Freak Cross Forte – 2019

Piccolo rapporto fotografico della Freak Cross tenutasi il 24/3/2019 a Forte Prenestino – Roma.
Un po’ di foto e l’emozionante video in coda.
Ci resta una curiosità inespressa: chissà se Kappa, il vincitore del premio cardio, è il K dell’ufologia radicale; date le suo doti ciclistiche tutto tornerebbe.

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La partenza

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Biciclette

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Discesa dal primo anello

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Il monociclo – premio displasia

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Eventi atmosferici ostili nella tappa montana – grandine

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Altri eventi atmosferici ostili nella tappa montana – neve

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Kappa – il vincitore del premio cardio

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Accelerazione controintuitiva

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La madrina – sempre elegante

Le UDA armoniche – atto primo

Di Cobol Pongide

Per Unità d’Ambiance (UDA) intendiamo quello spazio interessato dall’intervento umano che esprime compattamente una certa atmosfera, trasferendo o essendo investita, da un certo stato d’animo, su o da parte di chi l’osserva.
Esistono molti modi di circoscrivere l’UDA. L’UfoCiclismo visivamente utilizza una specifica tavola colori (la Tavola Cromatica degli Stati d’Animo) per delimitarne la continuità atmosferica di questo spazio. Si tratta di un modo prioritariamente (ma non esclusivamente) visivo di sintetizzare l’influenza esercitata su, o da, un’UDA.

Nel caso che vado a raccontare le UDA posseggono una compattezza in termini uditivi che, in via del tutto generale, come ufociclist* definiamo UDA armoniche. Va da sé, che la scelta di modi diversi di rilevare la continuità di un’UDA produce sovrapposizioni e accavallamenti tra spazi che abbiamo definito interUDAli (si veda l’atlante Tattico per approfondimenti).
La modalità con cui la compattezza dell’UDA armonica si propaga prevedono: una sorgente sonora e un fronte d’onda. In questo caso, la sorgente sonora costituisce il tonal, il fronte d’onda rappresenta l’attrattore, mentre ostacoli e rumore di fondo costituiscono psico-dissuasori (in questo caso dissuasori psico-acustici) e totem d’incongruenza (come nel caso d’ostacoli che intralciano la diffusione).
Una stanza completamente vuota e isolata al cui centro un corpo vibri, è considerato il caso ideale di UDA armonica: caratterizzata da una sorgente che diffonde in maniera indisturbata la continuità del fronte d’onda, il cui raggio d’azione è delimitato da deflettori (totem d’incongruenza).

Ammenoché la sorgente sonora non sia continua (quindi ininterrotta), l’UDA armonica è sempre un’UDA situazionale, ovvero essa si genera allorquando il tonal venga, per così dire, lasciato vibrare.
L’essere temporanea dell’UDA armonica è probabilmente una delle sue caratteristiche più interessanti. Spesso essa è anche portabile a differenza delle UDA stabili principalmente generate da una certa configurazione architettonica. Ad esempio, il boombox è, in questo senso, un ottimo generatore di eterotopie armoniche UDAli.
Infiltrandosi in UDA già esistenti, per via della portabilità, le UDA armoniche possono assecondare e rafforzare l’atmosfera dell’UDA ospite (far suonare l’Internazionale durante un corteo antagonista, ad esempio), oppure funzionare da totem d’incongruenza e operare contro la compattezza (suonare musica in piena notte, ad esempio). In questo ultimo caso il totem prende in gergo il nome di ordigno sonico.
Il più antico ordigno sonico portabile (semovente, in questo caso) di cui si ha conoscenza è il parasaurolofo. E’ possibile apprezzare il suo operato in questa ricostruzione in cui vengono esaltate, senza mezzi termini, le virtualità dei suoi infrasuoni.
Ovviamente la propagazione dell’UDA armonica, in condizioni ideali, avviene concentricamente ed è direttamente proporzionale all’intensità del suo tonal.

Un marciapiede lapideo è sempre una affordance attrattiva per i ciclisti urbani. La vibrazione, o la sua totale assenza, produce un irresistibile richiamo: una sensazione che dai pneumatici si trasmette direttamente al corpo lambendo, tra le prime, alcune zone erogene.
Alcuni ufociclist* propongono di definire questo particolare tipo di affordance col concetto di “linee del desiderio” o “linee desideranti” in una modalità, quest’ultima, che riporta alla mente la terminologia utilizzata da Deleuze e Guattari. Su ciò non esiste ancora un accordo generale e quindi la categoria non è entrata a far parte del lessico analitico.
Il problema principale risiede in quel “linee” che nell’ufociclismo (così come pure nella psicogeografia) sta prioritariamente a indicare le ley line.
Staremo dunque a vedere. Il dibattito al momento è intenso, ma non concitato.
Un altro versante ufociclistico, secondo me più interessante, propone di definire tale esperienza come affordance desiderante. Personalmente mi sento più avvinto da questa seconda accezione (anche se terminologicamente un po’ troppo generica e inutilmente roboante) che sottolinea esattamente quanto, poco sopra, sostenevo. Le particolari vibrazioni che i marciapiedi lapidei (ma non solo) trasmettono al corpo, hanno generalmente una funzione, per così dire, “emolliente”, che tende a rilassare senza per questo abbioccare. Ciò anche perché il tratto percorso sul marciapiede spesso consente ai ciclisti urbani di alienarsi momentaneamente dal traffico automobilistico. I due effetti combinati producono un risultato benefico sul corpo di chi pedala: un transitorio senso d’euforia alienata.

Le UDA di cui sto per parlare assumono entrambi i caratteri sopra elencati, quello armonico e quello tipico delle affordance attrattive, in quanto la loro emersione temporanea avviene transitando con la bici su dei marciapiedi.

L’UDA armonica di via Principe Eugenio

Sono a pochi sparuti passi da piazza Vittorio (Roma), punto d’incontro della CM mensile (ogni ultimo venerdì del mese).
Da qui fino a Porta maggiore s’articola questa strada a doppio senso di marcia (che nel tratto più vicino allo slargo prende il nome di via di Porta Maggiore) che finisce direttamente all’interno di un omphalos (Porta Maggiore, appunto). Qui convergono molti acquedotti romani e sopratutto iniziano le ley line di via Prenestina e di via Casilina.
Porta maggiore è anche una potente piattaforma girevole, che ha la caratteristica di “spazzare” quel quadrante producendo vortici disorientanti da cui non è sempre possibile emergere integri. La piattaforma girevole ha questa funzione scombussolante e rigenerante all’interno degli spazi antropici: produce quel caos che può fondare nuovi percorsi, nuove destinazioni e far scoprire luoghi di cui non si immaginava di provare desiderio.

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Porta Maggiore.

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Porta Maggione ufociclizzata. Vortice-piattaforma girevole.

Sono quindi sul marciapiede di via Principe Eugenio con alle spalle piazza Vittorio, sul lato sinistro attenendomi al convenzionale senso di marcia. Il marciapiede è come dicevo lapideo, composto di piccole lastre rettangolari, di cui molte divelte. Non so di che materiale si tratti. Ho cercato ma non ho trovato nulla di definitivo a tal proposito. Quindi senza saperne nulla direi basalto; ma giusto per dire qualcosa di sentito dire.

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Proprio la circostanza per cui le lastre di pietra sono divelte e sconquassate le rende dei generatori di suono producendo, quindi, l’UDA armonica. Il diametro del generatore (della sorgente sonora) è quello mostrato dal vettore nella mappa precedente (che mostra anche direzione e verso del mio pedalare). Esso s’estende da via La Marmora a viale Manzoni. Dopo quest’ultima, la composizione del marciapiede rimane la stessa, ma esso non emette più quel caratteristico suono figlio dell’incuria. Il marciapiede diviene noiosamente stabile, senza più alcun grillo per la testa.
I palazzi alla mia sinistra e sulla destra funzionano da deflettori continui (al netto delle strade che li tagliano), il che delimita “naturalmente” l’influenza dell’UDA.
Ecco quindi il suono generato:

E’ tutto piuttosto confuso (da qui lo “Atto primo” nel titolo, giacché mi ripropongo di effettuare nuovamente la registrazione con mezzi più adeguati che chiederò in prestito). C’è sempre molto rumore di fondo probabilmente perché sprovvisto di un microfono direzionale adeguato. Tuttavia anche in questa primitiva registrazione si comprende efficacemente il timbro e la peculiarità percussiva del suono. Di fatto il tutto ricorda l’armonia generata dalla percussione di un martelletto su una superficie in pietra.
Il timbro in questione è piuttosto cupo e profondo, leggermente cavernoso e, a volerselo un po’ strappare di bocca, bene s’addice a questa strada che si fa spazio tra antichi e massicci  palazzi di ormai qualche ammasso di lustri.
Restando fedele all’impressione uditiva cerco un corrispettivo visivo nella Tavola Cromatica degli Stati d’Animo provando ad associare rumore e colore. Per quel che mi riguarda si tratta del colore 12. Facendo riferimento all’atlante tattico scopro che il 12 (HEX (#): C5912F) è il limite superiore del cluster che ha il valore medio in 10. Sapore – “Amaro: ambiance inquieta, tremebonda“. Tutto ciò nel suo estremo più alto e quindi più vividamente caratterizzato.
La cosa mi sorprende un po’ in effetti, dato che la strada si presenta apparentemente ben sedimentata e a suo modo quieta. Il responso cromatico però s’armonizza con una ricognizione che facemmo tempo addietro, proprio nell’area di piazza Vittorio. Allora parlammo del tonal radiante rappresentato dalla sede di Casapound, lì a pochi passi. Parlammo di una possibile contrapposizione d’ambiance tra M.A.S. i Magazzini allo Statuto (storico e caratteristico esercizio-bazar della zona) e la sede fascista di via Napoleone. Altresì rilevammo l’importanza della Porta Alchemica proprio al centro della piazza, l’antico tonal della zona (si veda l’atlante Tattico).
Tutti questi attributi, paiono ancora in competizione tra loro e tale contrapposizione ci restituì allora un’impressione di UDA instabile, forse ancora in divenire; sensazione compatibile ancora oggi con il mio responso cromatico.
Tutta quest’ultima considerazione è però frutto di una evidente e consapevole sovrainterpretazione, giacché resterebbe da spiegare come la composizione atmosferica della zona di piazza Vittorio possa riverberarsi e rinascere in un’UDA armonica temporanea, generata da mattonelle sconquassate.

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L’UDA trattata con la tavola cromatica degli stati d’animo

Mi limiterò allora a rilevare l’UDA armonica ivi generata dal passaggio della mia bicicletta mtb a pneumatici tacchettati.
Nella mappa precedente, quindi, l’estensione dell’UDA armonica di via Principe Eugenio.
Dal punto di vista dell’autoinduzione di stati d’animo (alla maniera psicogeografica e anche, forse, nell’unica modalità con cui un’UDA del genere può essere utilmente considerata), mi pare si possa dire che questo attraversamento generi, in chi lo intercetta, un sentimento d’inquietudine: forse un’UDA per inquietarsi. L’effetto è ovviamente molto smorzato dal rumore di fondo che in questa città è ossessivamente ininterrotto.
Il corrispettivo marciapiede sul lato opposto è, nel momento in cui scrivo, invece privo di emissioni sonore. La pavimentazione infatti appare saldamente piantata con i piedi per terra.

L’UDA armonica di via Prenestina

Tra via Principe Eugenio e via Prenestina (la prossima meta) ci sono poche centinaia di metri. Superata Porta Maggiore, dirigendosi verso est, inizia infatti l’antica consolare.
Bisogna pedalare ancora pochi minuti prima di trovare, nella medesima direzione di marcia, un marciapiede (qui una foto trovata in rete) non dissimile da quello dell’UDA precedente.

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La nuova UDA, perché ovviamente è di quello che andrò a parlare, s’estende (come è possibile osservare nella mappa precedente) da via Giovanni Brancaleone a via Erasmo Gattamelata.
Ecco il suono:

Qui l’armonia è decisamente più acuta. Potrebbe trattarsi in effetti di un materiale diverso. Forse una diversa densità, anche se dal tipo di attacco percussivo a me pare lo stesso materiale e la stessa densità. Solo più acuto. Comunque poco importa se la pietra è la medesima oppure no. Quel che m’interessa è l’effetto psico-acustico che nel calpestarla si produce, conseguentemente generando UDA relative.
Anche qui forzando il discorso (come avevo fatto precedentemente sovrainterpretando): via Prenestina più movimentata e caratterizzata da transiti più virilianamente dromologici, sembra ben modularsi attorno al suono emesso da questa pavimentazione, ancora una volta sconnessa e riappropriatasi di gradi di libertà che per essa non erano stati previsti.
Osservando la tavola cromatica per connettere l’impressione uditiva a quella cromatica, mi viene da assegnare il pattern 26 (HEX (#): 003D80). Si tratta di un valore intermedio del cluster che ha come centro il colore 27.

