Come nel mezzo interstellare e di tutti quei mali curati con la purga

Le zone rosse dei perimetri circoscritti invalicabili, controllati, vigilati e armati, sono idealmente definibili come pratiche di “riempimento tonale” (color overlay), di uno spazio altrimenti, e per sua natura, sempre tonalmente maculato e diffusamente ricco di sfumature.
Nella sua formulazione generale, ideale, poco importa la sostanza del riempimento. A prescindere dalla sua consistenza e dalla sua architettura atomica, essa risponde sempre ad attributi di dilagazione, penetrazione e saturazione. Esemplificativamente potremmo immaginarla quindi come un lento ma inesorabile processo d’infiltrazione, d’impregnarsi di fibre, che non può che rammentarci il propagarsi inarrestabile dell’acquerello e delle sue imprevedibili fluide ramificazioni.
Una “zona rossa” si genera ogniqualvolta i pensieri e le azioni assumono forme ricorsive, ipnotiche e ossessive. Esse possono quindi emergere nella vita quotidiana come coordinati casalinghi, completi d’abbigliamento, collezioni o tassonomie d’oggetti, sostanze stupefacenti, funzioni di segnale definitivamente sedimentate, funi per trapezisti, altalene e scivoli, cunicoli da speleologi, piste ciclabili e tante altre cose.
Ufociclisticamente una zona rossa è quindi sempre una varietà dimensionale d’ordine inferiore, in cui il “far-fare” e il “non-poter-fare-altrimenti” sono le “dimensioni spaziali” prevalenti e quasi totalmente vincolanti: “far-assomigliare-tra-loro-suppellettili”, “non-poter-non-abbinare-capi-di-abbigliamento”, “non-poter-che-procedere-in-una-direzione” e via dicendo.
Le dimensioni d’ordine inferiore possono infondere anche un falso senso di fiducia e di sicurezza circoscrivendo lo spazio, rendendolo del tutto prevedibile nel suo funzionamento e nelle sue risposte verso l’esterno.
Ovviamente alcune “zone rosse” sono agevolmente rimovibili mentre altre necessitano di una profonda trasformazione cognitiva per essere messe in discussione (su come attuare forme di conflitto nei confronti delle zone rosse rimando a questo post).
La scelta terminologica “zona rossa” è comunque perfetta in quanto connette la funzione di segnale “pericolo” (tradizionalmente il colore rosso, l’allarme) con l’idea claustrofobica che un determinato spazio (e tutto ciò che al suo interno vi dimora) s’impregni compattamente di un certo qual tipo di ansiotica coerenza.
Esempi ondivaghi possono essere: i diari personali, una toilette occupata, una persona imbronciata, il razzismo, la rabbia e la depressione. Tutti casi, a diversi gradi d’intensità, di aree fisiche e mentali invalicabili.
Quando entriamo nel dettaglio del tipo di zona rossa che stiamo analizzando, la sostanza del riempimento diviene ovviamente fondamentale e vale la pena soffermarsi sulla sua specifica struttura atomica e su i suoi peculiari attributi.
Nel contesto che stiamo trattando, tale materia è più che mai ineffabile e impalpabile trattando di atmosfere, di stati d’animo, di sensazioni, che tonalizzano in maniera pericolosamente coerente gli spazi antropici e le circostanze alterne della vita.
Questa coerenza non è un fatto “naturale”, spontanea, ma il risultato di una negoziazione, più spesso di un conflitto, tra gruppi umani spronati da diverse esigenze e da diversi interessi atmosferici: gruppi sociali pertinenti.
Imporre un’atmosfera su uno spazio significa dotarlo di un’attitudine specifica, di visioni e di peculiari prefigurazioni. L’atmosfera così instaurata guida/inibisce passioni, riflessioni, progetti sul futuro, margini d’azione, prospettive di trasformazione, visioni e sentimenti.
Ma ora sprofonderemo nella tramortente (seppur provvisoria) conclusione che nonostante quanto finora detto sia formalmente e storicamente corretto, ormai ciò è solo puerile archeologia. Lo è rispetto a una condizione drammaticamente evolutasi nel breve arco di tempo di un’accelerazione scevra d’inerzia e solo in parte prevedibile.

