XIII ricognizione UfoCiclistica – 22-11-2018 Arrivederci Leonidi

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La tredicesima ricognizione ufociclistica partirà eccezionalmente dal terrazzo del Macro Asilo (via Nizza, 138).
Dal punto di raccolta alle ore 19.00.

Occorrente:
– bicicletta illuminata;
– occorrente per la riparazione in caso di foratura;
– telo impermeabile per picnic;
– cibo vegan/vegetariano da socializzare;
– penna per elevare le fanta-contravvenzioni;
– mood esoplanetario.

L’evento su fb.

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Presentazione dell’atlante Ufociclista a Radio Città Aperta

Il 24 ottobre abbiamo presentato l’atlante UfoCiclista a Radio Città Aperta nella trasmissione Mercoledì Morning di Gianluca Polverari.
Il podcast è ascoltabile qui oppure qui.

Con noi anche Andro Malis curatore del libro DeCore. Il marziano è vivo e lotta insieme a noi.

In studio con Gianluca Polverari:
Andro Malis e Cobol Pongide.

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La locandina realizzata da Andro Malis

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Cobol Pongide e Andro Malis negli studi di RCA

 

Presentazione dell’atlante ufociclista al MACRO di Roma

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Panoramica della presentazione al MACRO. Qui per l’immagine ingrandita

L’atlante ufociclista edito da Nerosubianco è un viatico all’utilizzo della bicicletta come vettore di ridefinizione del territorio antropico, cioè di quello spazio fortemente caratterizzato dalla presenza umana e dai suoi artefatti urbani mobili e immobili.
Per chi all’atlante si avvicina, vale la raccomandazione circa l’esistenza di un inscindibile rapporto d’interdipendenza tra quello e il blog ufociclista che state leggendo, ovvero tra strumenti teorici (anche se ampiamente illustrati) e loro applicazione pratica: nel blog infatti i concetti e le metodologie utilizzate nel libro trovano un più ampio spazio d’esplicitazione, di riflessione e una naturale progressione ed evoluzione.

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Spostando l’attenzione dalla priorità come mezzo di trasporto (che comunque resta centrale nel ciclismo urbano) l’UfoCiclismo si pone l’obbiettivo primario d’utilizzo della bicicletta come mezzo esplorativo atto a sovrascrivere le mappe esistenti: quelle che proscrivono, instradano, perimetrano, disciplinano, addomesticano, al cosiddetto abitacolamento del corpo e all’inquadramento sensoriale del territorio entro un frame orientato (sulla non neutralità delle mappe si veda, tra l’altro, Carte, sapere e potere saggio on line di John Brian Harley).
Corpi chiusi in lamiere, resi alieni allo spazio circostante e all’interazione con gli altri esseri viventi. Emotività deprivate di empatia sociale chiuse in scatole (luoghi di lavoro) che utilizzano abitacoli (automobili, mezzi pubblici, sfreccianti ciclomotori) per spostarsi in altre scatole (le abitazioni private). La città abitacolata diviene un insieme statico di vettori che blinda qualsiasi tipo di sensorialità alternativa, anche semplicemente sociale, che non sia quella individuale e strumentalmente orientata. Un’inversione di questa condizione ha inizio, secondo noi, dal piano simbolico e narrativo degli spazi vissuti, in cui la griglia interpretativa modellata sulla circolazione, sui quartieri, le proprietà private, cede il posto a mappe multisensoriali.
A differenza di altri approcci multiensoriali, limitatamente impressionistici, l’UfoCiclismo adotta una metodologia fisicalista con strumenti, per quanto possibile, replicabili e verificabili. Da questa scelta deriva il suo armamentario concettuale: la sua cassetta degli attrezzi.

Compito ultimo dell’UfoCiclismo è quello d’identificare spazi contattistici (UDA contattistiche), ovvero luoghi che per propria natura morfologica o per intervento risimbolizzante (spesso ad opera di organizzazioni di base come centri sociali, comitati di quartiere, ciclofficine e alla cartografia alternativa) appaiono i più adatti, e quindi in questo senso dei prototipi, per ristabilire un contatto con l’ambiente circostante e con le alterità: siano esse provenienti da questo pianeta che da altri.

Abbiamo chiesto a cinque ospiti di ragionare su questi temi e quindi sull’atlante:

Alberto Abruzzese (sociologo, scrittore e saggista);
Francesco Rosetti (giornalista);
Giorgio de Finis
(antropologo, direttore MACRO, curatore MAAM).

Gli interventi:
introduzione di Cobol Pongide;
introduzione di Daniele Vazquez;
intervento di Francesco Rosetti con intervento di Daniele Vazquez;
intervento di Alberto Abruzzese con risposta di Cobol Pongide;
intervento di Giorgio de Finis;
secondo intervento di Cobol Pongide;
secondo intervento di Daniele Vazquez;
secondo intervento di Alberto Abruzzese;
lancio del convegno MBM4 di Cobol Pongide (MBM4).

La registrazione integrale della presentazione.

Ospiti non pervenuti:

Fabio Benincasa (docente, saggista e giornalista);
Ivano Merz (attivista fondatore del movimento dell’Ufologia Radicale).

La presentazione si è tenuta il 16/10/2018 al MACRO nella Sala Lettura – alle ore 18.00.

La pagina dell’evento sul sito del MACRO.

Mars Beyond Mars – Edizione IV – Roma: Macro

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Le passate edizioni del convegno Mars Beyond Mars (MBM) hanno cercato di rispondere alla domanda: viviamo i prodromi della terza era spaziale?
Dagli investimenti privati nel campo dei viaggi spaziali (SpaceX, Virgin Galactic, Planetary Resources, Blue Origin), alla presa di coscienza dell’estensione della vita terrestre nella cosmosfera (organismi estremofili), fino alla progettazione della prima base spaziale orbitante italiana e ai metodi per coltivare nello spazio.
Dai nuovi obiettivi di conquista nel sistema solare (le lune e gli asteroidi) alla scoperta degli esopianeti e delle loro
biosignature.
Dai progetti
di Cina, Giappone e India per tornare sulla Luna, per il suo sfruttamento minerario, alla nuova base spaziale orbitante russo-americana (Deep Space Gateway), fino alla titanica impresa della terraformazione di Marte.
Dai progetti di backup terrestre su altri pianeti del sistema solare alla fondazione della prima nazione spaziale: Asgardia, fino alla creazione del 6th branch of the Armed Forces to advance US dominance in space.
Dai test di simulazione di vita su Marte con volontari umani del Mars One ai laboratori ESA-Eac per la simulazione di vita sulla Luna in vista della sua colonizzazione.
Per tutti questi casi la risposta che si delinea è affermativa e connessa, direttamente o indirettamente, alla naturale propensione espansionistica del capitale.
Lo spazio extraterrestre appare quindi come il prossimo grande rilancio del sistema di produzione in cui viviamo, e non potrebbe essere altrimenti.

Ai fatti empirici se ne accostano altri come il tentativo, da più parti praticato, di sostenere, in un’area grigia tra scienza ed ermeneutica, l’idea di un’evoluzione anche orizzontale della specie umana (col relativo ripensamento dell’evoluzionismo lamarckiano) con trasformazioni somatiche provenienti dallo spazio profondo: dal controverso paper “Cause of Cambrian Explosion – Terrestrial or Cosmic?” alle teorie sulla panspermia, fino alle riletture bibliche (anche da parte di genetisti) in chiave di resoconto storico delle interferenze esogene sul DNA umano: il cosiddetto zoo galattico.
Ciò ha prioritariamente il sapore di un aggiustamento cognitivo, di un tentativo psicologico di ricollocarsi e giustificarsi entro le nuove spinte e le nuove esigenze espresse dal capitale; una particolare variante di Sindrome di Stoccolma: quella spaziale. Ciò avviene perché siamo testimoni dell’emergere di un nuovo stadio della produzione non più solo limitatamente globalistico, ma più compiutamente interplanetario, in cui la “soluzione finale” non potrà che compiersi con la coatta costruzione di nuovi comuni extra-terrestri disseminati classisticamente nel sistema solare: su pochi pianeti di silicati posizionati nella zona abitabile, sulle lune e sugli asteroidi (si vedano ad esempio i romanzi della serie The Expanse di James S. A. Corey).

“Siamo figli delle stelle” parrebbe il caso di recitare, ma di un nuovo e tecnologicamente avanzato afflato centrifugo.

Con la quarta edizione del MBM (Terraformare Terra) ci poniamo l’obbiettivo di ragionare sulle ricadute di tale passaggio epocale. In questo campo d’indagine ci attendiamo di veder emergere le tracce di una transizione significativa, evidente e già conclamata. Essa è però figlia del presupposto che tali pratiche, rivolte verso lo spazio, si attuino prioritariamente nella forma d’introversione del principio della terraformazione.
Se infatti guardiamo al terraforming come al momento più alto e finalistico di questo progetto (rendere i pianeti adatti alla vita terrestre e quindi rendere il loro sfruttamento più facile), è ragionevole attendersi che in questa fase preliminare (in questa fase tecno-scientifica di rodaggio) esso si attui prioritariamente sulla superficie del nostro pianeta come una sorta di ricaduta (spin-off) e di “palestra” da e per lo spazio.
Le biologie terrestri e la stessa Terra divengono allora il “centro fitness” di un sistema di produzione che ha finalmente acquisito tecnologie e competenze per andare oltre il territorio delle proprie origini.
Ma la vera novità che emerge è che l’ingenua e originaria idea di trasformare i pianeti in surrogati della Terra sta per essere accantonata in favore di quella più realistica ed esplicita di trasformare la vita sulla Terra in vista del suo traghettamento nello spazio.  

Il romanzo Greening of Mars (1984) e l’esperimento Biosphere 2 (1987) possono essere considerati gli albori dell’attuale trasformazione sociale, assieme, ovviamente, alla prima e seconda fase dell’era spaziale.
Per quel che riguarda Biosphere 2, inoltre risalta l’inquietante coincidenza di aver avuto come direttore Steve Bannon figura al centro dei processi d’accelerazione e inasprimento delle condizioni di vita sul nostro pianeta. 

Lo “accantonamento” (a seguito dell’implacabile report dell’International Panel on Climate Change), da molti ormai conclamato, degli obiettivi di riduzione del C02 nei tempi utili per scongiurare un ulteriore aumento delle temperature terrestri, preannuncia di fatto l’esigenza di prepararsi ad un radicale mutamento delle condizioni di vita sulla Terra (marteforming) ma ancor più sottilmente promuove un’atmosfera di disaffezione verso il pianeta: e chi vorrebbe vivere in una casa bruciacchiata e pericolante?

Allora le domande che ci poniamo sono le seguenti:
come mutano i nostri corpi in relazione a questa ricaduta? Come si trasformano le nostre storie, il “libretto delle istruzioni” che fa di noi quel che siamo?

Come cambia l’organizzazione politica in vista di questa transumanza? Le nuove forme di dispotismo possono forse essere lette anche in questa chiave, ovvero come nuovo regime ergonomico e post-terrestre?

Quindi, quali le accortezze “posturali” per sovrascrivere, piegare e deformare i corpi in vista di una nuova ecosfera sempre meno a misura d’essere umano?

Ancora: quali gli spazi già oggi resi ostili dai parametri sempre mobili di ciò che definiamo contaminato (inquinato e quindi inadatto al sostentamento) e dal concepimento delle architetture ostili (unpleasant design) che silenziosamente rendono le città inabitabili (marteforming)?

L’inasprimento di ciò che chiamiamo “guerra ai poveri” è forse anche il segno di un’accelerazione programmata (un intervento lamarckiano) dei processi darwinistici che come vortici spazzano via le persone di troppo, quelle non più utili, le meno adatte al nuovo stadio del sistema di produzione? Lo è l’espulsione dalle città, la negazione del diritto all’abitare, il respingimento di umani considerati “alieni”?

Quindi: quali le vie di fuga? Quali i sotterfugi, gli stratagemmi, le barricate, le politiche, per restare, come molti invocano, umani?

Ma sarà poi davvero il caso di restarlo, umani? Non si tratta di una domanda retorica dato che a questo punto dovremmo prima decidere evidentemente cosa l’umano sia.

Relatori e intrusori:

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Cobol Pongide (ufociclista) – intervento d’apertura.

Ci sono almeno tre ordini di ragioni per dichiararsi agli albori della terza era spaziale. Essi si estrinsecano in inequivocabili segnali dell’emergere di un nuovo stadio espansionistico del capitale, quello spaziale: investimenti di capitali privati nello spazio, attenzione della ricerca verso le lune del sistema solare e verso gli esopianeti, rinnovati progetti e rinnovate motivazioni circa la terraformazione di Marte.
In questo stadio l’introversione del principio di terraformazione è principalmente rivolto verso i corpi terrestri e tradotto nella scomparsa di diritti umani e di cittadinanza un tempo dati per acquisiti.
Le politiche in tema di diritti umani ricalcano gli indotti mutamenti climatici (alla cui apparente ineluttabilità ci stiamo adattando) come consapevole e primordiale stadio della marteformazione di Terra. Si tratta di una sorta di disaffezione pilotata verso il nostro pianeta d’origine, preludio alle spinte centrifughe che riguarderanno la classe lavoratrice in direzione dei pianeti più interni ed esterni (ma anche verso gli asteroidi) del nostro sistema solare.

L’intervento integrale.

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Marco Binotto (docente Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione).

Domanda: esiste in campo accademico una riflessione sulle conseguenze dell’esportazione dei terrestri dal loro ecosistema nativo un po’ come lo è stato, in un certo senso, quello di Paul Watzlawick nel suo La realtà della realtà?
Risposta: no, non credo ci siano state altre riflessioni anche se nelle scienze sociali e storiche ci sono molti spunti per ragionarci. Ad esempio, è interessante rivedere come il dibattito scientifico e politico abbia riflettuto − già negli ultimi decenni del Novecento − sull’allargamento a tutto il pianeta degli scambi economici e i suoi effetti politici, sociali e culturali. Sono frequenti le riflessioni in cui si mette in evidenza la scissione tra un capitalismo che si deterritorializza nella globalizzazione e le spinte identitarie locali rappresentata in quel periodo dai naziskin o dal localismo leghista. Era già allora evidente come, nei secoli scorsi, la nascita dello Stato-Nazione è stata possibile proprio dai nascenti processi di globalizzazione, come oggi l’ulteriore accelerazione della globalizzazione in rete e delle sue conseguenze in termini di crescita dei movimenti di popolazione, delle diseguaglianze sociali e dei cambiamenti ambientali produca reazioni e resistenze che s’identificano con il nazionalismo e il sovranismo fino, in Italia, alla politica di Salvini. Allora, non è affatto improbabile che questi processi d’espansione che producono risposte locali identitarie non possano non essere il prototipo per quanto accadrà prossimamente nello spazio, su altri pianeti, quando i terrestri ne prenderanno possesso: come metabolizzeeremo la possibilità d’allargamento dei confini? Produrrà le stesse reazioni paranoidi nei terrestri? Ci ritroveremo schiacciati tra le idee mondialistiche dell’alt-right e le reazioni dei sovranisti?
Bisogna porsi il problema prima invece di, come sempre accade, rincorrerlo.

L’intervento integrale.

20181028_184524.jpgCarlo Gori (artista e attivista).

Domanda: per quale motivo luoghi della migrazione e dell’emergenza abitativa evocano l’immaginario extraterrestre? (il caso Tor Sapienza – si veda ad esempio questo rapporto).
Risposta: la domanda si riferisce nello specifico alla mia esperienza a Tor Sapienza nel Centro Municipale Giorgio Morandi, ove svolgo anche il progetto “Morandi a colori”, e nell’occupazione abitativa di Metropoliz, la città meticcia, ex fabbrica Fiorucci. In entrambi i luoghi l’immaginario extra-terrestre è evocato sui muri e ne ha acquistato una narrazione in vari sensi, addirittura, con Space Metropoliz per andare a trovare casa sulla luna. Spesso gli alieni che noi possiamo conoscere da vicino sono, come spesso dicono loro di sé stessi, gli extra-comunitari, ma anche i tanti poveri ed emarginati della nostra società, che vivono in luoghi alienanti come lo stesso quartiere di Tor Sapienza. Un quartiere buio e complesso, come tanti delle nostre periferie; luoghi noti solo per le loro “negatività”. Sembrerebbero fuori dal mondo, sennonché, invece, sono i crocevia dove si possono vedere le conseguenze di quanto accade anche molto lontano. Vedi, per esempio, le emigrazioni e l’abbandono sempre più totale dell’Africa, a causa delle politiche capitalistiche che la stanno depredando, generando morte. Se costruisci una diga in Africa, sai che la conseguenza sarà di assetare tutto un territorio, con conseguenze terribili per chi si ribellerà. Chi non muore, forse arriverà proprio a Tor Sapienza e magari farà uno spettacolo teatrale nel nostro centro culturale.
Le politiche capitaliste hanno lo scopo di far guadagnare pochi, a discapito dei tanti. Il concetto è molto semplice ma non avrebbe senso. Sono i territori come Tor Sapienza i luoghi, invece, della complessità, che viene studiata e affrontata tutti i giorni, luoghi dove il senso si sta cercando di rielaborarlo davvero, a favore di tutti e per recuperare la dignità delle persone e della collettività. In questo senso, se raccogliamo le suggestioni dell’introduzione tra gli esseri viventi di geni alieni che sembrano palesarsi in natura, possiamo pensare che l’aiuto per fare tutto questo ci provenga pure dall’esterno, chissà dallo stesso spazio. Io, a Tor Sapienza, sono arrivato chiamato da un anziano professore comunista, Nicola Marcucci. Forse non è un caso! Giocando con il suo nome mi sono trovato a sezionarlo in questo modo: MARS QU CI. Interessante! Chissà è un alieno anche lui! Poi, visto che comunque sono uno ignaro, ho sperato che Google mi potesse dare qualche suggerimento a proposito. Ebbene, con quella chiave di ricerca, ho trovato un testo intitolato How to get to Mars without going mad.
Si riflette sul fatto che il viaggio verso Marte comporterà delle difficoltà durissime per i primi viaggiatori chiamati a stare due o tre anni in una piccolissima capsula. E allora ho compreso il motivo di essere stato chiamato a Tor Sapienza dal Prof. Marcucci. Qui solo potrò attivare quelle pratiche comuni di allenamento e di relazione per continuare il nostro viaggio nello spazio, che sia il nostro territorio o l’universo stesso, senza diventare matto e provare ad essere pienamente umano.

