessione d’indagine promette anche di avere valore predittivo circa l’individuazione di elementi, oggetti, siti eccetera, facenti parte di una relazione architettonica, ma non ancora individuati come aventi legami.
Dovrà quindi esistere una qualche forma di somiglianza tra topologia e stereogrammi, ma per fortuna non ci occuperemo al momento di produrre illazioni a tal proposito.

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Nella foto precedente: siamo sulla penisola spartitraffico di via Labico, incrocio con via dei Gordiani (a Roma). Non è il punto di partenza di questa ricognizione, ma il luogo mediano della struttura sottesa che vogliamo far emergere.
Ripasseremo per questo spot tra poco, ma ora ci rechiamo all’appuntamento con altri ufociclisti ricognitori.

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Ecco il nostro punto di partenza: via dell’Acqua Bullicante, all’angolo con via Policastro. Quest’ultima, la strada visibile nella foto precedente, è quella che per prima intraprenderemo.
Prima di farlo osserviamo la foto che segue:

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Via dell’Acqua Bullicante (foto precedente). La foto ci serve per cogliere il tipo di contesto altamente antropizzato da cui stiamo partendo: quartiere, Torpignattara, densamente abitato a ridosso di una grande arteria cittadina (via Casilina). La zona si è mostrata, a suo modo, capace di resistere ai processi di gentrificazione che interessano invece i due quartieri con simili caratteristiche che lo circondano: il Pigneto a ovest e Centocelle a est. Ufociclisticamente si parla di conflitto atmosferico del tipo 1, anche se generalmente preferiamo utilizzare questo concetto non propriamente per spazi estesi come quartieri, ma per unità di spazio meno ampie come le UDA.
Via Policastro, che ci accingiamo a percorrere, è una rampa di lancio verso un’atmosfera del tutto diversa da quella appena descritta: una vera e propria interfaccia, una membrana di traspirazione, che nel suo dispiegarsi assume il ruolo di occultatore. Questa categoria cartografica ha la funzione di sminuire il brusco mutamento d’atmosfera che seguirà. Così facendo “previene” uno “shockante cambio di scena”, agendo cosmeticamente sull’eliminazione di una discontinuità (si veda Separatore Torre Spaccata). I “cambi di scena” sono elementi importanti della nostra ricerca giacché sono la spia di un qualche tipo di opposizione (pilotata o meno), di contrasto (prodotto o involontario) in una più complessiva “battaglia” per determinare il carattere emotivo della città. In questo senso, gli occultatori sono elementi da scovare ed evidenziare nel loro ruolo di omogenizzatori.
L’occultatore ha sempre un ruolo di mediazione (axis mundi) entro i conflitti atmosferici (un po’ come i sindacati asserviti ai padroni). Qui, come è avvenuto in passato, potremmo aspettarci di rinvenire comportamenti o strutture anomale (si veda ad esempio: Ley line Tor Sapienza) prodotti dal formarsi di una zona d’interferenza che miscela (a volte pericolosamente) attributi tra loro moto diversi appartenenti a divaricanti atmosfere che si fronteggiano. Non è comunque il compito che ci siamo dati quello d’analizzare zone d’interferenza, quindi transitiamo rapidamente senza  scorgere incidentalmente nessun tipo di anomalia o psico-bizzarria.

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In cima a via Policastro si apre via Labico, l’accesso privilegiato a un’atmosfera del tutto diversa. Gran parte delle aree attraversate da via Labico non sono accessibili, nel senso che mancano quasi del tutto traverse o altre via di fuga. Questa peculiare strada si comporta quindi come una sorta di tubo, o di tapis roulant, che ci consente di attraversare un’atmosfera altrimenti invalicabile: ma di tubo permeabile stiamo parlando.
Cartograficamente la tratteremo come una varietà dimensionale del tipo 2: essa ci costringe entro una limitatissima varietà di comportamenti, non offrendo, tra l’altro, alcuna via di scampo (sottrazione emotiva e fisica) alla totale immersione nell’atmosfera che attraversa (proprio come quando si è trasportati da un nastro trasportatore). Il fatto di essere intrisa dell’emozionalità che taglia, di assorbire l’atmosfera in cui è immersa, la rende incompatibile con la funzione di intersezione a cui erroneamente si potrebbe associare, per via della sua totale “apatia intersezionale”. Se si trattasse di un’intersezione si comporterebbe sociopaticamente rispetto all’atmosfera che attraversa (si veda Intersezione Togliatti) alienandosene definitivamente. Invece no, in questo caso siamo pienamente all’interno di una precisa emotività fortemente deantropizzata, scarsamente dotata di strutture umane visibili (ci riferiamo prioritariamente a case e ad automobili parcheggiate).
Tubolarità e deantropizzazione sono sicuramente gli attributi che più caratterizzano questa varietà dimensionale che ci costringe, al massimo, entro due sensi di marcia.
Tutti gli spazi (e superfici) sono varietà dimensionali. Ufociclisticamente ci curiamo di evidenziare solo quelli d’ordine inferiore (1 e 2) per via della loro forza imperativa. Cosa puoi fare entro una varietà dimensionale del tipo 2? Avanza! Arretra! Procedi di moto uniformemente accelerato! A questo servono un tubo o un tapis roulant: a spingerci quasi ineluttabilmente nelle braccia di qualche apparato posto all’altro capo.
Se si è in cerca di atmosfere molto ben sedimentate, una varietà dimensionale d’ordine inferiore può essere un ottimo indicatore, una sorta d’indicazione stradale.
Ci siamo fermati un attimo perché Cobol ci sta raccontando della sua particolare esperienza con un tubo.

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Nella foto precedente (e nelle due che seguono) siamo sempre su via Labico, con le poche abitazioni che l’arredano. Si ha la netta sensazione di aver definitivamente abbandonato il centro urbano in favore di una zona rurale, con le poche case e casali presenti (bassi e unifamiliari) che ricordano quelli generalmente rintracciabili in provincia.
Percorrendola, via Labico ha ceduto, qua e là, in compattezza concedendosi qualche divagazione traiettoriale. Non ci siamo addentrati, ma abbiamo sorpassato viottoli con grappoletti di casucole che ricordano i centri dei piccoli paesi. Tutta questa zona si presenta come un’enclave molto bella da attraversare, in cui ci si può momentaneamente dimenticare di essere ancora a Roma.

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La sensazione d’abbandono della città dura però molto poco. Dopo alcuni minuti raggiungiamo un punto di visuale che ci consente finalmente di scorgere una più ampia porzione di spazio circostante e di quello a venire. Dopo una così netta cesura col resto della città, ci si para dinnanzi la veduta della zona di villa de Sanctis, con i suoi alti edifici orientati a raggiera: si vedano la foto e la mappa che seguono.

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La visuale sempre da via Labico. Ci siamo fermati in un piccolo slargo da cui è possibile osservare una più ampia porzione di città. Non siamo riusciti a identificare le strutture artistiche o d’arredo presenti sul prato inaccessibile, ma appaiono abbastanza surreali

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Nella mappa è visibile la struttura a raggiera con cui si presenta il quartiere

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Siamo nuovamente sulla penisola spartitraffico menzionata all’inizio di questo rapporto, ma questa volta stiamo guardando alle nostre spalle, verso via Labico che abbiamo appena percorso e che costituisce un’UDA molto caratteristica, come abbiamo visto. La foto restituisce molto efficacemente l’idea di tubo/nastro trasportatore che abbiamo evocato all’inizio.
Ci immettiamo su via dei Gordiani costeggiando la raggiera di edifici.

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L’apparente impenetrabilità di queste interminabili file di palazzi è tradita da una illusione di trasparenza (vedi foto precedente) che ci da la sensazione di poter osservare l’interno delle abitazioni, come si trattasse di una parete, di uno strato, di tela di iuta.
Per una manciata di secondi restiamo fermi a guardare questa superficie, ipnotizzati, come se dietro l’apparente trama si potessero scorgere le sagome degli occupanti umani, intenti nel dispiegare indisturbati la propria casalinga quotidianità.
L’ufociclista Ora Nel propone una piccola deviazione dal percorso che ci eravamo prefissati in modo da entrare brevemente all’interno di villa de Sanctis. Lì potremo documentare la Luna di Costas Varotsos che troviamo molto bella (immagine che segue) e particolarmente pertinente con la ricognizione ufociclistica.

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Alle spalle della luna c’è un parchetto attrezzato per i bambini. Rileviamo che alcune delle attrezzature paiono molto adatte all’allenamento di cosmonauti in erba, tanto più che il simulacro lunare può facilmente ispirare il gioco, istruendolo involontariamente, verso quello scopo extraatmosferico.
Ritorniamo di poco sui nostri passi (o sarebbe il caso di dire sulle nostre due ruote) e uscendo dalla villa ci sorprende una bella visuale, più prospettica rispetto alle precedenti, del caseggiato a raggiera (foto che segue). Le file di palazzi alleggeriscono il complesso architettonico degradando man mano che si avvicinano all’ipotetico centro in cui i raggi convergono. Il colpo d’occhio, anche grazie alla giornata tersa, è a suo modo piacevole, pur non alterando quella sensazione di trovarsi al cospetto di un tipico alveare umano, tanto diverso dal paesaggio di via Labico che ci siamo lasciati alle spalle.

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Ci avviciniamo ai palazzi. Da questa posizione non sono visibili, ma al di sotto dei filari abitativi, a mo’ di buco di talpa, si aprono dei varchi, dei fori, che spezzano l’apparente monoliticità dell’alveare.

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Eccoci quindi dinanzi al primo varco su via Banal. A Roma la soluzione del ponte incluso in strutture abitative non è molto praticata e quindi, quando incontrata, diviene sempre elemento di curiosità. Riflettiamo sulla frustrazione provata dell’inquilino del primo piano sulla sinistra, circa il ridimensionamento del proprio balcone.

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Giusto il tempo di rendersi conto di una certa varietà nel motivo architettonico dominante (si vedano le tre foto precedenti) che conferma quell’idea di “non troppo dispiacere” rispetto a un così ampio e uniforme complesso abitativo, che avrebbe potuto sicuramente riservare delle brutte sorprese. Giusto il tempo, dicevamo, dato che già ci troviamo dinnanzi il varco d’uscita dell’alveare (foto che segue), intercettato in uno spazio in cui il numero delle abitazioni, e quindi dei passaggi, si assottiglia.
Contiamo di tornare a breve per effettuare un giro più centripeto, laddove i nuclei abitativi, almeno sulla mappa, appaiono più densificati.
Ci scappa un parallelismo con la Via Lattea e la posizione, in essa, del sistema solare. I sottopassi divengono allora dei punti di collasso dello spaziotempo e così via… distorcendo.

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Siamo all’incrocio tra via Banal e via Belmonte Castello dove si apre la piccola via pedonale mostrata nella foto che segue. Il tutto si presenta con una peculiare aria d’incompiuto, con quel minaccioso guard rail lasciato (dimenticato) probabilmente a testimonianza di un tempo in cui questa zona (con ancor meno densità abitativa) si presentava ancor meno conurbata e più selvaggiamente attraversata da indisturbati  flussi automobilistici.
Questa idea fa da trait d’union con quella sensazione d’abbandono della città che avevamo respirato su via Labico. Osservando allora la mappa ci accorgiamo che questa strada è in effetti sempre via Labico, ma con un nome diverso.

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Dalla stradina ciclopedonale si può accedere a un varco del parco Romolo Lombardi (foto che segue) che nel frattempo si è dispiegato sulla nostra strada (nella mappa totale a fine rapporto, il parco Romolo Lombardi è segnato con il nome di giardino Camilli).