È così che in periodo pre-endemico le zone rosse identificano in modo circoscritto i luoghi della preclusione centripeda, quelli dell’allontanamento coatto dei corpi da alcuni spazi pubblici, che pubblici quindi smettono di essere. Gli strumenti basilari di tale condizione sono il Daspo urbano e le zone pubbliche recintate. Anche il semplice nastro perimetratore utilizzato per disegnare momentaneamente spazi chiusi è in fondo una zona rossa pre-endemica, una T.A.Z. (Temporary Autonomous Zone) trasmutata in T.I.Z. (Temporary Interdict Zone).
Si tratta di una condizione del tutto peculiare per queste zone, dato che, per loro natura, esse tenderebbero a occupare tutto lo spazio disponibile in maniera egemonica e entropica.
In quella condizione storico-sociale, al più esse potevano produrre un network coordinato della interdizione (un insieme di isole), ma pur sempre maculato. Ancora, in quella situazione, l’occupazione di spazio pubblico resta un fatto spesso di transizione e nella sua manifestazione del tutto eccezionale, anche se quantitativamente sempre in continua espansione; forse in attesa di una qualche forma d’accelerazione. Il loro contenimento in materia di dimensioni e di numero è funzionale anche alla loro difesa e manutenzione.
Nella città il conflitto per le atmosfere (conflitto atmosferico di tipo 1), e l’imposizione coerente di una di queste rispetto ad altre, è sempre stato un processo lento e progressivo di cui, ad esempio, la gentrificazione (intesa come una serie variegata di trasformazioni aventi come risultato un artefatto sociale omogeneo) è specifica concrezione. La gentrificazione opera con il favore di tecniche di erosione dei classici e peculiari luoghi di socialità (specifici e autoctoni), mediante l’instaurazione di simul-socializzatori alieni (attrattori posticci) disposti sul territorio: generalmente (e quasi esclusivamente) esercizi per l’erogazione di cibo e alcool.
La funzione precipua (anche se non necessariamente conscia) di questi istituti di emulazione è esattamente quella della rottura della catena di legami che il territorio modella in anni di feedback con i propri abitanti umani e non.
In un libro non eccessivamente bello, Jean Baudrillard definisce come “delitto perfetto” quell’insieme di eventi che conducono alla sostituzione del reale con l’iperreale. Osservazione acuta ma oggi archeologica di cui possiamo però ancora apprezzare lo slittamento simbolico.
Ogni processo in nuce necessita di un evento speciale, di un alibi inattaccabile, per dispiegarsi definitivamente in tutta la sua concretezza. Necessita, in altre parole, di uno shock che segni un punto di non ritorno, un antefatto cognitivo, attorno a cui secolarizzarsi. Baudrillard pensa allo shock della rappresentazione della Guerra del Golfo e alla chirurgia asettica delle sue millimetriche bombe; delle immagini a infrarossi mai prima d’allora così vicine agli invasori e mai prima d’allora così interne alle viscere degli invasi.
Eppure l’indagine intrusiva, la pornografia dello spettacolo televisivo, esisteva anche prima della Guerra del Golfo e l’iperreale covava da anni attendendo il momento perfetto per installarsi senza destare sospetti, su una materia preistorica e non più necessaria: il reale.
Non è comunque il caso di provare nostalgia per il “reale” almeno non più di quanto valga la pena di provarne per un paio d’incisivi finti.