L’intervento integrale.

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Nikky Delirio (progettista cognitiva e ufociclista).

Domanda: il saggio di Jeremy Withers Bicycles Across the Galaxy: Attacking Automobility in 1950s Science Fiction ci racconta di come nella fantascienza degli anni Quaranta la bicicletta divenga un simbolo di resistenza all’invasione automobilistica: come può una tecnologia tanto “fragile” essere eversiva rispetto allo sviluppo meccanomobilistico?
Risposta: lo può diventare anche grazie all’innovazione tecnologica in grado di produrre una più efficiente e intima forma d’integrazione tra ciclista e forme di energia per la propulsione che coaudivino la forza muscolare. Il sellino ad esempio grazie alla sua privilegiata collocazione a contatto con lo sfintere umano può trasformarsi nella prossima rivoluzione in campo ciclistico (dopo quella poco utile della bici elettrica che continua a trarre violentemente energia dal pianeta Terra) capace di travolgere tutte le altre alternative cinematiche su questo pianeta come su altri di questo e di altri sistemi solari.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
– Bicycles Across the Galaxy: Attacking Automobility in 1950s Science Fiction

20181028_185946.jpgDafne (bio-poetessa e ufociclista).

Il passaggio
Assunta e lo sciamano camminavano ormai da ore, avvolti dalle tenebre. Parallela alla strada che percorrevano, coperta da un imponente muro, correva la ferrovia. Da qualche parte doveva esserci una strada che incrociava quella dove erano loro e attraversava la ferrovia. Ma il muro si stagliava compatto e non c’erano varchi. Dall’altro lato della via si susseguivano reti metalliche e cancelli senza interruzione che delimitavano una campagna di cui ormai era rimasto poco. In realtà la campagna continuava a vivere e svilupparsi racchiusa dentro quell’intrico di vie e vicoli, ma sembrava la si volesse tenere lontana e separata dalle persone, perciò era recintata e inaccessibile come un mondo a parte.
Non c’erano traffico né rumori, e i due potevano camminare in mezzo alla strada e parlare liberamente ragionando tranquillamente di tutto ciò che volevano. Ogni tanto erano assorti ognuno dai propri pensieri e proseguivano in silenzio. Cadeva una pioggia leggera, ma speranze di trovare un autobus a quell’ora di notte in una zona come quella, erano pressoché pari a zero.
Di colpo, un rombo ruppe la quiete della notte, e poco lontano da loro apparve un auto che a tutta velocità gli attraversò la strada: comparve dal muro e subito svanì nel nulla dall’altro lato della strada. Nonostante ciò, lungo il muro continuavano a non esservi passaggi.
Assunta e lo sciamano si fermarono a riposare e a pensare il da farsi. Rischiavano di proseguire per quella via a lungo per chissà dove, sotto la pioggia che continuava a battere, quando invece la loro meta, era sicuramente molto vicina. A un certo punto Assunta appoggiò la mano sul muro e cacciò un urlo. Il pezzo di muro era svanito nel nulla. Pian piano anche il resto del muro si smaterializzò e apparve un tunnel corto e largo ma totalmente buio.
I due l’attraversarono di corsa per paura che il muro si potesse ricompattare e loro rimanessero rinchiusi nel tunnel a vagare per l’eternità in un varco tra diverse dimensioni, senza via d’uscita.
Si ritrovarono su una strada trafficata e illuminata piena di palazzi molto alti, di quelli moderni costruiti per impilare dentro microscopici appartamenti un’enorme quantità di persone.
C’era una fermata dell’autobus alla quale aspettarono un bel po’. L’autobus arrivò di corsa e proseguì senza vederli. Si incamminarono allora a piedi.
Ma ormai erano vicini.

L’intrusione integrale.

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Paolo Di Vetta BPM (Blocchi Precari Metropolitani).

Domanda: quale idea di corpo sottostà a quella di negazione del diritto all’abitare e all’esclusione sociale? Pensando all’esempio della prima nazione spaziale indipendente, Asgardia, quali prospettive abbiamo: lottare o sottrarci in vista (forse) di una “nuova terra promessa” su altri pianeti?
Risposta: la questione dello spostamento del corpo è centrale e ad essa generalmente segue una risposta di tipo segregazionista (si alzano muri) come ad esempio sta avvenendo proprio adesso tra Messico e Stati Uniti.
A Roma per alcuni anni si è riusciti a rispondere in maniera alternativa a questo “moto perpetuo” autorganizzando il diritto di molti, migranti e no, ad avere un luogo stabile in cui vivere e stabilirsi.
Ma le ultime sentenze in questa e in altre città dimostrano che tale soluzione non solo non è accettata ma è addirittura avversata (perché assurdamente considerata eversiva) in modo da speculare, in termini economici e politici, sull’emergenza abitativa e sui problemi d’ordine pubblico che essa produce: la gestione dell’emergenza che genera profitto.
Sul sottrarsi e il migrare altrove: se il capitale ha intenzione di espandersi nel sistema solare, come pare abbia in progetto di fare, questa può divenire l’occasione buona per “lasciarlo andare” e riprenderci una volta per tutte il pianeta.

L’intervento integrale.

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Sara D’Uva (artista).

Domanda: tu artisticamente operi, tra l’altro, nel campo della resistenza psichica. Ma cosa ne è del corpo?
Risposta: si tratta più di un’espansione psichica, un processo di assunzione di consapevolezza extraterritoriale, un allenamento, che ci riguarda e che va affinato in vista di una futura fuoriuscita dal pianeta. In questa ottica di riallineamento con l’ecosistema cosmico c’è da dire che sulla Terra già esistono enti e oggettiinvisibili” che sono “alieni” con cui dobbiamo riprendere confidenza: allenare corpo e psiche all’esistenza del non visibile, recuperando quel sincretismo originario che i primi terrestri avevano con questi elementi, in modo da ritrovare, oltre ad un senso di profonda connessione con il nostro pianeta, anche una connessione con l’aldifuori.
Per aiutarci in questo percorso dobbiamo pensare ad un diverso concetto di tecnologia, oltrepassando i mezzi e gli artefatti materiali, per pensarlo più organico. Quelli che noi occidentali chiamiamo “sciamani” ad esempio hanno una naturale confidenza con queste tecnologie, usando le piante o il suono ad un livello sinestesico, come dispositivo chiave di accesso a facoltà proprie del nostro corpo solitamente non frequentate, ma che consentono l’espansione cognitiva e percettiva.
Oltre alle molte similitudini che si possono riscontrare tra esperienze sciamaniche e quelle dei cosiddetti adbotti dagli alieni, è interessante il fatto che queste “tecnologie organiche” permettono agli sciamani di entrare in contatto, qui sul nostro pianeta, con speciali piante che loro sanno per certo avere origine extraterrestre.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
– Le tre stimmate di Palmer Eldritch – P. K. Dick.

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Mirko Dettori (esploratore ultramodernista).

Domanda: la tua proposta “ultramoderna” è più postmoderna (ovvero resistenza come rottura della catena significante) o retromaniaca (adeguamento e collaborazionismo con le tendenze del presente).
Risposta: eluderò la domanda e v’intratterrò sui destini dell’umanità. Il varietà è un modo di vivere virtuoso nella postmodernità la cui precarietà e individualismo non sono limiti ma opportunità. In questo nuovo scenario, in parte deresponsbilizzato dagli oneri di un tempo (come ad esempio metter su famiglia e produrre forzatamente prole), se ognuno pensasse più virtuosamente a se stesso e alla propria vita senza intromettersi negli affari altrui, potremmo compilare un mondo migliore. In questo senso la priorità morale del pensiero collettivo è una sorta di perversione.
Tutto ciò anche perché se sulla Terra c’è un alieno questo letteralmente è proprio la nostra colonia umana e la sua inconciliabilità con il resto dell’ambiente naturale. Tutte le questioni concernenti l’intraprendere collettivamente una direzione invece di un’altra (in vista di un bene comune superiore) fanno parte di una “strategia” di distrazione di massa, da parte di automi programmati neurolinguisticamente, che a sua volta rendo anche noi automi (controllandoci) dirottandoci dalla priorità di sviluppare senso critico e capacità d’elaborazione personale. Queste a me sembrano le priorità della contemporaneità.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
Il postmoderno – F. Jameson;
Retromania – S. Reynolds.

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Carmine Roma (eso-poeta).

Interrogando – tautogramma in i

– indagavo intorno insospettabili intarsi.
inaspettato insulso individuo insinuò inesistenti imputazioni, indizi illazioni,
intersezioni innegabili ingranditure.
inveii infuriato, innalzandomi innanzi, innescando inebitorie ingiurie:
-“insinua inesperienza? inettitudine? incompetenza?”-.
in un inerziale impeto inesausto infervorai:
-“indubbi indizi inducono ineccepibilmente indetermistiche ideazioni. Incriminerò !
Inderogabilmente… indiziati incomodi…;
incontrovertibile indirizzai l’indesiderato individuo indietro.

Noi, giocatori di sogni

La società del sovraccarico, il tempo narrativo lineare ridotto a zero, il tempo degli eventi che sfreccia dentro un hyperloop non ancora ultimato, nessun processo di collaudo, nessuna stima dei danni futuri, tutto inesorabilmente nella direzione del collasso.
Una univoca unione usurpatrice
uomini umiliati.
costretti tra la spasmodica ricerca del futuro e la delusione di trovare invece un passato nuovissimo.
Consapevoli dell’esistenza del futuro, ma solo teorico,
ci trasciniamo in un purgatorio perpetuo,
senza sentire alcunché
se non il nostro respiro.

L’intrusione integrale.

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Lorenzo – Trauma Studio (partigiani cognitivi).

Domanda: l’esperienza decennale del Trauma Studio come forma di resistenza alla “marteformazione” dei quartieri di Roma (San Lorenzo e Pigneto).
Risposta: Trauma Studio ha operato nel campo dell’intermediazione sociale utilizzando gli strumenti dell’arte e della cultura principalmente a Roma ma non solo. Lo ha fatto moltissime volta interagendo con gli spazi occupati e autogestiti che rimangono alcuni tra i luoghi più stimolanti in cui si produce pensiero alternativo al consumo scriteriato prodotto da ciò che viene definita gentrificazione dei territori e dei quartieri.
La strategia di Trauma Studio è stata quella di collegare e mettere in comunicazione artisti, organizzazioni, progetti, in contenitori di resistenza culturale, la cui forza espressiva spesso ha attirato l’attenzione anche della stampa più mainstream e interessato un vasto pubblico.
Lo abbiamo fatto spesso in parchi e piazze che ci siamo “ripresi” perché a noi cittadini appartengono.
Abbiamo organizzato molte edizioni di Pigneto Città Aperta nella cui ultima edizione (datata 2071), ad esempio, è stato anche ospitato il secondo Mars Beyond Mars. L’Alien Parade, il Rave Letterario a San lorenzo, ed altri.
Tramite l’auto-organizzazione e la produzione di senso Trauma Studio è spesso riuscito a trasformare la pressione sociale in pressione politica sulle istituzioni, nell’interesse di tutti i cittadini.

L’intervento integrale.

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Daniele Vazquez (antropologo, urbanista, psicogeografo, ufociclista).

Domanda: nessuna domanda
1) Rispondendo a Cobol Pongide: la terra non è mai stata introvertita rispetto al cosmo, lo dimostra fin dagli assiro-babilonesi l’astrologia e il rapporto di “simpatia”, in senso magico, tra cielo e terra.
2) Non è nostra intenzione curare alcun nazi, tantomeno con “l’affetto” (mi è sfuggito un “col cazzo”). Facendo riferimento a un libro citato dal Prof. Marco Binotto durante il convegno: Come si cura il nazi di Bifo, libretto pubblicato circa venticinque anni fa.
3) Abbiamo bisogno non solo di una prassi contro il nazi-fascismo ma anche di una teoria contro il nazi-fascismo che smonti e decostruisca gli autori che più hanno affascinato i marxisti come Schmitt e Heidegger (fascinazione che ha portato al rossobrunismo ad esempio). Qui troveremmo come la spiegazione della prima terraformazione della terra da parte di questi autori nazi-fascisti sia errata e falsa (non ho avuto il tempo di entrare nel merito).
4) Per una teoria antifascista abbiamo bisogno di luoghi dove studiare come workshop autogestiti e gruppi di ricerca informali e indipendenti (intendendo senza i soliti vecchissimi maestri a dirci cosa dobbiamo e non dobbiamo leggere o pensare). In una parola un nuovo “pensiero forte” antagonista può sorgere solo dall’autonomia dei suoi saperi dall’accademia.

L’intervento integrale.

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Anna Sunchild Bastoni (performer cognitiva).

Anno 1.777.999.9999
Flares approda sul Pianeta Terra corrente anno 2018, dallo spaziotempo di Sirio A grazie alla sua Astronave Manta2 concepita per navigare sfruttando le onde gravitazionali dovute all’unione di due blackholes nell’iperspazio.

Ha una missione: portare la tecnologia del Futuro in incognito impersonando un’attrice di B Movies, ruolo grazie al quale ottiene immediato contatto con appassionati di Ufologia e Videogames di vecchia generazione.
Avuti ragguagli sul funzionamento di antichi oggetti volanti non identificati trova la connessione tra meccanismi analogici, il corpo umano e Terra stessa,ricerca che applichera’in futuro per compiere la sua finale impresa.

Fatta conoscenza di Alieni provenienti da altri Pianeti riceve ulteriori informazioni sulle tempistiche Universali e comprende che il motivo dell’incontro ha a che fare con la preparazione del genere umano a grossi cambiamenti ed avvalendosi di altrettante tecnologie condivise ottiene di parlare con Squadre interplanetarie impegnate a formare un Team Galattico.

L’intrusione nella Black Room del Macro Asilo.

 
La registrazione integrale del convegno:

tot.jpgL’audio completo del convegno udibile e scaricabile.

 

Evento su Facebook
Evento sulla pagina del Macro.

Edizioni precedenti:
MBM I
MBM II
MBM III

Le card del Terraformare Terra:

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Le card di Terraformare Terra

 

UfoCiclismo a Omegna – 30/9/2018

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Rapporto redatto da Cobol
con:
Gian Marco
Lorena
Manuel
Alessio
Davide

La ricognizione su Omegna (VB) ha avuto uno scopo del tutto esplorativo effettuato liberamente alla ricerca di oggetti/sequenza e di UDA eventualmente presenti sul territorio.
Si è tenuta nella cornice dell’U.F.O Art & Sound Festival organizzato da Mastronauta e dal Migma collective il 29 e il 30 settembre 2018.

L’appuntamento indetto per la ricognizione era il 30 settembre alle ore 15.00 presso il Forum Omegna. La ricognizione è durata complessivamente due ore.

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Omegna – Forum. Punto di raccolta. Sullo zaino di Cobol, Zeno l’alieno, componente del Mastronauta.

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Omegna – Forum. Il momento della partenza dal Forum.

Già a partire dal Forum abbiamo individuato la prima UDA, il primo spazio caratterizzato da coerenza atmosferica circoscritta.

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La UDA del Forum (il perimetro più a destra nell’immagine). Il cerchio tratteggiato indica il punto di partenza.