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Il pasoliniano varco per il parco Romolo Lombardi

Sappiamo molto poco su questo parco che se osservato da vista aerea appare rosicchiato su tutti i lati da strutture commerciali e industriali come capannoni e tensostrutture, alcune delle quali in stato d’abbandono. Sempre da vista aerea ci si accorge che si tratta di uno spartiacque, un cuscinetto, tra il quartiere Prenestino Labicano e Centocelle. Un pezzo di verde raso al suolo, ridotto a steppa, che resiste alla compressione di due giganteschi quartieri che lo avvolgono. Il transito dall’uno all’altro per via Prenestina (la consolare più utilizzata per questo tipo di passaggio) è invece assolutamente “indolore”, completamente impercepibile, capace di narcotizzare tutte le differenze d’atmosfera che invece il nostro percorso ci sta evidenziando.
Nel percorso fino a questo momento compiuto, il complesso abitativo a raggiera, l’alveare, potrebbe apparire come un separatore. Si tratta di una categoria cartografica simile all’occultatore (incontrato in precedenza), ma opposto di funzione. Cosmeticamente il separatore inscena una discontinuità in uno spazio che discontinuo non è. Le due aree verdi di via Labico e di parco Lombardi possono infatti apparire come un tutt’uno, ma di fatto non è così. Si tratta invece di UDA molto diverse tra loro, esprimenti diverse atmosfere, tenute realmente separate dal complesso abitativo che fino ad ora abbiamo descritto.
L’attraversamento del parco prevede l’immissione su di un viottolo di terra battuta. Anch’esso potrebbe essere letto come una varietà dimensionale, stavolta del tipo 1. Se rigidamente interpretato e intrapreso lo può divenire in effetti, ma di fatto si propone con poca pressione normativa su coloro che lo attraversano. Abbandonarlo in favore del restante spazio circostante è sempre possibile, invertendo la marcia o arricchendola di divagazioni spaziali.

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Siamo dentro il parco Romolo Lombardi e ci siamo appena lasciati alle spalle il varco di via Belmonte Castello. Nella foto è ancora visibile il famoso guard rail

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Il viottolo attraversa il parco simulando una varietà dimensionale d’ordine inferiore. Ma solo di messa in scena si tratta…

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… ecco infatti che un impavido ufociclista ha abbandonato la stradina per fotografare un simbolo avvincente della spettralità del parco

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Qui per sottolineare il concetto di spettralità

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Strutture abbandonate nel parco. Costeggeremo la recinzione in alluminio verso sinistra

Stiamo procedendo a piedi nel parco spingendo a mano le biciclette. Costeggeremo la recinzione in alluminio assecondandola su tre lati.

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Abbiamo raggiunto la fine del lato prima visibile e cammineremo paralleli a quello ora visibile nella foto precedente.

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Ancora intenti a costeggiare il secondo lato della recinzione in metallo. Qui il viottolo inizia a somigliare davvero a una varietà dimensionale d’ordine inferiore

Abbiamo circumnavigato la recinzione e ci troviamo di fronte a uno spettacolare esemplare di quercia (foto che segue).

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Qualcuno l’ha elevata (non senza evidenti ragioni) a tonal del parco, arricchendola con motivi rituali e simbolici che per lo più sfuggono al nostro tentativo d’interpretazione (si vedano le tre prossime foto).

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Procediamo ancora per un centinaio di metri lungo il viottolo come è possibile vedere nella foto successiva…

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… fino a riemergere all’entrata di una struttura sportiva calcistica (foto che segue).

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Attraversiamo il varco e siamo di nuovo in mezzo alla città (foto che segue).

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Alla fine di una discesa ci troviamo su viale della Primavera all’inizio del quartiere Centocelle (foto che segue).
Ufociclisticamente il viottolo, che fin qui ci ha condotti, è uno strappo in quanto passaggio ciclopedonale che connette due UDA (l’abitato a raggiera da una parte e viale della Primavera dall’altra) attraversandone almeno una terza (quella del parco). Gli strappi hanno sempre attributi peculiari data la loro funzione di servizio; si presentano spesso come oggetti decontestualizzati perché accelerano il transito tra atmosfere, consentendo all’attenzione di chi li percorre, di restare avvinghiata al contesto del passaggio, cioè dell’UDA attraversata. Su un piano formale lo strappo è la funzione inversa dell’intersezione.
A differenza dell’occultatore, invece, lo strappo non cela gli elementi di progressivo mutamento del passaggio, ma li velocizza cineticamente tanto da renderli appena percepibili e distinguibili.

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Viale della Primavera: un’altra UDA

pianta intera piccola

La mappa completa. Qui molto ingrandita

Torniamo quindi alla questione iniziale dettagliando anche meglio la collocazione degli oggetti e delle relazioni sulla mappa.
Per oggetti intendiamo qui gli oggetti cartografici, omettendo il concetto più completo di oggetto sequenza che però al momento non ci torna utile approfondire.
Per relazioni intendiamo, invece, gli effetti di senso che si producono dalla messa in struttura degli oggetti.
Fino a questo momento abbiamo elaborato i seguenti modi  per mettere in struttura gli oggetti:
vicinanza a;
contatto con;
allineamento a;
inclusione in;
prossimità da (allontanamento);
in successione;
in opposizione a.
Uno strappo, ad esempio, crea una relazione di “vicinanza a” che ovviamente non è geografica, ma relativa alla struttura. Un tipico modo di rappresentare ufociclisticamente lo strappo è, sempre ad esempio, quello di elidere la UDA di servizio (discontinuità eliminabile) congiungendo le due UDA di partenza e di arrivo. Ciò crea sicuramente confusione, ma in tali casi va rammentato sempre che le mappe ufociclistiche non vengono elaborate per orientare (per quello esistono già le mappe comuni), ma per “produrre” atmosfere o se si preferisce campi (per questo approfondimento di può vedere il testo UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria).
In ogni caso, una mappa ufociclistica fatta con tutti i crismi non si pone l’esigenza di orientare, ma di descrivere l’irrappresentabile, approssimandocisi il più possibile.
Atmosfere e conflitti atmosferici, ma anche campi e strutture soggiacenti, sono concetti difficilmente trascrivibili, quindi la mappa ufociclistica si concede libertà figurative e narrative che non asservono necessariamente altri scopi (l’orientamento ad esempio).
Nelle mappe ufociclistiche è più importante ciò che non si vede che ciò che è già visto o è visibile a tutti.

tensore

L’immagine precedente si riferisce alla rappresentazione (poco accurata perché solo esemplificativa) dello strappo prodotto dal viottolo del parco Romolo Lombardi. Il tensore, che non rappresenta un oggetto reale ma una semplice funzione, sta a indicare l’avvenuta implosione dello spazio a opera dello strappo.
Questo tipo di descrizione è tuttavia poco utilizzata (o utilizzata prevalentemente come ricombinazione conclusiva di una mappa definitiva), giacché si preferisce coniugare in una unica rappresentazione grafica la funzione orientativa e la funzione combinatoria. Per questa ragione, nel tempo, l’implosione (detta tecnicamente permutazione) è stata sostituita dall’uso di icone.
Torniamo nuovamente alla mappa completa.
In arancione abbiamo segnato il percorso effettuato da via dell’Acqua Bullicante a viale della Primavera. Degli oggetti indicati gli unici di cui non abbiamo ancora dato conto sono:
– il totem d’incongrenza (tensostruttura);
– lo psico-dissuasore;
– la affordance attrattiva (un cancello spalancato).
Dato che nell’UDA del parco abbiamo rintracciato il tonal (la quercia), di conseguenza deduciamo l’esistenza di un totem, posto in struttura come “in opposizione a” al primo. Si tratta dei due oggetti, aventi funzione inversa: i più rappresentativi di un’UDA. L’equilibrio e la pressione atmosferiche di quest’ultima (si veda: Under the UDA), dipendono principalmente dalla funzione aggregatrice e da quella dissipatrice di questi due oggetti. Per il momento non ci soffermiamo oltre su tale opposizione dato che essa torna spessissimo nei nostri rapporti e quindi può essere altrimenti approfondita.
Lo psico-dissuasore c’entra ben poco con questa storia, ma vale la pena menzionarlo.
Poco dopo l’inizio di via Labaro, nel senso di marcia della nostra ricognizione, ci si imbatte in uno slargo aperto, tagliato da un viottolo (si veda la foto seguente).

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C’è un cancello, ma come si può vedere non chiude nulla. Anzi! Si tratta a tutti gli effetti di un’affordance attrattiva, che esplicitamente produce una relazione di “contatto con“.
Quella che ci interessa è la stradina a destra visibile sempre nella foto precedente.
Non l’avevamo mai attraversata e volevamo scoprire se potesse funzionare da strappo o scorciatoia, supponendo fosse capace di mettere in contatto via Labico con via Casilina o spazi ad essa limitrofi. In effetti l’ipotesi è corretta (si veda la mappa che segue).

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Le affordance attrattive sono irresistibili per chiunque, ma ancor più per un ciclista urbano in cerca di propulsori spaziotempo. L’idea che la bicicletta sia un ottimo segugio di questo tipo di varchi è davvero eccitante ed è, per molti ufociclisti e ciclisti urbani, motivo di passione per il ciclomezzo. Figuriamoci quindi se potevamo sottrarci a tale invito all’uso.

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Il viottolo su cui ci siamo appena immessi

Comunque sia, percorsa la strada come illustrato dalla linea arancione nella mappa precedente, ci ritroviamo in un piccolo piazzale su cui, tra le altre cose, si apre l’entrata di un esercizio non meglio identificato, visibile nella mappa come edifici color grigio/viola (i colori sono della mappa originale e non hanno alcuna connessione con il tenore atmosferico rilevato mediante strumenti cromatici ufociclisti che tra poco incontreremo).

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L’uscita dal viottolo. Davanti a noi, in fondo alla discesa, c’è via Casilina. Alle nostre spalle il viottolo che abbiamo appena attraversato

Qui un uomo dai modi non cortesissimi c’intima di andare via, dato che abbiamo, a suo modo di vedere, già violato la sua proprietà privata attraversano la strada in terra battuta e brecciolino.
L’ufociclista Ignazio Stelletsky vorrebbe restare lì a intavolar polemiche, ma preferiamo rimandare la questione per non distrarci dalla ricognizione. Riprendiamo quindi via Casilina e torniamo al punto di partenza. Per quel che riguarda la stradina, si tratta decisamente di uno strappo.
Dicevamo che questa piccola storia vale la pena d’essere raccontata, poiché a Roma, ma forse in ogni città, questi spazi caratterizzati da edilizie ambigue, collocate su terreni di cui non si capisce bene la proprietà (spesso demaniali ma completamente dimenticati dal governo della città), producono sempre questo tipo di situazioni. In questi luoghi c’è sempre qualcuno o qualcosa che “aleggia” e che se vede che hai una macchinetta fotografica in mano, si prende il mal di pancia di venirti a psico-dissuadere, con metodi più o meno intimidatori, spesso sostenendo che lì è vietato fare foto o semplicemente stazionare. Ci è accaduto moltissime volte e, cani a parte, si tratta di uno degli inconvenienti più ricorrenti delle ricognizioni. Si tratta di un elemento da tener presente quando si esplora millimetricamente il tessuto urbano.
La città ideale sembra sempre più quella in cui tutti, nel bene e nel male, si fanno gli affari propri, senza farsi domande, percorrendo le strade note e illuminate: le “ciclabili dell’indifferenza”, le definiamo, non senza tradire una velata polemica verso le piste ciclabili tout court. Se alla fine nessuno si fa più domande, uno può anche decidere arbitrariamente (non necessariamente in questo caso, ma come riflessione generale), decidere che un pezzo di città è suo, che una strada gli appartiene, che se non c’è una ciclabile tu in bici non puoi circolare, esercitando anche dissuasione più o meno violenta.
Si tratta a tutti gli effetti di zone d’interferenza, di miscelazione di più atmosfere, (molto interessanti tra l’altro) in cui si producono atteggiamenti bizzarri e, a volte, molesti. Nelle zone d’interferenza c’è spesso qualcuno che ha qualcosa da “nascondere”, da non mostrare, e che vede nell’altro solo un impiccione o un impiccio.

