UfoBiciclettata: odissea per lo spazio – Bologna 26/10/2019

Questo rapporto rimane aperto per qualsiasi intervento, correzione e integrazione i partecipanti alla UfoBiciclettata vogliano apportare.

Guardando per la prima volta, molti anni fa, 2001: odissea nello spazio, non avremmo mai potuto immaginare che la predizione di Kubrick si sarebbe trasformata in una condizione permanente delle città centrifughe, sempre più sparpaglianti e disperdenti. Già l’urbanista Virilio aveva intuito, definendola dromologia, che la condizione di continuo spostamento, di transizione perenne, era misura stessa della accelerata violenza contemporanea.
Gli sgomberi falcidianti di luoghi sociali e di occupazioni abitative divengono il propulsore di una politica basata sulle emergenze che crea “nomadi funzionali” per poi poterli additarli come emergenza sociale.
Lo stato emergenziale s’incarna nelle emergenze che produce.

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Dal 6 agosto 2019 l’odissea per lo spazio è condizione permanente anche per l’XM24, spazio sociale a Bologna, che da mesi è costretto a confrontarsi col governo parolaio della città, onde rimettere al centro delle sue priorità l’individuazione di uno spazio collettivo, di un tetto condiviso, per compagn*, collettivi, progetti che nello spazio di via Fioravanti avevano trovato la propria dimora comune.
L’UfoBiciclettata di sabato (indetta da XM24, dai collettivi e dalle realtà che lo compongono, nonché da tutti coloro che lo amano) ha avuto allora il senso di tenere alta l’attenzione su questa esigenza cittadina, portando in strada centinaia di persone che voglio che l’XM24 si ricomponga, che le sue estensioni ora centrifugate, convergano nuovamente in un unico corpo solidale. Velocemente, giacché l’esigenza è di tanti.
Ogni tappa della pedalata rappresenta un luogo individuato dall’XM24 come possibile e desiderabile nuova sede del progetto. Su tali proposte il comune o non ha fornito ragioni valide che ne impedirebbero l’assegnazione definitiva. Ma a tutt’oggi nulla s’è fatto.
Per quel che riguarda l’aspetto immediatamente rivendicativo dell’evento (gli interventi dei gruppi e dei collettivi intervenuti) rimandiamo a questo link di Zeroincondotta.

Quello che segue è il rapporto ufociclistico sulla UfoBiciclettata.

L’appuntamento era in via Fioravanti (quartiere Bolognina, ex XM24) alle ore 15.00, proprio laddove ora c’è un cantiere blindato.

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Il punto di raccolta prima del corteo che ha attraversato il quartiere della Bolognina

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Di nuovo un’immagine del presidio. In alto il sol dell’avvenire, mentre tutto attorno la grigiastra colorazione del “nulla che avanza”. In lontananza sono visibili pezzi di nulla che ritinteggiano (color overlay) le atmosfere che un tempo furono tratteggiate da XM24.

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Eccolo quindi ciò che al momento rimane dell’XM24: un muro-metallo, invalicabile anche semplicemente alla vista. Un po’ come se l’XM24 avesse pudore a mostrare la propria triste trasformazione.

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Se l’ex XM24 ha rappresentato un tonal capace per molti anni di mantenere attiva una certa colorazione su tutto lo spazio circostante, è il caso di cercare il o i totem d’incongruenza che nello stesso periodo avranno costantemente eroso quelle stesse atmosfere, producendo, prima sotterraneamente poi via via in modo sempre più palese, la condizione attuale. Le UDA prodotte dai tonal, come sappiamo, emergono dalla somma zero tra forze che compattano atmosfericamente e altre che scompattano l’integrità atmosferica di un luogo. In ogni spazio, per celato o mitigato che possa essere, esiste sempre un conflitto atmosferico (del tipo 1) la cui risultate è il carattere dell’UDA stessa.
Ci basta volgere lo sguardo e allontanarci di poco dall’ex XM24 per individuare i totem. Raramente una contrapposizione di atmosfere (un conflitto atmosferico) appare così iconica: emblematica. Da una piatta distesa emergono le torri “pixelate” che con “sfacciataggine” propagano la propria atmosfera a detrimento di quella in precedenza sedimentata.

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I totem d’incongruenza che letteralmente assediano l’ex XM24

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Ci paiono a loro modo belle, a tratti inquietanti, già equipaggiate di un’involucro disindividuante che ne rende difficilmente identificabile struttura e atmosfera elargita. Si tratta di totem che dissimulano ricombinandosi, onde spiazzare e confondere. Possibili tecniche di mimetismo di cui l’UfoCiclismo sta al momento approfondendo la funzione.

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Ancora totem che accerchiano l’ex XM24, finendo per inglobarlo e poi risucchiarlo

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Qui i totem serrano i ranghi (foto precedente), divengono più compatti, anonimi e riflettenti. Dalla disindividuazione transitiamo verso la “sussunzione”, giacché osservando da vicino le strutture esse ci restituiscono la nostra immagine e la rappresentazione bidimensionale di tutto quanto le circonda.
Decidiamo di verificare se qui nel quartiere della Bolognina questa evidente contrapposizione d’atmosfere (conflitto atmosferico) sia un caso isolato o se la tracce di tale opposizione sono rintracciabili anche altrove.

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Nella doppia immagine precedente ci troviamo in via della Corticella a circa 800 metri da via Fioravanti, sempre alla Bolognina. Posti l’uno di fronte l’altro troviamo i due edifici che ripropongono esattamente la contrapposizione prima individuata. Si tratta di due attrattori esprimenti due diversi (e radicalmente opposti) tipi di atmosfera. Ancora più sorprendente: qui l’edificio con la pelle disindividuante è quello che esprime l’emozione più prossima all’XM24, mentre l’edificio postmoderno appare granitico e monolitico: “tutto d’un pezzo”.
Quest’inversione di funzioni evidenzia una diversa “strategia” operata in diversi contesti temporali. Qui in via della Corticella l’attrattore postmoderno si presenta come un “alieno” (alieno al contesto) e per questo corazzato, impenetrabile, mentre l’attrattore disindividuante, evidentemente ancora a suo agio in queste circostanze antropiche, può permettersi di “giocare” su una pluralità di set cromatici che compongono infine la tonalizzazione.
In via Fioravanti la situazione è ribaltata, con gli attrattori postmoderni transitati dapprima per il ruolo di psico-dissuasori, divenuti poi totem, e oggi candidati a nuovi tonal, una volta che anche le ultime tracce dell’ex XM24 saranno definitivamente rimosse. Qui, i totem possono ostentare con audacia un immagine meno compatta, addirittura cangiante: segno che la battaglia combattuta, traguarda ormai verso un esito a loro definitivamente favorevole.