Si tratta di uno spazio ampio interessato da varie strutture tra cui un grosso edificio in stile postmoderno (foto che segue) polifunzionale e un’area giochi (Parco della Fantasia Gianni Rodari).
L’area, a uno sguardo più preciso, non appare del tutto omogenea; tuttavia abbiamo scelto d’includere anche il quadrante giochi che potrebbe, com’è stato suggerito, esulare da questa descrizione.
Lo spazio appare isolato e ben perimetrato anche dalla vicinanza con il Nigoglia [torrente emissario del lago d’Orta – varietà dimensionale 1 (la sua classificazione come varietà dimensionale è in fase d’approfondimento data l’interessante caratteristica di essere il solo, fra gli emissari dei laghi prealpini, a muoversi verso nord)] che fornisce un limite naturale a ovest.
La struttura Forum s’erge prepotentemente a tonal caratterizzando indiscutibilmente il tenore atmosferico espresso in questo spazio.
In fase di elaborazione della mappa sono emersi tre aggettivi atmosferici in coloro che la compilavano (attributi atmosferici): spaesante, respingente, desolante.
Tali caratterizzazioni ci serviranno per identificare a posteriori  l’UDA con un colore in riferimento alla Tavola cromatica degli stati d’animo, sebbene generalmente la procedura preveda un’identificazione tonale sul campo.
Il cluster che più si avvicina alle caratterizzazioni è il 25-28 (fare riferimento alla tavola cromatica sopra linkata): “Metallo. Ambiance impenetrabile, ostile, riflettente” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113).
Nella verifica sul campo è possibile stabilire collegialmente quale tono meglio s’allinei con le sensazioni che emergono dallo spazio. In questo caso procedendo a posteriori è possibile affermare che la tonalità è molto ben espressa. Lo spaesamento in particolare è esattamente una delle sensazioni che architettonicamente il postmoderno si propone di restituire all’osservatore. Inoltre gli ufociclisti autoctoni riferiscono che lo spazio è molto poco utilizzato dagli abitanti che, in qualche modo, da esso si sentono evidentemente respinti. Giungendovi da forestieri in effetti si ha la sensazione di trovarsi in uno spazio molto periferico rispetto ai flussi cittadini. In questo senso, e senza aver esplorato tutta Omegna, potremo addirittura sostenere che l’intero perimetro funzioni da totem d’incongruenza rispetto ad un’ipotetica UDA Omegna: uno spazio a suo modo ostile, atipico, che architettonicamente s’oppone al resto delle strutture cittadine che ci è capitato d’incontrare (a eccezione forse dell’anfiteatro che incontreremo più avanti).
Scegliamo quindi il tono 28 (valore esadecimale: 65b3fe) per identificare questa UDA e rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.

Nota metodologica: come in altre mappe già illustrate il tono è “trasparentizzato” per lasciare intravedere le strutture soggiacenti. Esso apparirà quindi inevitabilmente diverso rispetto all’opacità di quello riportato nella Tavola cromatica degli stati d’animo che però resta il riferimento tonale ufficiale. In ogni rapporto che preveda l’utilizzo della Tavola cromatica degli stati d’animo è importante specificare il valore esadecimale utilizzato assieme al numero corrispondente al tono.

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Il Forum di Omegna la struttura che definisce la tonalità dell’UDA

Ci muoviamo.
La mattina del 30 settembre (poche ore prima quindi) avevamo effettuato una pre-ricognizione con Gian Marco che ci aveva proposto un percorso un po’ meno ovvio per Omegna che altrimenti ci avrebbe irretito con il suo bellissimo lungo lago su quel d’Orta.

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Gian Marco alle prese con l’elaborazione di un percorso la mattina precedente la ricognizione.

Usciamo quindi dall’UDA “postmoderna” e dal Parco della Fantasia Gianni Rodari attraversando il sottopasso della ferrovia (foto che segue).

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Il cambio d’atmosfera è repentino e ci troviamo immediatamente sulla sponda del Nigoglia che a ovest delimitava l’UDA precedentemente illustrata.

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E’ un’area di edifici quasi tutti dismessi che si affacciano sul corso d’acqua. Davanti a noi (se ne scorgono le inferiate) una bellissima passerella a balcone con la pavimentazione a lastre segue il corso del torrente (foto che segue: in una posizione diversa, più avanzata in direzione nord verso il lago d’Orta).
In riferimento alla foto sotto: la struttura in mattoncini è il muro perimetrale della parrocchia del Sacro Cuore. L’ufociclista Manuel ci fa notare la forte contrapposizione atmosferica con la parte prospiciente che siamo intenti a osservare. Il muricciolo, ci dice, in lui evoca un senso d’oppressione.

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Alle nostre spalle (ci riferiamo nuovamente alla posizione di due foto fa) c’è una scuola in passato frequentata da cui alcuni degli ufociclisti che sono con noi in questa ricognizione. L’edificio è costeggiato da vicolo Fantanello (che è anche il nome della passerella) anche detto “vicolo della merda” (in quel punto). Ci dicono che il nomignolo deriva dal fatto che essendo un viottolo che sfocia su uno spazio verde spesso ci si sporcava le scarpe prima d’entrare a scuola. Ci viene da pensare che la ragione sia anche un’altra, magari legata alla tensione dell’appropinquarsi dell’entrata della istituzione scolastica.

Come abbiamo detto, lo scarto atmosferico è forte rispetto alla spazio visto in precedenza e ci porta a pensare di trovarci di fronte ad un’altra UDA.

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La mappa qui sopra è la stessa vista precedentemente, ma ora ci concentreremo sull’area segnalata in rosso a sinistra (quella piccola). Si tratta dell’UDA che stiamo guardando al di là del Nigoglia.
In questo caso gli attributi semantici che emergono in fase d’elaborazione della mappa sono i seguenti: apertura, malinconia, pittoresco.
Ripetiamo la procedura precedente omettendo le osservazioni metodologiche che abbiamo già argomentato. L’identificazione del cluster ci pare possa essere quello 1- 4: “Umami. Ambiance ricca, varia, densa, strutturata” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112).
In questo caso il centro tonale è molto meno decifrabile e quindi assegneremo il tono colore 1 (valore esadecimale: 990100) cioè il suo limite inferiore. Anche in questo caso rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.
Ripartiamo.

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Foto dal centro del ponte sul Nigoglia. L’attraversamento ci è piaciuto davvero molto a giudicare dal numero di foto che abbiamo ad esso dedicato.

A metà della passerella di vicolo Fantello si estroflette un attraversamento (le tre foto precedenti: ufociclisti che attraversano il ponte, il ponte in una soggettiva, il ponte a metà del suo attraversamento) che una volta valicato ci immette, dopo un altro vicolo, sulla tanto discussa piazza Beltrami.
Da poco restaurata, pare accalorare le emozioni dei residenti su questioni concernenti il suo rinnovato aspetto.
E’ difficile darne un’adeguata descrizione. Quel che salta immediatamente all’occhio è che la piazza così incastonata è quasi del tutto fagocitata dalla Collegiata di Sant’Ambrogio che impedisce un colpo d’occhio generale sullo spazio e quindi preclude il senso d’orientamento dato dalla vista.
Riguardando le foto scattate durante la ricognizione in effetti non ne troviamo una buona da pubblicare: tutte offrono una prospettiva troppo schiacciata. Non che la piazza sia brutta, assolutamente, ma essa appare davvero troppo compressa e visivamente indecifrabile. L’unica foto “ariosa” che sul web abbiamo trovato di piazza Beltrami è quella relativa ad una simulazione circa la sua riqualificazione ed essa si riferisce più alle sue linee di fuga che al perimetro della piazza. Forse è su quelle che bisogna più concentrarsi,

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Pubblichiamo comunque questa bruttissima foto (impreziosita solo dal palloncino alieno aggrappato alla bici di un ufociclista) per avere un riferimento visivo.
Ma forse, come abbiamo tentato di delineare poco sopra, non è alla vista che bisogna affidarsi per poter comprendere questo spazio.

Ci abbiamo ragionato in fase di realizzazione della mappa e ci pare (intuizione di Lorena) che essa funzioni da piattaforma girevole (pur non essendo una rotatoria) nel senso che il suo compito, più che aggregare (ruolo generalmente svolto da una piazza), potrebbe essere quello di spazzare i flussi cittadini che in essa convergono.
Da definizione la piattaforma girevole è un vero e proprio sparpagliatore, un vortice entropico, la cui funzione disordinante ha anche un ruolo rigenerativo: la dinamica delle permutazioni cittadine.
Forse quindi le polemiche circa la piazza (ce le hanno autonomamente segnalate sia Manuel che Alessio senza che su ciò fossero stati stimolati) potrebbero essere legate al ruolo ancestrale della stessa (luogo di ritrovo quindi forse ex tonal) che per i locali funziona ancora da categoria interpretativa (una sorta di persistenza retinica) mentre l’area ha invece subito un drastico cambio d’uso in piattaforma girevole.
Torniamo quindi all’idea di cercare d’interpretare questo spazio con altri sensi rispetto a quello prioritario della vista. Vale forse la pena prestare attenzione allo sciabordio del vortice che ivi si genera e al fragore delle onde sonore che sullo spazio esso increspa.

In realtà Davide, che abita da molti anni a Omegna ma che non è di qui nativo, è riuscito a scattare una foto molto più bella della precedente, che rende giustizia al colpo d’occhio.
Curioso: è la stessa prospettiva utilizzata dalla foto del modello che sopra abbiamo linkato. Si tratta probabilmente dell’unico punto panoramico che consente di guardare la piazza per come era: una sorta di finestra sulla timeline Beltrami (si veda la mappa successiva).

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Abbiamo provato a sezionare la piazza a secondo degli approcci consigliati: l’area estesa un approccio uditivo e, come vedremo, tattile. L’area ristretta invece un approccio tradizionalmente visivo.

Osservando la mappa precedente, va da sé che ostinandosi a voler leggere piazza Beltrami prioritariamente con l’approccio visivo (tradizionale) non si può che capitolare nella frustrazione perimetrale. Tale approccio non è “consentito” infatti da tutte le angolazioni dal momento che lo spazio interessato è prioritariamente uditivo (e come vedremo tattile). Bisogna saper interpretare giustamente, allora, le sue vocazioni maggioritarie per non incorrere in fraintendimenti spaziali.

Nella mappa che segue abbiamo cercato invece di restituire una visione terapeutica diversa della piazza, in linea con l’interpretazione fin qui proposta.
Si tratta di una sorta di tentativo di psicoanalisi del territorio (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile) effettuata su uno spazio evidentemente traumatizzato da un rapido e/o non ancora assorbito cambio di funzione d’uso.
Si noti ad esempio che la piazza non è definita (circoscritta) dalla presenza di un marciapiede. Dettaglio apparentemente di poco conto, invece esso la rende meno decifrabile e in totale continuità rispetto alle strade limitrofe.
Il perimetro è piuttosto segnalato dalla presenza di sanpietrini che forniscono un limite tattile (o di nuovo uditivo quando con dei pneumatici li si attraversa) più che visivo.
Insomma la funzione di piazza pare essere venuta meno (tranne che da un limitatissimo punto d’osservazione) e le scelte urbanistiche paiono aver trasformato piazza Beltrami in una bizzarra rotatoria che ancora disorienta gli abitanti.

Le traiettorie descritte nella mappa terapeutica che segue non sono necessariamente realistiche ma tentano di rendere giustizia al vortice che piazza Beltrami oggi si presta a interpretare. Assunto il “dato di fatto” sarà quindi possibile agire in coscienza accettando il cambio di funzione d’uso o operando in maniera tattica (color overlay – anche per questo si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile) per definirne di nuove.

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Ci rimettiamo prontamente in marcia.
Il percorso pensato da Gian Marco ci porta a fare tappa davanti al cinema sociale (foto che segue). Si noti il volto perplesso della signora in basso sulla sinistra molto scettica riguardo alle tecniche investigative dell’UfoCiclismo.

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Doveroso dettaglio della parete frontale del cinema sociale: società operaia di mutuo soccorso. L’Omegna socialista!

Ad Alessio, Davide e Manuel viene in mente che nelle vicinanze un tempo c’erano altri due edifici preposti all’intrattenimento operaio. Il cinema Splendor, su via de Angeli, di cui ormai rimangono solo i segni delle scale su di un muro (foto che segue):

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e il teatro Alfieri, di cui è ancora visibile la bellissima insegna in stile liberty, sempre su via de Angeli (foto che segue).

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Insegna del teatro Alfieri con palloncino alieno.

Tutti e tre gli edifici si trovano in una stessa area il che ci ha ispirato l’idea di una sorta di ex distretto ludico di Omegna legato, come dicevamo, allo svago operaio dei primi decenni dello scorso secolo.
Ora l’aspetto più interessante della cosa è che anche il Mastronauta si trova in una traversa di via de Angeli, vicinissimo agli altri tre edifici spettacolar-ludici.
Guardiamo la mappa seguente: la parte col doppio tratteggio in rosso.

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I tre edifici prima citati si trovano nella parte più larga del tratteggio in basso a sinistra, il Mastronauta è l’edificio in alto a sinistra che affaccia sul torrente Strona (il corso d’acqua più in alto – una varietà dimensionale 1). Su suggerimento di Manuel ci siamo allargati un po’ sopra il Mastronauta per comprendere anche una fabbrica di giocattoli.
Lo abbiamo definito distretto perché non ci è stato possibile identificarlo come UDA. Siamo sicuri però che il luogo che in quel perimetro ha funzione di tonal sia proprio il Mastronauta (foto che segue) con la sua vocazione ludica e aggregativa.

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Seguono le foto dell’interno del Mastronauta riprese nella giornata del 30 settembre durante la Mostrona:

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Ci rimettiamo a pedalare.
Prima di giungere al Mastronauta (ma in un momento successivo alla conclusione della ricognizione: ci giungiamo quindi con un numero limitato di ufociclisti) Manuel ci propone la visita ad una piazza per mostrarci uno spazio, a dir suo, molto suggestivo. Si tratta di un frammento di via Frua:

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E’ davvero molto  bello e si tratta sicuramente di una minuscola UDA con al centro esemplarmente il proprio tonal: il Monumento alla Famiglia.
A noi ufociclisti provenienti da Roma quello scorcio ci ricorda moltissimo il quartiere di Garbatella… pare davvero di stare alla Garbatella, se non fosse che quell’atmosfera di curato sobborgo popolare antico si consuma in pochissimi metri quadri.
Eccolo nel dettaglio della mappa:

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La UDA suddetta evidenziata in rosso a sinistra. Vicino è visibile il contorno di quello che precedentemente abbiamo definito come distretto ludico.

Non ci soffermiamo consiliarmente sulla definizione tonale dell’UDA perché, come abbiamo detto, la sua intercettazione è avvenuta a ricognizione ormai conclusa. Tuttavia date le impressioni che sul momento abbiamo registrato è possibile collocarla entro il cluster 5-8: “Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112). La peculiarità tonale è molto forte e quindi ci posizioniamo sul limite superiore del cluster al tono 8 (valore esadecimale: 7dfe7f) della Tavola cromatica degli stati d’animo.
Rimandiamo alla mappa completa la sua collocazione tonale.

Rimaniamo quindi si via de Angeli e scavalliamo il torrente Strona per gettarci subito dopo alla sua destra su via Bariselli e subito dopo ancora su via dei Mille.
Si tratta di un’area industriale abbastanza recente con grandi capannoni-magazzini e fabbriche.

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Dopo pochi metri alla nostra destra si apre un’area con edifici più antichi in mattoncini rossi.

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Un’altra immagine dell’area che stiamo osservando

La identifichiamo come UDA perché immediatamente descrivibile con un’atmosfera molto particolare e ben circoscritta. Abbiamo l’impressione di trovarci nel fotogramma di film sulla seconda rivoluzione industriale e la mente va immediatamente alle fabbriche del nord europa dell’Inghilterra e del Belgio.

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L’UDA che stiamo esaminando: la parte evidenziata in rosso a sinistra.

In fase di elaborazione della mappa gli indicatori atmosferici emersi per quest’area sono: nostalgico, periferico.
Rimettiamoci nuovamente sulla Tavola cromatica degli stati d’animo: qui il cluster più appropriato appare quello 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile, scioccante” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113).  La tonalità pare collocarsi su un valore centrale del cluster in quella zona che chiamiamo catalizzatore. In questo caso: tono 14 (valore esadecimale: ffff33). Rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.
L’impressione atmosferica, la sensazione percepita, collima con l’impressione che si ha di edifici (o almeno alcuni di essi) in via di cambio d’uso. Ciò virtualmente li colloca in una disparata possibilità di forme e funzioni in divenire (un po’ come è avvenuto al Mastronauta: anch’esso un tempo spazio industriale).
Una conferma ci viene da questa curiosa struttura che attira la nostra attenzione (foto che segue):

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Una palazzina (foto precedente) accanto ad un capannone industriale. L’edificio è di color nero, presenta un curioso complesso di finestre disposte a matrice numerica e al proprio fianco fa esplodere in mosaico colorato raffigurante, abbiamo pensato, le trasformazioni dell’edificio nel tempo. Nella foto che viene lo vediamo meglio:

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Continuiamo su via Magenta e poi via Laghetto. Usciamo dalla zona industriale.

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Qui la strada si restringe divenendo a senso unico. La percorriamo contromano lungo uno stretto budello che intercetta una miriade di piccole villette dai tanti colori.
Pare di attraversare una zona dalla ricchezza mite e non ostentata anche se molto periferica rispetto al centro città

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Ma ad un certo punto, alla nostra destra, avviene un improvviso cambio di scena, una rottura radicale di atmosfera (foto che segue):

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Posto ad un livello sottostante rispetto alla strada che stiamo percorrendo (via Laghetto) si apre un piccolo rione di case popolari in cui l’atmosfera bucolica e timidamente lussureggiante in cui nella nostra posizione siamo ancora immersi, viene meno.
L’impressione che si ha è che si tratti di un’UDA specifica contrapposta e confinante con l’UDA diffusa che stiamo pedalando. La identifichiamo con due attributi atmosferici: schierato, popolare. Si ha infatti l’impressione di un trovarci in uno spazio asserragliato, blindato rispetto allo spazio bucolico, aperto e più lussureggiante che gli si contrappone. A Cobol lo stile architettonico gli ricorda quello del quartiere Quarticciolo di Roma, anch’esso asserragliato (si legga questo rapporto se interessati ad approfondire).

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Ma procediamo con ordine.
Per quel che riguarda l’UDA rifacendoci alla Tavola cromatica degli stati d’animo rileviamo il cluster più vicino 29-32: “Aspro. Ambiance resistente, vivida” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113). Il centro tonale si posiziona molto vicino al limite superiore: diciamo 31 (valore esadecimale: fd9800).
Per la collocazione tonale si rimanda alla mappa completa.