Torniamo quindi alla mappa. Ci resta da spiegare la relazione messa in scena dal conflitto atmosferico di tipo 2, prodotto dal fronteggiarsi delle isobare (linee che indicano la stessa pressione o dominante atmosferica) nella zona tra via Labico e via dei Gordiani (vedi l’immagine che segue: le linee verdi).

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I fronti atmosferici al momento ci interessano poco al di fuori della loro rappresentazione grafica.
Il conflitto di tipo 2 (quello che in questo caso le isobare evidenziano) è anche definibile come “conflitto in sé” (contrapposto al “conflitto per sé” rappresentato dal tipo 1), e riguarda una condizione non pilotata di conflittualità, che si innesca in modo spontaneo sul limite di congiunzione delle UDA confinanti (zone d’interferenza).
Quello che ci pare più urgente sottolineare è invece cosa questo tipo di conflitto lascia emergere: più precisamente a delinearsi, dapprima come costellazione di oggetti, è proprio l’UDA del complesso a raggiera, l’alveare, che in questo caso si pone come struttura soggiacente. In altre condizioni, in mancanza di un “in opposizione a” con l’UDA di via Labico, con cui la stiamo mettendo in relazione, essa non sarebbe visibile.

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Struttura soggiacente e definizione cromatica dell’UDA dell’alveare a raggiera

Mentre l’UDA generata da via Labico è autonomamente sensibile, perché molto ben sedimentata e, nonostante l’occultatore di via Policastro, nettamente percepibile rispetto al resto circostante della città, quella delle abitazioni a raggiera scomparirebbe all’interno di un panorama tutto sommato omogeneo. Perderemmo così un interessante fronte di conflitto atmosferico, contribuendo a perpetrare un’immagine più indistinta e opacizzata di città. Un’immagine a suo modo statica, a bassissima risoluzione.
L’intuizione sull’esistenza di una struttura soggiacente, invece, ci consente di dettagliare e di cogliere possibili punti di pressione esistenti sul tessuto cittadino, da eventualmente stimolare per transitare da un conflitto atmosferico di tipo 2 a uno di tipo 1: dal conflitto in sé al conflitto per sé.
Nella mappa sopra abbiamo quindi evidenziato il tipo di struttura emersa, dettagliando anche il tipo di atmosfera che consiliarmente abbiamo percepito nell’UDA specifica mediante Tavola cromatica degli stati d’animo.
Il colore su cui i tre ufociclisti si sono sincronizzati emotivamente è il 14 (hex f2e20e) del cluster 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile scioccante”. Ci pare molto adeguata come descrizione emotiva di questa zona che si presenta ancora variabile nella sua definizione atmosferica: a suo modo vivace.
Sicuramente sarebbe il caso di definire, sempre mediante tavola degli stati d’animo, l’UDA di via Labico, così da coglierne meglio i fronti di conflitto atmosferico, ma al momento non ci pare cosa così urgente da fare (le differenze sono sensibili) e lasciamo che a farlo sia, eventualmente, qualcun altro.
Un esempio interessante d’applicazione di valori cromatici alle UDA lo si può trovare in questa ricognizione oppure in quest’altra.
Non si faccia troppo caso alla perimetrazione delle UDA che nella mappa sopra sono solo indicative e non corrispondono esattamente a una rilevazione precisa dei bordi dell’UDA.

Ci lasciamo con uno stereogramma molto bello su cui, nel frattempo, abbiamo fiducia abbiate fatto molta pratica.

dino

* Si ringraziano i camminatori dell’iniziativa “La festa di Roma” che il 1/1/2020 hanno attraversato Roma-est venendo intercettati, nel quartiere Quarticciolo, da un ufociclista.
Durante quella deriva si è attraversato il parco Romolo Lombardi che non avevamo mai camminato o pedalato.
A postilla del tutto decontestualizzata aggiungiamo allora una foto scattata durante quella camminata nel quartiere del Quarticciolo:

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Si tratta di uno scooter (probabilmente abbandonato) nel cui bauletto è stato recapitato un masso di cemento. Un buon esempio di trasformazione di un veicolo a motore in una cuspide di quartiere. Le cuspidi sono sempre supporti di memoria.
Molto bella.

UfoBiciclettata: odissea per lo spazio – Bologna 26/10/2019

Questo rapporto rimane aperto per qualsiasi intervento, correzione e integrazione i partecipanti alla UfoBiciclettata vogliano apportare.

Guardando per la prima volta, molti anni fa, 2001: odissea nello spazio, non avremmo mai potuto immaginare che la predizione di Kubrick si sarebbe trasformata in una condizione permanente delle città centrifughe, sempre più sparpaglianti e disperdenti. Già l’urbanista Virilio aveva intuito, definendola dromologia, che la condizione di continuo spostamento, di transizione perenne, era misura stessa della accelerata violenza contemporanea.
Gli sgomberi falcidianti di luoghi sociali e di occupazioni abitative divengono il propulsore di una politica basata sulle emergenze che crea “nomadi funzionali” per poi poterli additarli come emergenza sociale.
Lo stato emergenziale s’incarna nelle emergenze che produce.

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Dal 6 agosto 2019 l’odissea per lo spazio è condizione permanente anche per l’XM24, spazio sociale a Bologna, che da mesi è costretto a confrontarsi col governo parolaio della città, onde rimettere al centro delle sue priorità l’individuazione di uno spazio collettivo, di un tetto condiviso, per compagn*, collettivi, progetti che nello spazio di via Fioravanti avevano trovato la propria dimora comune.
L’UfoBiciclettata di sabato (indetta da XM24, dai collettivi e dalle realtà che lo compongono, nonché da tutti coloro che lo amano) ha avuto allora il senso di tenere alta l’attenzione su questa esigenza cittadina, portando in strada centinaia di persone che voglio che l’XM24 si ricomponga, che le sue estensioni ora centrifugate, convergano nuovamente in un unico corpo solidale. Velocemente, giacché l’esigenza è di tanti.
Ogni tappa della pedalata rappresenta un luogo individuato dall’XM24 come possibile e desiderabile nuova sede del progetto. Su tali proposte il comune o non ha fornito ragioni valide che ne impedirebbero l’assegnazione definitiva. Ma a tutt’oggi nulla s’è fatto.
Per quel che riguarda l’aspetto immediatamente rivendicativo dell’evento (gli interventi dei gruppi e dei collettivi intervenuti) rimandiamo a questo link di Zeroincondotta.

Quello che segue è il rapporto ufociclistico sulla UfoBiciclettata.

L’appuntamento era in via Fioravanti (quartiere Bolognina, ex XM24) alle ore 15.00, proprio laddove ora c’è un cantiere blindato.

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Il punto di raccolta prima del corteo che ha attraversato il quartiere della Bolognina

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Di nuovo un’immagine del presidio. In alto il sol dell’avvenire, mentre tutto attorno la grigiastra colorazione del “nulla che avanza”. In lontananza sono visibili pezzi di nulla che ritinteggiano (color overlay) le atmosfere che un tempo furono tratteggiate da XM24.

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Eccolo quindi ciò che al momento rimane dell’XM24: un muro-metallo, invalicabile anche semplicemente alla vista. Un po’ come se l’XM24 avesse pudore a mostrare la propria triste trasformazione.

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Se l’ex XM24 ha rappresentato un tonal capace per molti anni di mantenere attiva una certa colorazione su tutto lo spazio circostante, è il caso di cercare il o i totem d’incongruenza che nello stesso periodo avranno costantemente eroso quelle stesse atmosfere, producendo, prima sotterraneamente poi via via in modo sempre più palese, la condizione attuale. Le UDA prodotte dai tonal, come sappiamo, emergono dalla somma zero tra forze che compattano atmosfericamente e altre che scompattano l’integrità atmosferica di un luogo. In ogni spazio, per celato o mitigato che possa essere, esiste sempre un conflitto atmosferico (del tipo 1) la cui risultate è il carattere dell’UDA stessa.
Ci basta volgere lo sguardo e allontanarci di poco dall’ex XM24 per individuare i totem. Raramente una contrapposizione di atmosfere (un conflitto atmosferico) appare così iconica: emblematica. Da una piatta distesa emergono le torri “pixelate” che con “sfacciataggine” propagano la propria atmosfera a detrimento di quella in precedenza sedimentata.

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I totem d’incongruenza che letteralmente assediano l’ex XM24

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Ci paiono a loro modo belle, a tratti inquietanti, già equipaggiate di un’involucro disindividuante che ne rende difficilmente identificabile struttura e atmosfera elargita. Si tratta di totem che dissimulano ricombinandosi, onde spiazzare e confondere. Possibili tecniche di mimetismo di cui l’UfoCiclismo sta al momento approfondendo la funzione.

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Ancora totem che accerchiano l’ex XM24, finendo per inglobarlo e poi risucchiarlo

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Qui i totem serrano i ranghi (foto precedente), divengono più compatti, anonimi e riflettenti. Dalla disindividuazione transitiamo verso la “sussunzione”, giacché osservando da vicino le strutture esse ci restituiscono la nostra immagine e la rappresentazione bidimensionale di tutto quanto le circonda.
Decidiamo di verificare se qui nel quartiere della Bolognina questa evidente contrapposizione d’atmosfere (conflitto atmosferico) sia un caso isolato o se la tracce di tale opposizione sono rintracciabili anche altrove.

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Nella doppia immagine precedente ci troviamo in via della Corticella a circa 800 metri da via Fioravanti, sempre alla Bolognina. Posti l’uno di fronte l’altro troviamo i due edifici che ripropongono esattamente la contrapposizione prima individuata. Si tratta di due attrattori esprimenti due diversi (e radicalmente opposti) tipi di atmosfera. Ancora più sorprendente: qui l’edificio con la pelle disindividuante è quello che esprime l’emozione più prossima all’XM24, mentre l’edificio postmoderno appare granitico e monolitico: “tutto d’un pezzo”.
Quest’inversione di funzioni evidenzia una diversa “strategia” operata in diversi contesti temporali. Qui in via della Corticella l’attrattore postmoderno si presenta come un “alieno” (alieno al contesto) e per questo corazzato, impenetrabile, mentre l’attrattore disindividuante, evidentemente ancora a suo agio in queste circostanze antropiche, può permettersi di “giocare” su una pluralità di set cromatici che compongono infine la tonalizzazione.
In via Fioravanti la situazione è ribaltata, con gli attrattori postmoderni transitati dapprima per il ruolo di psico-dissuasori, divenuti poi totem, e oggi candidati a nuovi tonal, una volta che anche le ultime tracce dell’ex XM24 saranno definitivamente rimosse. Qui, i totem possono ostentare con audacia un immagine meno compatta, addirittura cangiante: segno che la battaglia combattuta, traguarda ormai verso un esito a loro definitivamente favorevole.

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Ecco, nell’immagine precedente, di nuovo il medesimo conflitto d’atmosfere: la locandina dell’iniziativa col cosmonauta in bicicletta, contrapposta all’estasi catatonica dell’astronauta abbagliata dal luccicante nulla che avanza (l’affissione è sempre nel quartiere Bolognina, adiacente ai due attrattori sopra descritti). Il futuro, il medesimo, tematizzato in modo così sorprendentemente simile, ha la forma del nulla che si cela dietro il roboante, quanto vuoto, abbaglio di una non meglio precisata evoluzione.
Nuovamente, rimaniamo interdetti dall’esplicita dialettica con cui in questa parte dalla città si affrontano egemonie atmosferiche mediante medesime, ricorrenti, metafore e narrazioni.

Ci siamo allontanati di pochi metri, ma torniamo sui nostri passi in via della Corticella per documentare una cuspide (foto che segue). Si tratta di una bacheca cittadina, un supporto di memoria ancora non del tutto in disuso. I supporti di memoria, assieme a tanti altri oggetti componenti un’UDA, sono sempre cuspidi, “condensatori archeologici” (o se si preferisce dei sedimenti), che raccontano qualcosa sulla storia dell’UDA stessa.

