Come nel mezzo interstellare e di tutti quei mali curati con la purga

Le zone rosse dei perimetri circoscritti invalicabili, controllati, vigilati e armati, sono idealmente definibili come pratiche di “riempimento tonale” (color overlay), di uno spazio altrimenti, e per sua natura, sempre tonalmente maculato e diffusamente ricco di sfumature.
Nella sua formulazione generale, ideale, poco importa la sostanza del riempimento. A prescindere dalla sua consistenza e dalla sua architettura atomica, essa risponde sempre ad attributi di dilagazione, penetrazione e saturazione. Esemplificativamente potremmo immaginarla quindi come un lento ma inesorabile processo d’infiltrazione, d’impregnarsi di fibre, che non può che rammentarci il propagarsi inarrestabile dell’acquerello e delle sue imprevedibili fluide ramificazioni.
Una “zona rossa” si genera ogniqualvolta i pensieri e le azioni assumono forme ricorsive, ipnotiche e ossessive. Esse possono quindi emergere nella vita quotidiana come coordinati casalinghi, completi d’abbigliamento, collezioni o tassonomie d’oggetti, sostanze stupefacenti, funzioni di segnale definitivamente sedimentate, funi per trapezisti, altalene e scivoli, cunicoli da speleologi, piste ciclabili e tante altre cose.
Ufociclisticamente una zona rossa è quindi sempre una varietà dimensionale d’ordine inferiore, in cui il “far-fare” e il “non-poter-fare-altrimenti” sono le “dimensioni spaziali” prevalenti e quasi totalmente vincolanti: “far-assomigliare-tra-loro-suppellettili”, “non-poter-non-abbinare-capi-di-abbigliamento”, “non-poter-che-procedere-in-una-direzione” e via dicendo.
Le dimensioni d’ordine inferiore possono infondere anche un falso senso di fiducia e di sicurezza circoscrivendo lo spazio, rendendolo del tutto prevedibile nel suo funzionamento e nelle sue risposte verso l’esterno.
Ovviamente alcune “zone rosse” sono agevolmente rimovibili mentre altre necessitano di una profonda trasformazione cognitiva per essere messe in discussione (su come attuare forme di conflitto nei confronti delle zone rosse rimando a questo post).
La scelta terminologica “zona rossa” è comunque perfetta in quanto connette la funzione di segnale “pericolo” (tradizionalmente il colore rosso, l’allarme) con l’idea claustrofobica che un determinato spazio (e tutto ciò che al suo interno vi dimora) s’impregni compattamente di un certo qual tipo di ansiotica coerenza.
Esempi ondivaghi possono essere: i diari personali, una toilette occupata, una persona imbronciata, il razzismo, la rabbia e la depressione. Tutti casi, a diversi gradi d’intensità, di aree fisiche e mentali invalicabili.
Quando entriamo nel dettaglio del tipo di zona rossa che stiamo analizzando, la sostanza del riempimento diviene ovviamente fondamentale e vale la pena soffermarsi sulla sua specifica struttura atomica e su i suoi peculiari attributi.
Nel contesto che stiamo trattando, tale materia è più che mai ineffabile e impalpabile trattando di atmosfere, di stati d’animo, di sensazioni, che tonalizzano in maniera pericolosamente coerente gli spazi antropici e le circostanze alterne della vita.
Questa coerenza non è un fatto “naturale”, spontanea, ma il risultato di una negoziazione, più spesso di un conflitto, tra gruppi umani spronati da diverse esigenze e da diversi interessi atmosferici: gruppi sociali pertinenti.
Imporre un’atmosfera su uno spazio significa dotarlo di un’attitudine specifica, di visioni e di peculiari prefigurazioni. L’atmosfera così instaurata guida/inibisce passioni, riflessioni, progetti sul futuro, margini d’azione, prospettive di trasformazione, visioni e sentimenti.
Ma ora sprofonderemo nella tramortente (seppur provvisoria) conclusione che nonostante quanto finora detto sia formalmente e storicamente corretto, ormai ciò è solo puerile archeologia. Lo è rispetto a una condizione drammaticamente evolutasi nel breve arco di tempo di un’accelerazione scevra d’inerzia e solo in parte prevedibile.