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Ecco, nell’immagine precedente, di nuovo il medesimo conflitto d’atmosfere: la locandina dell’iniziativa col cosmonauta in bicicletta, contrapposta all’estasi catatonica dell’astronauta abbagliata dal luccicante nulla che avanza (l’affissione è sempre nel quartiere Bolognina, adiacente ai due attrattori sopra descritti). Il futuro, il medesimo, tematizzato in modo così sorprendentemente simile, ha la forma del nulla che si cela dietro il roboante, quanto vuoto, abbaglio di una non meglio precisata evoluzione.
Nuovamente, rimaniamo interdetti dall’esplicita dialettica con cui in questa parte dalla città si affrontano egemonie atmosferiche mediante medesime, ricorrenti, metafore e narrazioni.

Ci siamo allontanati di pochi metri, ma torniamo sui nostri passi in via della Corticella per documentare una cuspide (foto che segue). Si tratta di una bacheca cittadina, un supporto di memoria ancora non del tutto in disuso. I supporti di memoria, assieme a tanti altri oggetti componenti un’UDA, sono sempre cuspidi, “condensatori archeologici” (o se si preferisce dei sedimenti), che raccontano qualcosa sulla storia dell’UDA stessa.

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Supporto di memoria non digitale

Anche se in questo caso il messaggio è di continuo rinnovato (non rinveniamo antiche scritture) e aggiornato (in una sorta di perenne rimozione della memoria o se si preferisce, di riscrittura) è il medium stesso che in questa circostanza ci interessa: la sua funzione di tramite corale, sedimento di identità locale e collettiva.
Ne approfittiamo per creare una contrapposizione esemplificativa inserendo di seguito una foto scattata qualche tempo fa a Roma, durante una ricognizione su via Nomentana:

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Supporto di memoria non digitale. Nessun messaggio sacro oggi nella casella mnemonica…

Un altro supporto di memoria, molto diverso dal precedente. In questo caso si tratta di qualcosa che potremo preliminarmente definire come “cuspide esomediatrice” (per il concetto di esomediatore si legga questo rapporto) il cui esito spoglio (la “casella vocale” vuota) ripropone la medesima opposizione con l’UDA contattistica che nel rapporto sopra citato abbiamo già ampiamente esplorato. Una cuspide, in quanto cumulo indifferenziato, ha spesso espliciti caratteri contattistici, se non altro di prossimità tra i messaggi interspecifici che veicola. In questa prossimità spesso si creano interessantissimi cortocircuiti contenutistici e “rimescolamento genetico”: innovazione. La “cuspide esomediatrice” (sempre intraspecifica) fa eccezione a tutto ciò, gerarchizzando il messaggio attraverso la riduzione d’ampiezza di gamma dei contenuti e mediante il demiurgo che opera come un moderatore.
Tuttavia essa è, almeno in questo caso, violabile e hackerabile.

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Nella mappa precedente (qui per ingrandire in una visione più generale) presentiamo schematicamente la situazione fino a ora narrata: l’ex tonal XM24 e l’accerchiamento dei totem che sta occupando e ricolorando lo spazio circostante, un tempo d’influenza dello spazio sociale. Poco lontano, si vedono i due attrattori di via della Corticella.

Finalmente la massa critica di ciclisti urbani si mette in moto percorrendo tutta via Fioravanti fino a via de’ Caracci.

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La massa critica su via de’ Caracci

Da qui i ciclisti raggiungono via Francesco Zanardi dove, al civico 28, risiede il primo spazio individuato dall’XM24 come possibile nuova collocazione dello spazio sociale: una sede abbandonata delle poste.

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La massa critica giunge fino alla ex sede delle poste abbandonata ormai da trent’anni

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Ecco l’edificio in questione

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Ancora dinanzi la sede abbandonata delle poste. I fumogeni sono utilizzati come tecnica di color overlay per ritonalizzare (si veda anche: Come si ritonalizza una zona rossa) momentaneamente un luogo, uno spazio, un’UDA.

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Nell’immagine precedente: il cartello spannometrico indica (da questo punto, dal civico 28) i minuti necessari per raggiungere a piedi l’improbabile stabile proposto dall’amministrazione comunale come nuova sede dell’XM24.
Nuovamente si ripropone la strategia centrifuga (l’odissea nello spazio) che tende sempre più ad allontanare dalla città tutto ciò che appare come non funzionale, non beceramente produttivo e non ostile alle strategie espellenti del decoro.

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La sede abbandonata delle poste è un attrattore qui segnalato sulla mappa

La massa critica si sposta nuovamente all’indirizzo del prossimo attrattore individuato come possibile sede per l’XM24 (alla fine del rapporto è presenta la mappa sintetica con l’intero percorso pedalato e tutti gli attrattori intercettati).
Prima di raggiungerlo la massa s’imbatte nella rotonda di via Marco Polo, una piattaforma girevole.
Nel sistema d’equilibri di una UDA, ma anche più semplicemente tra gli oggetti che compongono il tessuto cittadino, le piattaforme girevoli hanno una funzione centrifuga, sparpagliatrice. Non a caso quando una massa critica ne incontra una, inizia a orbitarci attorno, compattamente, onde mantenere integri i propri vincoli solidali e solidaristici (si veda anche: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli).