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Oggi scopriamo che la definizione di pandemia s’identifica con l’estensione ad libitum della zona rossa. L’identificazione è così forte che è essa stessa a pandemizzarsi operando in modo pressoché omogeneo su tutto il pianeta. Neanche la globalizzazione, su cui tanto inchiostro s’é versato e che tante ansie c’ha procurato, era riuscita in un’impresa lontanamente comparabile.
Ecco allora gli elementi che mi pare interessante evidenziare:
1) l’omogenizzazione cromatica come assenza d’alternative, e 2) un senso del tutto nuovo alla pratica dell’espulsione.
1) Ogni processo egemonico vive l’astrazione esaltante di un mondo a propria immagine e somiglianza onde poi ridestarsi nella scoperta della necessità di un qualsivoglia nemico, anche uno a buon mercato. È la nascita delle polizie moderne, figlie dei reggimenti di proscrizione, che quando non costantemente impegnate nel tenere testa al nemico esterno necessitano, per sopravvivere, di un nemico interno: il sabotatore, il traditore, la spia o di fantomatiche forze esterne ostili. Tutto ciò giustifica l’esistenza di un apparato repressivo caratterizzato da un surplus di presenza militare e di intrusione poliziesca nella vita civile.
Questa tendenza alla “colonizzazione tonale”, all’omogenizzazione cromatica, alla monocromaticità sociale, sgretola l’aspetto essenziale della variabilità d’atmosfere, di stati d’animo, che è invece palestra essenziale per l’ideazione d’alternative esistenziali.
La situazione non è troppo dissimile dall’esperienza della depressione che nonostante non c’impedisca di guardare fuori dalla finestra, processa lo scibile come inerme, piatto e inessenziale.
2) Se l’espulsione da parte delle zone rosse è meccanismo relativamente semplice fin tanto che esistono luoghi d’esilio e punti di frontiera, essa assume tratti super-reali quando l’estensione si traduce all’intera superficie del pianeta.
Nell’attesa di un più compiuto capitalismo multiplanetario: dove stipare gli esiliati?
Scopriamo (solo in parte perché già nota ma forse sottovalutata) una funzione apparentemente accessoria dello spazio privato: la frontiera ultima dell’espulsione dallo spazio pubblico.
Si tratta di un’area flessibile, dilatabile o restringibile a seconda dei casi: uno spazio supermassivo entro cui comprimere la spontanea estensione, o un vuoto pneumatico espresso nella sua forma quasi ideale, in cui isolare.
È il trionfo della relatività.