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Supporto di memoria non digitale

Anche se in questo caso il messaggio è di continuo rinnovato (non rinveniamo antiche scritture) e aggiornato (in una sorta di perenne rimozione della memoria o se si preferisce, di riscrittura) è il medium stesso che in questa circostanza ci interessa: la sua funzione di tramite corale, sedimento di identità locale e collettiva.
Ne approfittiamo per creare una contrapposizione esemplificativa inserendo di seguito una foto scattata qualche tempo fa a Roma, durante una ricognizione su via Nomentana:

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Supporto di memoria non digitale. Nessun messaggio sacro oggi nella casella mnemonica…

Un altro supporto di memoria, molto diverso dal precedente. In questo caso si tratta di qualcosa che potremo preliminarmente definire come “cuspide esomediatrice” (per il concetto di esomediatore si legga questo rapporto) il cui esito spoglio (la “casella vocale” vuota) ripropone la medesima opposizione con l’UDA contattistica che nel rapporto sopra citato abbiamo già ampiamente esplorato. Una cuspide, in quanto cumulo indifferenziato, ha spesso espliciti caratteri contattistici, se non altro di prossimità tra i messaggi interspecifici che veicola. In questa prossimità spesso si creano interessantissimi cortocircuiti contenutistici e “rimescolamento genetico”: innovazione. La “cuspide esomediatrice” (sempre intraspecifica) fa eccezione a tutto ciò, gerarchizzando il messaggio attraverso la riduzione d’ampiezza di gamma dei contenuti e mediante il demiurgo che opera come un moderatore.
Tuttavia essa è, almeno in questo caso, violabile e hackerabile.

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Nella mappa precedente (qui per ingrandire in una visione più generale) presentiamo schematicamente la situazione fino a ora narrata: l’ex tonal XM24 e l’accerchiamento dei totem che sta occupando e ricolorando lo spazio circostante, un tempo d’influenza dello spazio sociale. Poco lontano, si vedono i due attrattori di via della Corticella.

Finalmente la massa critica di ciclisti urbani si mette in moto percorrendo tutta via Fioravanti fino a via de’ Caracci.

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La massa critica su via de’ Caracci

Da qui i ciclisti raggiungono via Francesco Zanardi dove, al civico 28, risiede il primo spazio individuato dall’XM24 come possibile nuova collocazione dello spazio sociale: una sede abbandonata delle poste.

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La massa critica giunge fino alla ex sede delle poste abbandonata ormai da trent’anni

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Ecco l’edificio in questione

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Ancora dinanzi la sede abbandonata delle poste. I fumogeni sono utilizzati come tecnica di color overlay per ritonalizzare (si veda anche: Come si ritonalizza una zona rossa) momentaneamente un luogo, uno spazio, un’UDA.

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Nell’immagine precedente: il cartello spannometrico indica (da questo punto, dal civico 28) i minuti necessari per raggiungere a piedi l’improbabile stabile proposto dall’amministrazione comunale come nuova sede dell’XM24.
Nuovamente si ripropone la strategia centrifuga (l’odissea nello spazio) che tende sempre più ad allontanare dalla città tutto ciò che appare come non funzionale, non beceramente produttivo e non ostile alle strategie espellenti del decoro.

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La sede abbandonata delle poste è un attrattore qui segnalato sulla mappa

La massa critica si sposta nuovamente all’indirizzo del prossimo attrattore individuato come possibile sede per l’XM24 (alla fine del rapporto è presenta la mappa sintetica con l’intero percorso pedalato e tutti gli attrattori intercettati).
Prima di raggiungerlo la massa s’imbatte nella rotonda di via Marco Polo, una piattaforma girevole.
Nel sistema d’equilibri di una UDA, ma anche più semplicemente tra gli oggetti che compongono il tessuto cittadino, le piattaforme girevoli hanno una funzione centrifuga, sparpagliatrice. Non a caso quando una massa critica ne incontra una, inizia a orbitarci attorno, compattamente, onde mantenere integri i propri vincoli solidali e solidaristici (si veda anche: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli).

Dopo una breve pedalata e qualche altra piattaforma girevole sfidata (Bologna pare essere stracolma di rotonde, o almeno lo è questa parte della città), la massa critica è giunta in via Bignardi, all’indirizzo di un capannone abbandonato ormai da vent’anni.

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La mappa rappresenta la seconda tappa, il secondo attrattore e la piattaforma girevole di cui abbiamo appena parlato

Ne approfittiamo per documentare la moltitudine della massa critica: la larga partecipazione che l’UfoBiciclettata ha raccolto in risposta alla chiamata di XM24.

Ci si sposta nuovamente attraversando ancora un pezzo di Bolognina con l’obbiettivo di raggiungere le casette dell’ippodromo in via dell’Arcoveggio.
La massa critica non perde pezzi e arriva compatta fino al nuovo attrattore.

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La collocazione del terzo attrattore

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Psico-dissuasori in via dell’Arcoveggio

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Nella foto precedente di nuovo un fumogeno rosso per ritonalizzare l’attrattore. La tonalizzazione temporanea serve anche per mostrare agli astanti come sarebbe un oggetto cittadino se trasformato in qualcosa d’altro (design atmosferico) rispetto a ciò che attualmente è. Allo stesso tempo è possibile cogliere preventivamente come sarebbe l’atmosfera emessa qualora l’attrattore divenisse il tonal, di quello spazio, dell’UDA (ci si riferisca alla Tavola cromatica degli stati d’animo).
La pratica ricorda (nel caso dei fumogeni color rosso l’esempio è tanto più calzante) quella pratica tanto in voga tra i ragazzini degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta che scartata la caramella Rossana, osservavano ciò che li circondava mediante il filtro rosso della sua plastica avvolgente, stupendosi di come tanti oggetti del mondo svanissero, mentre tanti altri emergessero dallo sfondo.
Il quarto attrattore è la Caserma Sani in via Ferrarese.

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L’attrattore caserma Sani

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La massa critica è giunta in via Ferrarese

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Sempre in via Ferrarese, uno dei momenti assembleari in cui militanti, collettivi e associazioni uniti nella lotta per lo spazio dell’XM24 sono intervenuti (qui per ascoltare lo streaming gli interventi).
La massa critica si rimette in moto.
Ultima tappa dell’UfoBiciclettata: via Bigari, sede di un (sedicente) museo dei trasporti, luogo ristrutturato e mai aperto al pubblico.

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L’attrattore museo

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La massa critica è giunta in via Bigari

Come per quasi tutti gli attrattori visitati, anche questo di via Bigari è protetto da un possente psico-dissuasore, un grosso cancello che impedisce l’entrata alla massa critica.
Come ogni oggetto contenuto nelle UDA anche lo psico-dissuasore può essere silenziato nella sua funzione. Le strategie cambiano a seconda del tipo di psico-dissuasore, ma generalmente esse fanno ricorso ad una sorta di “spinta psichica” propria della massa critica. In altri rapporti di ricognizioni, ad esempio, lo abbiamo visto a proposito dei sottopassi (nell’esempio che segue ci troviamo a Roma):

Nel caso di uno psico-dissuasore cancello ovviamente la strategia è diversa ed essa  muta anche a seconda dell’evenienza che il portale sia chiuso o semplicemente accostato. Nel caso di un cancello aperto si parla invece di affordance attrattiva. Ma non è questo il caso.

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Una veduta del museo di via Bigari al di qua dello psico-dissuasore

Il primo tentativo della massa critica per silenziare lo psico-dissuasore è quello di ritonalizzarlo (tentativo visibile nella foto precedente). Di fatto, la ritonalizzazione non è una funzione propria del dominio degli psico-dissuasori anche se in alcuni casi (ad esempio per ripararsi da uno psico-dissuasore “cane inferocito”) a volte può accidentalmente funzionare; come abbiamo visto essa è una funzione del dominio conflitto atmosferico (una funzione temporanea nei casi visti, ma la ritonalizzazione punta sempre a essere permanente (come nel caso, ad esempio, dell’azione di Non una di meno rispetto la statua commemorativa di Montanelli).
La massa critica a questo punto deve ricorrere ad altre strategie. Mentre il ciclo sound system mobile (che ha accompagnato tutta l’UfoBiciclettata con musica, mettendosi di volta in volta a disposizione degli interventi) elargisce un suono sempre più incalzante, la massa critica inizia a ululare (come tra l’altro mostrato nel caso del video precedente concernente gli psico-dissuasori sottopassi), scampanellare, fischiare, sferragliare. A quel punto la pressione psichica, la spinta, diviene tanto insostenibile per lo psico-dissuasore da indurlo a spegnersi, nel boato generale dell’esaltazione della massa critica.
Lo psico-dissuasore tutto d’un tratto s’è smaterializzato, lasciando il posto ad una affordance attrattiva: un cancello spalancato.
Le affordance attrattive sono delle seduzioni irresistibili per la massa critica che quindi non può far altro che entrare, meravigliata ed estasiata dalla bellezza dello spazio che le si para innanzi. E’ un peccato che un luogo così bello sia da anni chiuso, sottratto al pubblico godimento, celato e asserragliato dietro omertosità e ostili psico-dissuasori.
La massa critica dà quindi luogo a un’occupazione temporanea, che consente a tutti, almeno per una volta, di usufruire di questo luogo e di ammirare più da vicino la sua bellezza.
E’ già sera.

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La massa critica non ha resistito al richiamo della affordance attrattiva e ora è all’interno dello spazio esterno del museo di via Bigari

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Ancora all’interno dell’attrattore. A terra sono visibili le rotaie di questo spazio adiacente la ferrovia

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All’interno dell’attrattore la massa critica improvvisa una festa. Dal ciclo sound system mobile parte un bellissimo free style (ascoltabile qui) che coinvolge tutti gli astanti.
Qualcuno issa un eloquente striscione:

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Lo striscione “L’altra città si scatena”

Dopo aver vissuto quell’esperienza, la massa critica abbandonerà il museo “dimenticato”, ma non prima d’aver urlato ad alta voce che quello sarebbe il posto ideale per l’XM24 e per tutte le realtà che esso abbraccia e che in questi anni si sono incontrate sotto quel comune tetto. Sono tanti a chiederlo. Sono tanti a chiedere che l’esperienza dell’XM24, continui a dare voce anche a un’altra idea di città: l’altra città.

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Una lunga fila di ufociclette (foto sopra) assiste alla festa e alla liberazione temporanea di quello spazio, divenuto per l’occasione un’UDA temporanea (per le UDA temporanee si veda anche: Le UDA armoniche).
Sarebbe bello compiere una ricognizione approfondita in questo spazio in cerca di tonal, di totem, di attrattori e di quant’altro. Ma la festa incalza e l’UDA è solo momentanea, cangiante, mutante, e destinata a tornare velocemente un attrattore protetto dal suo psico-dissuasore, non appena la massa critica l’avrà abbandonata.

La Murga, che ha aperto il corteo, intona nuovamente il suo ritmo tribale, guidando la massa critica fuori dall’UDA temporanea.
Viene rimesso in funzione lo psico-dissuasore (il cancello viene serrato).
Sarà ora la città a decidere se questo spazio dovrà essere riconsegnato realmente alla collettività o tenuto in ostaggio del nulla.
La massa critica è di nuovo in strada e giunge velocemente a piazza dell’Unità ancora eccitata e festante.

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Il termine della UfoBiciclettata a piazza dell’Unità

mappa completa3

Qui la mappa completa ingrandita

 

 

 

Decoro e funzione repressiva dell’ambientalismo

di Cobol

Il riferimento al decoro assume sempre più peso e rilevanza nella comunicazione e nella definizione degli spazi urbani contemporanei, sommandosi ad altri operatori logistici come le zone rosse, i daspo, il design ostile (si veda anche la XVI ricognizione ufociclistica), che proceduralmente funzionano in maniera molto simile.
Questo tipo di operatori sostituiscono il “piano regolatore” con strumenti situazionali ed emergenziali.
Il decoro è un operatore logistico movimentatore, con funzione d’aggregazione, nonostante esso operi in maniera apparentemente (o preventivamente) centrifuga (ovvero come disgregatore e dissipatore). Questo perché è per lo più coppia con l’oggetto cuspide che ne costituisce l’esito e che, in maniera del tutto generale, si comporta come un aggregatore.
Ma procediamo con ordine.