Dopo una breve pedalata e qualche altra piattaforma girevole sfidata (Bologna pare essere stracolma di rotonde, o almeno lo è questa parte della città), la massa critica è giunta in via Bignardi, all’indirizzo di un capannone abbandonato ormai da vent’anni.

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La mappa rappresenta la seconda tappa, il secondo attrattore e la piattaforma girevole di cui abbiamo appena parlato

Ne approfittiamo per documentare la moltitudine della massa critica: la larga partecipazione che l’UfoBiciclettata ha raccolto in risposta alla chiamata di XM24.

Ci si sposta nuovamente attraversando ancora un pezzo di Bolognina con l’obbiettivo di raggiungere le casette dell’ippodromo in via dell’Arcoveggio.
La massa critica non perde pezzi e arriva compatta fino al nuovo attrattore.

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La collocazione del terzo attrattore

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Psico-dissuasori in via dell’Arcoveggio

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Nella foto precedente di nuovo un fumogeno rosso per ritonalizzare l’attrattore. La tonalizzazione temporanea serve anche per mostrare agli astanti come sarebbe un oggetto cittadino se trasformato in qualcosa d’altro (design atmosferico) rispetto a ciò che attualmente è. Allo stesso tempo è possibile cogliere preventivamente come sarebbe l’atmosfera emessa qualora l’attrattore divenisse il tonal, di quello spazio, dell’UDA (ci si riferisca alla Tavola cromatica degli stati d’animo).
La pratica ricorda (nel caso dei fumogeni color rosso l’esempio è tanto più calzante) quella pratica tanto in voga tra i ragazzini degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta che scartata la caramella Rossana, osservavano ciò che li circondava mediante il filtro rosso della sua plastica avvolgente, stupendosi di come tanti oggetti del mondo svanissero, mentre tanti altri emergessero dallo sfondo.
Il quarto attrattore è la Caserma Sani in via Ferrarese.

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L’attrattore caserma Sani

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La massa critica è giunta in via Ferrarese

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Sempre in via Ferrarese, uno dei momenti assembleari in cui militanti, collettivi e associazioni uniti nella lotta per lo spazio dell’XM24 sono intervenuti (qui per ascoltare lo streaming gli interventi).
La massa critica si rimette in moto.
Ultima tappa dell’UfoBiciclettata: via Bigari, sede di un (sedicente) museo dei trasporti, luogo ristrutturato e mai aperto al pubblico.

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L’attrattore museo

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La massa critica è giunta in via Bigari

Come per quasi tutti gli attrattori visitati, anche questo di via Bigari è protetto da un possente psico-dissuasore, un grosso cancello che impedisce l’entrata alla massa critica.
Come ogni oggetto contenuto nelle UDA anche lo psico-dissuasore può essere silenziato nella sua funzione. Le strategie cambiano a seconda del tipo di psico-dissuasore, ma generalmente esse fanno ricorso ad una sorta di “spinta psichica” propria della massa critica. In altri rapporti di ricognizioni, ad esempio, lo abbiamo visto a proposito dei sottopassi (nell’esempio che segue ci troviamo a Roma):

Nel caso di uno psico-dissuasore cancello ovviamente la strategia è diversa ed essa  muta anche a seconda dell’evenienza che il portale sia chiuso o semplicemente accostato. Nel caso di un cancello aperto si parla invece di affordance attrattiva. Ma non è questo il caso.

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Una veduta del museo di via Bigari al di qua dello psico-dissuasore

Il primo tentativo della massa critica per silenziare lo psico-dissuasore è quello di ritonalizzarlo (tentativo visibile nella foto precedente). Di fatto, la ritonalizzazione non è una funzione propria del dominio degli psico-dissuasori anche se in alcuni casi (ad esempio per ripararsi da uno psico-dissuasore “cane inferocito”) a volte può accidentalmente funzionare; come abbiamo visto essa è una funzione del dominio conflitto atmosferico (una funzione temporanea nei casi visti, ma la ritonalizzazione punta sempre a essere permanente (come nel caso, ad esempio, dell’azione di Non una di meno rispetto la statua commemorativa di Montanelli).
La massa critica a questo punto deve ricorrere ad altre strategie. Mentre il ciclo sound system mobile (che ha accompagnato tutta l’UfoBiciclettata con musica, mettendosi di volta in volta a disposizione degli interventi) elargisce un suono sempre più incalzante, la massa critica inizia a ululare (come tra l’altro mostrato nel caso del video precedente concernente gli psico-dissuasori sottopassi), scampanellare, fischiare, sferragliare. A quel punto la pressione psichica, la spinta, diviene tanto insostenibile per lo psico-dissuasore da indurlo a spegnersi, nel boato generale dell’esaltazione della massa critica.
Lo psico-dissuasore tutto d’un tratto s’è smaterializzato, lasciando il posto ad una affordance attrattiva: un cancello spalancato.
Le affordance attrattive sono delle seduzioni irresistibili per la massa critica che quindi non può far altro che entrare, meravigliata ed estasiata dalla bellezza dello spazio che le si para innanzi. E’ un peccato che un luogo così bello sia da anni chiuso, sottratto al pubblico godimento, celato e asserragliato dietro omertosità e ostili psico-dissuasori.
La massa critica dà quindi luogo a un’occupazione temporanea, che consente a tutti, almeno per una volta, di usufruire di questo luogo e di ammirare più da vicino la sua bellezza.
E’ già sera.

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La massa critica non ha resistito al richiamo della affordance attrattiva e ora è all’interno dello spazio esterno del museo di via Bigari

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Ancora all’interno dell’attrattore. A terra sono visibili le rotaie di questo spazio adiacente la ferrovia

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All’interno dell’attrattore la massa critica improvvisa una festa. Dal ciclo sound system mobile parte un bellissimo free style (ascoltabile qui) che coinvolge tutti gli astanti.
Qualcuno issa un eloquente striscione:

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Lo striscione “L’altra città si scatena”

Dopo aver vissuto quell’esperienza, la massa critica abbandonerà il museo “dimenticato”, ma non prima d’aver urlato ad alta voce che quello sarebbe il posto ideale per l’XM24 e per tutte le realtà che esso abbraccia e che in questi anni si sono incontrate sotto quel comune tetto. Sono tanti a chiederlo. Sono tanti a chiedere che l’esperienza dell’XM24, continui a dare voce anche a un’altra idea di città: l’altra città.