Pare quindi che il covid-19 possa rappresentare il “delitto perfetto” dello spazio pubblico, l’oblio della dimensione collettiva.
La risposta eziologica dello Stato al nemico esterno si manifesta immediatamente nella forma di una prova generale di deportazione nella sfera privata, entro un’attrezzata capsula spaziale, dotata di supporto vitale perché circondata solo dal vuoto siderale. Lo spazio esterno s’ammanta allora di una sovrainterpretazione simbolica dello stesso tenore, diviene ciò che c’é immediatamente oltre il presidio coloniale, la zona contaminata da guardare con sospetto ed eventualmente da decontaminare.
Il simbolismo della chiusura del parco pubblico, del giardinetto, si misura col pericolo dell’infiltrazione d’agenti atmosferici ostili e s’erge drammaticamente a misura della perentorietà del divieto.
All’esterno si sopravvive solo col casco spaziale, o (che è la stessa cosa) con mascherina e guanti, a distanza controllata perché proprio come in La cosa (1982), l’altro potrebbe essere un’indistinguibile arma patogena letale.
La dimensione privata si disvela come espulsione dei corpi nel cosmo: deportazione spaziale subliminale. Lo spazio extra-terrestre lo scopriamo del tutto diverso da come la fantascienza l’aveva immaginato. L’epopea spaziale con i suoi ambienti angusti e le sue deprivazioni sensoriali risulta in sostanza la previsione più reale: super-reale.
Alla fine è la dimora privata a divenire incubatrice d’infezione, corpo estraneo, suppellettile aliena: e noi, al suo interno, con lei.
Gli esseri provenienti dallo spazio privato sono costretti a infiltrarsi segretamente nella sfera pubblica, a indossare corpi-involucri vuoti, privi di faccia e impronte digitali, in quello stesso ambiente in cui, fino a pochi mesi prima, l’infiltrazione da scongiurare era di segno opposto. Così i sistemi d’allarme anti-intrusione si convertono in dispositivi anti-estrinsecazione e la società si rovescia esattamente come il babbuino teletrasbordato nel film La mosca (1986).
Tutti ladri, tutti untori, tutti alieni.
Si tratta forse ancora di una prova generale, ma questa volta pare aver funzionato alla perfezione. Da qui in poi avremo per sempre un precedente, un alibi da delitto perfetto a cui far riferimento e a cui ispirarsi per soluzioni d’impronta generale: la purga che cura tutti i mali.
La norma più significativa che questa esercitazione ha sedimentato e sta sedimentando è quella che la tutela della dimensione pubblica (la garanzia di questa con tutti i mezzi possibili, ponderati all’entità dell’emergenza) sia un bene che non rientra nel paniere delle priorità vitali, svincolata da altri fondamentali bisogni come la necessità di procacciarsi il cibo, di curarsi, di lavorare.
I paramedici di questa “purga cura tutto” divengono allora gli sfollagente che garantiscono la totale disarticolazione sociale al pari di una prescrizione medica. Ogni manganellata, sopruso e giudizio sommario appare sempre più come un passo in avanti verso la stolta utopia della riconquista di una salute totale al sapor di particolato.
Il “comando sanitario” viene assunto acriticamente dai più ligi e responsabili o biecamente disatteso dagli stolti e dagli sconsiderati, ma nessuno si prende in carico di immaginare una soluzione che non sia quella più semplice, quella militare. La repressione come farmaco generico, che cura proprio tutti i mali, pare averci stregato. È invalso il desiderio indotto d’auto-esilio e d’auto-esiliare come disciplina popolare.
Ai due estremi della risposta obbedienza/incoscienza neanche gli ambienti più disillusi e antagonisti sembra sappiano resistere, e la tentazione di giocare a fare gli “alieni” pare aver sostituito ogni sport nazionale.

Restituiamo quindi la maschera d’alieno, torniamo a essere non-identificati, torniamo a essere UFO.

 

“- Dottore, io ho male a un braccio.
– Ah! C’hai male a un braccio? 
– Embè adesso io te do una purga. 
– Ma, ma come dottore: per il male al braccio una purga?
– Ecche è: te do una purga. Chi ha male al braccio, chi ha mal de reni, mal del testa: La purga. I mali dell’umanità se curano con la purga. 
– Ma come dottore: tutti i mali si curano con la purga?
– Eccerto! Mica è come adesso che gli scienziati ti dicono: te do la pillolina, te do la pastichetta! Ma quale pillolina, ma quale pastichetta! L’uomo è una bestia! Traaa, traaa, traaa. L’uomo è una bestia!

Decoro e funzione repressiva dell’ambientalismo

di Cobol

Il riferimento al decoro assume sempre più peso e rilevanza nella comunicazione e nella definizione degli spazi urbani contemporanei, sommandosi ad altri operatori logistici come le zone rosse, i daspo, il design ostile (si veda anche la XVI ricognizione ufociclistica), che proceduralmente funzionano in maniera molto simile.
Questo tipo di operatori sostituiscono il “piano regolatore” con strumenti situazionali ed emergenziali.
Il decoro è un operatore logistico movimentatore, con funzione d’aggregazione, nonostante esso operi in maniera apparentemente (o preventivamente) centrifuga (ovvero come disgregatore e dissipatore). Questo perché è per lo più coppia con l’oggetto cuspide che ne costituisce l’esito e che, in maniera del tutto generale, si comporta come un aggregatore.
Ma procediamo con ordine.