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Di nuovo riferendomi all’atlante e all’interpretazione relativa al gradiente scelto: sapore – “Metallo: ambiance impenetrabile, ostile, riflettente“.
In questo caso il responso è meno inatteso. Intendo dire che via Prenestina è, per chi la conosce, un po’ impenetrabile e a suo modo forastica: più nervosa dell’UDA precedente. Anche qui la sinfonia che sottende all’UDA armonica pare aver intercettato il proprio pubblico ma, ancora una volta, questa correlazione si fonda su nulla più di un vago senso romanticheggiante. Tra ufociclist* ce lo diciamo spesso: “come fai a non voler bene alla Prenestina, nonostante lei ti pigli spesso e volentieri a calci”.

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La pavimentazione divelta su via Prenestina

Se in entrambi i casi le UDA armoniche appaiono accidentalmente coerenti con l’atmosfera che affiora dal contesto antropico, devo ammettere di essere rimasto un po’ deluso. Bello sarebbe stato poter scoprire il carattere riottoso di un’UDA temporanea che con forza s’oppone alla colorazione dominante. Bello sarebbe stato scoprire il pulsare irregolare di un totem d’incongruenza che si comporta come un ordigno sonico, minando l’integrità cromatica preponderante.
Sarà forse la mia nostalgia per l’ornitopode parasaurolophus che come un godzilla erbivoro spalanca varchi a botte di fronti infrasonici.

Ufologia Radicale – UR

In assoluto la prima definizione di UfoCiclismo è quella che appare sulla rivista MIR nel 1998.

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Si tratta ancora di un approccio primordiale che non utilizza l’apparato di categorie utili a riconfigurare il territorio. Nonostante ciò esso già anticipa il portato esoplanetario della bicicletta elevando il biciclo a agente storico del contatto.
L’articolo è a firma CAU (Comitato Antifascista Ufologico) aderente al network della Ufologia Radicale e a cui appartenevano alcuni militanti del collettivo MIR.

Articoli recenti sull’Ufologia Radicale:

VICE: “Ufo al Popolo!” e rave nello spazio – Breve storia dei ‘comunisti spaziali’ italiani;
NOT – NERO: Pretendi la terza era spaziale.

Cosa è l’Ufologia Radicale- UR

Il network dell’Ufologia Radicale – UR nasce alla fine degli anni Ottanta principalmente sotto la spinta della Pantera, il movimento studentesco dell’inizio degli anni Novanta.
I primi vagiti dell’UR prendono quindi forma nelle facoltà occupate, introducendo collateralmente nel Movimento questioni riguardanti l’alterità (l’alieno), il non-dentificato (l’UFO) e l’autonomia dei saperi che ben si sposavano con il clima universitario e controculturale di quel periodo.

L’ufficializzazione del network avviene esattamente all’inizio degli anni Novanta ad opera di Ivano Mertz, intellettuale ufologo, seguace di Antonio Caronia e profondo conoscitore ed estimatore dell’ufologo marxista argentino Dante Minazzoli.

Tra i principi collettivamente condivisi tra gli appartenenti all’UR: l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antispecismo e il non dialogo con l’ufologia borghese più o meno consapevolmente destrorsa (leggi: Chi sono gli ufologi).
L’obiettivo dei gruppi e dei collettivi sarà quello di sviluppare una serrata riflessione sull’alterità e sul contattismo autonomo in quelle aree di pensiero antagonista già predisposte a superare le regole dell’intraspecifico (esoplanetarismo in gergo UR).

Nel 1992 si contano alcune decine di collettivi dell’UR distribuiti sul territorio nazionale con una prevalenza nel centro/nord. Particolarmente attivi ad esempio a Roma il CAU (Comitato Ufologico Antifascista), a Brindisi il Lynx e ancora a Roma l’AUTC (Avamposto Ufologico del Tirreno Centrale) e MIR (Men In Red). Alcuni dei componenti del CAU e di MIR militavano in entrambi i gruppi.

Marxismo, pensiero libertario e situazionismo sono gli elementi assolutamente innovativi di questo approccio all’ufologia che vede nell’alieno e sopratutto nel contatto con quest’ultimo (IR3) l’eventualità di un’accelerazione del processo di superamento del capitalismo.

Giunti alla metà degli anni Novanta l’UR contava molte decine di collettivi e simpatizzanti su tutto il territorio nazionale. A testimoniarlo sarà l’edizione del 1999 del Rapporto Eurispes che dalla propria ricerca fa emergere circa un migliaio di unità rilevate distribuite per un 41% a nord, 46% al centro e 13% a sud.

Di fondo l’idea portante dell’UR è quella che lavorando alle condizioni per stabilire un contatto con possibili cività extraterrestri si stia al contempo lavorando alla destrutturazione dei processi sociali che alimentano e tengono in vita il capitale.

Viaggio nel tempo a New York

Prima ricognizione ufociclistica a New York, 4 febbraio 2019

Report redatto da: Dafne Rossi

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Dafne trovò la sua bicicletta in una presunta ciclofficina, che altro non era che un negozio, che vendeva bici di tutti i tipi, situato nel quartiere più alternativo di New York, dove il concetto di alternativo è molto diverso da quello che abbiamo in Europa.

C’è un tizio biondo, con l’orecchino e lo sguardo penetrante, gentile e preoccupato per il destino di Dafne che si accinge per la prima volta a pedalare in una città che lui definisce pericolosa. Se sapesse cosa vuol dire andare in giro per Roma in bicicletta, non sarebbe così preoccupato.

La prima bici che le propone costa 80 dollari. Sostiene che è la bici più economica che ha. È messa bene ma il sellino è troppo alto. Fa per abbassarlo e la levetta si rompe.

Allora si avvicina ad altre due biciclette legate di lato, che costano meno, una 75 e l’altra 50. Indica quella da 50, e, quasi giustificandosi di non avergliela proposta prima, le dice “Quella bici è la più brutta che ho”. Dafne invece sa già di aver trovato la sua bici. Bella non la diresti, ma nemmeno così orrenda. E sembra messa bene, catena e pignone nuovi, manubrio comodo, sella morbida anche se un po’ strappata. I fili dei cambi non sono messi benissimo, ma l’importante è che funzionino i freni. I fili dei freni sembrano buoni, ma sono ricoperti da una patina nera. È questo forse il problema di questa bici. Qualcuno l’ha dipinta di nero senza scrostarla prima e senza smontarla e ci sono macchie di vernice anche sui cerchioni. Dafne ha qualche secondo di titubanza. Il dubbio le viene. Però questo è pur sempre un negozio, e poi la gente fa di tutto alle bici, non è detto che sia…

Lascia la borsa nel negozio e va a farsi un giro. È proprio la sua signorina. Non ha più dubbi. I freni inchiodano. Il sellino va un po’ alzato ma la levetta sembra a posto.

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Riprende la borsa, saluta il tizio, e parte. Parte per la sua prima ricognizione ufociclistica a New York. Che non ha un percorso prestabilito e non ha una mappa perché c’è un’intera città da esplorare. Dafne se ne va a zonzo senza mèta. Gira a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. È così facile, ci sono piste ciclabili per strada, dove queste mancano, lo spazio tra le auto parcheggiate e quelle che camminano è abbastanza grande per farla passare, in alternativa i marciapiedi sono così larghi. La città è tutta piatta o quasi, e le strade perfettamente a griglia. Niente curve pericolose. Per i ciclisti è una specie di paradiso, anche se non troppo divertente. Passa davanti a parchi giochi per bambini e campetti di palla a canestro recintati da reti metalliche. Arriva davanti a un parco, dove sul marciapiedi ci sono panchine di legno colorate. C’è una metropolitana. Non sa dove la porterà. Ma vede una ragazza che trasporta una bicicletta giù per le scale e parte anche lei.

Qui iniziano i problemi. Innanzitutto nelle metropolitane di New York la scala mobile è una specie di illusione ottica. Non esiste se non in pochissimi casi. Inoltre lo spazio del tornello è minuscolo, impossibile far passare la bici sotto la sbarra, e a farla passare nel modo giusto, la bici resta incastrata. Per entrare la aiuta un tizio che le apre la porta di sicurezza. La porta di sicurezza è usata da moltissima gente sia per entrare che per uscire dalla metro. Per alcuni è una minor perdita di tempo e una comodità maggiore, per altri è un modo per non pagare il biglietto. Dafne non se la sente per il momento di usarla perché non sa mai quando potrebbe esserci la polizia dietro l’angolo. Deve abituarsi prima. All’uscita tenta di far passare la bici al tornello, così semplicemente, come farebbe lei da sola senza la bici. E resta incastrata.

In suo soccorso arriva una signora, che resta lì ferma cercando di aiutarla ma senza sapere cosa fare. A New York tutti si preoccupano per te, sono tutti gentili, anche quando non sanno cosa fare. Nessuno ti dice mai di no, nessuno ti manda a quel paese, nemmeno nelle situazioni più imbarazzanti.

In un impeto di atletismo, Dafne si arrampica sul pedale della bici e, tenendosi alle pareti del tornello, finalmente riesce a disincastrarsi e ad arrivare dall’altra parte. Ora il problema è la bici. La solleva, sotto indicazione della signora, ma il pedale cozza contro la sbarra. Ed ecco finalmente la salvezza. Un ragazzo che sta uscendo dalla metro in quel momento, la solleva dall’altra parte e la libera.

Dafne è quasi commossa, per un attimo ha pensato che non se ne sarebbe mai andata da lì. Si profonde in mille ringraziamenti per la signora e per il suo salvatore, mentre la donna continua a ripeterle che la prossima volta deve usare la porta d’emergenza. E in effetti, pensa, se la bicicletta è permessa sul treno, ci sarà pure un modo per farcela entrare.

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Finalmente all’aria aperta, realizza di essere a Brooklyn, quartiere un po’ periferico, solo di recente “gentrificazione”, con case basse e cortili. Nella sua testa prende forma un’idea e si dirige verso il ponte. Ma non si concentra ancora una volta sulla strada. Costeggia il porto, non vede mai il fiume. Arriva a uno dei tanti punti di bike sharing sparsi per la città e da un’occhiata alla mappa. Deve tornare indietro.

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Continua per un po’ sulla sua strada e… di colpo il luogo è cambiato. È come in un altro spazio, in un tempo antico. È in un porticciolo di mare, col molo, le casette dei pescatori, la spiaggetta, un ristorantino, panchine di legno. C’è un vecchio tram parcheggiato, come lasciato lì in esposizione, sembra essersi fermato lì anni prima, e non essersi più mosso da allora.

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C’è una fontanella, ma l’acqua non esce.

L’idillio finisce presto. Svanisce dietro muri di cemento, container, reti metalliche. Dafne continua a pedalare, entra nel porto da un cancello, esce da un’apertura della rete. Continua a pedalare su una pista ciclabile ancora in fase di realizzazione, che corre in mezzo a una strada asfaltata.

Poi ricomincia l’idillio.

Ora sembra di colpo proiettata nel futuro. Ci sono dei lunghissimi moli che penetrano nel fiume. Più in là vede degli ombrelloni azzurri. Sembra una spiaggia. Si avvicina. Non lo è. Realizza che gli ombrelloni sono incastrati in tavoli di legno, corredati da panchine. Le panchine sono rivolte verso un immenso campo di calcio, che, come un molo lunghissimo, penetra anch’esso nel fiume. Di fronte, sull’altra riva, ci sono i grattacieli, che sembrano così vicini, come se il campo ne fosse circondato.

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Dafne fa il giro del campo e si accorge che in realtà i campi sono due, su uno stesso terreno e che si stanno giocando due partite diverse nello stesso momento.

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Nell’acqua ci sono postazioni per la pesca. Blocchi di cemento galleggianti. E, appeso sopra un enorme lavandino, un cartello dice che lì si può lavare il pesce pescato. Dafne si chiede seriamente chi mangi il pesce di Manhattan.

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Ma il suo pensiero si rivolge a qualcos’altro.

Sulla sinistra, di fronte a lei, c’è la statua della libertà. È in mezzo all’acqua, su un’isoletta, di cui per la prima volta ha percezione. Altre volte l’aveva vista come se fosse su una protuberanza della riva.

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Aveva sempre pensato che il colosso di Rodi avesse una vaga somiglianza con la statua della Libertà. Per questo era convinta che non fosse mai esistito e che fosse solo un’invenzione per attrarre i turisti. Peraltro non c’erano prove della sua esistenza. Ma non divaghiamo.

La statua della libertà le fa pensare alla Tour Eiffel di Parigi. L’aveva vista da ogni angolo di Parigi e da tutte le prospettive prima di arrivare ai suoi piedi. In fondo una cosa in comune i due monumenti ce l’hanno, lo stesso architetto, e probabilmente, sono state costruite con lo stesso scopo.