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Una lunga fila di ufociclette (foto sopra) assiste alla festa e alla liberazione temporanea di quello spazio, divenuto per l’occasione un’UDA temporanea (per le UDA temporanee si veda anche: Le UDA armoniche).
Sarebbe bello compiere una ricognizione approfondita in questo spazio in cerca di tonal, di totem, di attrattori e di quant’altro. Ma la festa incalza e l’UDA è solo momentanea, cangiante, mutante, e destinata a tornare velocemente un attrattore protetto dal suo psico-dissuasore, non appena la massa critica l’avrà abbandonata.

La Murga, che ha aperto il corteo, intona nuovamente il suo ritmo tribale, guidando la massa critica fuori dall’UDA temporanea.
Viene rimesso in funzione lo psico-dissuasore (il cancello viene serrato).
Sarà ora la città a decidere se questo spazio dovrà essere riconsegnato realmente alla collettività o tenuto in ostaggio del nulla.
La massa critica è di nuovo in strada e giunge velocemente a piazza dell’Unità ancora eccitata e festante.

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Il termine della UfoBiciclettata a piazza dell’Unità

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Qui la mappa completa ingrandita

 

 

 

Decoro e funzione repressiva dell’ambientalismo

di Cobol

Il riferimento al decoro assume sempre più peso e rilevanza nella comunicazione e nella definizione degli spazi urbani contemporanei, sommandosi ad altri operatori logistici come le zone rosse, i daspo, il design ostile (si veda anche la XVI ricognizione ufociclistica), che proceduralmente funzionano in maniera molto simile.
Questo tipo di operatori sostituiscono il “piano regolatore” con strumenti situazionali ed emergenziali.
Il decoro è un operatore logistico movimentatore, con funzione d’aggregazione, nonostante esso operi in maniera apparentemente (o preventivamente) centrifuga (ovvero come disgregatore e dissipatore). Questo perché è per lo più coppia con l’oggetto cuspide che ne costituisce l’esito e che, in maniera del tutto generale, si comporta come un aggregatore.
Ma procediamo con ordine.

Il decoro è ovviamente un precetto che esprime un preciso giudizio di valore.
Da atteggiamento mentale (un po’ odioso perché già solo come espressione si presenta in modo sibillino, fin troppo soggettivo) si traduce in concrete azioni di polizia, sorveglianza, rimozione, deportazione, traslazione, trasformando geometricamente lo spazio urbano e definendo in modo somatico il suo design atmosferico (l’atmosfera disegnata-imposta in un’UDA). Altri esempi di decoro sono: l’allontanamento dei volatili tramite psico-dissuasori (versi di predatori rapaci generalmente), il quadro svedese (ma in generale molti attrezzi ginnici), il decespugliatore (quelli a motore funzionano anche da fronte sonico urticante costituendo delle UDA armoniche ostili), la derattizzazione, la tavola da stiro (la coppia che istituisce col ferro elettrico), lo scrub, la depilazione, le pulizie domestiche, il salotto piccolo borghese eccetera. Anche alcune delle cosiddette sottoculture possono essere considerate esempi di decoro, nel loro circoscrivere, uniformare ed espellere.
Nella definizione del sostantivo si legge: “Dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria” (da Treccani). Il decoro ha quindi immediatamente a che fare con l’uniformità del singolo o di un gruppo ad una categoria sociale (ma anche ad una classe sociale). La dignità, spesso elevata a condizione basilare dell’esistenza (la dignità dell’essere umano), diviene, attraverso la mediazione del decoro, un processo d’approssimazione coatto a un modello di parte, scambiato come referente universale.
La sua efficacia egemonica oggi diviene tanto più “indiscutibile” data la sua capacità d’infiltrarsi nella “retorica” dell’emergenza ambientale che attualmente stiamo vivendo. In questo senso, l’ambientalismo si sta trasformando sempre più in uno strumento virtuale di repressione (resosi disponibile alla repressione, tanto nella sua versione critica che negazionista). Non si tratta ovviamente di non cogliere l’urgenza e l’impellenza dello sguardo ambientalista, dell’approccio ecologico, ma di sottolineare immediatamente il loro possibile reimpiego e la loro messa a valore, se non aggiornati alla (se non schermati contro le) più attuali strategie di dominio.
Cosa è decoroso? Chi mai potrà dirlo con esattezza? Qualcosa forse che somiglia al pragmatismo della Critica del Giudizio kantiana: la “resa” della ratio illuministica.
Non sappiamo cosa sia il decoro, ma possiamo misurarne gli effetti e la portata. Questi si concretizzano in azioni pratiche come ad esempio l’allontanamento di soggetti non graditi da luoghi ritenuti peculiari, l’imposizione di comportamenti rivolti a fasce sociali che, pur non socialmente pericolose, tendono a essere livellate e uniformate (colpite) su atteggiamenti e comportamenti “voluttuari” (vestiario, atteggiamento corporale e posturale, espressioni gergali, prossemica, esternazione d’opinioni eccetera). Il decoro diviene quindi un movimentatore, in cui gli unici referenti materiali sono i soggetti deportati, allontanati (da luoghi e/o da se stessi – alienati) e gli spazi residecorosi“, generalmente asetticizzati, ad opera della proscrizione. Una traslazione di corpi, quindi, e l’impostazione di un color overlay atmosferico spesso virato sul rosso (le zone rosse) anche se non necessariamente.
Questa è la funzione primaria, centrifuga, del decoro.