Il decoro è ovviamente un precetto che esprime un preciso giudizio di valore.
Da atteggiamento mentale (un po’ odioso perché già solo come espressione si presenta in modo sibillino, fin troppo soggettivo) si traduce in concrete azioni di polizia, sorveglianza, rimozione, deportazione, traslazione, trasformando geometricamente lo spazio urbano e definendo in modo somatico il suo design atmosferico (l’atmosfera disegnata-imposta in un’UDA). Altri esempi di decoro sono: l’allontanamento dei volatili tramite psico-dissuasori (versi di predatori rapaci generalmente), il quadro svedese (ma in generale molti attrezzi ginnici), il decespugliatore (quelli a motore funzionano anche da fronte sonico urticante costituendo delle UDA armoniche ostili), la derattizzazione, la tavola da stiro (la coppia che istituisce col ferro elettrico), lo scrub, la depilazione, le pulizie domestiche, il salotto piccolo borghese eccetera. Anche alcune delle cosiddette sottoculture possono essere considerate esempi di decoro, nel loro circoscrivere, uniformare ed espellere.
Nella definizione del sostantivo si legge: “Dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria” (da Treccani). Il decoro ha quindi immediatamente a che fare con l’uniformità del singolo o di un gruppo ad una categoria sociale (ma anche ad una classe sociale). La dignità, spesso elevata a condizione basilare dell’esistenza (la dignità dell’essere umano), diviene, attraverso la mediazione del decoro, un processo d’approssimazione coatto a un modello di parte, scambiato come referente universale.
La sua efficacia egemonica oggi diviene tanto più “indiscutibile” data la sua capacità d’infiltrarsi nella “retorica” dell’emergenza ambientale che attualmente stiamo vivendo. In questo senso, l’ambientalismo si sta trasformando sempre più in uno strumento virtuale di repressione (resosi disponibile alla repressione, tanto nella sua versione critica che negazionista). Non si tratta ovviamente di non cogliere l’urgenza e l’impellenza dello sguardo ambientalista, dell’approccio ecologico, ma di sottolineare immediatamente il loro possibile reimpiego e la loro messa a valore, se non aggiornati alla (se non schermati contro le) più attuali strategie di dominio.
Cosa è decoroso? Chi mai potrà dirlo con esattezza? Qualcosa forse che somiglia al pragmatismo della Critica del Giudizio kantiana: la “resa” della ratio illuministica.
Non sappiamo cosa sia il decoro, ma possiamo misurarne gli effetti e la portata. Questi si concretizzano in azioni pratiche come ad esempio l’allontanamento di soggetti non graditi da luoghi ritenuti peculiari, l’imposizione di comportamenti rivolti a fasce sociali che, pur non socialmente pericolose, tendono a essere livellate e uniformate (colpite) su atteggiamenti e comportamenti “voluttuari” (vestiario, atteggiamento corporale e posturale, espressioni gergali, prossemica, esternazione d’opinioni eccetera). Il decoro diviene quindi un movimentatore, in cui gli unici referenti materiali sono i soggetti deportati, allontanati (da luoghi e/o da se stessi – alienati) e gli spazi residecorosi“, generalmente asetticizzati, ad opera della proscrizione. Una traslazione di corpi, quindi, e l’impostazione di un color overlay atmosferico spesso virato sul rosso (le zone rosse) anche se non necessariamente.
Questa è la funzione primaria, centrifuga, del decoro.