È così che in periodo pre-endemico le zone rosse identificano in modo circoscritto i luoghi della preclusione centripeda, quelli dell’allontanamento coatto dei corpi da alcuni spazi pubblici, che pubblici quindi smettono di essere. Gli strumenti basilari di tale condizione sono il Daspo urbano e le zone pubbliche recintate. Anche il semplice nastro perimetratore utilizzato per disegnare momentaneamente spazi chiusi è in fondo una zona rossa pre-endemica, una T.A.Z. (Temporary Autonomous Zone) trasmutata in T.I.Z. (Temporary Interdict Zone).
Si tratta di una condizione del tutto peculiare per queste zone, dato che, per loro natura, esse tenderebbero a occupare tutto lo spazio disponibile in maniera egemonica e entropica.
In quella condizione storico-sociale, al più esse potevano produrre un network coordinato della interdizione (un insieme di isole), ma pur sempre maculato. Ancora, in quella situazione, l’occupazione di spazio pubblico resta un fatto spesso di transizione e nella sua manifestazione del tutto eccezionale, anche se quantitativamente sempre in continua espansione; forse in attesa di una qualche forma d’accelerazione. Il loro contenimento in materia di dimensioni e di numero è funzionale anche alla loro difesa e manutenzione.
Nella città il conflitto per le atmosfere (conflitto atmosferico di tipo 1), e l’imposizione coerente di una di queste rispetto ad altre, è sempre stato un processo lento e progressivo di cui, ad esempio, la gentrificazione (intesa come una serie variegata di trasformazioni aventi come risultato un artefatto sociale omogeneo) è specifica concrezione. La gentrificazione opera con il favore di tecniche di erosione dei classici e peculiari luoghi di socialità (specifici e autoctoni), mediante l’instaurazione di simul-socializzatori alieni (attrattori posticci) disposti sul territorio: generalmente (e quasi esclusivamente) esercizi per l’erogazione di cibo e alcool.
La funzione precipua (anche se non necessariamente conscia) di questi istituti di emulazione è esattamente quella della rottura della catena di legami che il territorio modella in anni di feedback con i propri abitanti umani e non.
In un libro non eccessivamente bello, Jean Baudrillard definisce come “delitto perfetto” quell’insieme di eventi che conducono alla sostituzione del reale con l’iperreale. Osservazione acuta ma oggi archeologica di cui possiamo però ancora apprezzare lo slittamento simbolico.
Ogni processo in nuce necessita di un evento speciale, di un alibi inattaccabile, per dispiegarsi definitivamente in tutta la sua concretezza. Necessita, in altre parole, di uno shock che segni un punto di non ritorno, un antefatto cognitivo, attorno a cui secolarizzarsi. Baudrillard pensa allo shock della rappresentazione della Guerra del Golfo e alla chirurgia asettica delle sue millimetriche bombe; delle immagini a infrarossi mai prima d’allora così vicine agli invasori e mai prima d’allora così interne alle viscere degli invasi.
Eppure l’indagine intrusiva, la pornografia dello spettacolo televisivo, esisteva anche prima della Guerra del Golfo e l’iperreale covava da anni attendendo il momento perfetto per installarsi senza destare sospetti, su una materia preistorica e non più necessaria: il reale.
Non è comunque il caso di provare nostalgia per il “reale” almeno non più di quanto valga la pena di provarne per un paio d’incisivi finti.