Il decoro è ovviamente un precetto che esprime un preciso giudizio di valore.
Da atteggiamento mentale (un po’ odioso perché già solo come espressione si presenta in modo sibillino, fin troppo soggettivo) si traduce in concrete azioni di polizia, sorveglianza, rimozione, deportazione, traslazione, trasformando geometricamente lo spazio urbano e definendo in modo somatico il suo design atmosferico (l’atmosfera disegnata-imposta in un’UDA). Altri esempi di decoro sono: l’allontanamento dei volatili tramite psico-dissuasori (versi di predatori rapaci generalmente), il quadro svedese (ma in generale molti attrezzi ginnici), il decespugliatore (quelli a motore funzionano anche da fronte sonico urticante costituendo delle UDA armoniche ostili), la derattizzazione, la tavola da stiro (la coppia che istituisce col ferro elettrico), lo scrub, la depilazione, le pulizie domestiche, il salotto piccolo borghese eccetera. Anche alcune delle cosiddette sottoculture possono essere considerate esempi di decoro, nel loro circoscrivere, uniformare ed espellere.
Nella definizione del sostantivo si legge: “Dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria” (da Treccani). Il decoro ha quindi immediatamente a che fare con l’uniformità del singolo o di un gruppo ad una categoria sociale (ma anche ad una classe sociale). La dignità, spesso elevata a condizione basilare dell’esistenza (la dignità dell’essere umano), diviene, attraverso la mediazione del decoro, un processo d’approssimazione coatto a un modello di parte, scambiato come referente universale.
La sua efficacia egemonica oggi diviene tanto più “indiscutibile” data la sua capacità d’infiltrarsi nella “retorica” dell’emergenza ambientale che attualmente stiamo vivendo. In questo senso, l’ambientalismo si sta trasformando sempre più in uno strumento virtuale di repressione (resosi disponibile alla repressione, tanto nella sua versione critica che negazionista). Non si tratta ovviamente di non cogliere l’urgenza e l’impellenza dello sguardo ambientalista, dell’approccio ecologico, ma di sottolineare immediatamente il loro possibile reimpiego e la loro messa a valore, se non aggiornati alla (se non schermati contro le) più attuali strategie di dominio.
Cosa è decoroso? Chi mai potrà dirlo con esattezza? Qualcosa forse che somiglia al pragmatismo della Critica del Giudizio kantiana: la “resa” della ratio illuministica.
Non sappiamo cosa sia il decoro, ma possiamo misurarne gli effetti e la portata. Questi si concretizzano in azioni pratiche come ad esempio l’allontanamento di soggetti non graditi da luoghi ritenuti peculiari, l’imposizione di comportamenti rivolti a fasce sociali che, pur non socialmente pericolose, tendono a essere livellate e uniformate (colpite) su atteggiamenti e comportamenti “voluttuari” (vestiario, atteggiamento corporale e posturale, espressioni gergali, prossemica, esternazione d’opinioni eccetera). Il decoro diviene quindi un movimentatore, in cui gli unici referenti materiali sono i soggetti deportati, allontanati (da luoghi e/o da se stessi – alienati) e gli spazi residecorosi“, generalmente asetticizzati, ad opera della proscrizione. Una traslazione di corpi, quindi, e l’impostazione di un color overlay atmosferico spesso virato sul rosso (le zone rosse) anche se non necessariamente.
Questa è la funzione primaria, centrifuga, del decoro.

Lo spostamento-allontanamento di biomasse da spazi selezionati per esperimenti di design atmosferico radicale, è solo il primo stadio del funzionamento del decoro. Come operatore esso lavora necessariamente in coppia con oggetti componenti lo spazio antropico che sono, per così dire, il suo bersaglio.
Una coppia tipica è allora quella decoro cuspide dato che a ogni traslazione corrisponde una nuova stratificazione. Detto in termini antropici: a ogni espulsione corrisponde la formazione o l’allargamento di una comunità fisica e psichica. Le cuspidi rappresentato proprio questo tipo di accumulazione di tratti materiali (corpi e oggetti) e di tratti psichici (stratificazioni di storie e memorie personali).
Una cuspide materiale, sedimentaria, è, ad esempio, una discarica informale (si veda anche L’UDA Torre Maura), mentre una “discarica psichica” è, sempre ad esempio, ben rappresentata da alcuni spazi che tendono a raccogliere e compattare l’emarginazione e il malessere psichico (si veda La cuspide preneste).
La cuspide è lo “ambito archeologico” in cui opera l’ufociclista intento a percepire l’atmosfera preponderante di un’UDA; ad accertarne il risultato finale coagulato nel design atmosferico (disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’unpleasant design).
Il secondo stadio del decoro corrisponde allora alla creazione o alla espansione di una cuspide.
Questa è la funzione secondaria, centripeta, del decoro.
In questo senso, esso è un formidabile alimentatore di cuspidi, secondo quel principio d’espansione e di successiva aggregazione che interessa universalmente fenomeni fisici e fenomeni sociali.
La coppia decoro-cuspide è quindi paragonabile all’espansione di una supernova, alla creazione di un disco protoplanetario e, alla fine, alla concrezione dei planetesimi.

Prima di capire come eludere il decoro, quindi, poniamoci una domanda per cui abbiamo già elaborato una possibile risposta. Come si silenzia una cuspide?
Ovviamente silenziare una cuspide è una scelta situazionale. Le cuspidi sono inevitabili e anche, spesso, molto utili. Ma possono esistere molti motivi per cui potrebbe essere desiderabile toglierle di mezzo.
Del tutto spontaneamente il lavoro della nettezza urbana negli spazi antropici e un’attività di rimozione di cuspidi. Allo stesso modo gli sgomberi, la dispersione di assembramenti, l’articolo 655 del Codice penale, si pongono nella stessa categoria d’operatori “ecologici” anti-cuspide. In questi ultimi casi si realizza un fenomeno di ricorsione in cui il decoro che ha prodotto o alimentato la cuspide, interviene nuovamente per disgregarla. Qui s’evidenzia con forza e lucidità l’aspetto “illogico” di questo operatore: il suo essere uno strumento di pura rappresaglia e dominio al di là delle motivazioni propagandistiche con cui è argomentato e narrato.
Pare esistere un rapporto diretto tra rimozione delle cuspidi, efficienza della nettezza urbana, esercizio della repressione ed emersione di segmenti di autoritarismo. In maniera sintetica è quindi possibile rilevare l’esistenza di un rapporto di rendimento diretto tra decoro, perdita della memoria ed emersione di forme radicalmente disciplinari di governo (ad esempio il decreto sicurezza).
Se l’idea di una nettezza urbanamilitarizzata” può apparire paradossale, si pensi all’implementazione di strategie di controllo legate al servizio rifiuti (telecamere, codici identificativi eccetera), a come essa coopera con le polizie locali agli sgomberi abitativi e ai mercati rom, alle fortificazioni erette attorno alle isole ecologiche, alla psico-dissuasione e dissuasione fisica operata verso il recupero, sempre in favore dello smaltimento che alimenta il circuito di circolazione delle merci.
Man mano che il concetto di decoro assume vigore organizzativo e logistico, la nettezza urbana si trasforma sempre più in un meccanismo disciplinare, in un sotterraneo dispositivo paramilitare.
Ci pare ad esempio esemplificativo il fatto che mentre in più occasioni il corpo dei vigili del fuoco si è opposto al proprio impiego nelle vicende degli sgomberi, ciò non è mai avvenuto da parte della nettezza urbana (operatori ecologici) che come istituto, tra l’altro, avrebbe anche più margini di libertà rispetto al primo.
Gli organi di polizia sempre più organi di pulizia e viceversa.

Uno spazio senza cuspidi è in sostanza uno spazio senza memoria (a cui la memoria è stata strappata, in molti casi un’UDA traumatizzata, che distinguiamo dall’UDA contattistica anch’essa, ma per altri motivi, caratterizzata da assenza di una storia lineare).
La cuspide ha quindi un nemico “naturale” che si espande ricorsivamente: l’operatore decoro estirpa l’oggetto cuspide che è il prodotto dell’operatore decoro, e così via.
L’individuazione di un meccanismo ricorsivo siffatto può essere la prima spia di una “strategia della tensione”. In altri termini lo ha spiegato bene Paolo Di Vetta in occasione del suo intervento al Mars Beyond Mars IV. La procedura consiste nel mantenere in vita un certo tipo di criticità onde cronicizzarla, renderla strumento di propaganda contro un gruppo sociale-obiettivo (si veda ad esempio questo articolo impiegato come strumento di strategia della tensione).
Torniamo quindi alla domanda iniziale: come si silenzia il decoro?
Una possibile risposta-strategia è quella relativa al conflitto atmosferico del tipo 1 e più precisamente l’atmosfera come barricata rendendo “l’UDA non qualificabile, rifiutandosi consapevolmente di considerarsi una forma di capitale” (da UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile).
Produrre degrado volontario (tattico) e “controllato” è una contro-strategia giacché il decoro interviene agilmente laddove il presidio “ossidante” territoriale è venuto meno, dove la speculazione d’ogni tipo trova terreno fertile e facilmente adattabile alla propria retorica perbenista. Sopratutto laddove, in sostanza, la riqualificazione è poco necessaria (o lo è solo di facciata) o la pagano gli altri (la collettività o, da qualche tempo, graffitari conniventi).
La costruzione di psico-dissuasori “fantoccio” (ufociclisticamente chiamati spaventapasseri) o di azioni disordinanti è necessaria onde dissuadere da pianificazioni territoriali a opera del capitale palazzinaro e da rapaci mire di riqualificazione speculativa. Esempi di spaventapasseri sono: il graffitismo brutto (ma brutto davvero), il non utilizzo dei cassonetti, l’opposizione all’apertura di esercizi alla moda (da parte dei residenti), gli schiamazzi randomici ma frequenti, le masse critiche di bambini che giocano all’aperto, il cibo disponibile per gli uccelli collocato sui terrazzi privati, l’opposizione alla disinfezione contro le zanzare, l’incentivo alla crescita d’erbacce (amandole e curandole – variante di guerrilla gardening), la comparsa sulle pagine dei giornali locali di annunci ambigui che lascino presagire loschi quanto generici “giri”, il parcheggiare malamente, l’accumulo di carcasse di biciclette, la preparazione di alimenti particolarmente maleodoranti con le finestre e con le porte aperte, la continua richiesta d’informazioni a esercenti locali su luoghi malfamati (inesistenti), il sopraggiungere di pseudo-giornalisti impegnati in pseudo-inchieste riguardo tragedie (inesistenti) consumatesi di recente nel quartiere, l’affissione di cartelli commemorativi di morti (inventati) deceduti a causa di malattie infettive una volte scomparse ma tornate alla ribalta con gli anti-Vax eccetera.

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Tutto ciò, beninteso, non è detto che basti. Anzi, per lo più si tratta di strategie soft di resistenza e di sperimentazione che dovrebbero ispirare e alimentare tecniche personalizzate e più efficaci.
Ancora più in generale, c’è bisogno d’avviare una riflessione e un esercizio critico nei confronti della nettezza urbana, delle sue metodologie, del suo strapotere.
C’è inoltre necessità di produrre un ripensamento generale sulle modalità e sugli ambiti pertinenti le lotte ambientaliste, prendendo atto di un ecosistema profondamente mutato e di un capitale attratto da nuove risorse (il cosiddetto Green ad esempio) e da nuovi territori: in altre parole, emancipare dalle battaglie prettamente resistenziali almeno una parte delle energie esistenti.