Lo spostamento-allontanamento di biomasse da spazi selezionati per esperimenti di design atmosferico radicale, è solo il primo stadio del funzionamento del decoro. Come operatore esso lavora necessariamente in coppia con oggetti componenti lo spazio antropico che sono, per così dire, il suo bersaglio.
Una coppia tipica è allora quella decoro cuspide dato che a ogni traslazione corrisponde una nuova stratificazione. Detto in termini antropici: a ogni espulsione corrisponde la formazione o l’allargamento di una comunità fisica e psichica. Le cuspidi rappresentato proprio questo tipo di accumulazione di tratti materiali (corpi e oggetti) e di tratti psichici (stratificazioni di storie e memorie personali).
Una cuspide materiale, sedimentaria, è, ad esempio, una discarica informale (si veda anche L’UDA Torre Maura), mentre una “discarica psichica” è, sempre ad esempio, ben rappresentata da alcuni spazi che tendono a raccogliere e compattare l’emarginazione e il malessere psichico (si veda La cuspide preneste).
La cuspide è lo “ambito archeologico” in cui opera l’ufociclista intento a percepire l’atmosfera preponderante di un’UDA; ad accertarne il risultato finale coagulato nel design atmosferico (disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’unpleasant design).
Il secondo stadio del decoro corrisponde allora alla creazione o alla espansione di una cuspide.
Questa è la funzione secondaria, centripeta, del decoro.
In questo senso, esso è un formidabile alimentatore di cuspidi, secondo quel principio d’espansione e di successiva aggregazione che interessa universalmente fenomeni fisici e fenomeni sociali.
La coppia decoro-cuspide è quindi paragonabile all’espansione di una supernova, alla creazione di un disco protoplanetario e, alla fine, alla concrezione dei planetesimi.

Prima di capire come eludere il decoro, quindi, poniamoci una domanda per cui abbiamo già elaborato una possibile risposta. Come si silenzia una cuspide?
Ovviamente silenziare una cuspide è una scelta situazionale. Le cuspidi sono inevitabili e anche, spesso, molto utili. Ma possono esistere molti motivi per cui potrebbe essere desiderabile toglierle di mezzo.
Del tutto spontaneamente il lavoro della nettezza urbana negli spazi antropici e un’attività di rimozione di cuspidi. Allo stesso modo gli sgomberi, la dispersione di assembramenti, l’articolo 655 del Codice penale, si pongono nella stessa categoria d’operatori “ecologici” anti-cuspide. In questi ultimi casi si realizza un fenomeno di ricorsione in cui il decoro che ha prodotto o alimentato la cuspide, interviene nuovamente per disgregarla. Qui s’evidenzia con forza e lucidità l’aspetto “illogico” di questo operatore: il suo essere uno strumento di pura rappresaglia e dominio al di là delle motivazioni propagandistiche con cui è argomentato e narrato.
Pare esistere un rapporto diretto tra rimozione delle cuspidi, efficienza della nettezza urbana, esercizio della repressione ed emersione di segmenti di autoritarismo. In maniera sintetica è quindi possibile rilevare l’esistenza di un rapporto di rendimento diretto tra decoro, perdita della memoria ed emersione di forme radicalmente disciplinari di governo (ad esempio il decreto sicurezza).
Se l’idea di una nettezza urbanamilitarizzata” può apparire paradossale, si pensi all’implementazione di strategie di controllo legate al servizio rifiuti (telecamere, codici identificativi eccetera), a come essa coopera con le polizie locali agli sgomberi abitativi e ai mercati rom, alle fortificazioni erette attorno alle isole ecologiche, alla psico-dissuasione e dissuasione fisica operata verso il recupero, sempre in favore dello smaltimento che alimenta il circuito di circolazione delle merci.
Man mano che il concetto di decoro assume vigore organizzativo e logistico, la nettezza urbana si trasforma sempre più in un meccanismo disciplinare, in un sotterraneo dispositivo paramilitare.
Ci pare ad esempio esemplificativo il fatto che mentre in più occasioni il corpo dei vigili del fuoco si è opposto al proprio impiego nelle vicende degli sgomberi, ciò non è mai avvenuto da parte della nettezza urbana (operatori ecologici) che come istituto, tra l’altro, avrebbe anche più margini di libertà rispetto al primo.
Gli organi di polizia sempre più organi di pulizia e viceversa.