Lo spostamento-allontanamento di biomasse da spazi selezionati per esperimenti di design atmosferico radicale, è solo il primo stadio del funzionamento del decoro. Come operatore esso lavora necessariamente in coppia con oggetti componenti lo spazio antropico che sono, per così dire, il suo bersaglio.
Una coppia tipica è allora quella decoro cuspide dato che a ogni traslazione corrisponde una nuova stratificazione. Detto in termini antropici: a ogni espulsione corrisponde la formazione o l’allargamento di una comunità fisica e psichica. Le cuspidi rappresentato proprio questo tipo di accumulazione di tratti materiali (corpi e oggetti) e di tratti psichici (stratificazioni di storie e memorie personali).
Una cuspide materiale, sedimentaria, è, ad esempio, una discarica informale (si veda anche L’UDA Torre Maura), mentre una “discarica psichica” è, sempre ad esempio, ben rappresentata da alcuni spazi che tendono a raccogliere e compattare l’emarginazione e il malessere psichico (si veda La cuspide preneste).
La cuspide è lo “ambito archeologico” in cui opera l’ufociclista intento a percepire l’atmosfera preponderante di un’UDA; ad accertarne il risultato finale coagulato nel design atmosferico (disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’unpleasant design).
Il secondo stadio del decoro corrisponde allora alla creazione o alla espansione di una cuspide.
Questa è la funzione secondaria, centripeta, del decoro.
In questo senso, esso è un formidabile alimentatore di cuspidi, secondo quel principio d’espansione e di successiva aggregazione che interessa universalmente fenomeni fisici e fenomeni sociali.
La coppia decoro-cuspide è quindi paragonabile all’espansione di una supernova, alla creazione di un disco protoplanetario e, alla fine, alla concrezione dei planetesimi.

Prima di capire come eludere il decoro, quindi, poniamoci una domanda per cui abbiamo già elaborato una possibile risposta. Come si silenzia una cuspide?
Ovviamente silenziare una cuspide è una scelta situazionale. Le cuspidi sono inevitabili e anche, spesso, molto utili. Ma possono esistere molti motivi per cui potrebbe essere desiderabile toglierle di mezzo.
Del tutto spontaneamente il lavoro della nettezza urbana negli spazi antropici e un’attività di rimozione di cuspidi. Allo stesso modo gli sgomberi, la dispersione di assembramenti, l’articolo 655 del Codice penale, si pongono nella stessa categoria d’operatori “ecologici” anti-cuspide. In questi ultimi casi si realizza un fenomeno di ricorsione in cui il decoro che ha prodotto o alimentato la cuspide, interviene nuovamente per disgregarla. Qui s’evidenzia con forza e lucidità l’aspetto “illogico” di questo operatore: il suo essere uno strumento di pura rappresaglia e dominio al di là delle motivazioni propagandistiche con cui è argomentato e narrato.
Pare esistere un rapporto diretto tra rimozione delle cuspidi, efficienza della nettezza urbana, esercizio della repressione ed emersione di segmenti di autoritarismo. In maniera sintetica è quindi possibile rilevare l’esistenza di un rapporto di rendimento diretto tra decoro, perdita della memoria ed emersione di forme radicalmente disciplinari di governo (ad esempio il decreto sicurezza).
Se l’idea di una nettezza urbanamilitarizzata” può apparire paradossale, si pensi all’implementazione di strategie di controllo legate al servizio rifiuti (telecamere, codici identificativi eccetera), a come essa coopera con le polizie locali agli sgomberi abitativi e ai mercati rom, alle fortificazioni erette attorno alle isole ecologiche, alla psico-dissuasione e dissuasione fisica operata verso il recupero, sempre in favore dello smaltimento che alimenta il circuito di circolazione delle merci.
Man mano che il concetto di decoro assume vigore organizzativo e logistico, la nettezza urbana si trasforma sempre più in un meccanismo disciplinare, in un sotterraneo dispositivo paramilitare.
Ci pare ad esempio esemplificativo il fatto che mentre in più occasioni il corpo dei vigili del fuoco si è opposto al proprio impiego nelle vicende degli sgomberi, ciò non è mai avvenuto da parte della nettezza urbana (operatori ecologici) che come istituto, tra l’altro, avrebbe anche più margini di libertà rispetto al primo.
Gli organi di polizia sempre più organi di pulizia e viceversa.

Uno spazio senza cuspidi è in sostanza uno spazio senza memoria (a cui la memoria è stata strappata, in molti casi un’UDA traumatizzata, che distinguiamo dall’UDA contattistica anch’essa, ma per altri motivi, caratterizzata da assenza di una storia lineare).
La cuspide ha quindi un nemico “naturale” che si espande ricorsivamente: l’operatore decoro estirpa l’oggetto cuspide che è il prodotto dell’operatore decoro, e così via.
L’individuazione di un meccanismo ricorsivo siffatto può essere la prima spia di una “strategia della tensione”. In altri termini lo ha spiegato bene Paolo Di Vetta in occasione del suo intervento al Mars Beyond Mars IV. La procedura consiste nel mantenere in vita un certo tipo di criticità onde cronicizzarla, renderla strumento di propaganda contro un gruppo sociale-obiettivo (si veda ad esempio questo articolo impiegato come strumento di strategia della tensione).
Torniamo quindi alla domanda iniziale: come si silenzia il decoro?
Una possibile risposta-strategia è quella relativa al conflitto atmosferico del tipo 1 e più precisamente l’atmosfera come barricata rendendo “l’UDA non qualificabile, rifiutandosi consapevolmente di considerarsi una forma di capitale” (da UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile).
Produrre degrado volontario (tattico) e “controllato” è una contro-strategia giacché il decoro interviene agilmente laddove il presidio “ossidante” territoriale è venuto meno, dove la speculazione d’ogni tipo trova terreno fertile e facilmente adattabile alla propria retorica perbenista. Sopratutto laddove, in sostanza, la riqualificazione è poco necessaria (o lo è solo di facciata) o la pagano gli altri (la collettività o, da qualche tempo, graffitari conniventi).
La costruzione di psico-dissuasori “fantoccio” (ufociclisticamente chiamati spaventapasseri) o di azioni disordinanti è necessaria onde dissuadere da pianificazioni territoriali a opera del capitale palazzinaro e da rapaci mire di riqualificazione speculativa. Esempi di spaventapasseri sono: il graffitismo brutto (ma brutto davvero), il non utilizzo dei cassonetti, l’opposizione all’apertura di esercizi alla moda (da parte dei residenti), gli schiamazzi randomici ma frequenti, le masse critiche di bambini che giocano all’aperto, il cibo disponibile per gli uccelli collocato sui terrazzi privati, l’opposizione alla disinfezione contro le zanzare, l’incentivo alla crescita d’erbacce (amandole e curandole – variante di guerrilla gardening), la comparsa sulle pagine dei giornali locali di annunci ambigui che lascino presagire loschi quanto generici “giri”, il parcheggiare malamente, l’accumulo di carcasse di biciclette, la preparazione di alimenti particolarmente maleodoranti con le finestre e con le porte aperte, la continua richiesta d’informazioni a esercenti locali su luoghi malfamati (inesistenti), il sopraggiungere di pseudo-giornalisti impegnati in pseudo-inchieste riguardo tragedie (inesistenti) consumatesi di recente nel quartiere, l’affissione di cartelli commemorativi di morti (inventati) deceduti a causa di malattie infettive una volte scomparse ma tornate alla ribalta con gli anti-Vax eccetera.