C’è però un altro aspetto che ci pare il caso di rilevare, proprio a partire da quella netta contrapposizione tra atmosfere che abbiamo percepito.
Via Laghetto su cui ci troviamo ha infatti l’aspetto di uno spazio di contatto/cesura tra due UDA in cui (come abbiamo riportato in questo rapporto e in quest’altro) si configura un conflitto atmosferico. L’idea di uno spazio “proletario” contrapposto ad uno “padronale” è tra l’altro del tutto arbitraria ma, almeno dal punto di vista estetico-narrativo, pare confermare e puntellare questa sensazione. Ci piace quindi pensare che qui il conflitto atmosferico si materializzi, o si sia materializzato un tempo, come conflitto di classe.
Anche qui, come nei rapporti a cui abbiamo rimandato, ci aspetteremmo di imbatterci nei segni, nei traumi da conflitto, tipici delle zone di confine (i bordi delle  UDA)… ma qui non si vede e non si sente nulla (qui invece, ciò che accade tipicamente in questi spazi laminari).

Procediamo e ci muoviamo davvero di poco prima d’imbatterci in un’altra struttura che attira la nostra attenzione.
Non siamo riusciti a fotografarla perché distante e troppo filiforme. Essa è appena visibile (forse) in questa ripresa di street view (dritto per dritto davanti a voi).
Si tratta di un groviglio d’antenne davvero imponente. Ne abbiamo dedotto trattarsi di un’antenna ad uso, magari in passato, di una radio libera… ma è solo un’ipotesi senza fondamento empirico alcuno. Il suggerimento di un’ufocilista è stato quello d’identificarla con una UDA contattista che potrebbe valere anche qualora si trattasse più semplicemente di una antenna da radioamatore. La definizione di UDA contattista è, in questo caso, del tutto inesatta ma l’intenzione è comunque corretta e quindi accettiamo il suggerimento assumendolo con una certa dose di spavalda ironia.

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Procediamo ancora su via Laghetto che diventa via Superiore, sempre contromano (foto precedente) fino a incrociare via Malnaggio.
Giriamo a destra e poco dopo ci si para dinanzi una bella piazza (piazza della Chiesa) con al centro la parrocchia San Gaudenzio.

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San Gaudenzio. L’orologio sul campanile segna le 11.25 perché la foto è stata scattata durante la pre-ricognizione mattutina con Gian Marco.

Di nuovo un prepotente cambio di scena.
La parrocchia è sicuramente un tonal: forse provvisorio o forse definitivamente stabile. Non abbiamo modo d’accertarlo ma come abbiamo più volte sostenuto (ad esempio qui) le chiese spesso funzionano da tonal provvisori: tonal deboli.

Seguono un po’ di strade che è possibile rintracciare nel percorso segnato sulla mappa generale alla fine di questo rapporto. Giungiamo su via IV Novembre e pedaliamo fino alla fabbrica della Bialetti.

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Il famoso omino del logo ci ricorda, col dito, di guardare in cielo: raccomandazione superflua per degli ufociclisti il cui problema, semmai, è quello di tenere i piedi un po’ a terra.

L’edificio si dispiega mostruosamente come a fronteggiare le montagne lussureggianti che lo sovrastano (foto che segue).

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In questo suo fare l’ecomostro pare sostenere coraggiosamente le ragioni della propria orrida bruttezza.
Guardandoci attorno ci pare si possa trattare di un totem d’incongruenza… ma non sappiamo bene di cosa. Forse delle verdi montagne alle sue spalle. Sicuramente l’ammasso di vetro e cemento ha l’aspetto di un’isola grigia, totalmente aliena rispetto al contesto naturale e antropico che la circonda.
Procediamo di poco pedalando. Svoltiamo, neanche a farlo apposta, proprio per via Bialetti.

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Incrociamo nuovamente il torrente Strona ma non prima di aver intercettato un altro piccolo corso d’acqua (foto che segue) non sempre fluido.

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Il colpo d’occhio è molto bello e arricchito, come è possibile vedere, da affilati psico-dissuasori per scoraggiare l’avventore al congiungersi col corso d’acqua.
Psico-dissuasori vs affordance attrattive (ma anche attrattori) giocano, negli spazi antropici, una partita in opposizione in cui il prevalere degli uni sugli altri determina morfologia e atmosfera, in altre parole: la politica (o psicopolitica) del territorio.

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Lo stesso punto di vista: altri acuminati psico-dissuasori.

Procediamo ancora: poco più avanti, ce lo aspettavamo, una affordance attrattiva appena passato  il torrente Strona (foto che segue):

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Un piccolo sentiero ci spinge a entrare per scoprire in quali guai ci conduce. Ben presto ci accorgiamo trattarsi di un sentiero “infrattologico” (concetto della APR – Associazione Psicogeografica Romana), per le pratiche amorose clandestine. Ne usciamo.

Procediamo su via Verta inserendoci in un piccolo sdoppiamento parallelo alla stessa battezzato con lo stesso nome, fino a che c’imbattiamo in un’anomala edicola ricavata da una finestra murata:

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Di quel piccolo quadrante questa edicola appare come un tonal. Non ci sono dubbi a tal proposito.
Vediamo l’area interessata, con ogni probabilità, alla specifica tonalizzazione:

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La UDA che stiamo analizzando è quella sulla destra evidenziata in rosso.

Durante la ricognizione non ci siamo soffermati sui suoi attributi atmosferici ma essa tipicamente risponde al cluster 5-8Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112). La peculiarità tonale è molto forte e quindi ci posizioniamo sul limite superiore del cluster al tono 8 (valore esadecimale: 7dfe7f) della Tavola cromatica degli stati d’animo.
Rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.

La stessa casa che ostenta il tonal propone un altro interessante particolare pubblico:

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Un orologio da interni posto sul muro esterno. Cobol lo trova un atto, a suo modo,  “generoso”: fornire un servizio al viandante e gli viene l’idea che sarebbe il caso di stilare una lista di servizi che il cittadino può autonomamente esporre sul proprio uscio: ad esempio salviette per i ciclisti, musicodiffusori per pellegrini stanchi, eccetera.
L’ufociclista Alessio invece ha da obiettare circa questa offerta di servizi non richiesti.  Lui ad esempio l’ora non la vuole sapere, vuol separare una volta per tutte il dogma einstaniano dello spaziotempo.
Comunque sia l’orologio rappresenta un oggetto che incorpora due funzioni sincronicamente opposte: psico-dissuasore/affordance attrattiva.

Poco più avanti c’imbattiamo in un monumento stradale:

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Scopriamo, come spessissimo accade, che attorno ad esso ci sono state delle polemiche legate alla critica del giudizio.

Procediamo ancora su via XI Settembre fino alla ludoteca del Parco della Fantasia Gianni Rodari presso l’anfiteatro.

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A quanto ci dicono l’anfiteatro non viene mai utilizzato e all’interno l’acustica pare sia pessima.
Gian Marco contemplando la struttura interna suggerisce un radicale cambio di funzione: l’anfiteatro potrebbe trasformarsi in una palestra d’arrampicata.
Comunque sia, tecnicamente si tratta di un tonal operante su una specifica UDA (anche, come vedremo, molto molto interessante):

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La UDA che stiamo osservando è quella a destra evidenziata in rosso, segata dal passaggio (tratteggiato) degli ufociclisti.

Dall’analisi consiliare emergono tre attributi atmosferici: aliena, fantastica, ascensionale. Nuovamente utilizzando la Tavola cromatica degli stati d’animo cerchiamo il cluster più adatto che ci pare il 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile, scioccante” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113). Come nel caso precedente si tratta di una caratterizzazione tonale che abbiamo già incontrato in questo rapporto. Ma se in quel caso il valore tonale era il mediano, in questo esso si identifica col limite superiore: 16 (valore esadecimale: feffb3).
In questa stessa UDA è anche presente e ben identificabile il suo totem d’incongruenza:

 

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Si tratta dell’imponente torre-camino-ciminiera (al momento della foto “impacchettata” per un restauro. Qui per vederla spacchettata) che apparteneva all’area dell’antica acciaieria che preesisteva al parco. Alessio e Davide ci raccontano un dettaglio esoterico interessante circa questo e altri due camini ad esso limitrofi: a Omegna si dice che essi siano stati lasciati in piedi (e quindi segretamente in funzione) per dar sfogo a un, non meglio precisato, ribollire del sottosuolo. Si tratterebbe di un probabile sito-portale per il mondo degli inferi. Ciò, ci viene da pensare, farebbe il paio (nel senso delle fiamme) con la leggenda del drago del lago d’Orta: ma questa è tutta un’altra storia che al momento, purtroppo, non abbiamo modo d’approfondire.

La ricognizione non è terminata ma abbiamo concluso con le UDA rilevate. Ecco allora la mappa tonale completa di tutte quelle individuate durante il percorso:

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L’ultima UDA in fondo a destra (in celeste) è quella di partenza (Forum – col cerchietto tratteggiato all’interno).
Poco sopra sempre a destra (in giallo) c’è l’ultima UDA rilevata (Parco della Fantasia Gianni Rodari con l’anfiteatro).
Il tratteggio è ovviamente il percorso della ricognizione, mentre i due cerchi tratteggiati (da destra in alto a sinistra in basso) rispettivamente partenza e arrivo.
Quella che segue è la stessa mappa ma in versione “isolazionista”:
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Procediamo con la ricognizione quindi: attraversiamo il parco e poco prima di lasciarlo, alla stessa altezza del totem d’incongruenza troviamo degli attrattori:

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Si tratta delle “torte in cielo” opere dedicate a Gianni Rodari e in particolare al suo romanzo La Torta in cielo.
Questa piccola UDA ci ha dato molte soddisfazioni contemplando in uno spazio limitato così tanti oggetti/sequenza che fanno, in fin dei conti, di un’UDA ciò che è.
E’ interessante rilevare come il totem d’incongruenza si di gran lunga antecedente il tonal. Tuttavia la completa trasformazione dell’area ha reso l’anfiteatro tonalmente molto più influente rispetto al camino-ciminiera che ora s’erge magnifico in tutta la sua inopportunità. Ciò esibisce ancora una volta l’estrema volubilità di questi ruoli (tonal/totem) che storicamente appaiono intercambiabili e continuamente modificabili.
Gli attrattori “torte nel cielo” rafforzano l’influenza del tonal contribuendo alla continuità atmosferica. Questa forza ci porta a valutare anche una possibile alternativa di cluster dell’UDA che stiamo analizzando: 5-8: “Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale“. Restiamo comunque sulla prima attribuzione tonale non intervenendo, quindi, sulla mappa.

Prima di lasciare questo splendido esempio di UDA, Cobol vuole cercare le tracce di uno psico-dissuasore: pare infatti strano che un così imponente e ingombrante totem d’incongruenza non manifesti qualche alleato nei dintorni.

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Comignoli: foto vergognosamente tratta da street view… ci eravamo colpevolmente dimenticati di fotografarli.

Ci sarebbero i due comignoli sopra citati… naturali alleati della torre-camino anche in campo esoterico. Ma si trovano un po’ fuori dell’UDA indagata, in un area che presenta un differenziale atmosferico rispetto a quella che stiamo analizzando.

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Ma ecco che nel giardino impeccabilmente (maniacalmente oseremmo dire) manutenuto compare un oggetto fuori posto. Spicca come una pozza d’acqua su Mercurio e luccica tanto inopportunamente quanto provocatoriamente. Il suo essere piccolo e inerme suona ancor più come una provocazione, un affronto a tutte le strutture immobili, presenti e ben radicate sul suolo.
Sì certo, può forse apparire esagerato, in un rapporto con così tante foto, in un luogo con tante e tali bellezze, la foto di un ciottolo. Ma Cobol ne è sicuro: si tratta di un minuscolo psico-dissuasore arroccato e alleato della potente torre-camino. La tentazione di raccoglierlo ed esporlo in un futuro museo ufociclista è forte… ma non osiamo alterare ciò che un’UDA ha progettato.
Quante persone c’avranno inciampato (facendolo magari roteare), quanti lo avranno distrattamente osservato con inesplicabile sospetto, quanti manutentori del parco saranno stati lì lì per gettarlo, quanti avranno desiderato raccoglierlo per fracassare un cranio, un vetro, un tonal… invece lui è ancora lì, con il suo ruolo destabilizzante, coatto, che ancor di più ci fa apprezzare la potenza esplicativa, la cinica lucidità, di questa incredibile UDA in miniatura.

Soddisfatti ci rimettiamo in marcia su via Fratelli di Dio fino alla Coop di via Trieste.
Gli ufociclisti autoctoni ci dicono che quello spazio è un po’ il luogo del disagio di Omegna.
Come in tanti centri commerciali presenti nelle città in esso si polarizza e s’aggrega almeno una parte della gioventù locale, che invece avrebbe ben altri panorami con cui fondersi… ma questa è una valutazione che facciamo noi ufociclisti romani… dei forestieri addomesticati all’asfalto e al cemento come vettovaglie quotidiane.
Magari la gioventù autoctona a Omegna è  immunizzata alle bellezze naturalistiche locali. Oppure la controversa storia del lago d’Orta (fino a pochi decenni fa considerato il lago più inquinato d’Europa) ha irrimediabilmente degenerato la percezione che alcuni autoctoni ne hanno. Meglio la Coop che un lago carico di metalli pesanti: disastroso risultato di una passata, sciagurata, industrializzazione. Ma oggi le cose sono molto diverse e il lago d’Orta ha ripreso a vivere.
Comunque non lo sappiamo. Non sappiamo cosa funzioni da strano attrattore in queste scatole di cemento. Ciò che sappiamo è che la Coop si configura come un attrattore (ufociclisticamente inteso) se non addirittura come un tonal. Al momento propendiamo per la prima ipotesi e non c’interessa approfondire.

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Via Ferraris, dritti fino a via Costa:

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Si tratta di un “budello” ciclopedonale che ci fa pensare di trovarci in una scorciatoia ufociclistica. Sul lato destro della foto la strada è chiusa dalla ferrovia. L’ipotesi che possa trattarsi di uno strappo (altro oggetti/sequenza non troppo dissimile dalla scorciatoia) non ci pare al momento realistica. Non ci pare d’intravedere enclave e non c’e’ modo di rilevare altre UDA.

Siamo di nuovo su via Fratelli di Dio. Poche pedalate e ci ritroviamo nuovamente in piazza Beltrami che continua a spazzare e a centrifugare tutto ciò che vi transita perimetralmente.
Questo passaggio ci “incasina” anche un po’ la mappa in effetti. Ma questo è quanto…

Via Cavallotti, di nuovo la bella passerella sul Nigoglia, questa volta percorrendo il tratto che inizialmente non avevamo intrapreso nella direzione del lago d’Orta:
sfidando le leggi della fisica degli emissari dei laghi prealpini.

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Finalmente giungiamo sulla piattaforma di via Mazzini, punto d’arrivo e fine della ricognizione.

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Il Nigoglia visto dalla piattaforma di via Mazzini.

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Foto di gruppo che… ribaltiamo fotografando anche Davide (foto che segue) che oltre a venire a fare ufociclismo ha scattato le foto che verranno pubblicate sul sito del Mastronauta:

 

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Mentre da programma da via Mazzini sta per partire la passeggiata sonora W/Bienoise, Lorena, Manuel, Gian Marco e Cobol tornano al Mastronauta per compilare la mappa cartacea che la sera stessa sarà esposta presso la Mostrona.

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Al Mastronauta con le mappe che abbiamo utilizzato durante la ricognizione

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Il momento dell’elaborazione della mappa al Mastronauta con Lorena, Gian Marco e Manuel fotografati dall’alto e chini sulle mappe.

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Concitati momenti nell’elaborazione della mappa cartacea. Tutti guardiamo perplessi le elucubrazioni di Manuel

Dopo alcune ore di lavoro eccola:

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La mappa ufociclistica ora appesa al Mastronauta

La mappa esposta al Mastronauta.

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La mappa interattiva: qui.

Qui sopra la mappa dell’intero percorso e degli oggetti/sequenza incontrati.
Quella che segue è invece la mappa isolazionista delle aree d’interesse al netto del percorso tratteggiato:

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In fondo a sinistra è visibile la piattaforma girevole di piazza Beltrami e, segnato dal doppio tratteggio, il distretto ludico capitanato dal Mastronauta.

Infine nell’ultima immagine l’Omegna ufociclisticamente permutata:

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Ci vediamo nel futuro!

 

 

 

Intersezione Togliatti – 9/9/2018

Rapporto redatto da Cobol 

Non mi sono mentalmente allontanato troppo dalla originaria definizione d’intersezione: almeno non dal punto di vista geografico. Così come nell’Atlante avevamo utilizzato esemplificativamente viale Palmiro Togliatti di Roma per rendere l’idea fisica di ciò che intendevamo con tale concetto, così ho fatto nuovamente in questo approfondimento, entrando più nel dettaglio delle sue peculiarità funzionali.
La Togliatti è una strada particolarmente rappresentativa di questa tassonomia d’oggetti e in più, contemplando nel proprio centro una ciclabile, si presenta anche come una varietà dimensionale di tipo 1 ma su ciò non mi soffermerò (puoi leggere questo rapporto in merito).
Quello che m’interessa rilevare è la differenza di registri che una tale commistione produce: una intersezione per propria natura, come vedremo, caratterizzata dal vettore velocità, a sua volta intarsiata da una varietà, la ciclabile, modellata su un basso coefficiente di penetrazione. Si delinea una condizione schizofrenica che diviene caratteristica stessa di questa arteria.