Uno spazio senza cuspidi è in sostanza uno spazio senza memoria (a cui la memoria è stata strappata, in molti casi un’UDA traumatizzata, che distinguiamo dall’UDA contattistica anch’essa, ma per altri motivi, caratterizzata da assenza di una storia lineare).
La cuspide ha quindi un nemico “naturale” che si espande ricorsivamente: l’operatore decoro estirpa l’oggetto cuspide che è il prodotto dell’operatore decoro, e così via.
L’individuazione di un meccanismo ricorsivo siffatto può essere la prima spia di una “strategia della tensione”. In altri termini lo ha spiegato bene Paolo Di Vetta in occasione del suo intervento al Mars Beyond Mars IV. La procedura consiste nel mantenere in vita un certo tipo di criticità onde cronicizzarla, renderla strumento di propaganda contro un gruppo sociale-obiettivo (si veda ad esempio questo articolo impiegato come strumento di strategia della tensione).
Torniamo quindi alla domanda iniziale: come si silenzia il decoro?
Una possibile risposta-strategia è quella relativa al conflitto atmosferico del tipo 1 e più precisamente l’atmosfera come barricata rendendo “l’UDA non qualificabile, rifiutandosi consapevolmente di considerarsi una forma di capitale” (da UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile).
Produrre degrado volontario (tattico) e “controllato” è una contro-strategia giacché il decoro interviene agilmente laddove il presidio “ossidante” territoriale è venuto meno, dove la speculazione d’ogni tipo trova terreno fertile e facilmente adattabile alla propria retorica perbenista. Sopratutto laddove, in sostanza, la riqualificazione è poco necessaria (o lo è solo di facciata) o la pagano gli altri (la collettività o, da qualche tempo, graffitari conniventi).
La costruzione di psico-dissuasori “fantoccio” (ufociclisticamente chiamati spaventapasseri) o di azioni disordinanti è necessaria onde dissuadere da pianificazioni territoriali a opera del capitale palazzinaro e da rapaci mire di riqualificazione speculativa. Esempi di spaventapasseri sono: il graffitismo brutto (ma brutto davvero), il non utilizzo dei cassonetti, l’opposizione all’apertura di esercizi alla moda (da parte dei residenti), gli schiamazzi randomici ma frequenti, le masse critiche di bambini che giocano all’aperto, il cibo disponibile per gli uccelli collocato sui terrazzi privati, l’opposizione alla disinfezione contro le zanzare, l’incentivo alla crescita d’erbacce (amandole e curandole – variante di guerrilla gardening), la comparsa sulle pagine dei giornali locali di annunci ambigui che lascino presagire loschi quanto generici “giri”, il parcheggiare malamente, l’accumulo di carcasse di biciclette, la preparazione di alimenti particolarmente maleodoranti con le finestre e con le porte aperte, la continua richiesta d’informazioni a esercenti locali su luoghi malfamati (inesistenti), il sopraggiungere di pseudo-giornalisti impegnati in pseudo-inchieste riguardo tragedie (inesistenti) consumatesi di recente nel quartiere, l’affissione di cartelli commemorativi di morti (inventati) deceduti a causa di malattie infettive una volte scomparse ma tornate alla ribalta con gli anti-Vax eccetera.

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Tutto ciò, beninteso, non è detto che basti. Anzi, per lo più si tratta di strategie soft di resistenza e di sperimentazione che dovrebbero ispirare e alimentare tecniche personalizzate e più efficaci.
Ancora più in generale, c’è bisogno d’avviare una riflessione e un esercizio critico nei confronti della nettezza urbana, delle sue metodologie, del suo strapotere.
C’è inoltre necessità di produrre un ripensamento generale sulle modalità e sugli ambiti pertinenti le lotte ambientaliste, prendendo atto di un ecosistema profondamente mutato e di un capitale attratto da nuove risorse (il cosiddetto Green ad esempio) e da nuovi territori: in altre parole, emancipare dalle battaglie prettamente resistenziali almeno una parte delle energie esistenti.

Un esempio quantitativo e qualitativo di stanziamento di uomini e mezzi per il decoro: operazione Alto Impatto.