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Tutto ciò, beninteso, non è detto che basti. Anzi, per lo più si tratta di strategie soft di resistenza e di sperimentazione che dovrebbero ispirare e alimentare tecniche personalizzate e più efficaci.
Ancora più in generale, c’è bisogno d’avviare una riflessione e un esercizio critico nei confronti della nettezza urbana, delle sue metodologie, del suo strapotere.
C’è inoltre necessità di produrre un ripensamento generale sulle modalità e sugli ambiti pertinenti le lotte ambientaliste, prendendo atto di un ecosistema profondamente mutato e di un capitale attratto da nuove risorse (il cosiddetto Green ad esempio) e da nuovi territori: in altre parole, emancipare dalle battaglie prettamente resistenziali almeno una parte delle energie esistenti.

Un esempio quantitativo e qualitativo di stanziamento di uomini e mezzi per il decoro: operazione Alto Impatto.

XVI ricognizione ufociclistica – in cerca di psico-dissuasori – 23/09/2019

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La sedicesima ricognizione (notturna) ufociclista è stata indetta in coincidenza con l’equinozio d’autunno (si veda: UfoCiclismo: perché praticarlo in concomitanza con eventi astronomici?)
Il tema (da seguire in modo blando) che ci eravamo proposti era quello dell’individuazione di psico-dissuasori (nella fattispecie il design ostile) collocati lungo il percorso pedalato.
“Blando” non perché il tema non sia importante ma per via del fatto che affidiamo questo tipo di approfondimenti alle ricognizioni diurne, mentre quelle notturne hanno sopratutto un carattere ludico anche se, a loro modo, analitico.

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Ufociclisti a piazzale Appio, il tradizionale punto di raccolta.

L’idea che sta dietro all’individuazione degli psico-dissuasori è quella che la città, quando esplorata liberamente, produca, forzi, dei percorsi che sono la somma tra psico-dissuasori (respingenti e centrifughi) e attrattori (seduttivi e centripeti).
La metafora che spesso evochiamo è quella della pallina d’acciaio nel flipper e il suo movimento sul piano: attratta e strattonata dagli oggetti che incontra durante il suo cammino.
Di sovente attrattori e psico-dissuasori sono oggetti immateriali (ad esempio l’affezione per una strada, l’illuminazione di un quartiere eccetera) altre volte si tratta di oggetti veri e propri come nel caso di quelli qui descritti.
Esistono vari modi di forzare degli psico-dissuasori (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione e/o Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3 e si vedano anche le azioni del collettivo Design For Everyone) o di resistere (qualora se ne senta il bisogno) a degli attrattori. Tuttavia, tutto ciò,  non era l’obiettivo della ricognizione che si è limitata a intercettare pezzi di unpleasant design in giro per la città, al fine di documentali e “pesarli”.
Nel breve tratto percorso e nello sguardo un po’ distratto e non troppo approfondito non abbiamo trovato moltissimi casi di design ostile; segno forse che Roma rimane, detto in senso un po’ improprio, una città ancora abbastanza aperta.
Tutto l’unpleasant design che abbiamo intercettato si concentra attorno alla stazione Termini, da sempre luogo di rifugio per senzatetto, per passeggeri sostanti e per sostanti attraversatori, più o meno abituali, della città.
D’altro canto, le stazioni, non solo a Roma, sono da sempre in “guerra” contro l’uso abitativo di fortuna che la loro affordance (l’invito all’uso che un oggetto più o meno consapevolmente esprime) sprona a sfruttare.  In questo senso, anche una stazione può essere vista come la somma delle forze attrattive (sale d’attesa, panchine, tettoie, l’inizio di un viaggio eccetera) e forze respingenti (design delle suppellettili studiato per ridurre al minimo la sosta, videosorveglianza, controlli eccetera) che la compongono. L’atmosfera che ivi risiede è evidentemente prodotta dallo squilibrio di una forza rispetto all’altra. Una stazione è sicuramente, nella sua complessità di meccanismi, una UDA in cui prevale un’atmosfera rispetto ad altre considerabili come trascurabili o triviali.

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Gli ufociclisti di fronte l’entrata della stazione Termini

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Torri dissuasori mobili per dissuadere all’entrata di non si sa bene cosa. Se ti ci siedi (la loro affordance invita la fugace seduta) si avvicina un addetto che ti fa spostare

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Dissuasori piramidali onde evitare che le persone sostino sul muricciolo

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Grate impediscono ai senzatetto di ricavarsi una nicchia per la notte negli spazi immediatamente esterni alla stazione

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Per qualche ragione, forse pudore, ad una delle grate dissuadenti è stato appeso un cartello relativo alle norme dei lavori in corso… per mitigare forse pubblicamente la vergogna dell’impedire a persone bisognose di trovare riparo. Più probabilmente, il cartello era già apposto sulla grata e non è stato tolto nonostante il cambio d’uso

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Panchine inclinate per limitare i tempi della sosta ed evitare lo stazionamento sdraiati