Nella prossima mappa il tratto preso in esame della lunghezza di circa 8,500 km.
La linea tratteggiata aiuta a comprendere meglio il percorso.
Un’occhiata generale può intanto darci la misura della diversità d’ambienti che l’intersezione attraversa su cui, tra poco, entrerò nel dettaglio.

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L’intersezione può essere intesa come un varco che taglia o attraversa più UDA senza rimanerne contaminato atmosfericamente ed emotivamente: senza assumere le caratteristiche dei luoghi con cui entra in contatto.
In parte questa distanza emozionale deriva anche dalla velocità con cui generalmente le intersezioni sono percorse da chi le utilizza.
Nell’Atlante avevamo accennato a come tale funzione possa ricordare quella di non-luogo di Marc Augé. Tuttavia non rifacendosi in alcun modo alla definizione dell’antropologo francese, troppo carica di accezioni valutative, preferiamo considerarla come un camminamento non simbolico e non caratterizzante.
In altre parole, mentre i camminamenti interni alle UDA definiscono, almeno in prima battuta, quest’ultime (si veda questa ricognizione), le intersezioni non producendo ricorsioni e annodamenti (si tratta generalmente di irregolari sezioni di cerchio), non significano in alcun modo (cioè non ne mettono in luce le fissità) gli spazi che attraversano.
Più interessante è invece l’accostamento con Paul Virilio e la sua dromologia, un approccio che avvicina il concetto di velocità a quello di violenza e su cui tornerò più avanti.

Ho deciso di considerare il punto di partenza di questa intersezione che congiunge via Tuscolana con via Tiburtina iniziando proprio dal versante di quest’ultima. Per completezza ho inserito uno spezzone della ciclabile e pre-ciclabile che in realtà si generano un po’ collateralmente a partire dal parcheggio della fermata della metro B, Ponte Mammolo, collocata dove ora la Togliatti termina (o se si preferisce inizia).

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L’attraversamento iniziale della pre-ciclabile è molto bello dal mio punto di vista e vale la pena percorrerlo soffermandocisi. S’infilano due sottopassi: quello della Tiburtina (nella foto precedente quello più in primo piano) e quello delle rotaie della metro (sempre nella foto ma più distante).

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Nella foto sopra la prima sezione della rampa. Al di sopra, proprio come un tetto, via Tiburtina.

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Foto sopra: voltandosi di spalle rispetto alla foto precedente.
Al di sotto della rampa si apre uno spazio utopico, a suo modo curato, che come è accaduto in altre ricognizioni (in luoghi non troppo dissimili) a me ricorda il racconto di Ballard L’isola di cemento, almeno nell’idea, molto molto bello (nello svolgimento forse un po’ meno).
Pare di trovarsi al cospetto di un interregno, o mondo in un mondo, una sorta di Viaggio al centro della terra, in uno spazio inesplorato e lontano dallo svolgersi del vivere quotidiano. Proprio come nella pellicola appena citata qui potrebbero essersi evolute specie animali autoctone originali o essere sopravvissuti sino a noi e indisturbati i grandi rettili della preistoria.
Ci si potrebbe aspettare di vederlo popolato al pari di un villaggio del neolitico coordinato dalla non troppo frenetica attività di cacciatori-raccoglitori con quei pilastri sullo sfondo che ricordano il sito sciamanico di Göbekli Tepe.

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Foto sopra: la seconda rampa con la pavimentazione in mattoncini lisci. Si scende ancora una spira prima d’arrivare al livello dell’inizio della ciclabile vera e propria.
L’architettura offre tagli curiosi.

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Foto precedente: sono al livello “isola di cemento”, per così dire.
Il primo ponte visibile proprio sopra la mia testa è ancora via Tiburtina mentre il secondo ora ben osservabile è il ponte delle rotaie della metro B.

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Foto sopra: ancora nella posizione della foto precedente, ruotando la testa verso destra.
Lo spazio è davvero suggestivo e la commistione tra verde e ponti bassi in cemento (spazi semichiusi) mi evoca un’immagine di città del futuro: quelle che si vedono nella prima stagione di Star Trek e di Spazio 1999 in cui le scenografie appaiono irrimediabilmente inscatolate negli studi televisivi (come nell’episodio Il pianeta incantato ad esempio).
Oppure ancora potrebbe trattarsi di un moderno e periferico gan-eden Sumero dove nascosti agli occhi di coloro che quotidianamente salgono sulla metro per recarsi verso il centro cittadino si sta generando, speriamo, l’essere umano nuovo della babele delle periferie romane.
Questi spazi hanno sempre in sé qualcosa d’altamente sperimentale in cui cova qualche variante di neotenia, una forma di evoluzione maculata un po’ dentro e un po’ fuori dalla linea germinale. Spesso si tratta anche di cuspidi che celano al proprio interno una forma di brutale e poco riconoscibile brodo primordiale.
Ci eravamo già imbattuti qui in una struttura simile, anch’essa molto suggestiva.

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Procedo ancora seguendo la pavimentazione in mattoncini fustellati e supero il sottopasso della metro (foto sopra).
Dopo aver dovuto fotografare tante celtiche e svastiche nei rapporti precedenti s’intravede una falce e martello.

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Voltando la testa ci si accorge che il viadotto della Tiburtina non è rettilineo come appariva in lontananza ma curvo (foto sopra) e sviluppa, anche grazie alle sue rampe d’uscita e d’entrata, una sorta di groviglio aereo.
A sinistra ancora uno scorcio di gan-eden Togliatti.

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Proprio all’altezza dell’uscita della metro Ponte Mammolo inizia la ciclabile che si congiunge poco più avanti con viale Palmiro Togliatti.

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Dura poco però presentando il primo punto di discontinuità. E’ un altro sottopasso quello che mi trovo davanti: la seconda carreggiata di via Tiburtina.
Meno bello dei precedenti senza l’apertura di aree limitrofe laterali.
Salgo le scale quindi senza soffermarmi.

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E ritrovo nuovamente la ciclabile evidenziata in un parcheggio anch’esso dedicato al deposito automobili in vista della metropolitana.

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E finalmente viale Palmiro Togliatti in quella che è considerata una delle peggior piste ciclabili che si possano immaginare.
Dal punto di vista funzionale è utile al ciclista per evitare il transito sulla Togliatti che ha più le caratteristiche di un’autostrada che di una strada cittadina. Le automobili infatti tendono a percorrerla a grandi velocità sopratutto la notte essendo larga e quasi completamente (localmente) rettilinea.
La velocità (la dromologia) è un fattore (o un effetto collaterale) connaturato alle intersezioni e al loro punto di vista sullo spazio. Essa contribuisce a renderle avulse dagli spazi che intercettano. Da questo punto di vista si tratta di “corpi estranei” che in virtù del loro essere incontaminabili vivono vite fantasmatiche emotivamente alienate in spazi che condividono con la pienezza delle emozioni umane. Potremmo affermare trattarsi quindi di funzioni sociopatiche.
Come ciclabile la Togliatti è un vero disastro tanto dal punto di vista progettistico che, sopratutto, da quello della mancata, o sporadica, manutenzione. Spesso ho visto ciclisti ignorarla scientemente nel loro procede pedalando. Tra l’altro, come vedremo, essa presenta lunghe sezioni di discontinuità in cui occorre rimettersi su strada, il che la rende anche poco funzionale (al netto dei suoi intrinseci problemi).

Ora il compito che mi sono dato è quello di rilevare il numero di UDA che quest’intersezione attraversa. Non entrerò nel merito della tonalità delle Unità D’Ambiance se non limitandomi a evidenziare i transiti tonali tra l’una e l’altra. Anche dal punto di vista grafico (nelle mappe in seguito riportate) non sarò accurato nell’identificarne i perimetri. Tutto ciò va ben oltre l’obiettivo che mi sono dato. Mi propongo invece di restituire una visione di massima, suscettibile certamente di rettifiche, di come il paesaggio muti più e più volte attorno a questa intersezione che pur inglobata, fagocitata e risputata, non assume alcuna delle caratteristiche fisiche specifiche delle atmosfere che vìola, restando uno spazio a suo modo isolato: sociopatico.

Quelli che seguono sono 13 panorami che rappresentano una visione d’insieme delle UDA osservabili dal punto dello scatto fotografico.
Ogni punto rappresenta il confine tra blocchi d’UDA.
Ogni blocco contiene una o due Unità D’Ambiance dato che a destra e a sinistra dell’intersezione si polarizzano o la medesima atmosfera o due atmosfere diverse e a volte contrapposte.
Anche qui lo ribadisco: l’individuazione delle atmosfere (del loro perimetro) è piuttosto grossolana ma non m’interessa ora entrare nel dettaglio. Per una più precisa definizione di UDA rimando alle ricognizioni specifiche e all’atlante ufociclistico.
Le coordinate dei panorami (riportate sotto le mappe) possono essere semplicemente copiate e inserite in Google Maps per osservare con precisione (e da vista aerea) il punto d’osservazione e le aree, le UDA, limitrofe a questi.
In tutto ho individuato 18 Unità D’Ambiance:

– Panorama 1: coordinate 41.918955, 12.567583 (il pallino).
Davanti a me due differenti UDA a sinistra e destra: una poco densamente abitata (a sinistra) ma con un aspetto più tradizionalmente cittadino e l’altra interessata da un’ampia zona di verde (prevalentemente lottizzata) e sfregiata dal fiume Aniene.

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Foto sopra: il panorama 1 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita). A destra si può osservare il complesso abitativo (seppur rarefatto) mentre a sinistra ci sono pochi edifici per uso industriale.
Lo spazio che si apre a sinistra invita all’esplorazione e alla scoperta di un dispiegamento di elementi naturali abbastanza originali. In questo quadrante la città si sviluppa all’ombra della grande arteria di via Tiburtina, assecondando il tracciato scelto come letto dall’Aniene.
A destra la città ha un aspetto meno interessante che lascia presagire una monotona uniformità, anche se approfondendo ci si rende conto ben presto che non è esattamente così.

– Panorama 2: coordinate 41.913858, 12.570359 (il pallino).
Davanti a me una UDA piuttosto compatta apparentemente esprimente una stessa compatta atmosfera.
Si tratta di uno scenario più convenzionale rispetto al precedente.
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Foto sopra: il panorama 2 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita).
Nel suo complesso l’area pur non presentando caratteristiche peculiari (almeno dal mio punto d’osservazione) resta piuttosto ariosa con prevalenti aree di verde.
Se mi trovassi poco più avanti riceverei probabilmente una sensazione diversa con a destra ampi margini d’apertura e a sinistra un senso di schiacciamento prodotto dagli alti palazzi che costeggiano l’intersezione. In realtà dietro la fila d’edifici lo spazio rimane piuttosto abitativamente rarefatto e in questo senso essa funziona da separatore.

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Foto sopra: ancora una immagine dal panorama 2. Nel punto in cui è visibile l’interruzione della ciclabile c’è l’entrata per le automobili al parcheggio della carreggiata centrale. Provenendo dalla parte opposta l’aiuola sulla destra (in quel caso sulla sinistra) impedisce la visuale tanto al ciclista che all’automobilista rendendo molto pericoloso questo piccolo incrocio (elemento di sociopatia).

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Foto sopra: ancora un’immagine dal panorama 2. Interruzione della segnaletica della ciclabile. La pavimentazione divelta risuona al passaggio degli pneumatici della bicicletta come in questa ricognizione.
Vale la pena provare.

– Panorama 3: coordinate 41.910653, 12.572150 (il pallino).
Altro cambio d’atmosfera compatto tanto alla mia destra che alla mia sinistra (rarefazione antropica). m3.jpg

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Foto sopra: il panorama 3 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita).
Rispetto alla situazione precedente qui torna il compatto prevalere delle aree verdi. Si ha quasi la sensazione che la città sia terminata mentre invece mi sto dirigendo verso un’incremento di spazi densamente abitati.
Unitamente al panorama 1 la consistenza di questo spazio rende quello precedente (panorama 2)  un’isola, delimitandone l’influenza atmosferica in modo spontaneo.

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Nella foto sopra (clicca qui per ingrandire) sempre il panorama 3 poco più avanti. S’intravede la bretella autostradale Roma-l’Aquila che sega questa parte della città.

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Sopra: ancora immagine del panorama 3 sorpassata la bretella Roma-l’Aquila.
Fine momentanea della ciclabile che si chiude a cappio torcendosi su se stessa tornando sui propri passi (un altro elemento di sociopatia).
Davanti a me si aprono due cuspidi che mi riservo di esplorare in un’altra ricognizione.
Da qui generalmente il ciclista procede sulla vicina corsia preferenziale se non ci sono sfreccianti mezzi pubblici in prossimità (su questa parte d’intersezione anche i mezzi ATAC filano liberi in preda all’ebrezza sociopatica).

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Sopra: ancora immagine del panorama 3 risalendo il cavalcavia che sorpassa via Collatina. Sono nello spazio di “marciapiede” accanto alla corsia preferenziale.
Virgoletto marciapiede perché qui il marciapiede non c’è (evidente sociopatia). L’urbanista non ha previsto che in questa area circolino esseri umani non inscatolati (abitacolati). Il tutto è ancora più bizzarro se si pensa che in cima alla salita c’è la fermata Palmiro Togliatti della ferrovia urbana FL2 da cui scendono e si disperdono pedoni.
L’atmosfera tutt’intorno rimane compattamente la stessa.

– Panorama 4: coordinate 41.899053, 12.574258 (il pallino).
UDA compatta con pochissime abitazioni, segata dalla stessa Palmiro Togliatti e dalla ferrovia FL2.

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Foto precedente: questa panoramica (qui per ingrandire) è ripresa dalla cima del cavalcavia e mostra l’area sottostante ancora in via di definizione.
Qui più che in altre sezioni dell’intersezione essa si dichiara aliena all’ambiente che la ospita tanto da giungere a sorvolarlo. E’ un po’ come se nella sua funzione quest’ultima avesse voluto evidenziare la caratteristica d’asetticità innalzandosi dalla biosfera fino quasi alla stratosfera per sfuggire alle pressioni atmosferiche che la circondano. Si potrebbe quindi parlare di curve di livello della sociopatia.

– Panorama 5: coordinate 41.903032, 12.574151 (il pallino).
Si tratta di un’area che come la precedente è piuttosto avara di strutture abitative ma qui a differenza della precedente, in cui prevaleva il verde, domina il grigio del cemento. In ragione di ciò essa suscita una diversa emozionalità in chi l’attraversa.
Difficile però cogliere un’atmosfera precisa dato che la zona è interessata da un rapido sviluppo urbanistico che la trasforma di giorno in giorno.
E’ inoltre presente il mattatoio di Roma che ho volutamente lasciato fuori dalla UDA perché la sua atroce atmosfera mortifera necessiterebbe di una trattazione a parte.

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Foto sopra: sempre il panorama 5 (qui per ingrandire) in cui lo spartitraffico impedisce di vedere entrambi i lati della intersezione Togliatti.
Il tipo d’Atmosfera che prevale è il medesimo fatta eccezione per tutte le domeniche dell’anno in cui si dispiega…

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Porta Portese 2 (foto sopra, qui per ingrandire) la seconda versione (molto meno interessante secondo me di quella originaria) del noto mercato romano (ne ho parlato qui).
Nella zona regna un certo disordine urbanistico che rafforza l’idea di una sociopatia propria della intersezione.

– Panorama 6: coordinate 41.895130, 12.574572 (il pallino).
A giudicarle dalla mappa qui sotto possono apparire come due aree urbane molto simili, invece a sinistra troviamo la parte conclusiva di Centocelle mentre a destra la parte iniziale del quartiere Quarticciolo. Al di là dei rispettivi quartieri (la individuazione di un’UDA spesso fa a pezzi i quartieri) si tratta di atmosfere, di scenografie, molto diverse: a sinistra Centocelle si rarefà dal punto di vista abitativo mentre a destra il Quarticciolo innalza minaccioso le proprie strutture abitative a schiera. Le sensazioni che se ne ricavano sono quindi quella di fluidificazione da un lato e di fortificazione dall’altro.
Il Quarticciolo con le proprie intricate stradine interne ai condomini respinge (psico-dissuasori) l’esploratore, lo sintonizza sul “chi va là!” mentre nello spazio a sinistra si ha più una sensazione di smarrimento data dal venir meno del tessuto urbano compatto, se si proviene dalla parte più interna di Centocelle, o da un suo inizio molto graduale, provenendo dalla mia direzione.

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La foto panoramica, come nei casi precedenti ribaltata rispetto alle collocazioni sulla mappa.
Dal punto d’osservazione che ho scelto (foto sopra, qui per ingrandire, all’incrocio con via Prenestina) quanto espresso sulla natura dei due spazi non è assolutamente esperibile neanche da parte del ciclista più sensibile e sensitivo a meno che non si tratti di un autoctono.
Per comprendere minimamente le atmosfere bisogna inoltrarsi un po’ e immergersi così da cogliere le tonalità diametralmente opposte che ivi si esprimono.

– Panorama 7: coordinate 41.889512, 12.574002 (il pallino).
Dopo un lungo tratto senza pista ciclabile (occupato dalla linea ferrotranviaria del 14), da questo punto essa ricomincia.
Qui si delineano, come per il panorama precedente, due UDA diverse.