Un’altra analogia che New York ha con Parigi è la struttura delle strade. Come la città francese ha le sue lunghe e larghe boulevard, così New York ha le grandi Avenue che attraversano la città da Nord a Sud e incrociano perfettamente con le altrettanto lunghe, ma più ristrette Street che hanno un andamento est-ovest, in sostanza la città ha una struttura a griglia. A parte un unico e solo palazzo, ogni casa o edificio che cozzava con questa struttura perfetta, è stato abbattuto. Lo scopo è uno solo: disgregare, disperdere, distruggere ogni forma di comunità. Per questo, come si diceva prima, è un paradiso per i ciclisti, ed è una città in cui non ci si perde, ma è un posto che probabilmente ha perso qualcosa di importante nel tempo..

Persa in questi pensieri, Dafne va avanti e, sempre con lo sfondo dei palazzi, vede davanti a sé il ponte di Brooklyn.

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New York non ha più di duecento anni. Eppure si può dire che sia una città antica. Tutto quello che la fa andare avanti, è rimasto più o meno come era all’inizio del Novecento e ne costituisce l’attrazione principale. I ponti, i treni, perfino le montagne russe di Coney Island, costruite in legno e ancora funzionanti. Così i primi grattacieli costruiti sono estremamente diversi da quelli in vetro più recenti.

Anche il ponte di Brooklyn da questa impressione. Le torri in cemento, i tiranti d’acciaio.

Dafne si avvia lungo un marciapiedi su una strada contromano per trovare l’accesso al ponte. Sulla sua strada incontra dei stranissimi vegetali blu.

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Pensa di essersi sbagliata, ma le indicazioni la portano verso là. Deve attraversare la strada e raggiungere la pista ciclabile centrale, ma c’è una lunga fila di gard reil che non può superare. Al semaforo finalmente attraversa, quando vede due ciclisti che fanno la sua stessa strada.

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Sono le cinque del pomeriggio di una calda e soleggiata giornata invernale, come ce ne sono poche a New York, e il sole si appresta a tramontare, quando Dafne si ritrova sulla ristretta e affollatissima pedana in legno dove circolano pedoni in contemplazione di ogni nazionalità e ciclisti frettolosi che forse tornano a casa dal lavoro.

Il panorama sarebbe bellissimo se non ci fossero le auto sotto. La pedana cammina sopra il passaggio delle auto, e sotto il traffico è spaventoso. Lassù, invece, sospesi nel cielo, il sole regala i suoi ultimi raggi rosati, colorando i grattacieli, l’acqua, i tiranti.

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Dafne atterra sull’asfalto mezz’ora dopo, nei pressi del City Hall Park.

Trova una metro e vi sale per tornare a casa. Stavolta solleva la bici, e anche se con un piccolo aiuto, riesce con un po’ di difficoltà a farla passare dall’altra parte. Prende prima un treno, poi cambia per prendere l’N e tornare nei pressi di casa sua.

La passerella è troppo ristretta e una folla di gente che torna a casa dal lavoro, la riempie del tutto. Inutile che dal megafono partano continui avvisi di stare dietro la linea gialla. È praticamente impossibile.

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Dafne va avanti e indietro, e finalmente trova uno spazio libero.

E qui fa il suo primo incontro con un’aliena. Una ragazza che in mezzo a quella folla deve apparire davvero aliena, esattamente come Dafne. Sostiene una bicicletta con il manubrio perfettamente dritto, un po’ più piccola e forse un po’ più pratica di quella di Dafne. La ragazza è vestita sportiva, con i calzoncini corti, e ha i capelli annodati in minuscole treccine. Quando il treno arriva fa segno a Dafne di entrare insieme a lei e di mettere la bici parallela alla sua appoggiandola al palo. Pur con tutta la folla, riescono a ritagliarsi il loro spazio, e nessuno protesta, tranne una signora che, in maniera gentile, fa notare che è rimasta imprigionata tra le bici e ha bisogno di scendere alla fermata successiva. La ragazza la guarda con sguardo rassicurante e le promette che la farà scendere.

Quando il treno arriva nei pressi di Queensboro plaza, è come sospeso in aria, in mezzo ai grattacieli dei quali si vedono da vicino persino delle porte rosse di quelli che sembrano uffici. Sembra quasi che ci si possa entrare dentro. Dafne è sempre in contemplazione, la ragazza nota la sua sorpresa e le dice di guardare il tramonto che da qualche parte deve essere ancora in corso. In effetti da qualche parte il cielo è ancora rosa.

Dafne guarda la ragazza e le chiede “Fai questo tutti i giorni?”.

Lei annuisce e le dice, “Sono stanca.”

Scendono alla stessa fermata, la ragazza la saluta e sparisce. In mezzo alla folla che ogni giorno attraversa New York da Nord a Sud.

Roma nord-est sul lungo Aniene – 8/12/2018

Rapporto redatto da Dafne e Cobol Pongide.

Siamo nuovamente partiti dal Macro Asilo di Roma per ripercorrere in diurna la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Abbiamo originariamente scelto il Macro come punto di partenza per “esplorare” Roma nord-est perché molto interessati alla proposta contenutistica che questo spazio ha proposto sin da subito con l’insediamento della nuova direzione. Siamo interessati inoltre all’influenza (se mai ci sarà) che esso eserciterà sull’area metropolitana che lo comprende, tradizionalmente d’estrazione alto borghese.

Ripercorrere lo stesso tracciato (ampliandolo come vederemo) è invece l’occasione per coniugare la raccolta di due tipi diversi di input: 1) una percezione menosguardo-centrica” per quel che concerne l’attraversamento notturno atta a favorire l’acuirsi di altri sensi come l’udito e l’olfatto nella registrazione delle impressioni ambientali e 2) una percezione prosaicamente più cartografante che emerge invece con la vista e che ci consente di documentare fotograficamente il percorso e di riportarlo su una carta.
In questo rapporto cercheremo di coniugare i due assetti percettivi mescolandoli.

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Partenza da via Nizza alla ore 11.00 in direzione di viale Regina Margherita. E’ una rilassata mattina romana con poco traffico automobilistico.
Sabato di festa per chi crede, di mercati all’aperto, di ciclisti da weekend un po’ scoraggiati dal gelido sole invernale e dalla pioggia. Giornata di manifestazioni di piazza dei tre mali del paese: Salvini, il Papa e l’albero di Natale di Piazza Venezia. Ma anche giorno di ufociclisti che si muovono lontani dalle trafficate strade del centro.

Per quel che concerne il Macro resta sospesa la domanda che ci eravamo già posti durante la ricognizione precedente ovvero se esso si stia configurando già come un tonal di quell’area, quindi se esso regga e consolidi una atmosfera già definita, oppure se in questo momento esso lavori come un totem d’incongruenza per minare e disfarsi di una atmosfera già consolidata da tempo.
La questione è “sottile” e forse al momento non ben delineabile. Per ora optiamo per la ragionevolezza della seconda opzione misurabile, da un punto di vista empirico, osservando, ad esempio, l’estrazione di alcuni di coloro che oggi fruiscono di questo spazio che, proprio come noi, in tanti anni ad esso non si erano mai approssimati. Sul fatto che  questo travaso della “periferia” verso il “centro” possa avere effetti duraturi se non permanenti nutriamo ben poche speranze; crediamo piuttosto che il Macro sia un simbionte delle scelte politiche di Giorgio de Finis e che con la conclusione del suo mandato esso potrà velocemente assumere nuove cangianti identità. Ma non potrebbe essere altrimenti, dato che una istituzione museale come questa è una scatola vuota riempita dalle visioni di chi l’anima. Ciò non toglie che l’interrogativo sulla natura contestuale del Macro nel sostenere o disgregare un’atmosfera rimanga circostanzialmente valida e per noi di gran interesse. Al più nel giro di pochi anni assisteremo, come in condizioni di laboratorio, ad un rapido susseguirsi di ruoli e funzioni che in circostanze meno sperimentali richiederebbero tempi più lunghi di gestazione.
Ed qui il punto: partigianamente a noi il Macro sta, in questo momento, molto simpatico e la tentazione di definirlo un tonal è davvero forte (lo abbiamo fatto ad esempio nella prima mappa della ricognizione in cui abbiamo lasciato aperta l’opzione tonal/totem). Questo perché come abbiamo spiegato nell’atlante ufociclistico si tende spontaneamente a guardare  all’azione aggregante come qualcosa di positivo mentre a quella disgregante come ad un fatto negativo. Ma anche volendo faziosamente posizionarsi sull’asse bene vs male (cosa che rifuggiamo) è facile comprendere come anche la funzione disgregante del totem d’incongruenza possa assumere, a seconda delle circostanze, un valore, o segno, alternato. La funzione disgregante della Porta Alchemica di piazza Vittorio o la concentrazione della Critical Mass ogni ultimo venerdì del mese sempre a piazza Vittorio, ad esempio, hanno per noi connotazioni di gran lunga più positive e assolutamente non commensurabili rispetto a quelle dell’attuale centro aggregatore retto dalla sede di CasaPuond.
E che macerie siano quindi!

La funzione di totem d’incongruenza ci viene confermata anche da un’altra evidenza: a pochi metri dall’ingresso principale del Macro rileviamo una cuspide in formazione (foto che segue).

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Neo-cuspide di via Nizza a pochi metri dal Macro.

Pur non esistendo ragioni necessariamente causali, negli anni di ricognizioni ci siamo accorti che le cuspidi tendono a concentrarsi (anche se non solo) nei dintorni dei totem d’incongruenza. Le cuspidi come retroaggregatori, depositi sedimentari, stratificazioni, si alimentano probabilmente dei detriti prodotti dai totem nel loro lavoro di smembramento il che, però almeno sul piano teorico, le rende spesso cuspidi temporanee, non necessariamente archeologiche (per approfondimenti si consulti l’atlante ufociclistico).
Come dato euristico ne abbiamo tratto una massima pragmatica: “cerca una neo-cuspide e probabilisticamente t’imbatterai in un totem d’incongruenza“.

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Consiliarmente in riferimento alla tavola cromatica degli stati d’animo abbiamo associato all’UDA formatasi attorno al Macro il valore 12 (esadecimale di riferimento: c5912f) del cluster 9-12. Leggendo dall’atlante: “Amaro: ambiance inquieta, tremebonda“. Il valore è il limite superiore del cluster quindi di questo particolarmente significativo. La sensazione tonale conferma ancora una volta l’ipotesi Macro = totem d’incongruenza collocandolo all’interno di uno spazio non più o non ancora solidamente sedimentato in cui un nuovo totem sta disgregando l’atmosfera che esisteva precedentemente.

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Dafne su viale Regina Margherita libera dal solito sovraffollamento automobilistico.

Procediamo per viale Regina Margherita quindi concedendosi addirittura il lusso di pedalare parallelamente per chiacchierare e scambiarsi impressioni sull’ambiente circostante. Dafne come sempre parla a bassa voce. All’altezza di piazza Buenos Aires giriamo a destra su via Tagliamento e subito, ancora a destra, su via Dora per un rapido passaggio nel quartiere Coppedè.
Dafne non ci era mai passata e come tutti coloro che c’accedono per la prima volta rimane incantata dalla sua composizione architettonica.
Non si tratta di un quartiere vero e proprio ma più propriamente di un quadrante composto da una piazza monumentale, piazza Mincio con la fontana delle rane, e un gruppo di palazzi che attorno alla piazza ruotano. Il quartiere Coppedè è piuttosto straniante per via degli stili architettonici che lo compongono e arredano.

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L’entrata del quartiere Coppedè col famoso lampadario ornamentale.

Spesso lo stile architettonico del Coppedè è definito liberty ma nella composizione delle facciate dei palazzi s’intravedono anche richiami al gotico ed elementi presi dalla classicità.

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Sempre nel quartiere Coppedè su un lato della piazza.

Ci accordiamo per il valore tonale 5 del cluster 5-8 (esadecimale di riferimento: 00663A). Leggiamo dall’atlante: “Basico: ambiance stabile, quieta, essenziale“. Il 5 rappresenta il limite inferiore del cluster e questo se ben s’accorda con la poca essenzialità architettonica (il quartiere Coppedè è esteticamente molto chiassoso) un po’ meno restituisce la sensazione di un’estrema stabilità del quadrante dotato di una sua fortissima e indiscutibile personalità. Forse il valore 8 non ci avrebbe del tutto soddisfatti per motivi inversi ma avrebbe consolidato l’attributo della stabilità che appare come una della caratteristiche emotive più forti dello spazio che stiamo percependo. Per il Coppedè non abbiamo un riferimento alla ricognizione notturna del 22/11/2018 dato che non ci eravamo passati. Ci manca quindi una collezione di sensazioni e atmosfere con cui ponderare quello che al momento percepiamo, onde sperare di spostarci verso un valore più vicino a quello atteso.