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Oggi scopriamo che la definizione di pandemia s’identifica con l’estensione ad libitum della zona rossa. L’identificazione è così forte che è essa stessa a pandemizzarsi operando in modo pressoché omogeneo su tutto il pianeta. Neanche la globalizzazione, su cui tanto inchiostro s’é versato e che tante ansie c’ha procurato, era riuscita in un’impresa lontanamente comparabile.
Ecco allora gli elementi che mi pare interessante evidenziare:
1) l’omogenizzazione cromatica come assenza d’alternative, e 2) un senso del tutto nuovo alla pratica dell’espulsione.
1) Ogni processo egemonico vive l’astrazione esaltante di un mondo a propria immagine e somiglianza onde poi ridestarsi nella scoperta della necessità di un qualsivoglia nemico, anche uno a buon mercato. È la nascita delle polizie moderne, figlie dei reggimenti di proscrizione, che quando non costantemente impegnate nel tenere testa al nemico esterno necessitano, per sopravvivere, di un nemico interno: il sabotatore, il traditore, la spia o di fantomatiche forze esterne ostili. Tutto ciò giustifica l’esistenza di un apparato repressivo caratterizzato da un surplus di presenza militare e di intrusione poliziesca nella vita civile.
Questa tendenza alla “colonizzazione tonale”, all’omogenizzazione cromatica, alla monocromaticità sociale, sgretola l’aspetto essenziale della variabilità d’atmosfere, di stati d’animo, che è invece palestra essenziale per l’ideazione d’alternative esistenziali.
La situazione non è troppo dissimile dall’esperienza della depressione che nonostante non c’impedisca di guardare fuori dalla finestra, processa lo scibile come inerme, piatto e inessenziale.
2) Se l’espulsione da parte delle zone rosse è meccanismo relativamente semplice fin tanto che esistono luoghi d’esilio e punti di frontiera, essa assume tratti super-reali quando l’estensione si traduce all’intera superficie del pianeta.
Nell’attesa di un più compiuto capitalismo multiplanetario: dove stipare gli esiliati?
Scopriamo (solo in parte perché già nota ma forse sottovalutata) una funzione apparentemente accessoria dello spazio privato: la frontiera ultima dell’espulsione dallo spazio pubblico.
Si tratta di un’area flessibile, dilatabile o restringibile a seconda dei casi: uno spazio supermassivo entro cui comprimere la spontanea estensione, o un vuoto pneumatico espresso nella sua forma quasi ideale, in cui isolare.
È il trionfo della relatività.

Pare quindi che il covid-19 possa rappresentare il “delitto perfetto” dello spazio pubblico, l’oblio della dimensione collettiva.
La risposta eziologica dello Stato al nemico esterno si manifesta immediatamente nella forma di una prova generale di deportazione nella sfera privata, entro un’attrezzata capsula spaziale, dotata di supporto vitale perché circondata solo dal vuoto siderale. Lo spazio esterno s’ammanta allora di una sovrainterpretazione simbolica dello stesso tenore, diviene ciò che c’é immediatamente oltre il presidio coloniale, la zona contaminata da guardare con sospetto ed eventualmente da decontaminare.
Il simbolismo della chiusura del parco pubblico, del giardinetto, si misura col pericolo dell’infiltrazione d’agenti atmosferici ostili e s’erge drammaticamente a misura della perentorietà del divieto.
All’esterno si sopravvive solo col casco spaziale, o (che è la stessa cosa) con mascherina e guanti, a distanza controllata perché proprio come in La cosa (1982), l’altro potrebbe essere un’indistinguibile arma patogena letale.
La dimensione privata si disvela come espulsione dei corpi nel cosmo: deportazione spaziale subliminale. Lo spazio extra-terrestre lo scopriamo del tutto diverso da come la fantascienza l’aveva immaginato. L’epopea spaziale con i suoi ambienti angusti e le sue deprivazioni sensoriali risulta in sostanza la previsione più reale: super-reale.
Alla fine è la dimora privata a divenire incubatrice d’infezione, corpo estraneo, suppellettile aliena: e noi, al suo interno, con lei.
Gli esseri provenienti dallo spazio privato sono costretti a infiltrarsi segretamente nella sfera pubblica, a indossare corpi-involucri vuoti, privi di faccia e impronte digitali, in quello stesso ambiente in cui, fino a pochi mesi prima, l’infiltrazione da scongiurare era di segno opposto. Così i sistemi d’allarme anti-intrusione si convertono in dispositivi anti-estrinsecazione e la società si rovescia esattamente come il babbuino teletrasbordato nel film La mosca (1986).
Tutti ladri, tutti untori, tutti alieni.
Si tratta forse ancora di una prova generale, ma questa volta pare aver funzionato alla perfezione. Da qui in poi avremo per sempre un precedente, un alibi da delitto perfetto a cui far riferimento e a cui ispirarsi per soluzioni d’impronta generale: la purga che cura tutti i mali.
La norma più significativa che questa esercitazione ha sedimentato e sta sedimentando è quella che la tutela della dimensione pubblica (la garanzia di questa con tutti i mezzi possibili, ponderati all’entità dell’emergenza) sia un bene che non rientra nel paniere delle priorità vitali, svincolata da altri fondamentali bisogni come la necessità di procacciarsi il cibo, di curarsi, di lavorare.
I paramedici di questa “purga cura tutto” divengono allora gli sfollagente che garantiscono la totale disarticolazione sociale al pari di una prescrizione medica. Ogni manganellata, sopruso e giudizio sommario appare sempre più come un passo in avanti verso la stolta utopia della riconquista di una salute totale al sapor di particolato.
Il “comando sanitario” viene assunto acriticamente dai più ligi e responsabili o biecamente disatteso dagli stolti e dagli sconsiderati, ma nessuno si prende in carico di immaginare una soluzione che non sia quella più semplice, quella militare. La repressione come farmaco generico, che cura proprio tutti i mali, pare averci stregato. È invalso il desiderio indotto d’auto-esilio e d’auto-esiliare come disciplina popolare.
Ai due estremi della risposta obbedienza/incoscienza neanche gli ambienti più disillusi e antagonisti sembra sappiano resistere, e la tentazione di giocare a fare gli “alieni” pare aver sostituito ogni sport nazionale.