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Come per lo spazio visto in precedenza qui (qui per ingrandire) la Togliatti separa Centocelle dal Quarticciolo trovandosi al centro di due atmosfere irriducibili.
A sinistra (nella foto sopra e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) Centocelle assume il suo aspetto più tradizionale mentre a sinistra il Quarticciolo si rarefà dismettendo le sue strutture difensive a schiera e il suo intricato sistema di stradine condominiali e accessi segreti.

– Panorama 8: coordinate 41.883329, 12.573261 (il pallino).
A sinistra sulla mappa continua il quartiere di Centocelle. In realtà da un punto di vista architettonico questa parte assomiglia molto a quella vista in precedenza il che potrebbe indurmi a ritenere di trovarmi sempre nella stessa UDA.
Da un punto di vista atmosferico però i due spazi si differenziano molto essendo interessata, la prima, ad un processo di trasformazione detta di gentrificazione (si veda l’atlante ufocilista a proposito della tecnica di Deriva Statica), mentre la seconda (quella che sto esaminando) ancora no, il che la lascia più simile allo spazio tradizionale fatto di palazzine basse non ristrutturate e sporadici esercizi commerciali.
A destra il quartiere è invece cambiato e con esso anche l’atmosfera che lo domina.

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Mi trovo infatti (nella foto questa volta, qui per ingrandirla) a sinistra l’Alessandrino mentre a destra sempre Centocelle (la prospettiva è ribaltata rispetto alla mappa).
Ad uno sguardo superficiale le atmosfere prodotte dai due lati dell’intersezione potrebbero apparire simili ma in realtà rispetto a Centocelle lo spazio dell’Alessandrino presenta caratteristiche diverse che lo fanno assomigliare più una borgata che un quartiere moderno vero e proprio.
Allora la percorrenza dei due spazi suscita reazioni emotive molto diverse.

– Panorama 9: coordinate 41.878218, 12.572608 (il pallino).
In questo spazio le differenze tra Centocelle e Alessandrino prima evidenziate appaiono meno rilevanti e caratterizzanti. E’ sopratutto il lato dei quest’ultimo che muta modernizzandosi rispetto a quello incontrato nel precedente panorama. A sottolineare la cesura tra i due panorami c’è l’acquedotto Alessandrino che si propone per una funzione di perimetratore “naturale”.
Da un punto di vista funzionale l’acquedotto potrebbe apparire come un occultatore, cioè come una struttura capace di mimetizzare le differenze irriducibili d’atmosfera di due UDA. In questo caso ciò non avviene perché come ho rilevato l’emotività espressa a destra e a sinistra della intersezione è già la medesima.

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Foto sopra: in questa parte della intersezione Togliatti (qui per ingrandire) la continuità dell’acquedotto contribuisce a produrre una sensazione d’omogeneità tra i due spazi che si articolano a est e a ovest.
La ciclabile diviene pericolosamente (sociopaticamente) a senso unico.

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Foto sopra: il suggestivo acquedotto Alessandrino che nello specifico s’inerpica dalla parte del quartiere Alessandrino.
La pista ciclabile subisce una nuova inaspettata trasformazione biforcandosi in due striminzite stradine di cui una intervallata da pali e da semafori (altra forma di sociopatia).

– Panorama 10: coordinate 41.874105, 12.569851 (il pallino).
La cesura prodotta dal nuovo spazio è tutto merito di via Casilina che ha una funziona non dissimile da quella svolta da via Prenestina (panorama 6) e via Tiburtina (panorama 1) .
Superata questa c’è un primo piccolo tratto della Togliatti senza ciclabile che inizia nuovamente subito dopo.

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Foto precedente: sempre il panorama 10 (qui per ingrandire) con un unica grande UDA caratterizzata da spazi verdi tanto a destra che a sinistra dell’intersezione Togliatti .
A destra (nella foto e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) inizia il parco di Centocelle che invece come quartiere (almeno come centro abitato) qui termina.

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Poco più avanti proprio nel tratto centrale della intersezione Togliatti, a ridosso della ciclabile, troviamo questo cenotafio dedicato a Matteo (probabile vittima dromologica: cenotafio dromologico): il più esteso che mi sia mai capitato d’incontrare.
Non mi pare casuale che esso si trovi proprio su una intersezione.

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Sul lato opposto del cenotafio c’è, intervallato da spazi occupati dagli sfasciacarrozze dall’alto potere inquinante, un campetto con un cavallo che bruca. Parrebbe di trovarsi in un’area esterna al perimetro cittadino invece sono vicinissimo ad uno spazio densamente abitato.

– Panorama 11: coordinate 41.862592, 12.568986 (il pallino).
Fine della ciclabile ma non dell’intersezione Togliatti che, al posto dello spazio dedicato alle bici, include internamente allo spartitraffico centrale la corsia preferenziale per i mezzi pubblici.

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Le due nuove UDA sono delimitate da via Santi Romano nel quartiere Tuscolano (qui per ingrandire) a destra nella foto e da il quartiere di Cinecittà a sinistra (in una prospettiva ribaltata rispetto alla mappa).
Demograficamente al collasso il primo si contrappone al secondo molto meno densamente abitato e caratterizzato da estese aree verdi.
Pare che qui la intersezione abbia funzionato da deflettore e conseguentemente da psico-dissuasore dell’avanzata demografica. Osservando lo spazio che mi si dispiega dinnanzi si ha la sensazione di una invisibile barriera che contiene l’avanzata della biomassa cittadina ponendo al riparo tutto il restante spazio distante solo poche decine di metri. Concentrandosi un po’ pare di poterlo ascoltare il brulicare di questa immensa spinta umana.
Mi tornano in mente dei documentari visti qualche tempo fa in cui si parlava di come alcune mandrie di mammiferi tendano a non sorpassare e quindi a deviare in presenza di visibili linee segnate sul territorio. Anche in questo caso non si tratta di vere barriere ma soltanto di limiti semantici che nonostante l’apparente fragilità sono in grado di dirottare l’avanzata della psicologia di massa.
Mi viene pure in mente che forse anche Nazca potrebbe avere un simile significato, una valenza simbolica di questo tipo: delineare lo spazio di mondi non attraversabili, barriere sottili tra mondi atmosfericamente impenetrabili. Bordi che si affacciano su invisibili e solo percettibili abissi.
La sociopatia espressa dalla intersezioni (o almeno di alcuni suoi tratti) potrebbe allora essere solo apparente; essa potrebbe appartenere ad un codice dimenticato che avulso dal resto dei codici cittadini moderni ci appare alienato e incomprensibile. Quel che qui accade potrebbe non essere leggibile con gli occhi del contemporaneo attraversatore di spazi urbani (semafori, segnaletica, strisce pedonali, eccetera) ma necessiterebbe di una più antica psicologia di massa o se si preferisce di più atavici organi percettori d’atmosfere.

Questo panorama pare ricalcare, in una versione per certi versi estremizzata, la situazione incontrata nel panorama 1.

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En passant ho anche forato.

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Due terribili Tribulus Terrestris fiancheggiati dalla completa non manutenzione della ciclabile (ennesimo elemento di sociopatia) sopratutto sul tratto della zona Tuscolana.

– Panorama 12: coordinate 41.855965, 12.571096 (il pallino).
Rispetto alle due UDA precedenti i due nuovi spazi allentano ulteriormente la presa in termini di densità abitativa. Tutto diviene un po’ più arioso sopratutto sul lato di Cinecittà.

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Foto precedente (qui per ingrandire, la prospettiva è ribaltata rispetto alla mappa): a sinistra il giardino Alberto Cianca, mentre a destra una serie di strutture amministrative trasformano radicalmente il volto del quartiere Tuscolano, uno degli spazi più densamente abitati d’Italia.

– Panorama 13: coordinate 41.852657, 12.569959 (il pallino).
Fine dell’intersezione Togliatti.

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Foto sopra (qui per ingrandire) ipoteticamente la Togliatti proseguirebbe ancora per qualche centinaio di metri ma formalmente essa cambia nome e diviene la circonvallazione Tuscolana.
A spanne direi che di fronte a me si delineano due UDA (che non ho però conteggiato perché esterne alla intersezione) molto diverse, con a destra (nella foto e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) il quartiere Tuscolano e a sinistra ampi spazi di verde. Sempre nella foto è appena visibile il Centro Sperimentale di Cinematografia.

La mappa sinottica delle UDA incontrate: qui.

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La mappa completa del percorso qui.

 

Le Anonime Marziane in esplorazione all’isola Ilva su Marte – 12/8/2018

Rapporto redatto dalle Anonime Marziane

Le alte temperature di quest’ultime settimane ci hanno portato a scegliere la zona di quest’esplorazione. Priva di inquinamento luminoso l’isola è stata eletta a location ideale per osservare il fenomeno della pioggia di stelle di san Lorenzo.
Prima di salpare, alla stazione, scopriamo questo monumento dedicato al cane viaggiatore di nome Lampo.

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In tempi lontani Lampo pare viaggiasse nomadescamente in treno.

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La desolazione trovata in stazione viene spezzata solo da una voce che in loop continua a chiedere:
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”

Sul tragitto dalla terra ferma, l’isola si mostra cromaticamente sfavillante, con toni di verde e blu, ma una volta messo piede sulla terra si trasforma in una plaga vivace: si passa dal color ocra al rosso fiamma, al nero con polvere di stelle, grigio, blu.

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Rimaniamo abbacinate da tutti questi colori che notiamo brillanti anche sull’asfalto.
Sicché nulla… andiamo subito in esplorazione dove i liquidi si intersecano con i materiali solidi.

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Il primo incontro con gli indigeni avviene nella più classica delle situazioni: seduti ad un tavolo davanti ad una birra locale dell’Ilva.
Gli indigeni incuriositi dalla nostra presenza ci interrogano sul perché della nostra visita e prendendo atto che siamo due ufocicliste, suscitiamo in loro una reazione inaspettata: “Boia deh, fate più giri voi che la merda nei tubi!”.Inizialmente restiamo di sasso, ma conversando ulteriormente con loro capiamo che non hanno filtri e accettiamo l’invito a seguirli al gravity park (parco che si sviluppa per tutto il paese, dove ogni anno si svolge una competizione fra mezzi costruiti col fai da te: “i Baroccini”).
La pericolosità della gara è palese, c’è fermento. Nella piazza si vocifera che la situazione si potrebbe rivelare un Cicciaio.
La gravità gioca un ruolo importante nella competizione.
Il baroccino è un carretto rudimentale a due posti: il guidatore siede davanti
e usa lo sterzo-corda per cambiare direzione; lo spingitore-frenatore è invece in piedi dietro il carretto e da la spinta per raggiungere la discesa. Vince chi fa il percorso in minor tempo senza schiantarsi contro il pubblico in visibilio sparpagliato e senza protezioni.

I fratelli Galletti (che non sono quelli avvistati in spiaggia la mattina)

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non si smentiscono mai e anche quest’anno si aggiudicano la storica vittoria.Rimontiamo in sella alle nostre bici per sfuggire alla puzza di zolfo e ci inerpichiamo su per una salita, cercando di raggiungere il tempio di Giove: cosi dicono si chiami la cima della medesima montagna. La salita è ardua ma peggio si dimostrerà la discesa.
Come da consuetudine incontriamo degli psico-dissuasori, due sbarre in successione, entrambe alzate che aprono la strada ad una serie di ley line.

Ben presto ci accorgiamo di essere all’interno di una cuspide, respirando minerali  estratti con ardue fatiche in tempi che furono.

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La natura ha ripreso quello che originariamente era suo: ci sono ora ginestre selvatiche, scope, lecci.
All’apice più vicino al sole scorgiamo un’apertura a forma di corridoio rosso, entriamo in uno spazio naturale un tempo lago, ora deturpato da uno strato di cemento che servirà da base (?!?) a una piantagione di elicriso (erba medicinale).
Ciò che vediamo cozza totalmente con i colori del terriccio originario, in cui le forme e sfumature sono veramente innumerevoli. Il terreno sembra umido e vivo. Al passaggio delle nostre bici una polvere luccicante si alza dal terreno e ci si appiccica sulla pelle, in realtà  è quindi secchissima e polverosa.

Stordite e inebriate lasciamo l’isola giusto in tempo, quando dall’orizzonte scorgiamo una burrasca avvolgerla e ricorpirla tutta.

Raggiungiamo di nuovo la terra ferma, salve e asciutte.

Under the UDA

UDA è l’acronimo per Unità D’Ambiance concetto debordiano che traduciamo come Unità D’Atmosfera.
Per l’ufociclismo l’UDA è l’unità minima di spazio, generalmente antropico, circoscritto in ragione dell’atmosfera (continua e isotropica) che emana o che suscita.
Intuitivamente l’UDA è una bolla (una bolla di sapone) che poggia su una superficie e che confina con altre bolle. Come una bolla si tratta di un sistema aperto, cioè permeabile.

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Se la serie televisiva Under the Dome fosse un’UDA l’atmosfera che prevarrebbe sarebbe la noia. Ovviamente è una considerazione assolutamente personale e minoritaria dato ne sono state prodotte tre stagioni.
La prima stagione l’abbiamo guardata perché la somiglianza con l’UDA-bolla non poteva non saltarci all’occhio.

Come è uso fare per etichetta preannunciamo che in questo post spoileremo non potendone fare a meno e quindi a coloro che legittimamente amano farsi folgorare dal tedio seriale è consigliato di non procedere con la lettura.

Episodio 1: La cupola
L’UDA piomba su Chester’s Mill senza una precisa ragione. Fa a pezzi tutto ciò che si trova ai suoi bordi definendo drasticamente un dentro e un fuori. Dall’UDA nulla esce e in essa nulla entra. L’UDA appare impenetrabile.
L’avvento sorprende tutti i comuni cittadini che vi rimangono intrappolati (anche chi è solo di passaggio come Barbie).
La sua comparsa sorprende anche chi ha le redini della cittadina (Big Jim e lo sceriffo Duke), che però (in ragione di qualche tipo di segreto che sembra permeare la comunità ma che non emerge chiaro nella prima stagione) forse qualcosa del genere se lo aspettavano (il Reverendo Lester Coggins c’intravede un castigo divino).
Si scopre che Norrie è in contatto con l’UDA (un attrattore).
All’interno dell’UDA si produce un conflitto atmosferico di tipo 1 tra Big Jim e Duke.
Duke esce di scena.

Episodio 2: Dentro al fuoco
Gli psicogeografi  Joe McAlister e Ben Drake mappano l’UDA e scoprono che è permeabile (filtra dell’acqua dall’esterno).
Ai bordi dell’UDA le persone iniziano a comportarsi in modo imprevedibile (Paul Randolph si mette a sparare). Ai bordi si delinea un principio di conflitto atmosferico di tipo 2.
Si scopre che Joe McAlister è in contatto con l’UDA (un secondo attrattore).

Episodio 3: Caccia all’uomo
Episodio inutile.

Episodio 4: Epidemia
Episodio inutile.
Si delinea un po’ meglio la figura di Big Jim come totem d’incongruenza.

Episodio 5: Fuoco amico
Ai bordi dell’UDA si esplicita il conflitto atmosferico di tipo 2: gli Stati Uniti attaccano l’UDA Chester’s Mill. L’UDA resiste e salva tutti i cittadini si Chester’s Mill.

Episodio 6: La sete
Big Jim e Ollie Dinsmore inaugurano un nuovo conflitto atmosferico di tipo 1. Si tratta di una battaglia tra totem d’incongruenza per l’affermazione di una nuova atmosfera.
Gli abitanti si rendono conto che l’UDA è un microsistema che può preservarli (si mette a piovere) e non necessariamente ucciderli. Pare delinearsi una forma di equilibrio nell’UDA

Episodio 7: Cerchi imperfetti
Ollie Dinsmore mette fuori gioco Big Jim e diviene, almeno per il momento, l’unico totem d’incongruenza dell’UDA.
Joe McAlister e Norrie scoprono il tonal dell’UDA: l’uovo nella sfera.
Al margine rileviamo che il tonal in effetti si presenta come una miniatura di UDA, fatto che approfondiremo in altri post più avanti su questo blog.
Big Jim si rimette in gioco nella guerra tra totem d’incongruenza.

Episodio 8: Il sangue non è acqua
Episodio abbastanza inutile.
Big Jim fà fuori Ollie Dinsmore e diviene l’unico totem d’incongruenza dell’UDA.

Episodio 9: La quarta mano
Maxine Seagrave spunta dal nulla: è un altro totem in competizione con Big Jim.
Junior Rennie scopre d’essere un attrattore connesso anch’egli al tonal.
Il tonal ovviamente assume vari colori (varie tonalità) e stabilisce un contatto diretto con gli attrattori per via dell’interfaccia mano.

Episodio 10: Giochi pericolosi
Episodio inutile.

Episodio 11: Parla del diavolo
Big Jim innesca un conflitto con Barbie. Quest’ultimo nonostante nella serie appaia come un personaggio centrale non ha un vero e proprio scopo se non quello di separatore, una funzione cosmetica, che separa il modo degli attrattori da quello di Julia Shumway e di occultatore, altra funzione cosmetica, che impedisce a Big Jim di vedersi da subito antagonisticamente connesso a Julia.
Maxine esce di scena così come ne era entrata: inutilmente. Ora intermediato da Barbie l’asse principale del conflitto diviene quello Big Jim vs Julia Shumway (che Barbie per sua funzione occulta). In fondo tutti gli episodi precedenti sono serviti per portarci a questo dato di fatto con la scoperta dei due personaggi chiave di questa prima stagione.
L’UDA mostra ufficialmente agli attrattori l’identità del totem d’incongruenza: Big Jim. Gli attrattori decidono di eliminare il totem d’incongruenza.