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Quartire Coppedè

Riprendiamo per via Tagliamento procedendo in direzione del quartiere Trieste anche noto come quartiere Africano per via della toponomastica.
Una bella vista da piazza Verbano che riassume visivamente tutto l’incedere di via Tagliamento (foto che segue) restituendoci un leggero scoramento per la monotonia:

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Giungiamo senza troppe sorprese a piazza Acilia lungo una sempre identica e poco significativa atmosfera che non ci prendiamo in carico di analizzare. A poche decine di metri da noi corre villa Ada una famosa ed estesa macchia di verde in questa parte di Roma. Dalla posizione in cui procediamo non è però visibile. Non è improbabile che villa Ada costituisca il tonal di questa zona ma non abbiamo per il momento modo d’approfondire.  Più realisticamente la villa assume in sé con ogni probabilità più di un ruolo divenendo in alcune sue parti, ad esempio, una scorciatoia ufociclistica o uno strappo tra diverse UDA.

Piazza Acilia spezza la monotonia della strada fin qui percorsa con una piattaforma girevole che mette un po’ disordine in questo tragitto. A sottolineare questo aspetto c’è un radicale cambio d’architettura della zona che da classica (lungo via Tagliamento) assume i connotati razionalisti delle linee moderniste e di quelle del ventennio fascista a Roma come è possibile vedere nella foto sotto.

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Piazza Acilia

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Palazzo d’architettura fascista

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Lo stile architettonico ci segue per tutta via Novella (le due foto successive) che abbiamo intrapreso girando a sinistra da piazza Acilia. Man mano che saliamo per questa strada il quartiere assume caratteristiche sempre più residenziali che rimangono più o meno tali fino a piazza Vescovio.
In mezzo a questi palazzi, incontriamo un’area verde che ci fa credere di essere in un ulteriore parco, forse la continuazione del Parco Nemorense o Villa Ada. In realtà si tratta di un’area militare. Si potrebbe definire uno psico-dissuasore, come elemento scoraggiante che ti invoglia a tornare sui tuoi passi. Ma non ci facciamo intimorire e proseguiamo.

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Intercettiamo anche un interessate inizio di sedimentazione, forse una cuspide in divenire (foto che segue):

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Siamo nel quartiere storicamente più a destra di Roma. A piazza Vescovio troviamo il monumento dedicato al fascista Francesco Cecchin (foto che segue) con l’incisione dei versi di Ernst Jünger : “L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore”.

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Piazza Vescovio è un’altra piattaforma girevole ancora più tentacolare rispetto a piazza Acilia ma dotata di minore momento angolare. Su questo si genera spesso molta confusione: la forza di una piattaforma girevole non è valutabile in base alla direttive di fuga che produce ma alla lunghezza del vettore e alla quantità di moto (che in generale è una variabile e dipende dalle affordance, gli inviti all’uso, della piattaforma stessa). In questo caso tanto vettore che affordance assumono valori molto contenuti sopratutto rispetto a piazza Acilia.
Potremo intendere il monumento al camerata Cecchin come psico-dissuasore. Tutta questa zona appare come un enorme psico-dissuasore ai nostri occhi, votato come è alla violenza fascista e a tutto ciò che essa comporta. Scritte in onore di fascisti morti sopratutto negli anni Settanta sono un po’ ovunque. Eppure ci tornano in mente le parole di quei due uomini incontrati nella ricognizione precedente che ci invitavano a tornare in zona a cancellare quelle scritte (si veda la ricognizione del 22/11/2018) e non possiamo non domandarci perché non siano loro a farlo.
Dopo poco arrivano dei nonni con i nipoti e i bambini si mettono a fare lo scivolo sul disonorevole monumento alla memoria.

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Un chiarissimo caso di affordance conflittuale (si veda l’atlante ufociclistico) in cui gli inviti all’uso vengono più o meno consapevolmente violati e reinterpretati (a volte sbeffeggiati). Ci vengono in mente le pagine de La struttura assente di Umberto Eco e della sua guerriglia semiologica a cui l’UfoCiclismo ha attinto in materia di simbolismo conflittuale e deturnamenti simbolici.
La “sacralità” simbolica di questo oggetto svanisce al cospetto di una delle sue utilità pratiche (ludiche in questo caso) destituendo il segno in favore della granitica impellenza all’uso.

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Piazza Vescovio

Lasciamo lo psico-dissuasore/giostra di piazza Vescovio per ritrovare, restando in tema, uno degli oggetti che nella precedente ricognizione ci aveva più incuriositi e resi inquieti. Poco vicino: in via Montebuono. E’ la vecchia sede di Forza Nuova ora trasformata in un fruttivendolo.
Qui incontrammo i due uomini precedentemente citati e qui la situazione si ribalta rispetto a piazza Vescovio. Quando chiedemmo loro il perché non fosse il quartiere a cancellare i simboli inneggianti al fascismo ci dissero che la zona è “tenuta sott’occhio” e che spingersi in una tale azione avrebbe prodotto delle ritorsioni. Qui lo psico-dissuasore è ancora forte è gioca un ruolo di controllo sociale tanto decisivo da assumere le caratteristiche di un attrattore nella tenuta timica di questo quadrante romano. Attorno ad esso continuano ad aggregarsi atmosfere, memorie, pratiche.
I ruoli di attrattore e di psico-dissuasore sono spesso mutevoli: un cancello socchiuso può per alcuni rappresentare un invito ad entrare mentre per altri un rischio da evitare. Si tratta di attributi spesso soggettivi che assumono una valenza definitiva solo se connessi al tonal o al totem d’incongruenza di cui sono espressione. La forza repressiva espressa da questa scritta (più in generale dai segni prepotentemente visibili nel quartiere Trieste), nonostante il radicale cambio d’uso dell’edificio che la ospita, funziona da psico-dissuasore ai nostri occhi comportandosi come un attrattore nel campo gravitazionale dello specifico tonal che rappresenta. Non abbiamo indagato ulteriormente per scoprire il tonal di questa unità d’ambiance che immaginiamo però coerente con la simbologia che osserviamo.

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La mappa che indica l’attrattore di via Montebuono

Con Dafne ci consultiamo e cerchiamo rapidamente di cogliere il perimetro dell’UDA appena scoperta. Ne diamo una descrizione di massima nella mappa che segue. Non è il compito che ci siamo dati quello di individuare i precisi contorni delle unità d’ambiance che incontriamo, ci interessa invece ricavarne delle impressioni tonali.

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Ci accordiamo per il colore 36 della tavola cromatica degli stati d’animo (esadecimale di riferimento: 869FB1) del cluster 33-38. Leggiamo dall’atlante ufociclistico: “Insipida: ambiance deprivata, traumatizzata“.
A questo punto non possiamo non soffermarci sulla impellente necessità di una excusatio non petita.
Il valore mediano 36 sembra rispecchiare più i nostri orientamenti esistenziali che non le nostre impressioni sensoriali, e di fatto non è detto che le due cose, almeno in certi casi, non coincidano. Tuttavia la scelta del colore viene metodologicamente effettuata prima della lettura degli attributi. Sul manuale ufociclistico la tavola cromatica degli stati d’animo e gli attributi per cluster di colore sono separati proprio per evitare tale sovrapposizione intenzionale. Ovviamente sussiste, a lunga andare, la possibilità che inconsciamente tonalità e attributi si associno automaticamente nella mente dell’ufociclista. La verifica a tre ricognitori (il numero perfetto per una ricognizione cartografante) dovrebbe prevenire questo inconveniente.
Vero è che la tavola cromatica degli stati d’animo (se correttamente utilizzata) è uno strumento molto potente e spesso euristicamente molto indicativo. Da che mondo è mondo per gli esseri umani l’associazione tra colori e stati d’animo è parsa assolutamente naturale anche se nessuno strumento tradizionalmente scientifico può spiegare il nesso di causa-effetto.
Lo strumento nacque qualche anno fa proprio dall’esigenza di dare un senso oggettivo all’esperienza. Restano semmai aperte le questioni della sua perfettibilità, sia nel campo degli attributi che in quello della ulteriore segmentazione dei colori.
Ancora più importante resta in discussione il senso di quell’oggettività che esso vorrebbe esprimere. Si tratta di connotazioni che l’osservatore proietta verso l’ambiente o viceversa di attributi che l’ambiente trasmette all’osservatore? La questione è aperta… ma a ben vedere lo è da secoli nella contrapposizione tra immanentisti e trascendentalisti e in maniera più o meno radicale essa attraversa tutti gli istituti conoscitivi umani.
Come ufociclisti crediamo si tratti di una falsa opposizione dato che sarebbe impossibile per chiunque osservasse dall’esterno (un alieno ad esempio) distinguere l’osservato dall’osservatore. Ma tenteremo di tornare più approfonditamente sulla questione in altra sede.
Ci soddisfa la percezione tonale nel cluster 33-38. Anche l’attraversamento notturno, l’incontro con i due testimoni a cui avevamo elevato la fantamulta, ci riporta a quelle specifiche sensazioni: un’UDA fortemente traumatizzata, retta dai vessilli fascisti dei “martiri” Francesco Cecchin e l’onnipresente Paolo Di Nella. Un’UDA che si coagula, è proprio il caso di dire, attorno al sangue versato e ai corpi straziati non può che esprimere atmosfere traumatizzate, pavide e emozionalmente prosciugate: deprivate.
Questo è evidentemente il mondo a cui i fascisti aspirano.

Ci allontaniamo per immetterci su viale Somalia in direzione di via Salaria. Ora villa Ada è alle nostre spalle. Ci inseriamo sulla Salaria intravedendo quel groviglio di sopraelevazioni e di vettori che è un tipico tratto di quella zona. La città fatta di abitazioni e persone sembra terminare d’improvviso per fare spazio al “mondo delle automobili” in cui l’accelerazione la fa da padrone e ti sovrasta sensorialmente da ogni direzione del visibile. Ci restiamo poco fortunatamente. Questa parte della Salaria non è pensata per pedoni e biciclette ma solo ed esclusivamente per sfreccianti automobili: per esseri umani abitacolati. Un estremo esempio di varietà dimensionale del tipo 2.
La lasciamo immediatamente, dicevamo, poiché qui inizia una varietà dimensionale di tipo 1, una ciclabile (visibile nelle due foto che seguono la successiva mappa).

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La varietà dimensionale del tipo 2 è l’intreccio tra la tangenziale di Roma e via Salaria. Il tipo 1 è invece la ciclabile che ci apprestiamo a percorrere.

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Incrociamo via Catalani su cui inizia a emergere una vegetazione un po’ diversa da quella finora incontrata (foto seguente). Le abitazioni si rarefanno. Sulla sinistra c’è Dafne su un lato della ciclabile che osserva una sedia in plastica bianca in una posizione che sarebbe difficile descrivere.

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Attraversiamo il sottopasso della circonvallazione Salaria (quello visibile in foto) e attraverso una scorciatoia arriviamo in via del Prato della Signora.
La sera della ricognizione notturna (leggi qui) ci avevamo incontrato due giovani in atteggiamento infrattologico (per un più corretto senso del concetto di infrattologia si guardi l’opera dell’Associazione Psicogeografica Romana).

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La scorciatoia per del Prato della Signora.

Giungiamo al tratto di ciclabile lungo Aniene sbarrato da cancello che lo preserva ciclopedonalmente. Sulla nostra sinistra s’intravede via Salaria (foto che segue).

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Entriamo e ci accoglie questa desolata panchina pericolosamente posta in prossimità del pendio che s’affaccia sull’Aniene (foto che segue).

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Con lei, un desolato e malconcio palo della luce (foto che segue). Nessuno degli impianti d’illuminazione presenti funziona. Lo avevamo verificato la sera della ricognizione notturna e per noi va anche bene così dato che l’inquinamento elettromagnetico ci impedirebbe altrimenti di scrutare il cielo in cerca di segnali alieni. Forse per altri ciclisti e avventori del percorso va invece meno bene.

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Ci addentriamo incrociando qua e là ciclisti più o meno tecnicamente attrezzati: chi impegnato nella rilassante passeggiata della domenica e chi invece in estenuanti allenamenti.

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Giungiamo al ponte ferroviario su uno slargo che qualcuno sta trasformando in qualcosa che al momento non ci è chiaro. E’ probabile si tratti di uno spazio dedicato a Ugo Forno il bambino antifascista in cui ci eravamo già imbattuti durante la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Avevamo eletto questo spiazzo a luogo per il picnic di benvenuto per gli alieni che anche quella volta non erano atterrati. Senza badare al fatto che potesse trattarsi o meno di un’UDA contattistica ci era parso il luogo più adatto ad una pausa ludico-riflessiva. In effetti il continuo sopraggiungere di treni rende quello spazio un po’ troppo rumoroso e frenetico. Tuttavia l’incontro con Ugo Forno è stato illuminante e a tutti gli effetti s’è trattata di una interessantissima scoperta e di un proficuo IR3 (incontro ravvicinato del terzo tipo) con un essere umano particolarmente interessante.
Attorno a noi un murale e una targa ricordano il giovane Forno.

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Il murale dedicato a Ugo Forno.