Restituiamo quindi la maschera d’alieno, torniamo a essere non-identificati, torniamo a essere UFO.

 

“- Dottore, io ho male a un braccio.
– Ah! C’hai male a un braccio? 
– Embè adesso io te do una purga. 
– Ma, ma come dottore: per il male al braccio una purga?
– Ecche è: te do una purga. Chi ha male al braccio, chi ha mal de reni, mal del testa: La purga. I mali dell’umanità se curano con la purga. 
– Ma come dottore: tutti i mali si curano con la purga?
– Eccerto! Mica è come adesso che gli scienziati ti dicono: te do la pillolina, te do la pastichetta! Ma quale pillolina, ma quale pastichetta! L’uomo è una bestia! Traaa, traaa, traaa. L’uomo è una bestia!

Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione

Gli spazi antropici possono generare o farsi investire da atmosfere che, seppur prioritarie, sono sempre e solo quelle prevalenti, rispetto ad altre compresenti ma minoritarie se non addirittura triviali. Abbiamo definito tali spazi UDA, ovvero Unità D’Ambiance cercando di dar loro un perimetro, un limite, che ne delimiti l’influenza, onde cogliere lo scarto con altre UDA adiacenti.
L’idea che l’UDA sia qualcosa di non permeabile è comunque del tutto errata.
Da un punto di vista euristico non c’è differenza tra la percezione che si riceve e quella che si trasmette all’ambiente, dato che, in ultima analisi, l’elaboratore e il percettore di sensazioni coincidono: la pelle, la carne, con tutti i suoi differenziati organi sensori.
Tale dispositivo, o AI come suggerisce di definirlo l’Associazione Psicogeografica Romana (APR), non può che operare una distinzione convenzionale tra ciò che investe i propri sensi e ciò che i propri sensi hanno irradiato. Questo dato è inestricabilmente immanente e bisogna farci pace.

Un modo piuttosto rapido per descrivere il carattere delle UDA è quello di associare ad esse un codice colore. L’UfoCiclismo ha sviluppato una specifica tavola cromatica degli stati d’animo proprio per questo scopo, con la consapevolezza, però, che emozioni e colori sono associabili in via del tutto denotativa, quando invece la percezione atmosferica (relativa alle atmosfere) dovrebbe essere un’esperienza il più possibile sinestetica e connotativa. Dagli occhi, la percezione primaria andrebbe ricacciata giù nella gola, passando per l’udito e l’olfatto fino al tatto, e magari esperita sincronicamente con i cinque o anche più sensi (per coloro che hanno scoperto di possederne d’ausiliari).

Non è quindi un fatto strano che qualcuno abbia scelto di definire rosse le zone della proscrizione: zone rosse.
La definizione che ne da la ligia Wikipedia è la seguente: “Con la locuzione zona rossa si definisce un’area soggetta ad un alto rischio di carattere ambientale, sociale o d’altro genere. Può essere istituita temporaneamente o definitivamente e può essere interdetta al pubblico“.
Accettando quindi come socialmente condivisa l’associazione emotiva tra rosso e pericolo, e altresì accettando il carattere arbitrario della sua competenza perimetrale (la zona rossa è uno spazio visibilmente perimetrato e delimitato da transenne, guardie, telecamere eccetera), vale la pena tentare di darne una più esaustiva, e meno superficiale, interpretazione cartografica.