Episodio 12: Gravi circostanze
Il cuore della cupola“. “Pensiamo che sia il generatore che alimenta la cupola“, così gli attrattori definiscono il tonal-uovo alla madre di Norrie.
Big Jim ora è alla ricerca del tonal-uovo e di Julia. Vorrebbe distruggere il tonal e uccidere Julia.
Il tonal inizia a reagire alla strapotere di Big Jim dando in escandescenza attraverso un sibilo.

Episodio 13: Sipario
Il tonal prende il controllo dell’atmosfera dell’UDA (la opacizza): ma è un tonal morente che presto dovrà lasciare il posto ad un altro tonal, il monarca, un tonal autoctono.
I cittadini di Chester’s Mill si ritrovano in una chiesa (spesso le chiese fanno funzione di tonal debole o tonal provvisorio) per scongiurare gli effetti atmosferici, per loro incomprensibili, che stanno per subire.
Il totem Big Jim cerca di assumere nuovamente il controllo metereologico proprio partendo dalla chiesa e dai cittadini in essa rintanati.
La cupola non è affatto una punizione: è qui per proteggervi“, così recita l’emissario (rappresentato fantasmaticamente dalla madre di Norrie) di coloro che la cupola hanno mandato parlando agli attrattori.
Julia scopre d’essere il nuovo tonal-monarca (tonal autoctono) che succede al tonal-uovo.

Fine prima stagione.

 

Ley line Tor Sapienza – Roma 12/8/2018

Rapporto redatto da Cobol 

Qualche tempo fa l’amico ufociclista e psicogeografo Daniele pubblicò sul gruppo fb degli ufociclisti questo articolo sulle ley line commentando “Non hanno tutti i torti…”.
In breve nell’articolo si sostiene che, a volerle trovare, le ley line sono un po’ dappertutto e quindi la loro individuazione non serve proprio a nulla e non ci dice proprio nulla.
Poi il commento di Daniele all’articolo diceva anche altre cose ma ci arriviamo con prudenza lungo questa ricognizione fisica e mentale.
Comunque se lo dice lui c’è da credergli.

In questo giorno di agosto mi trovo a ricognizzare da solo dopo molto tempo… dopo l’ultima uscita con tante defezioni un po’ me lo aspettavo nonostante il tragitto sia semplice e quasi lineare.
Molti ufociclisti sono in villeggiatura o cauti per l’eccessivo caldo. Io sono tranquillo: la zona la conosco e so che è generosa di fontanelle.
Le ricognizioni ufociclistiche richiederebbero in realtà almeno tre componenti che assieme comprovino impressioni e ruoli assegnati agli oggetti/sequenza incontrati.

Sono all’incrocio tra via Prenestina e via di Tor Sapienza e lo scopo di questa pedalata è quello d’indagare la ley line Tor Sapienza che proprio con Daniele individuammo circa un anno fa quando iniziammo a scrivere l’atlante ufociclistico.

Ancora da fermo, la prima cosa che so esserci in zona (perché nascosta alla vista) è questa cuspide (foto che segue): un pezzo della antica via Prenestina (qui la vista aerea).

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In mancanza di un’altra collocazione più funzionale alla specifica analisi, un reperto archeologico è una cuspide, un aggregatore psichico e temporale in cui converge un bel po’ di storia dello spazio o dell’UDA in cui si trova. Tuttavia questo è proprio uno di quei casi in cui ci sono buone ragioni per sospettare si tratti invece di un’altra cosa (o comunque anche di un’altra cosa) e nello specifico di un omphalos.
Lo avevamo rilevato nell’atlante ufociclistico proprio a proposito della ley line Tor Sapienza: da qui iniziano quella di Tor Sapienza e quella della via Prenestina, sebbene quest’ultima possa essere fatta risalire anche ad un altro omphalos generatore: Porta maggiore.

La ley line Prenestina (di cui non mi occuperò oggi) è già individuata (segnalata) da tre punti allineati noti:
1) l’omphalos (l’antica Prenestina);
2) il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz);
3) la torre medioevale di Tor Tre Teste.

I punti 2 e 3 sono illustrati nelle prossime due foto:

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Il Metropoliz all’interno di cui c’é il MAAM

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La torre di Tor Tre Teste

Sebbene su via Prenestina possa imbattermi lungo infiniti punti (segnalatori), per supporre l’esistenza di una ley line bastano, almeno preliminarmente, tre punti. Per quello che è oggi il mio fine mi fermo quindi qui.

Torno invece indietro al MAAM perché è da qui che abbiamo supposto nascere la ley line Tor Sapienza o più precisamente dall’omphalos.

Non mi soffermerò sulla presentazione del MAAM e del Metropoliz perché è stato detto e scritto tantissimo e tantissimo si trova in rete. Si tratta di un esperimento unico nel suo genere e proprio in ragione di ciò iniziammo un anno fa uno studio di una ley line a partire da questo anomalo oggetto.

L’idea al suo stato più basilare è che le ley line si sviluppino (o si ancorino) attorno a segnalatori di una certa, qualsivoglia, rilevanza.
Ufociclisticamente il Metropoliz/MAAM rappresenta un attrattore molto forte, un tonal in potenza, che da anni sta modificando l’atmosfera dell’UDA in cui risiede e un po’ di tutto il quartiere Tor Sapienza in generale.
A spalleggiarlo, come vedremo più avanti, e poco lontano, il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi con una ruolo molto diverso.

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Il Metropoliz/MAAM un po’ più da vicino.

Sulla torre di Tor Tre Teste: qui trovate delle informazioni, ma per i più feticisti scatto una foto al bassorilievo da cui prende il nome:

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Il le tre figure sono ricoperte dall’edera… non si vedono le teste.

Le ley line sono una cosa molto seria e me lo ricorda proprio Daniele perché nell’indire questa ricognizione ho ironicamente scritto che “le ley line psicogeografiche non vanno prese troppo sul serio“. Mi rifaccio all’articolo di cui poco sopra ho messo il link, ma in realtà esse, concettualmente provenienti dal mondo della ricerca archeologica, rappresentano sicuramente una delle prime forme di organizzazione dello spazio utilizzate dall’uomo.
L’unico riferimento (tradotto in italiano) per capirne qualcosa in più è il libro di Nigel Pennick Linee magiche.
In un secondo momento le ley line sono però divenute materia per affamati ricercatori new age e questo ha un po’ complicato le cose. Le linee hanno iniziato ad assumere connotati esoterici, magici e sono, loro malgrado, divenute portatrici di insondabili quanto improbabili energie. Non più quindi riferimenti geografici ma “portali” verso terre d’altra consistenza.
La cosa tra l’altro non è neanche del tutto errata dato che è certo che queste linee assumessero significati simbolici speciali tanto per la loro funzione primaria quanto per il fatto che potevano essere utilizzate come vie per riti e iniziazioni.
Tuttavia questa accezione sembra essere un po’ sfuggita di mano ai moderni “cacciatori di ley line”.
La psicogeografia ha “silenziosamente” assistito a questa svolta senza contenerne i chiassosi effetti… da cui la mia boutade di cui sopra.
Ma la cosa non finisce qui…

Pedalo su via Cesare Tiratelli che costeggia il Metropoliz, poi via Luigi Alemanni fino a ricongiungermi a via di Tor Sapienza. Pochi metri ancora fino a via Francesco Paolo Michetti. Qui risiede il secondo segnalatore della ley line Tor Sapienza.

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Nella foto precedente il basamento che rimane della torre di Tor Sapienza.
La storia della torre la trovate al link poco sopra (e anche una sua foto prima del crollo).
Si tratta di un ex tonal, a tutti gli effetti, tanto forte da dare il proprio nome all’intero quartiere come a Roma spesso accade. Oggi ha perso questa funzione trasformandosi in un attrattore o in una cuspide… al momento poco importa.
Un autoctono mi racconta che durante la ritirata nazista da Roma la torre fu fatta brillare (era usata come polveriera). A quel punto gli abitanti del quartiere recuperarono tutte le pietre crollate per ricostruire e sistemare le case del posto. In questo senso, quindi, la torre ancora vive pienamente a Tor Sapienza e in maniera tutt’altro che metaforica essa si è irradiata (un po’ come una supernova) per rigenerare le ferite di guerra.
La storia mi pare molto bella ma su ciò, purtroppo,  il mio interlocutore non null’altro da aggiungere.

Sono tornato su via di Tor Sapienza. Procedo ancora in direzione Tor Cervara e pochi metri più avanti s’erige la parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli.

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E’ indubbiamente, al momento, il tonal di Tor Sapienza e non rientra nella ley line che sto seguendo.
Ecco cosa scriviamo sull’atlante ufociclista a proposito di questa parrocchia: “… divenuta in seguito tonal data soprattutto la sua posizione strategica proprio su via di Tor Sapienza. Attorno a questa parrocchia oggi il quartiere si ritrova producendosi a volte in feste dal sapore “paesano” che sembrano il marchio di un certo modo demenzial-clericale di concepire la socialità“.

Le parrocchie spesso sono dei tonal “deboli” (lo avevamo visto già qui) che fanno le veci dei veri e propri referenti tonali venuti meno. La parrocchia in questione assurge a questo ruolo da dopo il crollo della torre ma al momento la sua forza irradiatrice è sotto attacco del nuovo attrattore MAAM.

Procedo ancora verso Tor Cervara e incontro piazza Cesare de Cupis (foto che segue).

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Anche piazza de Cupis non rientra nella ley line ma svolge delle funzioni importanti nell’UDA che la contempla. Si tratta di una piattaforma girevole dai flussi piuttosto vorticosi incrociando due strade importanti come via di Tor Sapienza (che oltre la rotonda diventa via di Tor Cervara) e via Collatina. Di queste costituisce una sorta di “collo d’imbuto”. A tutti gli effetti si tratta di un vortice così forte da spezzare in due il quartiere anche se l’atmosfera dell’UDA sembra globalmente tenere.
E’ compito delle piattaforme girevoli produrre ricombinazioni nell’UDA grazie al loro impulso centrifugo che espelle “tossine” prodotte dallo stazionamento atmosferico.
Ho detto poco sopra che sembra tenere, perché come abbiamo visto in questo punto via di Tor Sapienza viene bruscamente decapitata per fare posto a Tor Cervara che da vita, almeno formalmente, all’inizio di un altro quartiere.

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Sulla piazza veglia inquietante un’altra torre: quella della scuola elementare Gioacchino Gesmundo. Austera e severa rafforza e sottolinea la funzione svolta dalla piattaforma girevole prospiciente: una sorta di buttafuori a monito dei frequentatori più molesti. Se ci si pensa è un po’ proprio il ruolo della scuola: incamerare giovani menti e risputare adulte “anime corrotte”. Forse in generale un po’ il ruolo di tutte le istituzioni totali.
Autoctoni mi raccontano del timore che la scuola incute nei bambini del quartiere, con le sue grandi aule e le sue alte finestre che evidentemente miniaturizzano tutto ciò che vi entra. L’edificio d’epoca fascista emana davvero un senso d’oppressione in chi l’osserva come si trattasse di una moderna cattedrale gotica. La torre sembra squadrarti con malfido sospetto e non è detto che l’effetto prodotto non sia in fin dei conti stato progettato.
La piazza è nel complesso davvero caratteristica e interessante da visitare.

Prima di procedere verso via Tiburtina (la direzione originaria) pedalo mezza rotazione di piazza de Cupis per immettermi su via di Collatina in direzione Roma centro. Sono alla ricerca di quello che sospetto essere il totem d’incongruenza di quest’UDA.

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Pochi metri ancora e appare la torre piezometrica di Tor Sapienza che avevamo incontrata già qui (e qui nella vista aerea).
Più precisamente avevamo incontrato delle casette per il controllo del flusso dell’acqua degli acquedotti in zona via Serenissima (poco lontana) a cui avevamo funzionalmente ricollegato la torre piezometrica (entrambi gli impianti hanno funzioni di regolazione dei flussi idrici) che adesso m’appare in tutta la sua maestosità.

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Un cilindro anonimo che come un panopticon tiene d’occhio tutto il quartiere con fare minaccioso. Chi ci starà osservando da quella torre? Ci saranno dei cecchini appostati? Staranno scattando delle foto? Ci staranno ascoltando? Ci si è mai schiantato un elicottero o un aereo? Sono domande che inevitabilmente emergono osservandola.
Nella ricognizione precedente avevamo fatto riferimento a questa struttura. E proprio come in quella occasione m’imbatto, lì vicino, in una casetta del tutto identica a quelle in precedenza incontrate sotto il cavalcavia della Serenissima: per esperienza pregressa quindi so che dentro ci saranno valvole idrauliche o saracinesche (foto sotto).

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La torre piezometrica s’impone come la costruzione più alta della zona. Non si tratta di un totem d’incongruenza molto forte tanto per la sua posizione leggermente periferica rispetto all’UDA che tiene sotto scacco, quanto per il ruolo che condivide con l’attrattore MAAM che nella fattispecie lavora come un totem a smontare l’influenza atmosferica della parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli. MAAM a torre piezometrica: il tuo nemico è anche mio nemico.

Torno sui miei passi perché oltre la torre siamo abbondantemente fuori dall’UDA di Tor Sapienza e nel fare ritorno verso piazza de Cupis giro a destra su viale Giorgio De Chirico. Sono molto fuori la ley line ma ho tralasciato degli oggetti/sequenza dell’UDA molto interessanti e colgo l’occasione per documentarli. Giro su via Carlo Carra all’altezza del market Carrefour:

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Autoctoni mi dicono che il Carrefour, da quando è stato inaugurato, è un importante centro d’attenzione in quella parte di Tor Sapienza. In effetti guardandomi attorno non vedo nessun’altro negozio nei dintorni: e a essere precisi non vedo null’altro che i palazzi e il Carrefour. Raggiungo quindi viale Giorgio Morandi (foto che segue).

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L’enorme complesso abitativo (foto sopra) ha la forma di un circuito automobilistico e letteralmente racchiude il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi (qui nella immagine aerea) funzionalmente alleato col Metropoliz/MAAM e quindi, forse a sua insaputa, con la torre piezometrica. Le informazioni sul centro sono reperibili nella sua pagina fb che ho linkato poco sopra, ma in sostanza esso si occupa di portare attività ricreative e culturali in uno spazio in cui sembrano appena passati i lanzichenecchi cognitivi.

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L’entrata del centro culturale Giorgio Morandi

Nella foto successiva il graffito alieno di Yest, che ho conosciuto alla presentazione di De Core proprio qui al Morandi qualche mese fa.

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In linea del tutto generale mi pare di poter stabilire che mentre l’edificio a forma di circuito funziona da tonal di questa zona (sempre Tor Sapienza ma un’UDA molto diversa), il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi è il totem d’incongruenza di quest’UDA e mina la granita solidità del nulla culturale che pare essere stato il motivo ispiratore del genio urbanista che ha progettato questo frangente romano.

Torno nuovamente indietro su via le Giorgio De Chirico (direzione via Prenestina – sto praticamente tornando indietro) fino a delle scalette che si aprono sulla mia destra. Le avevo già viste in passato ma non avevo mai trovato il tempo di salirle. Conducono a un parchetto sopraelevato con delle giostrine:

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Nel parchetto c’é anche una pista per il pattinaggio su ruote.

Su una panchina un uomo e una donna con abiti indiani pranzano e amoreggiano l’uno accanto all’altra. Qui nel nulla ludico si aprono enormi sprazzi per l’amore agostano.
Ma nel silenzio totale il parchetto parla anche con un’altra voce: un graffito mi colpisce (le foto che seguono):

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L’ampio graffito è a ridosso di una struttura che delimita l’area cani. Nella prima foto è infatti visibile anche Laika. A Tor Sapienza ci sono alieni disegnati dappertutto. Ne avevamo incontrati al centro Morandi, quelli di Yest e di Pino Volpino. Ci sono questi che sono d’altra mano e forse sottolineano l’esperienza d’estraneità umana locale rispetto al resto del mondo sociale. In un parco collocato su un altro pianeta.

Dal parchetto poi s’accede al bel ponte Ilaria Alpi. E’ un attraversamento ciclopedonale di viale Giorgio De Chirico (nella foto successiva).

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Ancora (un po’ scura ll’immagine successiva) una foto del ponte dal basso: l’ho attraversato e sono sceso nuovamente su viale De Chirico.

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Questo ponte è un separatore che simula la sensazione di due atmosfere distinte e separate che invece sono la medesima. Il ponte restituisce la sensazione di un passaggio da un’atmosfera ad un’altra ma è solo cosmesi, men che mai reale distanza.
Giro a destra su viale De Pisis, poi di nuovo via di Tor Sapienza e ancora piazza de Cupis. Sono tornato laddove avevo “divagato” verso il totem d’incongruenza. Ho la netta sensazione di aver attraversato due atmosfere distinte in cui viale De Pisis gioca il ruolo di occultatore: esattamente la funzione inversa del separatore. Lo comprendo perché questa volta l’arrivo a piazza de Cupis è più sgradevole rispetto alla prima volta. L’UDA del complesso abitativo a circuito automobilistico è decisamente più ostile della parte più vecchia di Tor Sapienza da cui provenivo all’inizio. Immagino il piccolo Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi che combatte contro il palazzo-circuito e mi viene in mente la scena del film Brazil in cui il protagonista lotta contro il ciclopico samurai. Film meraviglioso, ma ho sempre odiato quelle sue sequenze oniriche. Chissà perché ora mi vengono in mente. Registro comunque questa reazione emotiva.
Poi ricordo che proprio fuori del centro Morandi c’è un cartello che nell’indirizzare verso il palazzone a circuito segnala lezioni d’arti marziali.