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Costeggiamo la struttura del ponte ferroviario che scopriamo essere stato realizzato dalla Fioroni s.p.a. nel 1988… vabbè…

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E giungiamo fino a questo curioso antro dall’aspetto ciclopicico che è il preludio a un sottopasso non illuminato.
Ragioniamo sul fatto che il possente muro che si staglia sopra di noi possa essere abitato da centinaia di migliaia di esseri viventi, dalle dimensioni più varie, dagli scorpioni alle lucertole, alle miriadi di insetti, oltre alle innumerevoli piante che possono mettere radici tra le crepe e le fenditure. Si potrebbe parlare insomma di un interessante esempio di ecosistema creato, anche involontariamente, dall’uomo e questo ci da ragione di credere che l’essere umano non sia nato solo per distruggere tutto quello che ha intorno.

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Siamo perplessi sul fatto che possa trattarsi di una scorciatoia. In effetti non esiste altro passaggio che congiunga quest’area segata dalla ferrovia. Non si tratta quindi tanto di una via ciclopedonale alternativa, quanto piuttosto dell’unico passaggio che permette a due punti di connettersi.

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La funzione separatore

Sospendiamo il giudizio e rileviamo invece la sua funzione di separatore, una sorta di messa in scena che emula l’esistenza di due unità d’ambiance distinte quando invece si tratta della stessa. I separatori spesso inducono in inganno l’ufociclista intento a rilevare le unità d’ambiance che prende fischi per fiaschi e inizia a vederci doppio.
Dall’altra parte del sottopasso, infatti, troviamo la stessa identica atmosfera (foto che segue). Sulla nostra sinistra scorre silenzioso l’Aniene. Se non lo sapessimo e fossimo troppo distratti a scrutare il cielo neanche ce ne accorgeremmo.

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Dopo pochi metri incrociamo una struttura in disfacimento (foto che segue). L’atmosfera che questa ciclabile emana in questo momento è molto diversa da quella che percepimmo durante la ricognizione notturna precedente. Il buio e la nebbia ci avevano restituito l’impressione di uno spazio decisamente più impervio, quasi occluso da una più energica e avvolgente natura. Ci ricordiamo inoltre che la sera della ricognizione lo scorrere dell’Aniene era percepibile e ciò delimitava e limitava ulteriormente lo spazio circostante. L’atmosfera che respiriamo visivamente ora è invece molto diversa. Permane invece quella straniante sensazione di trovarsi ormai fuori dal contesto cittadino fortemente urbanizzato in chi, ovviamente, non frequenta troppo spesso questa ciclabile. Ma si tratta solo di un’impressione perché dalla vista aerea è possibile comprendere come questa striscia di terra preservata attorno all’Aniene sia invece funzionalmente incapsulata nella città. In un certo modo, come è ovvio che sia, questo aspetto viene completamente a dissolversi la notte mentre nelle ore diurne qua e là fanno capolino le cime degli edifici più alti che ci rammentano dove stiamo pedalando.

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D’improvviso la vegetazione si fa più folta (foto che segue) fino a circondarci. Si tratta di un bellissimo canneto che probabilmente la notte precedente ci aveva fortemente condizionati percettivamente. E’ piuttosto lungo e Cobol decide di documentarlo con un video nel tentativo di rendergli giustizia.

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La qualità del video è inqualificabile (quello che segue): tutto completamente sfocato… ma il tunnel del canneto rende perfettamente l’idea e la sensazione della varietà dimensionale del tipo 1 che di notte è ulteriormente amplificata.
Le varietà del tipo 1 sono fortemente irrigimentate. Nel loro diversificarsi possono essere pensate (in modo inversamente proporzionale alla numerazione) come un “dover-fare” foucaultiano. Il tipo 1 è quindi la dimensione più intransigente, quella in cui l’aspetto atmosferico, l’ambiance, schiaccia gli elementi spaziali riducendo drammaticamente la libertà dai vincoli. Spesso in una varietà del tipo 1 risulta complesso tornare sui propri passi, riconsiderare una decisione, prendere in considerazione alternative. In questo esse offrono una certa “schiettezza” sullo stato delle cose in coloro che le affrontano consapevolmente.
Il tunnel di canne è anche una meravigliosa “camera atmosferica” (alcuni ufociclisti lo definiscono: ponte ologrammi o camera d’aria), un ambiente che genera miraggi sensoriali vividi e in cui le atmosfere si presentano con una concretezza oggettiva che lascia sbalorditi. In questi luoghi è possibile sperimentare shock emotivi controllati, proprio come consigliavano i situazionisti, cambi improvvisi d’ambiance e momenti psicotici che ci disallineino da una condizione d’alienazione permanente. Consigliamo di percorrerla di notte per ottenere un effetto più lacerante.

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Un dettaglio del canneto con lo specchio d’acqua dell’Aniene inquinato.

Ci avviciniamo al sottopasso del ponte delle Valli. Nelle prossime tre foto non accade nulla ma servono per mostrare come muta l’ambiente circostante.
Per discrezione non ci avventuriamo lungo le miriadi di stradine che si aprono sul lato dell’Aniene onde non creare situazioni scomode nella già scomoda esistenza di tutti coloro che vi dimorano.

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Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli

Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli (foto sopra), lungo un grande murale, attira la nostra attenzione questa icona della Madonna Nera (foto che segue). E’ stata appesa intenzionalmente: unica disposizione non casuale tra molti cumuli d’oggetti che si trovano lì accidentalmente. Attorno traccie d’insediamenti abitativi sempre sul lato del lungo Aniene.

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Sempre sotto il cavalcavia in un accesso al fiume troviamo una cuspide ben sedimentata (foto che segue). Ci sono molti oggetti di scarto che tendono rovinosamente a crollare verso le acque sottostanti.

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In mezzo al cumulo curiosamente anche delle lenti di prova da oculisti. Recuperiamo quelle rimaste intatte e le portiamo via con noi.

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Giungiamo alla fine di un primo tratto di questa ciclabile su via dei Campi Flegrei. E’ la strada che ci immette direttamente su via Nomentana.
Nella ricognizione notturna del 22/11/2018 ci eravamo fermati qui per poi tornare indietro verso Porta Pia in direzione del centro.
Questa volta proseguiamo per il ponte Nomentano (foto che segue) un antico transito d’epoca romana.

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Prima di attraversarlo ci sporgiamo. La prima cosa che ci si para innanzi è la consueta scena di O-bike vandalisticamente gettate nel fiume. Ce ne sono due.
Ci eravamo già domandati qui il senso più generale di questo tipo di comportamento riservato al servizio di bike-sharing.

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Attraversato il ponte (foto che segue) ci troviamo nella zona di Sacco Pastore in un panorama completamente autunnale.

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Troviamo l’accesso (foto che segue) al Parco dell’Aniene dove potremo riprendere a seguire il fiume fino a via Tiburtina nella zona est/sud-est di Roma.

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Da questo momento in poi non ci aspettiamo di trovare oggetti cartograficamente rilevanti lungo il nostro percorso. Ci godremo il panorama e il sole ora caldo. Le ambiance “naturalistiche” offrono molti meno appigli interpretativi delle zone fortemente urbanizzate: antropizzate.
Il parco dell’Aniene può esser considerato come un lungo strappo che unisce una generica ambiance Nomentana ad un’altrettanto generica ambiance Tiburtina. Su quest’ultima abbiamo compiuto un lavoro molto più dettagliato di mappatura che è possibile seguire nei rapporti precedenti.

La notte prima è piovuto e le biciclette si riempiono di fango attraversando le numerose pozze che incontriamo strada facendo. Prudentemente infatti non incrociamo praticamente nessun ciclista dato che a quest’ultimi è bene noto il grado di possibile impantanamento a cui si può arrivare.
Nelle due foto che seguono due sguardi al panorama offerto dal parco.

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Dalla parte opposta dell’Aniene (foto sopra) s’intravede un insediamento abitativo come tanti incontrati durante questa ricognizione. Qui la nostra attenzione è catturata dall’incresparsi del fiume che per quasi tutto il tragitto da noi compiuto ha proceduto silenziosamente.
Ci accorgiamo solo adesso della direzione dell’acqua. Essa scorre nel verso che non ci aspettavamo. La bussola conferma: direzione est fino a congiungersi col Tevere.

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Tutto il sentiero che costeggia l’Aniene è segnato da un percorso il cui centro è evidentemente ripulito dal ripetuto passaggio delle biciclette. In alcuni punti più avanti verso via Tiburtina si forma una sorta di stretta corsia in mezzo al prato (un binario) in cui per le biciclette può diventare anche difficoltoso muoversi evitando di sbandare.

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Dafne, con la sua bici ibrida con stretti pneumatici, perplessa sul modo d’infangarsi ragionevolmente il meno possibile guadando il pantano.

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La cartellonistica ci avvisa che lungo quel sentiero dalla Nomentana alla Tiburtina sono esattamente sei chilometri e cento metri. Ponte Mammolo è il nome della zona della Tiburtina in cui sbuca il sentiero ciclabile che stiamo pedalando.

Ci rimettiamo in moto.
Dopo qualche metro a Cobol si stacca d’improvviso la ruota anteriore.  Le sue parole ancora a caldo, ancora a terra: “meglio qui che sull’asfalto“. Vai a capire come è andata. Sta di fatto che è sempre meglio verificare con una certa periodicità lo stato dello sgancio rapido delle ruote. La rovinosa caduta sul cerchione lo rimodella nel modo che è possibile vedere nel filmato.

Neanche troppo male. La bici con molte cautele, è ancora utilizzabile.
Poche escoriazioni. Procediamo quindi prudentemente con un movimento ondulatorio che a tratti ci procura qualche risata.
La ricognizione finisce un po’ bruscamente qui.
Tutta l’attenzione rivolta verso l’ambiente che ci circonda finisce per essere catalizzata dalle difficoltà di procedere con la ruota in quello stato.
Veniamo anche bloccati da un gregge di pecore con a capo una pecora di vedetta particolarmente loquace, ma nessuno dei due ha la prontezza d’immortalare un fatto tanto raro a Roma. Ci domandiamo anzi in quali circostanze un gregge di pecore possa sentirsi minacciato e caricare. C’è grande confusione sul mondo animale in questo momento.

Raggiungiamo la fine del parco dell’Aniene su via Furio Cicogna e scavallata la Tiburtina giù per la Palmiro Togliatti ci dirigiamo verso casa: Roma est.
In enorme ritardo sulla tabella di marcia si torna nel quadrante a noi più familiare in cerca di un cerchione per la sostituzione. Domani la bici deve essere già perfettamente funzionante.

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L’entrata ciclopedonale al parco dell’Aniene da via Cicogma

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Le biciclette col loro carico di fango.

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La mappa ufociclistica della ricognizione. Qui per vederla ingrandita

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La mappa interattiva del percorso. Qui per vederla ingrandita.

 

XIII ricognizione UfoCiclistica – 22-11-2018 Arrivederci Leonidi

22 novembre 2018 giovedì
Addio alle Leonidi posticipato di tre giorni
Report redatto da: Lorena e Dafne.

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Guarda la mappa più dettagliata

La partenza per la deriva disordinante di stasera è insolita: non più piazza San Giovanni, ma il MACRO Asilo di via Nizza a Roma, il debunking degli ufociclisti.
Si parte dal tetto dopo aver fatto un giro all’interno tra gli atelier d’artisti e mostre in corso. Nikky con altri due ufociclisti si sono gettati in un corridoio sollevato riempito di grandi sfere rosse, l’opera di Elena Panarella Vimercati Sanseverino.

Si dibatte fin dall’inizio perché per alcuni il Macro costituisce, ufociclisticamente parlando, un totem d’incongruenza: un luogo che ha subito una trasformazione, per un cambio di gestione, e che spicca in un quartiere residenziale di palazzi signorili, che disgrega l’ambiente intorno e disomogenizza (si veda anche atlante ufociclistico). Per altri, invece, esso è un elemento attrattore, omogeneo col paesaggio intorno, oltre che centro aggregatore e costituisce perciò un tonal (si veda sempre atlante ufociclistico per le definizioni).

La questione resta irrisolta, per i primi comunque, resta il fatto che il Macro potrebbe col tempo diventare un tonal, in quanto non è ancora abbastanza vissuto da essere chiamato tale, e anzi questo è ciò che in generale ci si augura.
Per una serie di congiunzioni astrali, sovrapposizioni di messaggi di gruppo, semafori rossi, e interferenza di psico-dissuasori, l’ufociclista Dafne arriva in ritardo e questo fa ritardare la partenza del gruppo.
Ma appena arriva viene accolta da una cappa d’incenso che brucia sulla bicicletta dell’ufociclista D., e questo la riconcilia col gruppo, così ora si può finalmente partire.

I nostri eroi imboccano viale Regina Margherita, in direzione del Ponte delle Valli come è visibile nella mappa.
Arrivati nei pressi del Quartiere Africano, in prossimità del Parco Nemorense, l’ufociclista Lorena, notando i nomi delle vie, si chiede se esista qualche corrispondenza geografica tra la loro disposizione nel quartiere e i luoghi reali.
E’ una domanda interessante ma a
nche questa questione rimane irrisolta per il momento: sarà oggetto di approfondimento futuro tra gli ufociclisti.