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Prove di usabilità

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In questa foto, falliti i test di usabilità, gli ufociclisti sperimentano usi alternativi delle panchine ostili

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Il sottopasso della stazione Termini. Dissuasori impediscono il pernottamento dei senzatetto che un tempo, in questo passaggio, trovavano riparo dal freddo e dalle piogge invernali

Il senso degli psico-dissuasori, così come delle zone rosse, dei daspo urbani, è quello di rendere tutti gli abitanti della città virtualmente alienabili, o nella migliore delle ipotesi degli ospiti, entro certi limiti, tollerati. Le misure di controllo sempre più operano nel senso di una sospensione temporanea (emergenziale) della cittadinanza.
Le tecniche di design ostile oggi si sono evolute passando dalla dissuasione dello stazionamento (pernotto e lunga sosta) a quelle della riduzione dei tempi del passaggio (ad esempio le panchine inclinate). L’attraversamento della città s’avvia alla regolamentazione tramite disco orario.
Le pratiche di respingimento, allontanamento, alienazione, somigliano sempre più a quelle di un capitalismo che ci vuole fuori dal pianeta, a non intralciare i suoi piani d’occupazione finale, in una estrema prefigurazione di un futuro in cui la forza lavoro avrà diritto s’esistenza solo se multiplanetariamente specializzata e adattata a vivere su altri pianeti del sistema solare.

Documentati un po’ di psico-dissuasori della stazione Termini gli ufociclisti, in ritardo sulla tabella di marcia, si sono diretti verso l’iniziale punto di raccolta a piazzale Appio. Nel fare ciò sono passati per un pezzo di via Casilina vecchia, adiacente a Porta Maggiore, che spesso viene citata nei rapporti sulla zona est/sud-est di Roma.

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Gli ufociclisti (illuminati a giorno) fermi lungo l’intersezione di Casilina vecchia

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Ci si rimette in cammino

Si tratta di una intersezione, ovvero di un tratto “sociopatico” (si veda anche: Intersezione Togliatti) di strada che pur immerso in molte atmosfere che attraversa (molte UDA), riesce a non contaminarsi, restando sempre avulso da qualsiasi tipo di caratterizzatine emozionale. Questo il senso dell’attributo della sociopatia.
Sono pezzi di città molto peculiari che costituiscono delle specifiche soluzioni di continuità in sezioni di territorio che altrimenti potrebbero apparire del tutto omogenee. Costitutivamente aiutano molto bene a comprendere i radicali cambi d’atmosfera nel passaggio da un’UDA all’altra.
La foto sopra è stata scattata nel momento in cui collettivamente si approfondisce la storia di questa intersezione. Qui un tempo c’era l’occupazione dell’Ex Pastificio Pantanella, retta da migranti (la cronaca di Radio Radicale dell’epoca) e oggi divenuta un residence per classi altolocate (ironia della sorte?).

Infine la ricognizione è giunta a via della Travicella, obiettivo finale della pedalata.
Si tratta di una piccola strada (una traversa di via Appia antica, situata poco dopo porta San Sebastiano), inclusa in due piccoli muriccioli e pavimentata con sanpietrini. Ufociclisticamente si tratta di una varietà dimensionale d’ordine inferiore, un “budello” di spazio che esprime prioritariamente il comando del dover-fare o del non-poter-non fare, vista la sua carenza di dimensioni spaziali. Lungo una varietà d’ordine inferiore si può procedere avanti, indietro; al più fermarsi o accelerare. Varietà d’ordine inferiore sono anche i tunnel, le funi, gli ascensori o una vita retta da sani e inamovibili principi.
Un modo di combattere questa prevaricazione è quella d’occupare una varietà dimensionale con un picnic ad esempio.
Essendo disertata da automobili, via della Travicella è perfetta per picnic esoplanetari (banchetti vegan di benvenuto per extraterrestri) e soste per skywatching a rimirar stelle, pianeti e lune.
L’ufociclista Diego s’è intrattenuto a individuare le costellazioni facendo volontariamente a meno di google skymap.

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via della Travicella. In cielo è visibile un UFO. Ci troviamo infatti vicinissimi a una importante ley line: via Appia antica

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Sul momento non ci eravamo accorti. Lo abbiamo visto solo molto più tardi riguardando le foto di Francesco (qui in dettaglio e più contrastata).  Si potrebbe trattare di un UFO a forma triangolare… molto caratteristico nelle descrizione di questi fenomeni

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via della Travicella

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via della Travicella, il picnic esoplanetario

Durante l’abbondantissima cena a base di hummus, insalata di echinacea, cicerchia patate e peperoncini, s’è avvita una accesissima discussione sul senso dell’Antropocene evocato da un’ufociclista che consigliava la visione del film Antropocene, l’epoca umana.
Rapidamente il venire meno di una netta distinzione tra Antropocene e Capitalocene (distinzione che tra le tante annovera anche uno scarto quantitativo dell’intervento umano sul pianeta) ha dirottato le osservazioni degli astanti sulle responsabilità delle civiltà fin dal neolitico e, se plausibile, anche prima, finendo per assumere i toni della divaricazione tra occidente e resto del mondo.
Pericoli in cui ci si può imbattere quando l’analisi transita dalle responsabilità degli specifici modi di produzione a quelle “personali” (opinione del compilatore del rapporto).

A fine cena i ricognitori si sono avviati nuovamente verso il punto di raccolta iniziale onde dichiarare conclusa la sedicesima ricognizione.
Anche questa volta nessun alieno ha accettato l’invito a cena. Sarà certamente per la prossima volta.