Un esempio quantitativo e qualitativo di stanziamento di uomini e mezzi per il decoro: operazione Alto Impatto.

Presentazione di “UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria”

Giovedì 10 ottobre presenteremo il nuovo libro ufociclista “UfoCiclismo. Tecniche illustrate di cartografia rivoluzionaria” per D Editore, collana Nextopie.
A un anno di distanza dal precedente “UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile” proponiamo un approccio più pragmatico ai metodi della nostra cartografia alternativa, partendo da ricognizioni realizzate ad hoc per il libro.
Abbiamo ampliato la nostra “cassetta degli attrezzi” concettuale necessaria per manipolare mappe ed eradicare il senso di flussi e significati cittadini sedimentati e ritenuti inamovibili.
Si tratta di un’opera corale realizzata direttamente sul campo con l’ausilio fotografico di Evi Denittis e di Gianluca Giannasso.
Il libro contiene anche le illustrazioni di Cancelletto, CROMA, Andro Malis e Goga Mason.
Il tutto si completa con quattro appendici curate da APR (Associazione Psicogeografica Romana), Nikky Valis Cranti e NUP (Network Ufociclistico Psicogeografico).

copertina

Alla presentazione del libro saranno presenti come commentatori e liberi pensatori:

Edoardo Camurri: filosofo e giornalista.
Daniele Gambetta: matematico e curatore della collana Nextopie.
Nikky Valis Cranti: sobillatrice e ufociclista.
Andro Malis: illustratore e agitatore culturale.
Cobol Pongide: ufociclista.
Daniele Vazquez: urbanista e ufociclista.

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Le magliette ufocicliste, serigrafate alla Serigrafia de Lollis Underground, che per la prima volta saranno disponibili durante la presentazione

XVI ricognizione ufociclistica – in cerca di psico-dissuasori – 23/09/2019

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La sedicesima ricognizione (notturna) ufociclista è stata indetta in coincidenza con l’equinozio d’autunno (si veda: UfoCiclismo: perché praticarlo in concomitanza con eventi astronomici?)
Il tema (da seguire in modo blando) che ci eravamo proposti era quello dell’individuazione di psico-dissuasori (nella fattispecie il design ostile) collocati lungo il percorso pedalato.
“Blando” non perché il tema non sia importante ma per via del fatto che affidiamo questo tipo di approfondimenti alle ricognizioni diurne, mentre quelle notturne hanno sopratutto un carattere ludico anche se, a loro modo, analitico.

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Ufociclisti a piazzale Appio, il tradizionale punto di raccolta.

L’idea che sta dietro all’individuazione degli psico-dissuasori è quella che la città, quando esplorata liberamente, produca, forzi, dei percorsi che sono la somma tra psico-dissuasori (respingenti e centrifughi) e attrattori (seduttivi e centripeti).
La metafora che spesso evochiamo è quella della pallina d’acciaio nel flipper e il suo movimento sul piano: attratta e strattonata dagli oggetti che incontra durante il suo cammino.
Di sovente attrattori e psico-dissuasori sono oggetti immateriali (ad esempio l’affezione per una strada, l’illuminazione di un quartiere eccetera) altre volte si tratta di oggetti veri e propri come nel caso di quelli qui descritti.
Esistono vari modi di forzare degli psico-dissuasori (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione e/o Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3 e si vedano anche le azioni del collettivo Design For Everyone) o di resistere (qualora se ne senta il bisogno) a degli attrattori. Tuttavia, tutto ciò,  non era l’obiettivo della ricognizione che si è limitata a intercettare pezzi di unpleasant design in giro per la città, al fine di documentali e “pesarli”.
Nel breve tratto percorso e nello sguardo un po’ distratto e non troppo approfondito non abbiamo trovato moltissimi casi di design ostile; segno forse che Roma rimane, detto in senso un po’ improprio, una città ancora abbastanza aperta.
Tutto l’unpleasant design che abbiamo intercettato si concentra attorno alla stazione Termini, da sempre luogo di rifugio per senzatetto, per passeggeri sostanti e per sostanti attraversatori, più o meno abituali, della città.
D’altro canto, le stazioni, non solo a Roma, sono da sempre in “guerra” contro l’uso abitativo di fortuna che la loro affordance (l’invito all’uso che un oggetto più o meno consapevolmente esprime) sprona a sfruttare.  In questo senso, anche una stazione può essere vista come la somma delle forze attrattive (sale d’attesa, panchine, tettoie, l’inizio di un viaggio eccetera) e forze respingenti (design delle suppellettili studiato per ridurre al minimo la sosta, videosorveglianza, controlli eccetera) che la compongono. L’atmosfera che ivi risiede è evidentemente prodotta dallo squilibrio di una forza rispetto all’altra. Una stazione è sicuramente, nella sua complessità di meccanismi, una UDA in cui prevale un’atmosfera rispetto ad altre considerabili come trascurabili o triviali.

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Gli ufociclisti di fronte l’entrata della stazione Termini

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Torri dissuasori mobili per dissuadere all’entrata di non si sa bene cosa. Se ti ci siedi (la loro affordance invita la fugace seduta) si avvicina un addetto che ti fa spostare

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Dissuasori piramidali onde evitare che le persone sostino sul muricciolo

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Grate impediscono ai senzatetto di ricavarsi una nicchia per la notte negli spazi immediatamente esterni alla stazione

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Per qualche ragione, forse pudore, ad una delle grate dissuadenti è stato appeso un cartello relativo alle norme dei lavori in corso… per mitigare forse pubblicamente la vergogna dell’impedire a persone bisognose di trovare riparo. Più probabilmente, il cartello era già apposto sulla grata e non è stato tolto nonostante il cambio d’uso

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Panchine inclinate per limitare i tempi della sosta ed evitare lo stazionamento sdraiati

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Prove di usabilità

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In questa foto, falliti i test di usabilità, gli ufociclisti sperimentano usi alternativi delle panchine ostili

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Il sottopasso della stazione Termini. Dissuasori impediscono il pernottamento dei senzatetto che un tempo, in questo passaggio, trovavano riparo dal freddo e dalle piogge invernali

Il senso degli psico-dissuasori, così come delle zone rosse, dei daspo urbani, è quello di rendere tutti gli abitanti della città virtualmente alienabili, o nella migliore delle ipotesi degli ospiti, entro certi limiti, tollerati. Le misure di controllo sempre più operano nel senso di una sospensione temporanea (emergenziale) della cittadinanza.
Le tecniche di design ostile oggi si sono evolute passando dalla dissuasione dello stazionamento (pernotto e lunga sosta) a quelle della riduzione dei tempi del passaggio (ad esempio le panchine inclinate). L’attraversamento della città s’avvia alla regolamentazione tramite disco orario.
Le pratiche di respingimento, allontanamento, alienazione, somigliano sempre più a quelle di un capitalismo che ci vuole fuori dal pianeta, a non intralciare i suoi piani d’occupazione finale, in una estrema prefigurazione di un futuro in cui la forza lavoro avrà diritto s’esistenza solo se multiplanetariamente specializzata e adattata a vivere su altri pianeti del sistema solare.

Documentati un po’ di psico-dissuasori della stazione Termini gli ufociclisti, in ritardo sulla tabella di marcia, si sono diretti verso l’iniziale punto di raccolta a piazzale Appio. Nel fare ciò sono passati per un pezzo di via Casilina vecchia, adiacente a Porta Maggiore, che spesso viene citata nei rapporti sulla zona est/sud-est di Roma.

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Gli ufociclisti (illuminati a giorno) fermi lungo l’intersezione di Casilina vecchia

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Ci si rimette in cammino

Si tratta di una intersezione, ovvero di un tratto “sociopatico” (si veda anche: Intersezione Togliatti) di strada che pur immerso in molte atmosfere che attraversa (molte UDA), riesce a non contaminarsi, restando sempre avulso da qualsiasi tipo di caratterizzatine emozionale. Questo il senso dell’attributo della sociopatia.
Sono pezzi di città molto peculiari che costituiscono delle specifiche soluzioni di continuità in sezioni di territorio che altrimenti potrebbero apparire del tutto omogenee. Costitutivamente aiutano molto bene a comprendere i radicali cambi d’atmosfera nel passaggio da un’UDA all’altra.
La foto sopra è stata scattata nel momento in cui collettivamente si approfondisce la storia di questa intersezione. Qui un tempo c’era l’occupazione dell’Ex Pastificio Pantanella, retta da migranti (la cronaca di Radio Radicale dell’epoca) e oggi divenuta un residence per classi altolocate (ironia della sorte?).

Infine la ricognizione è giunta a via della Travicella, obiettivo finale della pedalata.
Si tratta di una piccola strada (una traversa di via Appia antica, situata poco dopo porta San Sebastiano), inclusa in due piccoli muriccioli e pavimentata con sanpietrini. Ufociclisticamente si tratta di una varietà dimensionale d’ordine inferiore, un “budello” di spazio che esprime prioritariamente il comando del dover-fare o del non-poter-non fare, vista la sua carenza di dimensioni spaziali. Lungo una varietà d’ordine inferiore si può procedere avanti, indietro; al più fermarsi o accelerare. Varietà d’ordine inferiore sono anche i tunnel, le funi, gli ascensori o una vita retta da sani e inamovibili principi.
Un modo di combattere questa prevaricazione è quella d’occupare una varietà dimensionale con un picnic ad esempio.
Essendo disertata da automobili, via della Travicella è perfetta per picnic esoplanetari (banchetti vegan di benvenuto per extraterrestri) e soste per skywatching a rimirar stelle, pianeti e lune.
L’ufociclista Diego s’è intrattenuto a individuare le costellazioni facendo volontariamente a meno di google skymap.

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via della Travicella. In cielo è visibile un UFO. Ci troviamo infatti vicinissimi a una importante ley line: via Appia antica

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Sul momento non ci eravamo accorti. Lo abbiamo visto solo molto più tardi riguardando le foto di Francesco (qui in dettaglio e più contrastata).  Si potrebbe trattare di un UFO a forma triangolare… molto caratteristico nelle descrizione di questi fenomeni

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via della Travicella

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via della Travicella, il picnic esoplanetario

Durante l’abbondantissima cena a base di hummus, insalata di echinacea, cicerchia patate e peperoncini, s’è avvita una accesissima discussione sul senso dell’Antropocene evocato da un’ufociclista che consigliava la visione del film Antropocene, l’epoca umana.
Rapidamente il venire meno di una netta distinzione tra Antropocene e Capitalocene (distinzione che tra le tante annovera anche uno scarto quantitativo dell’intervento umano sul pianeta) ha dirottato le osservazioni degli astanti sulle responsabilità delle civiltà fin dal neolitico e, se plausibile, anche prima, finendo per assumere i toni della divaricazione tra occidente e resto del mondo.
Pericoli in cui ci si può imbattere quando l’analisi transita dalle responsabilità degli specifici modi di produzione a quelle “personali” (opinione del compilatore del rapporto).

A fine cena i ricognitori si sono avviati nuovamente verso il punto di raccolta iniziale onde dichiarare conclusa la sedicesima ricognizione.
Anche questa volta nessun alieno ha accettato l’invito a cena. Sarà certamente per la prossima volta.