L’ufociclista Cobol inizia a elargire fantamulte ad auto parcheggiate in doppia fila e sul marciapiede.

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Chiariamo: “nell’elevare le fantamulte (inventate da Edoardo) alle automobili non ci sostituiamo al pizzardone astratto (il vigile che vigila) ma c’intromettiamo nello spettacolino surreal-masochista del perseguitato e del perseguitatore che nel rincorrersi e nello sfuggire mantengono in vita gli equilibri della città ostile e alienata”.

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Cobol eleva una fantamulta direttamente a due donne che hanno lasciato l’auto in mezzo alla strada e loro lo minacciano dicendogli che sono fatine, ma evidentemente non hanno la bacchetta magica per rimpicciolire la macchina e non farle prendere così spazio, e soprattutto non sospettano che tra gli ufociclisti si aggiri una strega sotto mentite spoglie.

Arrivano davanti a una storica sede di Forza Nuova. Qui, un’inconfondibile scritta, con tanto di croce celtica per togliere ogni dubbio e ambiguità, troneggia sopra un immenso alimentari/fruttivendolo bengalese. È questo un caso di elemento che genera disordine ambientale e ambiguità, in cui compaiono abbinamenti inattesi, e confonde lo sguardo, che viene definito dall’atlante ufociclista cuspide o retroaggregatore.

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Davanti a questo astratto negozio gli ufociclisti incontrano coraggiosi antifascisti del quartiere più fascista di Roma, che chiedono loro una mano per cancellare quell’inquietante scritta. Gli ufociclisti si limitano a lasciargli una fantamulta per parcheggio in divieto di sosta (o di fermata, qui c’è una diatriba con i due che contestano il tipo di infrazione), ma prendono anche in considerazione l’ipotesi di tornare e mettere insieme un esercito di antifascisti in quelle zone ampiamente fuori dall’aura protettiva del quadrante orientale.

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A un parcheggio, dove nessun auto ha commesso infrazione e dove non c’è nemmeno un briciolo di immondizia per strada, i nostri eroi si rifocillano a base di non meglio identificate noci energizzanti probabilmente africane, e sono raggiunti da un nuovo membro, una ufociclista esperta in atmosfere di montagna e alieni.

A questo punto si pedala per tornare indietro per un pezzo di salita fino a raggiungere la ciclabile Aniene. Qui le luci della città svaniscono e bisogna fare i conti col buio. Ognuno lo affronta a modo suo. D. preferisce la luce rossa a quella bianca, troppo luminosa per lui. Dafne invece, vorrebbe quantomeno evitare di trovarsi a scendere senza controllo lungo un’invisibile larga curva (come è già avvenuto in passato) e poi il buio la affascina, ma la impaurisce anche (si vedano report di ricognizioni precedenti).
La ciclabile Aniene è uno strappo che è anche Varietà dimensionale del tipo 1.

Addentrandosi nel folto dei cespugli arrivano al ponte di ferro.
Su di esso passa l’alta velocità che va a Firenze, e, secondo l’atlante ufociclista, esso costituisce una discontinuità del territorio, agendo da separatore, in quanto taglia in due una (o due) UDA senza assumerne le caratteristiche. Ma esso ha anche un’importanza storica.
L’ufociclista Lorena racconta la storia di Ugo Forno, un bambino di 12 anni ucciso, nel tentativo di difendere il ponte che i nazisti volevano distruggere per fermare l’avanzata degli alleati. Tutto ciò avvenne il giorno prima della liberazione di Roma e solo in anni recenti, lo stato si è ricordato di questo bambino, conferendogli una medaglia e definendolo eroe nazionale.

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Al ponte di ferro i nostri eroi sistemano le biciclette in modo da illuminare l’ambiente con le lucette e preparano quello che si rivela il banchetto più ricco della storia (loculliano) dell’ufociclismo dai tempi di Ivano Mertz.
Vengono fuori doti culinarie inaspettate.

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A pancia piena si ragiona meglio, perciò sorgono spontanee discussioni sugli argomenti più vari, dalla natura degli alieni, alla possibile evoluzione del calamaro da incroci genetici di extraterrestri*, a Mauro Biglino**.
Finora, un’ipotesi accreditata è quella che gli alieni siano piante carnivore capaci di movimento animale. Difficile capire perciò se con l’alimentazione vegana stai mangiando uno di loro (citazione di Philip Dick).
Il treno che passa ogni dieci minuti accompagna le loro animate discussioni.

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Dopo il banchetto, gli ufociclisti continuano il loro percorso. Lorena e Dafne si attardano a fotografare il murale dedicato a Ugo Forno e si concedono un minuto per ripensare alla sua storia. Poi si buttano all’inseguimento degli altri attraverso un fitto canneto sulle sponde dell’Aniene che irrora una fitta nebbia. Passano attraverso una galleria e riemergono in prossimità della strada asfaltata, che costeggia il fiume.
Qui, complici l’umidità, il freddo, l’ora tarda, la stanchezza e un ufociclista che deve assolutamente tornare a casa, decidono di terminare la ricognizione, non senza una puntata a San Lorenzo, quartiere molto caro agli ufociclisti.
Proseguono perciò sulla via Nomentana in lenta risalita, senza badare ai semafori e alle auto rallentate che in alcuni casi nemmeno si prendono il disturbo di suonare il clacson e semplicemente alla prima occasione deviano nella corsia centrale (cosa abbastanza rara per un automobilista che si ritrovi ciclisti sulla sua strada), finché a Porta Pia, il gruppo si separa. Alcuni tornano a casa, mentre Dafne, Lorena, Cobol e Nikky, proseguono verso San Lorenzo.

Legate le bici in piazza, si inoltrano nei meandri della libreria Giufà, dove tra libri insoliti e bicchieri di birra, incontrano Giovan Bartolo Botta noto attore/poeta della scena romana, col quale continuano le discussioni sull’evoluzione, arrivando a discutere il limite tra la vita e la morte… ma questa è un’altra storia.

Presto indiremo la ricognizione diurna per una più completa mappatura della zona esplorata. Seguite sul gruppo fb.

Consigli

Letture:
Lsd. Carteggio 1947-1997Junger e Hoffman – Editore Giometti & Antonello.

Canzoni:
Ponte SalarioFlavio Giurato.

* Cause of Cambrian explosion – Terrestrial or cosmic? – gruppo di scienziati guidati da Edward J. Steel, del Centro dell’astrobiologia dell’Università di Ruhuanera, Sri Lanka

** Mauro Biglino è un traduttore di ebraico biblico, noto per una sua rilettura della Bibbia: egli afferma che leggendo la Bibbia alla lettera, viene fuori che essa non parli affatto di Dio, ma di forme di vita di natura extraterrestre, chiamate appunto Elohim.

Presentazione dell’atlante Ufociclista a Radio Città Aperta

Il 24 ottobre abbiamo presentato l’atlante UfoCiclista a Radio Città Aperta nella trasmissione Mercoledì Morning di Gianluca Polverari.
Il podcast è ascoltabile qui oppure qui.

Con noi anche Andro Malis curatore del libro DeCore. Il marziano è vivo e lotta insieme a noi.

In studio con Gianluca Polverari:
Andro Malis e Cobol Pongide.

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La locandina realizzata da Andro Malis

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Cobol Pongide e Andro Malis negli studi di RCA

 

Presentazione dell’atlante ufociclista al MACRO di Roma

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Panoramica della presentazione al MACRO. Qui per l’immagine ingrandita

L’atlante ufociclista edito da Nerosubianco è un viatico all’utilizzo della bicicletta come vettore di ridefinizione del territorio antropico, cioè di quello spazio fortemente caratterizzato dalla presenza umana e dai suoi artefatti urbani mobili e immobili.
Per chi all’atlante si avvicina, vale la raccomandazione circa l’esistenza di un inscindibile rapporto d’interdipendenza tra quello e il blog ufociclista che state leggendo, ovvero tra strumenti teorici (anche se ampiamente illustrati) e loro applicazione pratica: nel blog infatti i concetti e le metodologie utilizzate nel libro trovano un più ampio spazio d’esplicitazione, di riflessione e una naturale progressione ed evoluzione.

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Spostando l’attenzione dalla priorità come mezzo di trasporto (che comunque resta centrale nel ciclismo urbano) l’UfoCiclismo si pone l’obbiettivo primario d’utilizzo della bicicletta come mezzo esplorativo atto a sovrascrivere le mappe esistenti: quelle che proscrivono, instradano, perimetrano, disciplinano, addomesticano, al cosiddetto abitacolamento del corpo e all’inquadramento sensoriale del territorio entro un frame orientato (sulla non neutralità delle mappe si veda, tra l’altro, Carte, sapere e potere saggio on line di John Brian Harley).
Corpi chiusi in lamiere, resi alieni allo spazio circostante e all’interazione con gli altri esseri viventi. Emotività deprivate di empatia sociale chiuse in scatole (luoghi di lavoro) che utilizzano abitacoli (automobili, mezzi pubblici, sfreccianti ciclomotori) per spostarsi in altre scatole (le abitazioni private). La città abitacolata diviene un insieme statico di vettori che blinda qualsiasi tipo di sensorialità alternativa, anche semplicemente sociale, che non sia quella individuale e strumentalmente orientata. Un’inversione di questa condizione ha inizio, secondo noi, dal piano simbolico e narrativo degli spazi vissuti, in cui la griglia interpretativa modellata sulla circolazione, sui quartieri, le proprietà private, cede il posto a mappe multisensoriali.
A differenza di altri approcci multiensoriali, limitatamente impressionistici, l’UfoCiclismo adotta una metodologia fisicalista con strumenti, per quanto possibile, replicabili e verificabili. Da questa scelta deriva il suo armamentario concettuale: la sua cassetta degli attrezzi.

Compito ultimo dell’UfoCiclismo è quello d’identificare spazi contattistici (UDA contattistiche), ovvero luoghi che per propria natura morfologica o per intervento risimbolizzante (spesso ad opera di organizzazioni di base come centri sociali, comitati di quartiere, ciclofficine e alla cartografia alternativa) appaiono i più adatti, e quindi in questo senso dei prototipi, per ristabilire un contatto con l’ambiente circostante e con le alterità: siano esse provenienti da questo pianeta che da altri.

Abbiamo chiesto a cinque ospiti di ragionare su questi temi e quindi sull’atlante:

Alberto Abruzzese (sociologo, scrittore e saggista);
Francesco Rosetti (giornalista);
Giorgio de Finis
(antropologo, direttore MACRO, curatore MAAM).

Gli interventi:
introduzione di Cobol Pongide;
introduzione di Daniele Vazquez;
intervento di Francesco Rosetti con intervento di Daniele Vazquez;
intervento di Alberto Abruzzese con risposta di Cobol Pongide;
intervento di Giorgio de Finis;
secondo intervento di Cobol Pongide;
secondo intervento di Daniele Vazquez;
secondo intervento di Alberto Abruzzese;
lancio del convegno MBM4 di Cobol Pongide (MBM4).

La registrazione integrale della presentazione.

Ospiti non pervenuti:

Fabio Benincasa (docente, saggista e giornalista);
Ivano Merz (attivista fondatore del movimento dell’Ufologia Radicale).

La presentazione si è tenuta il 16/10/2018 al MACRO nella Sala Lettura – alle ore 18.00.

La pagina dell’evento sul sito del MACRO.

Mars Beyond Mars – Edizione IV – Roma: Macro

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Le passate edizioni del convegno Mars Beyond Mars (MBM) hanno cercato di rispondere alla domanda: viviamo i prodromi della terza era spaziale?
Dagli investimenti privati nel campo dei viaggi spaziali (SpaceX, Virgin Galactic, Planetary Resources, Blue Origin), alla presa di coscienza dell’estensione della vita terrestre nella cosmosfera (organismi estremofili), fino alla progettazione della prima base spaziale orbitante italiana e ai metodi per coltivare nello spazio.
Dai nuovi obiettivi di conquista nel sistema solare (le lune e gli asteroidi) alla scoperta degli esopianeti e delle loro
biosignature.
Dai progetti
di Cina, Giappone e India per tornare sulla Luna, per il suo sfruttamento minerario, alla nuova base spaziale orbitante russo-americana (Deep Space Gateway), fino alla titanica impresa della terraformazione di Marte.
Dai progetti di backup terrestre su altri pianeti del sistema solare alla fondazione della prima nazione spaziale: Asgardia, fino alla creazione del 6th branch of the Armed Forces to advance US dominance in space.
Dai test di simulazione di vita su Marte con volontari umani del Mars One ai laboratori ESA-Eac per la simulazione di vita sulla Luna in vista della sua colonizzazione.
Per tutti questi casi la risposta che si delinea è affermativa e connessa, direttamente o indirettamente, alla naturale propensione espansionistica del capitale.
Lo spazio extraterrestre appare quindi come il prossimo grande rilancio del sistema di produzione in cui viviamo, e non potrebbe essere altrimenti.