Una zona rossa è a tutti gli effetti un’UDA a cui qualcuno ha attribuito il gradiente atmosferico rosso. Riferendoci alla tavola cromatica degli stati d’animo il rosso è compreso nel cluster 1-4 a cui negli anni gli ufociclisti hanno assegnato collegialmente questi attributi: “Ambiance ricca, varia, densa, strutturata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112).
In effetti un’ambiance con tali attributi può facilmente divenire materia del contendere, innescare appetiti, al pari di un giacimento minerario, di una risorsa idrica, di uno spazio balneare, di una sorgente sulfurea eccetera, su cui qualcuno ha messo gli occhi, con l’intento di sottrarla alla collettività, di farne uno spazio privato escludendone arbitrariamente l’accesso ad altri.
Ne consegue che una volta individuata atmosfericamente una zona rossa (prima che qualcuno ne rivendichi di prepotenza il possesso) su di essa va preventivamente effettuato del conflitto atmosferico (del tipo 1), “degradandola”, rendendola non più appetibile, trasformandola in una barricata: “… costruzione di barricate simboliche come immondizia, graffiti, tag, stencil ostili, intollerabili, osceni. Sarà il caso di lasciare i cumuli volutamente senza manutenzione di modo che si popolino di cinghiali, ratti, insetti e gabbiani (bisognerà però scongiurare il ritorno della peste bubbonica con controlli capillari). In questo senso bisognerà costruire un giacimento (cuspide) senza manutenzione: osceno, indecente e disturbante.” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 117).
Questa tattica ricorda quella impiegata da quegli animalisti che macchiano il manto degli animali considerati da pelliccia.

Una UDA rossa già individuata e perimetrata è così costituita:

1) psico-dissuasori: sono gli elementi immediatamente percepibili dell’avvenuta occupazione-usurpazione di una zona rossa. Alcuni psico-dissuasori sono: le transenne, le guardie, la presenza di ritmi nella segnaletica dei divieti (che culmina nel groviglio dei sensi vietati), la presenza di aviomezzi ben visibili e rombanti, un intorno di turisti e curiosi facenti funzione di cuscinetto tra il perimetro vero e proprio e le UDA circostanti (gergalmente chiamata carne da cannone dato che in caso di repentina e imprevista espansione della zona rossa questi saranno i primi a esserne tragicamente investiti, un po’ come accadde a Pompei ed Ercolano).
Su un asse funzionale gli psico-dissuasori si oppongono alle affordance attrattive, ovvero a quelle spontanee pulsioni a oltrepassare i limiti imposti dai primi. Una tipica tattica di superamento degli psico-dissuasori è la massa critica. Ad esempio quando la massa critica dei ciclisti urbani intraprende un sottopasso (psico-dissuasore perché generalmente inteso dagli automobilisti come rush finale prima di un allucinatorio traguardo) questa urla, ulula, fischia il vento e la bufera, onde ricacciare indietro la funzione dissuasiva.

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Ancora tecniche contro gli psico-dissuasori: Santiago di Cile 18 ottobre 2019