Prima di rimettermi sulle tracce della ley line Tor Sapienza ho il tempo di fare una verifica che in questo periodo mi sta particolarmente a cuore.
Nella ricognizione precedente avevamo cercato di verificare un’accezione circa l’idea di conflitto atmosferico (la numero 2). Rimando all’introduzione fatta durante quella ricognizione per non appesantire questo resoconto con un’inutile ripetizione.
Ora, qui a piazza de Cupis, sono nel posto giusto per fare un’altra verifica, su un terreno molto diverso. Ai confini dell’UDA di Tor Sapienza, proprio come a Pietralata in via Feronia, m’aspetto di trovare quei segnali, quei segni di conflitto che, qualora l’idea fosse corretta, dovrei rinvenire qui ai bordi dell’UDA. Ciò aprirebbe ad un’ulteriore funzione dello strumento “conflitto atmosferico“. La volta precedente ci eravamo impegnati ma non era andata benissimo.

Diamo un’occhiata alla mappa per iniziare:

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Siamo vicinissimi al punto d’incontro tra l’UDA di Tor Sapienza e quella di Tor Cervara rappresentate, nella mappa precedente, un po’ grossolanamente e schematicamente; ma non è questo tipo di precisione che al momento ci occorre. Comunque sia quello segnato in verde è l’alone d’interferenza (la superficie di contatto e di sovrapposizione) delle due UDA che ivi s’incontrano. E’ proprio qui che immagino di trovare i segnali di cui parlavo poc’anzi.

A piazza de Cupis (siamo ancora fuori dall’alone d’interferenza, ma in realtà l’area segnata in verde è del tutto indicativa e arbitraria) troviamo il ferramenta Tempesta.

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Un buon inizio per uno che cerca conflitti atmosferici. E’ una battuta. Tra l’atro il ferramenta si sta trasferendo in nuova sede. Era lì da molti anni.

Ancora su piazza de Cupis scorgo segni di degrado del territorio (almeno secondo me):

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Eurobet = degrado del territorio

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Compro Oro = degrado del territorio

Ma come dicevo siamo ancora formalmente fuori dall’alone d’interferenza.
Mi avvicino quindi alla zona interessata.
Ora sono dentro.

L’insistente e isterico rumore di una tazza di ferro battuta su del metallo attira la mia attenzione. Acusticamente pare di assistere ad una scena di quelle che si vedono nei film di detenuti in rivolta. Il rumore è proprio quello.
Dietro una finestra con grata in metallo due anziane signore indemoniate urlano contro il vicino di casa che sul terrazzo confinante con la loro finestra è uscito per chiedere loro di smettere di produrre quel baccano. Non solo non smettono ma iniziano a insultarlo pesantemente e surrealmente. Insultano lui, la moglie e tutti i condomini del palazzo. Non smettono. Si alternano. Si sovrappongono. Poi iniziano a insultare il bar proprio sotto la loro abitazione. E’ quello il vero obiettivo polemico. Poi insultano chiunque si fermi a capire cosa sta accadendo. Insultano anche me che le sto riprendendo col telefono e mi appellano con il puerile epiteto di quattrocchi (senza lo spara pidocchi). Mi dicono che sono uno spione (e su questo c’hanno ragione ragione visto che le sto riprendendo) e poi mi dicono che sono un drogato e che se ho bisogno della mia dose giornaliera posso rivolgermi al bar sotto casa loro. E’ tutto bollentemente surreale.
Dalla bocca delle due donne (sopratutto all’indirizzo del loro vicino di casa) escono volgarità impensabili ma condite da una certa infantilità. Paiono due bambine invecchiate assieme e improvvisamente dietro le sbarre del loro appartamento-galera.
Mentre il vicino tenta debolmente di portare il discorso su un binario basilarmente razionale, loro continuano, come macchinette, a sparare insulti rivolti alla sua prostata e alla moglie secondo loro “donna di discutibili costumi”. Nonostante siano più anziane di lui gli ripetono ossessivamente che è un vecchiaccio…
Sotto il link al video che ho girato e che spero renda l’idea.

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Clicca qui per vedere il video.

Io le spio perché per me sono l’evidente segno di un conflitto atmosferico. Paiono impazzite perché recluse in quell’alone d’interferenza che rende tutti un po’ matti, psicotici, scissi e surreali. Forse è così che si diventa a vivere nel bordo spurio di un’UDA. Forse il continuo contatto con due atmosfere diverse alla fine rende folli, fa invecchiare precocemente, cuoce il cervello, t’arriccia nei confronti del mondo esterno e ti trasforma in una mitraglietta spara-improperi.
Ecco questo è quanto, e anche più, ci saremmo aspettati di trovare una ricognizione fa quando eravamo in giro a pedalare proprio in cerca di conflitti atmosferici. Una dimostrazione palese e teatrale.
Resterei a filmarle fino a esaurimento volgarità ma il vicino disperato è rientrato in casa e ora l’obiettivo polemico sono diventato io. Dal bar mi guardano come a dire: “le stai provocando”… ovviamente non dev’essere la prima volta e non sarà evidentemente l’ultima.
Risolvo d’allontanarmi col mio bottino visuale.

Procedo, quindi e sono ancora nell’alone d’interferenza (questa volta dalla parte di via di Tor Cervara) quando m’imbatto nell’edificio della foto che segue.

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E’ il palazzo della TVR Voxson (un tempo nota emittente privata romana): un’architettura del tutto aliena per questa parte della città e non solo.
Il palazzo è avveniristico ma non deve esser poi così tanto recente. Se non un vero e proprio segno di conflitto sicuramente un simbolo di evidente estraneità in questa zona.
Poco più avanti una freccia spezzata a terra.

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Sempre nell’alone d’interferenza: segnali di indiani che hanno sconfitto cowboy.

Comunque sia: non è il compito che mi sono prefissato oggi quello di soffermarmi troppo sulla verifica della seconda accezione di conflitto atmosferico. Ma da un certo punto di vista mi sento soddisfatto: l’ipotesi sta prendendo forma e devo ringraziare le due anziane indemoniate.

Mi rimetto in movimento verso la torre di Tor Cervara il terzo segnalatore della ley line. Incontro alla mia sinistra il parco della Cervelletta.

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Pedalo davvero pochi metri…

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e giungo fino al casale della Cervelletta sempre nel parco dell’Aniene (foto sopra). Nella su interezza non l’ho mai visitato. Non lo farò neanche questa volta visto che ho appena bucato… si tratta di un’insidiosa Tribulus Terrestris.

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Ci metto poco a cambiare la camera d’aria: alla mia bici è rimasto solo l’essenziale. Tra un po’ proverò anche a fare a meno della catena.

I Tribulus Terrestris sono degli efficacissimi psico-dissuasori.
Esco quindi dal parco e mi rimetto sull’amichevole asfalto. Giusto il tempo di pochi metri e m’imbatto in un nuovo psico-dissuasore: l’avevamo già incontrato qui. E’ la marana che attraversa il parco Fabio Montagna. Lì aveva la parvenza di una fogna a cielo aperto mentre qui di un lattiginoso e quieto fiumiciattolo (foto che segue).

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S’inizia a delineare lo sgradevole tracciato di una mappa sensoriale: olfattiva.

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L’odore spaventoso è esattamente quello della volta scorsa: non ci sono dubbi che si tratti dello stesso corso d’acqua. Costeggia per lunga parte via di Tor Cervara appestando le poche case limitrofe e i pochi avventori che sul lato opposto della strada attendo i pigri mezzi ATAC.

Sempre su via di Tor Cervara m’imbatto in una sequenza di cenotafi stradali.

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I primi due sono a distanza ravvicinatissima subito dopo il ponticello della marana.
Il terzo più antico è un po’ piu’ in là. Dietro il muretto su cui è issato si sta sviluppando una discarica.
Ho la sensazione che i cenotafi rientrino nella tassonomia delle cuspidi. Si tratta di oggetti che registrano un frangente di storia della zona, nella fattispecie ne raccontano della pericolosità, e indicano il momento spaziotempo della fine di una vita. Tutte caratteristiche da cuspide: ma su questo al momento è in corso un dibattito.

Decido di cercare una fontanella perché nel parco a cambiare la camera d’aria ho esaurito l’acqua. Giro quindi su via Vespignani senza troppo crederci anche se a Roma non è difficile trovare nasoni collocati in deserti antropici come quello. Se trovo un parco trovo anche l’acqua.

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Niente parco invece, ma il nasone mi si palesa comunque in tutta la sua fresca veracità.
Non ho mai percorso quella via e quindi dopo essermi fatto il bagno in questo inatteso gelido lido decido di seguirla per vedere dove mi conduce.
M’imbatto in qualcosa di molto interessante e ancora in via di studio e definizione ufociclistica: un ritmo.

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Nel video qui raggiungibile ho utilizzato la cassa di una Roland TR 909 pigramente scaricata dalla rete. Spero di non fare un torto a nessuno nella scelta di questa batteria elettronica che tra l’altro non amo particolarmente. Ma mentre riprendevo i tombini è lei che m’è venuta in mente: forse perché somigliante all’atmosfera emessa da quella strada.
La TR 909 è una batteria rude che necessita di molto spazio per le sue gonfie frequenze… un po’ come questa strada rude e ariosa che batte il tempo. Sono sicuro che qui abiti John Shirley o che almeno c’abbia scritto il suo Il rock della città vivente.

Quella di ritmo è una categoria in progress: come ufociclisti ci stiamo accorgendo del fatto che a volte alcuni spazi sono puntellati (caratterizzati) da ricorsioni (specchi stradali, cartelli d’istruzioni, cartellonistiche, tombini, eccetera) che si propongono con una certa ritmica cadenza. Una sorta di notazione spaziale che forse produce una certa risonanza spaziale. Risonanza spaziale in questo contesto non significa ancora nulla… si tratta di una sensazione (una costellazione) che stiamo cercando di portare ad un livello razionale e non più solo epidermico. Al momento ci limitiamo a raccogliere casi come questo. Questo è un caso particolarmente fortunato: una sequenza così precisa, lunga e ordinata di tombini tutti grossomodo alla stessa distanza non mi era mai capitato di trovarla.
Mi ero illuso di riuscire a tenere il tempo ma come è possibile ascoltare nel video non è così. A parte la giustificata inerzia dell’inizio, il tempo resta costante solo per una breve frazione della partitura. Poi un’automobile mi costringe a cambiare carreggiata e “bonanotte ai sonatori”…

Sono nuovamente su via di Tor Cervara, molto vicino alla torre che è il terzo punto della ley line che sto inseguendo.
Ma sulla mia sinistra appare un’affordance attrattiva: un cancello semiaperto che m’invita a entrare.

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Procedo con cautela in lontananza s’intravedono delle vecchie case di campagna semi distrutte. Tutt’intorno segni di attività umane piuttosto recenti.
Proseguo fin dove posso.

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Conosco questo posto (foto precedente). A Roma in certi ambienti è noto perché negli anni Novanta vi si svolsero rave illegali. Ora pare non esserci nessuno. Poi inizio a sentire un martello battere insistentemente e quindi risolvo di tornarmene indietro: l’esplorazione di quel luogo al momento non è una priorità.

Sono comunque ormai giunto alla torre di Tor Cervara (nella foto che segue):

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Non ci si accede perché è all’interno di una proprietà privata:

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Scontato pensare che la vecchia torre sia un’ospite della casa di riposo.

Tracciamo finalmente allora la nostra ley line.

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Insomma lo dicevo all’inizio: le ley line psicogeografiche non sono una cosa da prendere troppo seriamente.
Ma quelle ufociclistiche si!
Allora intendiamoci.

1) Prioritariamente una ley line ha il valore di un camminamento: un camminamento banale dato che si svolge lungo una linea retta. A differenza dei camminamenti che s’intrecciano (guarda questo rapporto) quest’ultimo non produce nodi interpretabili (si consulti l’atlante ufociclistico). Tuttavia i segnalatori che incontriamo ci possono rivelare delle utili informazioni sullo spazio o sull’UDA che stiamo attraversando.
L’allineamento di segnalatori può, come nel caso della ricognizione a Pietralata, svelarci l’esistenza di un collegamento sotterraneo e funzionale tra due spazi (in quel caso la rete idrica). Un allineamento può inoltre mostrarci una traccia di speculazione edilizia in atto, di gentrificazione (come nel caso della linea che taglia e congiunge i quartieri romani di San Lorenzo, Pigneto e Centocelle). Ancora un allineamento può evidenziare lo sviluppo di necrosi sul territorio, traumi dello spazio, conflitti, che si consumano su direttive privilegiate e pianificate da urbanisti scellerati e palazzinari senza scrupoli. Queste tattiche di sfruttamento del territorio non sono mai del tutto casuali; determinare quindi delle basi, degli omphalos, da cui diramare ricerche a raggio può risultare molto istruttivo ed efficace.
Insomma una ley line può essere utilizzata, proprio come nell’antichità, per orientarsi lungo sottese trame che sfuggono alle mappe ufficiali (sulla non asettica modalità con cui si compilano le mappe si può leggere on line questo saggio di John Brian Harley: Carte, sapere e potere).
Si tratta di un modo alternativo di rigare e sezionare il territorio funzionale all’attività di mostrarlo sotto un’altra luce.
Su questo ufociclismo e psicogeografia concordano perfettamente.

2) Un’idea più propriamente ufociclistica è quella delle ley line ufo.
E’ un’osservazione dell’ufologo Alan Watts che gli oggetti volanti non-identificati viaggino lungo ley line privilegiate. Tali ley line aeree talvolta ricalcano quelle geodetiche terrestri.
Ma anche Watts riamane su un piano prettamente fenomenologico della questione.
Ripartiamo da quanto ho sostenuto all’inizio di questo rapporto a proposito delle “misteriose” energie che interesserebbero le ley line.
L’ufociclismo cerca di leggere le ley line al pari di vettori geometrici dotandoli, per definizione, di direzione, verso e intensità.
Sulla direzione e sul verso non ci sono particolari problemi. L’intensità di un vettore invece è proporzionale alla sua lunghezza. Ma questo ancora non ci dice nulla se al di fuori del modello teorico il nostro vettore non è equipaggiato di una qualche forma d’energia misurabile.
Orientando il vettore l’ungo l’atmosfera del globo terrestre (come accade per un UFO o qualunque cosa voli) parallelamente alla superficie terrestre, e registrando la sua direzione e verso, scopriremo che percorrendolo (il camminamento) delle volte si acquista mentre delle altre si perde energia potenziale gravitazionale. Ciò grazie ad diverso valore di g (gravità) esercitato dallo sferoide terrestre verso i corpi che gli sono prossimi a seconda che siano più vicini ai poli o all’equatore.
La trattazione di questo argomento è piuttosto lunga… anche per questa ragione con Daniele abbiamo scritto l’atlante ufociclista. Rimando quindi a quel testo l’approfondimento su questo specifico argomento abbastanza tecnico.
Qui mi limiterò a dire che qualora la nostra ley line Tor Sapienza fosse interessata da una fenomenologia UFO (fatto da dimostrare), si tratterebbe di un camminamento particolarmente interessante perché a seconda del verso e proporzionalmente alla lunghezza esso, più di altri, produrrebbe un elevato differenziale d’energia potenziale gravitazionale. Quest’ultimo nel caso di perdita d’energia indicherebbe, secondo la nostra idea, una pratica d’avvicinamento e di volontà di contatto dell’oggetto (di chi senzientemente lo guida) con l’osservatore a terra.
Questa idea è connessa a quella di UDA contattistica che ci proponiamo di esemplificare quanto prima ma che è anch’essa naturalmente illustrata nell’atlante.

In sintesi queste sono le ragioni che rendono le ley line tanto importanti; entrambe in linea con la pratica ufociclistica di produrre mappature alternative e di predire lo spazio più appropriato per un eventuale contatto con forme di vita altra.
Entrambe che scorgono nelle ley line un axis mundi.

Mi rimetto in cammino per il ritorno. Sono comunque tre ore che pedalo anche se in maniere discontinua. Mi fermo a mangiare della pizza al taglio e mentre trovo riparo sotto un albero su via di Tor Sapienza dalla bacheca di un bar fanno capolino alcuni articoli di giornale che attirano la mia attenzione.

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L’intera bacheca è dedicata al Gsc (Gruppo Sportivo Ciclistico) Tor Sapienza.
Non sapevo esistesse.
Chissà se mai riusciremo a coinvolgerli nelle nostre mappature e ricerche di contatto con forme di vita altra.
Tra ciclisti dovrebbe essere facile intendersi su questioni del genere.

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Guarda il tracciato completo con (finalmente) le icone ufocicliste!

 

 

 

UfoCiclismo: glossario minimo

Abbiamo approntato un “glossario minimo” all’interno dei rapporti e dei resoconti contenuti nelle pagine di questo blog.
Ora i concetti elaborati dall’UfoCiclismo sono cliccabili e accedono ad apposite schede sintetiche (ad esempio: UDA).
Non abbiamo volutamente creato un indice delle schede perché si tratta di categorie contestuali che vanno lette all’interno dei rapporti e delle ricognizioni.
Per gli approfondimenti invece rimandiamo all’Atlante ufociclistico e alle sue mappe.
Il glossario ufociclistico è accompagnato da apposite icone:

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