Ai fatti empirici se ne accostano altri come il tentativo, da più parti praticato, di sostenere, in un’area grigia tra scienza ed ermeneutica, l’idea di un’evoluzione anche orizzontale della specie umana (col relativo ripensamento dell’evoluzionismo lamarckiano) con trasformazioni somatiche provenienti dallo spazio profondo: dal controverso paper “Cause of Cambrian Explosion – Terrestrial or Cosmic?” alle teorie sulla panspermia, fino alle riletture bibliche (anche da parte di genetisti) in chiave di resoconto storico delle interferenze esogene sul DNA umano: il cosiddetto zoo galattico.
Ciò ha prioritariamente il sapore di un aggiustamento cognitivo, di un tentativo psicologico di ricollocarsi e giustificarsi entro le nuove spinte e le nuove esigenze espresse dal capitale; una particolare variante di Sindrome di Stoccolma: quella spaziale. Ciò avviene perché siamo testimoni dell’emergere di un nuovo stadio della produzione non più solo limitatamente globalistico, ma più compiutamente interplanetario, in cui la “soluzione finale” non potrà che compiersi con la coatta costruzione di nuovi comuni extra-terrestri disseminati classisticamente nel sistema solare: su pochi pianeti di silicati posizionati nella zona abitabile, sulle lune e sugli asteroidi (si vedano ad esempio i romanzi della serie The Expanse di James S. A. Corey).

“Siamo figli delle stelle” parrebbe il caso di recitare, ma di un nuovo e tecnologicamente avanzato afflato centrifugo.

Con la quarta edizione del MBM (Terraformare Terra) ci poniamo l’obbiettivo di ragionare sulle ricadute di tale passaggio epocale. In questo campo d’indagine ci attendiamo di veder emergere le tracce di una transizione significativa, evidente e già conclamata. Essa è però figlia del presupposto che tali pratiche, rivolte verso lo spazio, si attuino prioritariamente nella forma d’introversione del principio della terraformazione.
Se infatti guardiamo al terraforming come al momento più alto e finalistico di questo progetto (rendere i pianeti adatti alla vita terrestre e quindi rendere il loro sfruttamento più facile), è ragionevole attendersi che in questa fase preliminare (in questa fase tecno-scientifica di rodaggio) esso si attui prioritariamente sulla superficie del nostro pianeta come una sorta di ricaduta (spin-off) e di “palestra” da e per lo spazio.
Le biologie terrestri e la stessa Terra divengono allora il “centro fitness” di un sistema di produzione che ha finalmente acquisito tecnologie e competenze per andare oltre il territorio delle proprie origini.
Ma la vera novità che emerge è che l’ingenua e originaria idea di trasformare i pianeti in surrogati della Terra sta per essere accantonata in favore di quella più realistica ed esplicita di trasformare la vita sulla Terra in vista del suo traghettamento nello spazio.  

Il romanzo Greening of Mars (1984) e l’esperimento Biosphere 2 (1987) possono essere considerati gli albori dell’attuale trasformazione sociale, assieme, ovviamente, alla prima e seconda fase dell’era spaziale.
Per quel che riguarda Biosphere 2, inoltre risalta l’inquietante coincidenza di aver avuto come direttore Steve Bannon figura al centro dei processi d’accelerazione e inasprimento delle condizioni di vita sul nostro pianeta. 

Lo “accantonamento” (a seguito dell’implacabile report dell’International Panel on Climate Change), da molti ormai conclamato, degli obiettivi di riduzione del C02 nei tempi utili per scongiurare un ulteriore aumento delle temperature terrestri, preannuncia di fatto l’esigenza di prepararsi ad un radicale mutamento delle condizioni di vita sulla Terra (marteforming) ma ancor più sottilmente promuove un’atmosfera di disaffezione verso il pianeta: e chi vorrebbe vivere in una casa bruciacchiata e pericolante?

Allora le domande che ci poniamo sono le seguenti:
come mutano i nostri corpi in relazione a questa ricaduta? Come si trasformano le nostre storie, il “libretto delle istruzioni” che fa di noi quel che siamo?

Come cambia l’organizzazione politica in vista di questa transumanza? Le nuove forme di dispotismo possono forse essere lette anche in questa chiave, ovvero come nuovo regime ergonomico e post-terrestre?

Quindi, quali le accortezze “posturali” per sovrascrivere, piegare e deformare i corpi in vista di una nuova ecosfera sempre meno a misura d’essere umano?

Ancora: quali gli spazi già oggi resi ostili dai parametri sempre mobili di ciò che definiamo contaminato (inquinato e quindi inadatto al sostentamento) e dal concepimento delle architetture ostili (unpleasant design) che silenziosamente rendono le città inabitabili (marteforming)?

L’inasprimento di ciò che chiamiamo “guerra ai poveri” è forse anche il segno di un’accelerazione programmata (un intervento lamarckiano) dei processi darwinistici che come vortici spazzano via le persone di troppo, quelle non più utili, le meno adatte al nuovo stadio del sistema di produzione? Lo è l’espulsione dalle città, la negazione del diritto all’abitare, il respingimento di umani considerati “alieni”?

Quindi: quali le vie di fuga? Quali i sotterfugi, gli stratagemmi, le barricate, le politiche, per restare, come molti invocano, umani?

Ma sarà poi davvero il caso di restarlo, umani? Non si tratta di una domanda retorica dato che a questo punto dovremmo prima decidere evidentemente cosa l’umano sia.

Relatori e intrusori:

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Cobol Pongide (ufociclista) – intervento d’apertura.

Ci sono almeno tre ordini di ragioni per dichiararsi agli albori della terza era spaziale. Essi si estrinsecano in inequivocabili segnali dell’emergere di un nuovo stadio espansionistico del capitale, quello spaziale: investimenti di capitali privati nello spazio, attenzione della ricerca verso le lune del sistema solare e verso gli esopianeti, rinnovati progetti e rinnovate motivazioni circa la terraformazione di Marte.
In questo stadio l’introversione del principio di terraformazione è principalmente rivolto verso i corpi terrestri e tradotto nella scomparsa di diritti umani e di cittadinanza un tempo dati per acquisiti.
Le politiche in tema di diritti umani ricalcano gli indotti mutamenti climatici (alla cui apparente ineluttabilità ci stiamo adattando) come consapevole e primordiale stadio della marteformazione di Terra. Si tratta di una sorta di disaffezione pilotata verso il nostro pianeta d’origine, preludio alle spinte centrifughe che riguarderanno la classe lavoratrice in direzione dei pianeti più interni ed esterni (ma anche verso gli asteroidi) del nostro sistema solare.

L’intervento integrale.

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Marco Binotto (docente Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione).

Domanda: esiste in campo accademico una riflessione sulle conseguenze dell’esportazione dei terrestri dal loro ecosistema nativo un po’ come lo è stato, in un certo senso, quello di Paul Watzlawick nel suo La realtà della realtà?
Risposta: no, non credo ci siano state altre riflessioni anche se nelle scienze sociali e storiche ci sono molti spunti per ragionarci. Ad esempio, è interessante rivedere come il dibattito scientifico e politico abbia riflettuto − già negli ultimi decenni del Novecento − sull’allargamento a tutto il pianeta degli scambi economici e i suoi effetti politici, sociali e culturali. Sono frequenti le riflessioni in cui si mette in evidenza la scissione tra un capitalismo che si deterritorializza nella globalizzazione e le spinte identitarie locali rappresentata in quel periodo dai naziskin o dal localismo leghista. Era già allora evidente come, nei secoli scorsi, la nascita dello Stato-Nazione è stata possibile proprio dai nascenti processi di globalizzazione, come oggi l’ulteriore accelerazione della globalizzazione in rete e delle sue conseguenze in termini di crescita dei movimenti di popolazione, delle diseguaglianze sociali e dei cambiamenti ambientali produca reazioni e resistenze che s’identificano con il nazionalismo e il sovranismo fino, in Italia, alla politica di Salvini. Allora, non è affatto improbabile che questi processi d’espansione che producono risposte locali identitarie non possano non essere il prototipo per quanto accadrà prossimamente nello spazio, su altri pianeti, quando i terrestri ne prenderanno possesso: come metabolizzeeremo la possibilità d’allargamento dei confini? Produrrà le stesse reazioni paranoidi nei terrestri? Ci ritroveremo schiacciati tra le idee mondialistiche dell’alt-right e le reazioni dei sovranisti?
Bisogna porsi il problema prima invece di, come sempre accade, rincorrerlo.

L’intervento integrale.

20181028_184524.jpgCarlo Gori (artista e attivista).

Domanda: per quale motivo luoghi della migrazione e dell’emergenza abitativa evocano l’immaginario extraterrestre? (il caso Tor Sapienza – si veda ad esempio questo rapporto).
Risposta: la domanda si riferisce nello specifico alla mia esperienza a Tor Sapienza nel Centro Municipale Giorgio Morandi, ove svolgo anche il progetto “Morandi a colori”, e nell’occupazione abitativa di Metropoliz, la città meticcia, ex fabbrica Fiorucci. In entrambi i luoghi l’immaginario extra-terrestre è evocato sui muri e ne ha acquistato una narrazione in vari sensi, addirittura, con Space Metropoliz per andare a trovare casa sulla luna. Spesso gli alieni che noi possiamo conoscere da vicino sono, come spesso dicono loro di sé stessi, gli extra-comunitari, ma anche i tanti poveri ed emarginati della nostra società, che vivono in luoghi alienanti come lo stesso quartiere di Tor Sapienza. Un quartiere buio e complesso, come tanti delle nostre periferie; luoghi noti solo per le loro “negatività”. Sembrerebbero fuori dal mondo, sennonché, invece, sono i crocevia dove si possono vedere le conseguenze di quanto accade anche molto lontano. Vedi, per esempio, le emigrazioni e l’abbandono sempre più totale dell’Africa, a causa delle politiche capitalistiche che la stanno depredando, generando morte. Se costruisci una diga in Africa, sai che la conseguenza sarà di assetare tutto un territorio, con conseguenze terribili per chi si ribellerà. Chi non muore, forse arriverà proprio a Tor Sapienza e magari farà uno spettacolo teatrale nel nostro centro culturale.
Le politiche capitaliste hanno lo scopo di far guadagnare pochi, a discapito dei tanti. Il concetto è molto semplice ma non avrebbe senso. Sono i territori come Tor Sapienza i luoghi, invece, della complessità, che viene studiata e affrontata tutti i giorni, luoghi dove il senso si sta cercando di rielaborarlo davvero, a favore di tutti e per recuperare la dignità delle persone e della collettività. In questo senso, se raccogliamo le suggestioni dell’introduzione tra gli esseri viventi di geni alieni che sembrano palesarsi in natura, possiamo pensare che l’aiuto per fare tutto questo ci provenga pure dall’esterno, chissà dallo stesso spazio. Io, a Tor Sapienza, sono arrivato chiamato da un anziano professore comunista, Nicola Marcucci. Forse non è un caso! Giocando con il suo nome mi sono trovato a sezionarlo in questo modo: MARS QU CI. Interessante! Chissà è un alieno anche lui! Poi, visto che comunque sono uno ignaro, ho sperato che Google mi potesse dare qualche suggerimento a proposito. Ebbene, con quella chiave di ricerca, ho trovato un testo intitolato How to get to Mars without going mad.
Si riflette sul fatto che il viaggio verso Marte comporterà delle difficoltà durissime per i primi viaggiatori chiamati a stare due o tre anni in una piccolissima capsula. E allora ho compreso il motivo di essere stato chiamato a Tor Sapienza dal Prof. Marcucci. Qui solo potrò attivare quelle pratiche comuni di allenamento e di relazione per continuare il nostro viaggio nello spazio, che sia il nostro territorio o l’universo stesso, senza diventare matto e provare ad essere pienamente umano.

L’intervento integrale.

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Nikky Delirio (progettista cognitiva e ufociclista).

Domanda: il saggio di Jeremy Withers Bicycles Across the Galaxy: Attacking Automobility in 1950s Science Fiction ci racconta di come nella fantascienza degli anni Quaranta la bicicletta divenga un simbolo di resistenza all’invasione automobilistica: come può una tecnologia tanto “fragile” essere eversiva rispetto allo sviluppo meccanomobilistico?
Risposta: lo può diventare anche grazie all’innovazione tecnologica in grado di produrre una più efficiente e intima forma d’integrazione tra ciclista e forme di energia per la propulsione che coaudivino la forza muscolare. Il sellino ad esempio grazie alla sua privilegiata collocazione a contatto con lo sfintere umano può trasformarsi nella prossima rivoluzione in campo ciclistico (dopo quella poco utile della bici elettrica che continua a trarre violentemente energia dal pianeta Terra) capace di travolgere tutte le altre alternative cinematiche su questo pianeta come su altri di questo e di altri sistemi solari.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
– Bicycles Across the Galaxy: Attacking Automobility in 1950s Science Fiction

20181028_185946.jpgDafne (bio-poetessa e ufociclista).