2) tonal: ogni UDA (e così anche una zona rossa) contiene al proprio interno un tonal che ne mantiene in vita il gradiente atmosferico. L’individuazione dell’oggetto che più rappresenta l’atmosfera è quindi un’operazione preliminare dell’individuazione di qualsiasi Unità D’Ambiance. Nelle zone rosse la sua localizzazione dovrebbe essere particolarmente semplice, almeno in teoria, dato che tra le motivazione ufficiali dell’instaurazione di un tale spazio della proscrizione, generalmente viene indicato il cosiddetto “obiettivo sensibile” da proteggere: spesso si tratta del tonal. Per la medesima ragione, quindi, agire direttamente sul tonal, facendogli perdere attrattiva e forza (conflitto atmosferico del tipo 1) è non di rado impossibile.
Le occupazioni autogestite (l’occupazione di uno spazio) sono tattiche utilizzate, più o meno consapevolmente, per “tenere a bada” il potere attrattivo di un tonal, quando la zona rossa non sia stata già militarmente instaurata.
L’alternativa è costituita allora dal totem d’incongruenza, una struttura sempre presente qualora esista il tonal. Il totem è la funzione inversa di quest’ultimo e ne bilancia la tonalizzazione: la caratterizzazione. Generalmente esso coincide con l’oggetto, la situazione “naturalmente” fuori posto nell’UDA esaminata. Qualora accessibile il totem è la struttura su cui intervenire, potenziandola, per ridurre l’influenza del tonal e per “sbiadire” il rosso della zona. A differenza del conflitto atmosferico e dell’atmosfera come barricata, il potenziamento del totem d’incongruenza è un processo di mutazione molto meno rapido, anche molto meno traumatico, in cui, alla fine, la zona rossa cambierà colore al pari di un cambio di destinazione d’uso.
Quantunque invece non fosse possible incidere sul totem perché neutralizzato, la zona rossa sarebbe tale solo in modo impropriamente detto, dato che si tratterebbe, in realtà, di un’UDA drammaticamente traumatizzata, pauperizzata, deprivata, a cui è stata sottratta la vita. In questo caso l’UDA necessita di un intervento molto più radicale ammesso che essa, a quel punto, possieda ancora qualche attributo d’interesse per coloro che vorrebbero rivitalizzarla. Un’UDA “morta”, militarmente protetta e prescritta, è in gergo definita linea maginot.

3) varietà dimensionali (di tipo 1 o 2): si tratta di percorsi fortemente irregimentati, di varchi sorvegliati, di passaggi segreti inespugnabili eccetera, presenti nella zona rossa. Sono le vie d’accesso e di fuga da questo tipo di spazio, qualora esso sia stato già individuato, blindato e normato. Si può agire su di esse in modo da “tagliare i rifornimenti” allo spazio invaso, o da rendere difficile il transito verso questo (generando psico-dissuasori ad esempio). Individuare una varietà dimensionale di tipo 1 o 2 è semplice dato che al suo interno il ciclista si sente sopraffatto da un eterodiretto “dover-fare” o da un “non-poter-fare-altrimenti”.
Biciclette, monopattini, skate eccetera, ovvero mezzi autopropulsi e bidimensionali, sono gli unici a muoversi con destrezza e reversibilmente in queste tipologie di spazi.

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Un esempio di psico-dissuasore: i briques bloc utilizzati negli scontri a Honk Kong

4) occultatore: spesso, ma non sempre, le zone rosse estendono in apparenza la propria influenza attraverso occultatori come muri, ponti, sottopassi, portali, funi eccetera. Individuare la presenza di questi oggetti aiuta a comprendere con esattezza il perimetro dell’UDA e la sua conformazione.

5) cluster 33-38: qualora sia urbanisticamente possibile, bisognerebbe occuparsi di modellare tutte le UDA adiacenti la zona rossa con atmosfere di un colore compreso nel cluster 33-38 della tavola cromatica degli stati d’animo: “Ambiance deprivata, traumatizzata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112). Questa tattica è comunemente definita far terra bruciata. Il contro-isolamento della zona rossa è un’operazione piuttosto complessa e di rado praticabile. Essa implica una massa critica di dimensioni straordinarie e molto tempo a disposizione: altrimenti detta rivolta.

L’associazione rosso = pericolo è quindi solo l’esasperazione di uno degli stati d’animo possibili, di uno spazio che invece si presenta come ricco, vario, denso e strutturato. Che tale vivacità lo possa rendere anche relativamente “pericoloso”, riottoso, fuori controllo, è solo una delle possibili conseguenze.
E’ invece innegabile che esso si trasformi in assolutamente pericoloso, qualora sia il capitale e i suoi servitori a interessarsene: armandolo e recintandolo. Ma nessuna zona rossa sarà mai abbastanza sicura dato che come ovvia reazione essa produrrà, sempre nei proscritti, un’affordance attrattiva relativa.
Il conflitto cromatico è quindi prioritariamente un conflitto atmosferico in cui una delle parti impiega l’arma affilata della paura.

Link:
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