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Mappa del percorso e operatori (clicca qui per ingrandire)

Legenda:

UDA armonica (si veda: Le UDA armoniche)
Occultatore
Omphalos
Tonal
Piattaforma girevole (si veda: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli)

 

 

Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli

Di Cobol

Nell’articolo Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli, Paul Torino e Adrian Wohllebn tra le tante, affrontano la questione delle rotonde dei Gilets Jaunes. L’occupazione delle rotonde è divenuto un tratto distintivo di questa forma di movimento che dallo spazio delle rotatorie stradali prende vita, si accampa e poi detona.
Nell’analisi dei due militanti americani, le rotonde sostituiscono, come ennesimo aspetto innovativo di questo movimento, le piazze centrali, le grandi vetrine in cui generalmente i movimenti “fanno sfoggio muscolare” dimostrando di poter occupare un luogo simbolico visibile, generalmente molto sorvegliato, inespugnabile e tanto vicino ai centri di potere.
L’elemento innovativo, oltre che nella topologia del luogo occupato, sta nel tempo di permanenza che trasforma questi spazi in cittadelle satellitari proprio come nella distopia ballardiana L’isola di cemento.
A differenza delle decorative piazze, e questa è la tesi, le rotonde sono un oggetto della vita quotidiana, senza soluzione di continuità con l’esistenza di tutti i giorni, al contrario dei classici luoghi simbolici dei movimenti, ancora le piazze, magari disertate dai locali nella consuetudine e invece utilizzate come ring per la lotta di classe spettacolarizzata. Le piazze sono un film con troppe repliche, una sceneggiatura trita e ritrita. Non che i Gilets Jaunes non le invadano, ma non le utilizzano come collettori, come attrattori.
Disertare le piazze! Su questo hanno ragione Torino e Wohllebn, per inventare topotattiche meno prevedibili.
Ma l’inconsueto deve possedere una visione oppure tutto va bene purché sia strano? Un po’ di stranezza randomica non guasta, ma in questa dissertazione mi concentrerò sulle affordance, ovvero sugli inviti all’uso che oggetti, luoghi, persone, situazioni, spronano a intraprendere: vere e proprie istruzioni per l’uso, libretti delle istruzioni che si generano da una commistione di caratteri “oggettivi” (forse sarebbe meglio dire sedimentati nel profondo) e di consuetudini sociali. Un graffito sul muro, ad esempio, è generato dall’invito all’uso della parete che ha le medesime caratteristiche di uno schermo e di un quaderno, e dal fatto sociale che la scrittura urbana ha sviluppato una tradizione in merito alle pareti, ai muri, invece, ad esempio, di produrre linee sulla terra come a Nazca.
Inviti all’uso, quindi, ma per essere più precisi è il tradimento delle affordance (affordance conflittuali) che mi interessa, perché che sia illegale o meno, scrivere su una parete pubblica risponde a un’affordance prevedibile, sollecitata, etero-attivata (eterodiretta?), solo per fare un esempio. Le affordance rappresentano le attenuanti generiche di qualsiasi pratica d’esseri senzienti.

Occupare una rotonda invece di una piazza cittadina significa non trasferire il valore dell’azione ad uno statuto simbolico superiore, alla casta sacerdotale dei mediatori, ma lasciarlo all’altimetria a cui si è generato. Significa dialogare a quattro occhi con il dio senza affidarsi alla protezioni ambasciatoriali di alcun mistico attutore. Questo ancora nella logica argomentativa di Meme con la forza… anche se detto in altro modo. Come ufociclisti riconosciamo in ciò la dicotomia UDA contattistica vs esomediatori.
I due autori si guardano bene (a ragione) dal citare i non luoghi, categoria socioantropologica tanto di successo quanto inevitabilmente disadorna di propulsore avverbiale. Una di quelle categorie che dici: vabbè, anche ammesso che…, ma poi che ci faccio?
Eggià che ce ne facciamo noi dei non luoghi? Dopo esser stati così ligi nell’averli individuati su una mappa: come ci cambiano la vita?
Ma che li si citi o meno, il senso dell’ osservazione di Torino e Wohllebn è anche un po’ quella: le rotonde (nelle loro argomentazioni) ben inscenano quel carattere di acefalicità che gli stesi esaltano come il vero elemento di novità di questo tipo di lotta/rivolta. Un corpo senza testa, che ragiona col cuore è un po’ la traslazione eziologica del non luogo, dello spazio geometrico privato del cogito. Uno spazio che lo si vorrebbe cosmopolita nel migliore dei casi e a volergli fare un favore.
D’altro canto non potrebbe essere altrimenti. Se è vero che si tratta di spazi “genuinamente” inclusi nella città, luoghi quotidiani, è anche vero che di spazi ostili alle forme di vita si tratta; luoghi per estremofili (o feticisti ballardiani): così familiari e così ovviamente disertati in condizioni “normali”. Luoghi a cui, del tutto spontaneamente, ognuno di noi appiccicherebbe l’avverbio non anche se a suggerircelo non fosse un antropologo francese di fama.
Non mi risulta infatti, ma forse ora con la sola eccezione della Francia, che esistano daspo concernenti delle rotonde.
Le rotonde fanno schifo anche ai reietti.

Bene fanno i Gilets Jaunes a occupare le rotonde. La questione è quale lezione (dal sottotitolo dell’articolo di Paul Torino e Adrian Wohllebn ) trarne.
Nella interpretazione acefalizzata di Meme con la forza si tratta in effetti degli stramaledetti non luoghi, occultati e riproposti in chiave riottosa.
Comunque sia, la debolezza del punto di vista di Torino e Wohllebn è la stessa che accompagna la malfamante categoria analitica. I non luoghi lungi dall’essere spazi stranianti, acefali o cosmopoliti, sono semplicemente zone a cui nessuno vuol davvero bene e che quindi possiamo desiderare fugacemente (quando siamo in cerca di disimpegnati esotismi atmosferici e linguistici) o odiare ferocemente, senza che nessuno, in fin dei conti, se l’abbia troppo a male.
A parte i Gilets Jaunes e i frascatani chi mai si difenderebbe una rotonda?

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Una bellissima rotonda a Frascati adatta alla sperimentazione di piccoli riot

Ma il non luogo è ovviamente anche un’illusione, una distorsione sentimentale frutto dell’eterna pratica di appropriazione amorosa/morbosa delle cose.
I canili sono forse pieni di non cani perché nessun padrone li ama? Si tratta invece di animali la cui libertà è subordinata ad un rapporto “sentimentale”, perché straziante, viscerale e sentimentale è l’educazione giovanile verso la proprietà privata. I romantici sono degli aguzzini gargarozzoni.
Estremamente interessante allora il fatto che l’altra caratteristica fondamentale che Torino e Wohllebn colgono nelle lotte dei Gilets Jaunes, ciò che le rende “vocazionalmente” vaccinate alle intromissioni fasciste (secondo gli autori), è proprio la mancanza di qualsiasi forma di negoziazione con la proprietà privata. I Gilets Jaunes giungono dalle rotonde alle piazze per spaccare tutto, facendo a pezzi il baluardo di fronte a cui si genuflette anche il sedicente radicalismo fascista: la grande proprietà privata. L’attacco alla proprietà privata trasforma le piazze in rotonde.
Mentre Notre-Dame brucia qualche illuminato urbanista rimugina sul bizzarro arredo urbano che potrà inventare in uno spazio improvvisamente e imprevedibilmente resosi disponibile a divenire rotatoria.

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La rotatoria di Colleferro dedicata al capitalismo multiplanetario (lanciatore Vega)

Sulla presunta capacità connaturata di tenere fuori i fascismi nutro seri dubbi. D’altronde, sono gli stessi due autori a riconoscere che c’è stata una volontà precisa di cacciare i  fascisti dalla barricate ogni qualvolta si siano identificati con vessilli e simbologie.
La pratica dell’assalto alle zone dei ricchi e la sistematica distruzione non fanno quindi il paio con il feticismo per i non luoghi, ma conducono altrove. Un corpo senza testa che s’abbatte con violenza sulla proprietà privata non è immune dal fascismo. Ma sopratutto: un non luogo è incapace di generare conflitto, di esserne la piattaforma d’appoggio.
Va rintracciata allora l’affordance delle rotonde per comprenderne, nel suo ribaltamento logico, il carattere conflittuale (negativo in senso adorniano) che le fa mordere, le fa fare tutto a pezzi e infine le fa inghiottire. Non saranno né il “genuino” (la vicinanza alla vita reale), né il “buon selvaggio” (ragionare col cuore) a farlo per noi. Non c’è pratica automatica che ci metterà al riparo dal fascismo se non ci mettiamo anche la testa e un bel po’ di pregiudiziali a monte.

Le rotonde non sono un oggetto familiare più di quanto non lo sia una piazza. Sono oggetti ostili senza compromessi laddove le piazze ricorrono alla cosmesi per fingersi spazio amichevole e collettivo. Ma quando il mascara inizia a graffiare l’asfalto (quando iniziano a emergere le politiche del decoro, i suoi daspo e le zone rosse dell’interdizione), allora il crudele ridestarsi dall’illusoria pace sociale, l’aver toccato il fondo della credulità beota, fa apprezzare anche la brutale onestà intellettuale sbandierata dalle rotatorie. Confonderle per degli spontanei alleati è quindi comprensibile, ma occorre andare oltre questo lancinante bisogno d’affetto che ci ottunde i sensi, che ci fa scodinzolare ogni qual volta qualcuno ci tende la mano scevra da randello.
Provate ad attraversare una piazza cittadina, meglio se centrale e nota come il vanto della comunità perbenista. Notate un certo impaccio emotivo? Udite la frequenza dell’odore del mascara che graffia i cofani delle automobili ivi ammonticchiate? Sì? Strano in verità, le piazze nascono invece per far sentire a proprio agio la comunità, per strapparci alla dimensione privata del nostro confortevole salotto. Le piazze sono la comunità umana.
La verità è che il capitale è più adorniano di noi e il ribaltamento logico, il negativo, lo ha attuato da tempo manipolando efficacemente le affordance. Ha chirurgicamente individuato il ruolo centripeto delle piazze e lo ha silenziato trasformandole in luoghi ostili e respingenti.

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Ufociclisti accertano l’impulso centrifugo, il ribaltamento d’affordance, di una piazza a Omegna

Le piazze si sono trasformate così in trappole che ci attirano per poi mortificarci emotivamente. Ancora più concretamente, ci attraggono centripetamente per poi identificarci con sistemi di riconoscimento facciale, con fermi e identificazioni qualora si sia involontariamente varcata una zona rossa immateriale, come bene sanno gli anti-facial recognition di Hong Kong.
L’attrazione-trappola si trasforma quindi in repulsione-daspo, allontanamento, respingimento entro la vuota formula del decoro, sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole, senza che nessuno ci faccia veramente caso. Se di decoro si tratta allora tutto è ammesso, dato che altro non ci resta. Si tratta del principio d’identità tra la piazza e il “monumentale” salotto (piccolo borghese) di casa, entrambi interfaccia pubblica del grigiore e della reclusione casalinghi. La piazza va tenuta religiosamente “pulita” come il salotto di rappresentanza. Guai a farci cadere le briciole.

Gli ufociclisti ereditano dalla pratica psicogeografia il concetto di piattaforma girevole per descrivere quei luoghi del transito che invitano, costringono, forzano la rotazione. La piattaforma girevole, ufociclisticamente, potrebbe avere anche una seconda definizione: l’opposto della piazza. La sua affordance è infatti spontaneamente centrifuga, sparpagliatrice. Si tratta a tutti gli effetti di un mulinello, o di un tornado: dipende dalle dimensione ed è direttamente proporzionale al numero di direttrici di fuga. La rotonda di Frascati sopra fotografata è un mulinello.

La rotonda spazza un’ampia superficie e in questo suo creare caotici flussi ha anche un ruolo rigeneratore.
Se analizzata attraverso la sua affordance (piattaforma girevole) la rotatoria si tramuta da tracciato di un cerchioide a pianale rotante, su cui una volta saliti si assiste, da un sistema di riferimento inerziale non solidale con esso, a “bizzarri” fenomeni fisici.