Il passaggio
Assunta e lo sciamano camminavano ormai da ore, avvolti dalle tenebre. Parallela alla strada che percorrevano, coperta da un imponente muro, correva la ferrovia. Da qualche parte doveva esserci una strada che incrociava quella dove erano loro e attraversava la ferrovia. Ma il muro si stagliava compatto e non c’erano varchi. Dall’altro lato della via si susseguivano reti metalliche e cancelli senza interruzione che delimitavano una campagna di cui ormai era rimasto poco. In realtà la campagna continuava a vivere e svilupparsi racchiusa dentro quell’intrico di vie e vicoli, ma sembrava la si volesse tenere lontana e separata dalle persone, perciò era recintata e inaccessibile come un mondo a parte.
Non c’erano traffico né rumori, e i due potevano camminare in mezzo alla strada e parlare liberamente ragionando tranquillamente di tutto ciò che volevano. Ogni tanto erano assorti ognuno dai propri pensieri e proseguivano in silenzio. Cadeva una pioggia leggera, ma speranze di trovare un autobus a quell’ora di notte in una zona come quella, erano pressoché pari a zero.
Di colpo, un rombo ruppe la quiete della notte, e poco lontano da loro apparve un auto che a tutta velocità gli attraversò la strada: comparve dal muro e subito svanì nel nulla dall’altro lato della strada. Nonostante ciò, lungo il muro continuavano a non esservi passaggi.
Assunta e lo sciamano si fermarono a riposare e a pensare il da farsi. Rischiavano di proseguire per quella via a lungo per chissà dove, sotto la pioggia che continuava a battere, quando invece la loro meta, era sicuramente molto vicina. A un certo punto Assunta appoggiò la mano sul muro e cacciò un urlo. Il pezzo di muro era svanito nel nulla. Pian piano anche il resto del muro si smaterializzò e apparve un tunnel corto e largo ma totalmente buio.
I due l’attraversarono di corsa per paura che il muro si potesse ricompattare e loro rimanessero rinchiusi nel tunnel a vagare per l’eternità in un varco tra diverse dimensioni, senza via d’uscita.
Si ritrovarono su una strada trafficata e illuminata piena di palazzi molto alti, di quelli moderni costruiti per impilare dentro microscopici appartamenti un’enorme quantità di persone.
C’era una fermata dell’autobus alla quale aspettarono un bel po’. L’autobus arrivò di corsa e proseguì senza vederli. Si incamminarono allora a piedi.
Ma ormai erano vicini.

L’intrusione integrale.

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Paolo Di Vetta BPM (Blocchi Precari Metropolitani).

Domanda: quale idea di corpo sottostà a quella di negazione del diritto all’abitare e all’esclusione sociale? Pensando all’esempio della prima nazione spaziale indipendente, Asgardia, quali prospettive abbiamo: lottare o sottrarci in vista (forse) di una “nuova terra promessa” su altri pianeti?
Risposta: la questione dello spostamento del corpo è centrale e ad essa generalmente segue una risposta di tipo segregazionista (si alzano muri) come ad esempio sta avvenendo proprio adesso tra Messico e Stati Uniti.
A Roma per alcuni anni si è riusciti a rispondere in maniera alternativa a questo “moto perpetuo” autorganizzando il diritto di molti, migranti e no, ad avere un luogo stabile in cui vivere e stabilirsi.
Ma le ultime sentenze in questa e in altre città dimostrano che tale soluzione non solo non è accettata ma è addirittura avversata (perché assurdamente considerata eversiva) in modo da speculare, in termini economici e politici, sull’emergenza abitativa e sui problemi d’ordine pubblico che essa produce: la gestione dell’emergenza che genera profitto.
Sul sottrarsi e il migrare altrove: se il capitale ha intenzione di espandersi nel sistema solare, come pare abbia in progetto di fare, questa può divenire l’occasione buona per “lasciarlo andare” e riprenderci una volta per tutte il pianeta.

L’intervento integrale.

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Sara D’Uva (artista).

Domanda: tu artisticamente operi, tra l’altro, nel campo della resistenza psichica. Ma cosa ne è del corpo?
Risposta: si tratta più di un’espansione psichica, un processo di assunzione di consapevolezza extraterritoriale, un allenamento, che ci riguarda e che va affinato in vista di una futura fuoriuscita dal pianeta. In questa ottica di riallineamento con l’ecosistema cosmico c’è da dire che sulla Terra già esistono enti e oggettiinvisibili” che sono “alieni” con cui dobbiamo riprendere confidenza: allenare corpo e psiche all’esistenza del non visibile, recuperando quel sincretismo originario che i primi terrestri avevano con questi elementi, in modo da ritrovare, oltre ad un senso di profonda connessione con il nostro pianeta, anche una connessione con l’aldifuori.
Per aiutarci in questo percorso dobbiamo pensare ad un diverso concetto di tecnologia, oltrepassando i mezzi e gli artefatti materiali, per pensarlo più organico. Quelli che noi occidentali chiamiamo “sciamani” ad esempio hanno una naturale confidenza con queste tecnologie, usando le piante o il suono ad un livello sinestesico, come dispositivo chiave di accesso a facoltà proprie del nostro corpo solitamente non frequentate, ma che consentono l’espansione cognitiva e percettiva.
Oltre alle molte similitudini che si possono riscontrare tra esperienze sciamaniche e quelle dei cosiddetti adbotti dagli alieni, è interessante il fatto che queste “tecnologie organiche” permettono agli sciamani di entrare in contatto, qui sul nostro pianeta, con speciali piante che loro sanno per certo avere origine extraterrestre.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
– Le tre stimmate di Palmer Eldritch – P. K. Dick.

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Mirko Dettori (esploratore ultramodernista).

Domanda: la tua proposta “ultramoderna” è più postmoderna (ovvero resistenza come rottura della catena significante) o retromaniaca (adeguamento e collaborazionismo con le tendenze del presente).
Risposta: eluderò la domanda e v’intratterrò sui destini dell’umanità. Il varietà è un modo di vivere virtuoso nella postmodernità la cui precarietà e individualismo non sono limiti ma opportunità. In questo nuovo scenario, in parte deresponsbilizzato dagli oneri di un tempo (come ad esempio metter su famiglia e produrre forzatamente prole), se ognuno pensasse più virtuosamente a se stesso e alla propria vita senza intromettersi negli affari altrui, potremmo compilare un mondo migliore. In questo senso la priorità morale del pensiero collettivo è una sorta di perversione.
Tutto ciò anche perché se sulla Terra c’è un alieno questo letteralmente è proprio la nostra colonia umana e la sua inconciliabilità con il resto dell’ambiente naturale. Tutte le questioni concernenti l’intraprendere collettivamente una direzione invece di un’altra (in vista di un bene comune superiore) fanno parte di una “strategia” di distrazione di massa, da parte di automi programmati neurolinguisticamente, che a sua volta rendo anche noi automi (controllandoci) dirottandoci dalla priorità di sviluppare senso critico e capacità d’elaborazione personale. Queste a me sembrano le priorità della contemporaneità.

L’intervento integrale.
Riferimenti:
Il postmoderno – F. Jameson;
Retromania – S. Reynolds.

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Carmine Roma (eso-poeta).

Interrogando – tautogramma in i

– indagavo intorno insospettabili intarsi.
inaspettato insulso individuo insinuò inesistenti imputazioni, indizi illazioni,
intersezioni innegabili ingranditure.
inveii infuriato, innalzandomi innanzi, innescando inebitorie ingiurie:
-“insinua inesperienza? inettitudine? incompetenza?”-.
in un inerziale impeto inesausto infervorai:
-“indubbi indizi inducono ineccepibilmente indetermistiche ideazioni. Incriminerò !
Inderogabilmente… indiziati incomodi…;
incontrovertibile indirizzai l’indesiderato individuo indietro.

Noi, giocatori di sogni

La società del sovraccarico, il tempo narrativo lineare ridotto a zero, il tempo degli eventi che sfreccia dentro un hyperloop non ancora ultimato, nessun processo di collaudo, nessuna stima dei danni futuri, tutto inesorabilmente nella direzione del collasso.
Una univoca unione usurpatrice
uomini umiliati.
costretti tra la spasmodica ricerca del futuro e la delusione di trovare invece un passato nuovissimo.
Consapevoli dell’esistenza del futuro, ma solo teorico,
ci trasciniamo in un purgatorio perpetuo,
senza sentire alcunché
se non il nostro respiro.

L’intrusione integrale.

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Lorenzo – Trauma Studio (partigiani cognitivi).

Domanda: l’esperienza decennale del Trauma Studio come forma di resistenza alla “marteformazione” dei quartieri di Roma (San Lorenzo e Pigneto).
Risposta: Trauma Studio ha operato nel campo dell’intermediazione sociale utilizzando gli strumenti dell’arte e della cultura principalmente a Roma ma non solo. Lo ha fatto moltissime volta interagendo con gli spazi occupati e autogestiti che rimangono alcuni tra i luoghi più stimolanti in cui si produce pensiero alternativo al consumo scriteriato prodotto da ciò che viene definita gentrificazione dei territori e dei quartieri.
La strategia di Trauma Studio è stata quella di collegare e mettere in comunicazione artisti, organizzazioni, progetti, in contenitori di resistenza culturale, la cui forza espressiva spesso ha attirato l’attenzione anche della stampa più mainstream e interessato un vasto pubblico.
Lo abbiamo fatto spesso in parchi e piazze che ci siamo “ripresi” perché a noi cittadini appartengono.
Abbiamo organizzato molte edizioni di Pigneto Città Aperta nella cui ultima edizione (datata 2071), ad esempio, è stato anche ospitato il secondo Mars Beyond Mars. L’Alien Parade, il Rave Letterario a San lorenzo, ed altri.
Tramite l’auto-organizzazione e la produzione di senso Trauma Studio è spesso riuscito a trasformare la pressione sociale in pressione politica sulle istituzioni, nell’interesse di tutti i cittadini.

L’intervento integrale.

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Daniele Vazquez (antropologo, urbanista, psicogeografo, ufociclista).

Domanda: nessuna domanda
1) Rispondendo a Cobol Pongide: la terra non è mai stata introvertita rispetto al cosmo, lo dimostra fin dagli assiro-babilonesi l’astrologia e il rapporto di “simpatia”, in senso magico, tra cielo e terra.
2) Non è nostra intenzione curare alcun nazi, tantomeno con “l’affetto” (mi è sfuggito un “col cazzo”). Facendo riferimento a un libro citato dal Prof. Marco Binotto durante il convegno: Come si cura il nazi di Bifo, libretto pubblicato circa venticinque anni fa.
3) Abbiamo bisogno non solo di una prassi contro il nazi-fascismo ma anche di una teoria contro il nazi-fascismo che smonti e decostruisca gli autori che più hanno affascinato i marxisti come Schmitt e Heidegger (fascinazione che ha portato al rossobrunismo ad esempio). Qui troveremmo come la spiegazione della prima terraformazione della terra da parte di questi autori nazi-fascisti sia errata e falsa (non ho avuto il tempo di entrare nel merito).
4) Per una teoria antifascista abbiamo bisogno di luoghi dove studiare come workshop autogestiti e gruppi di ricerca informali e indipendenti (intendendo senza i soliti vecchissimi maestri a dirci cosa dobbiamo e non dobbiamo leggere o pensare). In una parola un nuovo “pensiero forte” antagonista può sorgere solo dall’autonomia dei suoi saperi dall’accademia.

L’intervento integrale.

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Anna Sunchild Bastoni (performer cognitiva).

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Flares approda sul Pianeta Terra corrente anno 2018, dallo spaziotempo di Sirio A grazie alla sua Astronave Manta2 concepita per navigare sfruttando le onde gravitazionali dovute all’unione di due blackholes nell’iperspazio.

Ha una missione: portare la tecnologia del Futuro in incognito impersonando un’attrice di B Movies, ruolo grazie al quale ottiene immediato contatto con appassionati di Ufologia e Videogames di vecchia generazione.
Avuti ragguagli sul funzionamento di antichi oggetti volanti non identificati trova la connessione tra meccanismi analogici, il corpo umano e Terra stessa,ricerca che applichera’in futuro per compiere la sua finale impresa.

Fatta conoscenza di Alieni provenienti da altri Pianeti riceve ulteriori informazioni sulle tempistiche Universali e comprende che il motivo dell’incontro ha a che fare con la preparazione del genere umano a grossi cambiamenti ed avvalendosi di altrettante tecnologie condivise ottiene di parlare con Squadre interplanetarie impegnate a formare un Team Galattico.

L’intrusione nella Black Room del Macro Asilo.

 
La registrazione integrale del convegno:

tot.jpgL’audio completo del convegno udibile e scaricabile.

 

Evento su Facebook
Evento sulla pagina del Macro.

Edizioni precedenti:
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Le card del Terraformare Terra:

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Le card di Terraformare Terra