Le cose che accadono su una piattaforma girevole sono incomprensibili per chi le osserva da fuori, e similmente collocandoci su una piattaforma girevole ci sfuggiranno le leggi che regolano il mondo di chi sta fuori e non rotea con noi.
Cosa accade quando si occupa una rotonda quindi? Si procede alla stessa operazione portata a termine dal capitale rispetto alle piazze, ma con effetti diametralmente opposti: la repulsione-daspo si trasforma in attrazione-trappola.
Occupare una rotonda significa quindi deturnarne la funzione, sovvertire la sua affordance, silenziarla.
La possibile “trappola” sta nel rischio di non riuscire più bene a comprendere cosa accada ai sistemi di riferimento che ad essa non sono solidali, finendo per vivere felicemente con Ballard in un’isola di cemento (il ghetto).
Ecco mi pare questa la “lezione” (almeno una) che ci proviene dai Gilets Jaunes, la capacità di trasformare il territorio a partire dalle affordance espresse dagli oggetti che lo caratterizzano. Una scelta tutt’altro che romantica, che non scomoda l’Illuminismo e Rousseau.
Questo è anche il senso politico dell’UfoCiclismo: individuare gli oggetti che caratterizzano il territorio (e la sua solidificazione cognitiva, la mappa) e resettarli attraverso strategie d’affordance conflittuale pilotata. Conferire un significato diverso al territorio individuandone i puntelli della struttura spaziotempo che lo tengono in piedi e dispiegato.

E’ quindi del tutto normale (anche se non scontato) che le rotonde divengano i luoghi privilegiati del conflitto, sopratutto laddove la lotta è prioritariamente un scontro per la coesione della comunità, contro le forze disgregatrici che operano affinché ci si senta tutti contro tutti, gli uni contro le altre. Spegnere le rotonde! Silenziale le piazze deturnate! Altro che oggetti familiari!
Si tratta di una battaglia tutt’altro che simbolica, che si spinge fin dentro al funzionamento dei meccanismi di definizione e strutturazione spaziale.

Anche la massa critica ciclistica ha una propria strategia d’affordance conflittuale specifica per le rotonde. Dal punto di vista della tattica i risultati ottenuti sono esattamente gli stessi (il silenziamento dell’affordance dispersiva), anche se fenomenologicamente il risultato è molto diverso.
Dato che come abbiamo visto l’affordance della rotonda (piattaforma girevole) è intrinsecamente centrifuga, la massa critica si compatta e inizia a roteare attorno ad essa resistendo alla sua capacità di “farla a pezzi”. Tanto più la massa critica rotea, tanto più essa resiste agli effetti “naturali” della rotonda, sfidandone il ruolo all’interno del contesto spaziale, minando il suo operato. Sovvertendo gli effetti della rotatoria, la massa critica mette in crisi il sistema dei flussi e delle circolazioni che, in condizioni non conflittuali, plasmano lo spazio circostante rendendolo ciò che quotidianamente (e nella sua monotonia) esso è.

Sopra tre esempi di massa critica alle prese con una piattaforma girevole.
Nel terzo video sono anche udibili due fronti sonici (massa critica ciclistica e automobili) che si affrontano per l’egemonia atmosferica della rotonda (si veda anche Le UDA armoniche).
Occupare una piattaforma girevole significa, in questo senso, salire su di un “disco volante”, trasformando il proprio e l’altri punto di vista.
Le piattaforme girevoli avevano già oltremodo interessato i situazionisti e quindi, ancora una volta, non deve sorprende più di tanto che questa storia si ripeta in una Francia in subbuglio.
Nel filmato che segue un altro esempio di approccio critico alle rotonde.

In fine, come ci si allena a sconfiggere una piattaforma girevole:

 

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Piattaforma girevole volante miniaturizzata

 

Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3

Il conflitto atmosferico è una categoria cartografica condivisa dall’UfoCiclismo e dall’Associazione Psicogeografica Romana, di cui quest’ultima è stata promulgatrice attiva.
L’urgenza di leggere le atmosfere (gli stati d’animo espressi dai luoghi) usandole come unità di misura di uno spazio, concerne l’aspetto molto complicato del dominio atmosferico negli spazi antropici. La costruzione della città, ad esempio, va di pari passo con la costruzione strategica degli stati d’animo che in essa devono prevalere (la paura, l’anomia, la distrazione, il disincanto, l’erotizzazione ad esempio): il design emotivo o atmosferico è una disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’Unpleasant Design che definisce le preventive regole d’ingaggio contro lo stazionamento.

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Esempio di Unpleasant Design (Roma – Torpignattara). Meglio rischiare d’inciampare e spaccarsi la testa, che vedere qualcuno stazionare sul proprio uscio di casa.

Abbiamo definito esaustivamente almeno due tipi di conflitto atmosferico: del tipo 1 e del tipo 2. Il primo tipo è quello più “onomatopeico” e riguarda le lotte tra fazioni (potremmo dire tra gruppi sociali pertinenti) per la definizione di un’atmosfera invece di un’altra.
Il secondo tipo è meno intuitivo e riguarda il concetto di limite: il limite a cui tendono i perimetri di due spazi aventi diverse atmosfere UDA, forma una cosiddetta zona d’interferenza in cui si produce un conflitto tra atmosfere aventi diverso tenore. Il secondo tipo di conflitto ha una sua analogia con la metereologia.
Le due definizioni s’unificano qualora si consideri il conflitto come risultante dell’opposizione di due o più atmosfere in rivalità tra loro: due atmosfere opposte confliggono producendo una zona d’interferenza qualora due diverse visioni del mondo si fronteggino.

La lotta di classe (intesa genericamente come lotta tra diverse visioni del mondo) è prioritariamente un conflitto atmosferico di quest’ultimo tipo: il tentativo egemonico d’imporre un’atmosfera sensoriale, culturale, emotiva su un dato spazio.
Il primo compito della lotta di classe è quindi quello di ribaltare la narrazione sedimentata, sostituendola con una narrazione inversamente polarizzata.
In questo senso l’UfoCiclismo ha dichiarato guerra alla distopia fascista oggi avanzante, anche in coloro che inconsapevolmente la supportano, quando ribadiscono insistentemente che non c’è via di scampo.

Esistono molte varianti di conflitto atmosferico, per così dire, normalizzato (tipo1 + tipo 2).
Esiste ad esempio, da qualche decennio, il terrorismo atmosferico, quella contagiosa paura trasmessa circa l’evolvere dei fenomeni atmosferici. Ondate di caldo straordinarie, bombe d’acqua, inverni interminabili, venti conduttori di fiamme, sono solo gli attributi di una narrazione più generale chiamata Antropocene, che scientificamente rafforza l’atmosfera di terrore per le condizioni metereologiche. Ovviamente non si tratta di sminuire l’allarme diffuso dagli evidenti cambiamenti climatici; la tensione di cui stiamo parlando non fa riferimento all’azione scellerata del capitale sull’ambiente terrestre, ma tratta implicitamente il clima come una variabile impazzita. Si tratta invece di registrare e verificare come questa narrazione puntelli i terroristici allarmi rivolti a una metereologia ormai genericamente ritenuta un killer seriale totalmente fuori controllo.

Esiste il conflitto extra-atmosferico, come vocazione del capitalismo contemporaneo (space economy – NewSpace) a traslare il proprio operato dalla biosfera terrestre oltre i limiti dell’esosfera e ancora oltre.
Qui il conflitto atmosferico si consuma come applicazione del sistema di produzione capitalistico allo spazio alieno, in una sorta di colonialismo “verticale” laddove, finora, il capitale si era dovuto geometricamente limitare nella sua espansione.
L’extra-atmosfericità ci dice, inoltre, che le atmosfere non sono l’unica variabile su cui misurare la continuità di uno spazio. Ma su ciò al momento non ci soffermeremo.

Vocazionalmente l’UfoCiclismo, così come la Psicogeografia, hanno privilegiato, per le loro analisi sul conflitto, gli spazi antropici (quelli fortemente segnati dall’azione modificatrice umana), la città sopratutto; ma questa idea è sbagliata, come fragile sopravvivenza della centralità della metropoli novecentesca. A suo modo, si tratta addirittura di un’idea involontariamente elitistica e forse un po’ razzista.
Il dibattito sull’Antropocene è la spia del fatto che non esiste luogo terrestre non interessato dalla azione umana radicalmente modificatrice (come è ovvio che sia). Sopratutto non esiste luogo del pianeta non interessato dall’azione modificatrice del capitale (Capitalocene). Non esiste, in altre parole, luogo che non sia biopolitico.
Il conflitto extra-atmosferico e il terrorismo atmosferico dimostrano che il conflitto atmosferico è generalizzato, e condotto indifferenziatamente su tutta la costa terrestre e, se occorre, anche oltre.

Ma come suggerisce Herzog, vale la pena spiccare il volo, a volte, per immergersi più efficacemente nei segreti delle profondità del mare.
Se osservato superficialmente, il mare resta il luogo terrestre che meglio cela l’azione antropica, e di conseguenza la propria natura biopolitica. Ovviamente nulla di più falso; ed è sorprendente proprio come questo suo difformarsi dall’esser a immagine e somiglianza dalle spinte neoliberiste, sia inversamente proporzionale al numero di agenti atmosferici ostili che in esso terroristicamente riversiamo.
In questa sua difformità esso appare quanto di più distante dal potersi considerare un’UDA, cioè uno spazio caratterizzato da un’atmosfera. In esso, nella stragrande maggioranza dei casi, mancano quegli elementi segnalatori che fanno dell’UDA ciò che essa è: tonal e totem d’incongruenza.

La vicenda della Sea watch 3 è solo l’ennesimo reportage da una zona di guerra. Ma la sua narrazione ha qualcosa di nuovo. Ci riferiamo al grafico che mostra i suoi spostamenti intorno all’isola di Lampedusa nei giorni prima del forzato blocco verso l’approdo italiano, che è stato utilizzato da più di un organo d’informazione.

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Può forse sfuggire il senso di quell’andirivieni confuso e scarabocchiato, ma si tratta a tutti gli effetti di un diagramma biopolitico, capace di dotare di atmosfera quel tratto apparente anomico di mare.
Si tratta del medesimo ondivago altalenare che nelle città si applica a colpi di leggi speciali, zone rosse, transenne, New jersey e divieti di stazionamento, che dotano gli spazi di una tonalizzazione atmosferica sempre meno ricca di sfumature: sempre più centrata sul colore dell’esclusione e dei moti centrifughi.

Vale la pena riascoltare quello che ha sostenuto Paolo di Vetta durante il quarto convegno di Mars Beyond Mars, a proposito delle strategia di generazione di uno stato perennemente emergenziale. La negazione di un approdo, in mare, come su terra ferma, è tutto insito al mantenimento in vita dello stato di alterazione sensoriale, di modellazione di un design atmosferico, che ci racchiude in un perpetuo (e dromologico, in senso viriliano) stato di timore da invasione: la distopia che avanza.

Ufociclisticamente abbiamo assegnato un valore specifico a grafici come quello prodotto della Sea Watch 3. Si tratta dello strumento analitico del camminamento.
Il primo modo di accertare il “carattere” dell’UDA è proprio quella di attraversala, registrando i cambi di rotta, le deviazioni, le ricorsioni, i ripensamenti e gli inviti che lo spazio c’impone e ci propone attraverso i suoi psico-dissuasori, le sue affordance attrattive e i suoi attrattori.
Non ci addentreremo troppo nella tecnica, che potete leggervi in questo rapporto. Tra l’altro il gran numero di ricorsioni che il diagramma ha prodotto lo rendono troppo difficilmente interpretabile secondo la teoria dei nodi elaborata.
Tuttavia un’idea dell’atmosfera che in quell’UDA s’impone, emerge anche solo a uno sguardo diffuso, come conformazione emergente: costellazione.
Si tratta a tutti gli effetti di un’immensa e smisurata zona rossa, arbitrariamente preclusa e la cui unica ritonalizzazione consiste nella forzatura del blocco.
E’ ben visibile lo spazio invisibile d’azione dei deflettori, disegnato dal peregrinare della Sea Watch 3

Altro non potevano fare il capitano Carola Rackete e il suo equipaggio. Altro non possiamo fare tutti noi.
Al di là dell’azione umanitaria, necessaria e imprescindibile, li ringraziamo per averci mostrato pragmaticamente come si contiene il racconto della distopia e contemporaneamente come si demolisce una zona rossa.

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