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Mappa del percorso e operatori (clicca qui per ingrandire)

Legenda:

UDA armonica (si veda: Le UDA armoniche)
Occultatore
Omphalos
Tonal
Piattaforma girevole (si veda: Gilets Jaunes a bordo di dischi volanti. Le piattaforme girevoli)

 

 

Come si ritonalizza una zona rossa – Sea Watch 3

Il conflitto atmosferico è una categoria cartografica condivisa dall’UfoCiclismo e dall’Associazione Psicogeografica Romana, di cui quest’ultima è stata promulgatrice attiva.
L’urgenza di leggere le atmosfere (gli stati d’animo espressi dai luoghi) usandole come unità di misura di uno spazio, concerne l’aspetto molto complicato del dominio atmosferico negli spazi antropici. La costruzione della città, ad esempio, va di pari passo con la costruzione strategica degli stati d’animo che in essa devono prevalere (la paura, l’anomia, la distrazione, il disincanto, l’erotizzazione ad esempio): il design emotivo o atmosferico è una disciplina psicopolitica oggi fortemente virata sulla pratica dell’Unpleasant Design che definisce le preventive regole d’ingaggio contro lo stazionamento.

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Esempio di Unpleasant Design (Roma – Torpignattara). Meglio rischiare d’inciampare e spaccarsi la testa, che vedere qualcuno stazionare sul proprio uscio di casa.

Abbiamo definito esaustivamente almeno due tipi di conflitto atmosferico: del tipo 1 e del tipo 2. Il primo tipo è quello più “onomatopeico” e riguarda le lotte tra fazioni (potremmo dire tra gruppi sociali pertinenti) per la definizione di un’atmosfera invece di un’altra.
Il secondo tipo è meno intuitivo e riguarda il concetto di limite: il limite a cui tendono i perimetri di due spazi aventi diverse atmosfere UDA, forma una cosiddetta zona d’interferenza in cui si produce un conflitto tra atmosfere aventi diverso tenore. Il secondo tipo di conflitto ha una sua analogia con la metereologia.
Le due definizioni s’unificano qualora si consideri il conflitto come risultante dell’opposizione di due o più atmosfere in rivalità tra loro: due atmosfere opposte confliggono producendo una zona d’interferenza qualora due diverse visioni del mondo si fronteggino.

La lotta di classe (intesa genericamente come lotta tra diverse visioni del mondo) è prioritariamente un conflitto atmosferico di quest’ultimo tipo: il tentativo egemonico d’imporre un’atmosfera sensoriale, culturale, emotiva su un dato spazio.
Il primo compito della lotta di classe è quindi quello di ribaltare la narrazione sedimentata, sostituendola con una narrazione inversamente polarizzata.
In questo senso l’UfoCiclismo ha dichiarato guerra alla distopia fascista oggi avanzante, anche in coloro che inconsapevolmente la supportano, quando ribadiscono insistentemente che non c’è via di scampo.

Esistono molte varianti di conflitto atmosferico, per così dire, normalizzato (tipo1 + tipo 2).
Esiste ad esempio, da qualche decennio, il terrorismo atmosferico, quella contagiosa paura trasmessa circa l’evolvere dei fenomeni atmosferici. Ondate di caldo straordinarie, bombe d’acqua, inverni interminabili, venti conduttori di fiamme, sono solo gli attributi di una narrazione più generale chiamata Antropocene, che scientificamente rafforza l’atmosfera di terrore per le condizioni metereologiche. Ovviamente non si tratta di sminuire l’allarme diffuso dagli evidenti cambiamenti climatici; la tensione di cui stiamo parlando non fa riferimento all’azione scellerata del capitale sull’ambiente terrestre, ma tratta implicitamente il clima come una variabile impazzita. Si tratta invece di registrare e verificare come questa narrazione puntelli i terroristici allarmi rivolti a una metereologia ormai genericamente ritenuta un killer seriale totalmente fuori controllo.

Esiste il conflitto extra-atmosferico, come vocazione del capitalismo contemporaneo (space economy – NewSpace) a traslare il proprio operato dalla biosfera terrestre oltre i limiti dell’esosfera e ancora oltre.
Qui il conflitto atmosferico si consuma come applicazione del sistema di produzione capitalistico allo spazio alieno, in una sorta di colonialismo “verticale” laddove, finora, il capitale si era dovuto geometricamente limitare nella sua espansione.
L’extra-atmosfericità ci dice, inoltre, che le atmosfere non sono l’unica variabile su cui misurare la continuità di uno spazio. Ma su ciò al momento non ci soffermeremo.

Vocazionalmente l’UfoCiclismo, così come la Psicogeografia, hanno privilegiato, per le loro analisi sul conflitto, gli spazi antropici (quelli fortemente segnati dall’azione modificatrice umana), la città sopratutto; ma questa idea è sbagliata, come fragile sopravvivenza della centralità della metropoli novecentesca. A suo modo, si tratta addirittura di un’idea involontariamente elitistica e forse un po’ razzista.
Il dibattito sull’Antropocene è la spia del fatto che non esiste luogo terrestre non interessato dalla azione umana radicalmente modificatrice (come è ovvio che sia). Sopratutto non esiste luogo del pianeta non interessato dall’azione modificatrice del capitale (Capitalocene). Non esiste, in altre parole, luogo che non sia biopolitico.
Il conflitto extra-atmosferico e il terrorismo atmosferico dimostrano che il conflitto atmosferico è generalizzato, e condotto indifferenziatamente su tutta la costa terrestre e, se occorre, anche oltre.

Ma come suggerisce Herzog, vale la pena spiccare il volo, a volte, per immergersi più efficacemente nei segreti delle profondità del mare.
Se osservato superficialmente, il mare resta il luogo terrestre che meglio cela l’azione antropica, e di conseguenza la propria natura biopolitica. Ovviamente nulla di più falso; ed è sorprendente proprio come questo suo difformarsi dall’esser a immagine e somiglianza dalle spinte neoliberiste, sia inversamente proporzionale al numero di agenti atmosferici ostili che in esso terroristicamente riversiamo.
In questa sua difformità esso appare quanto di più distante dal potersi considerare un’UDA, cioè uno spazio caratterizzato da un’atmosfera. In esso, nella stragrande maggioranza dei casi, mancano quegli elementi segnalatori che fanno dell’UDA ciò che essa è: tonal e totem d’incongruenza.

La vicenda della Sea watch 3 è solo l’ennesimo reportage da una zona di guerra. Ma la sua narrazione ha qualcosa di nuovo. Ci riferiamo al grafico che mostra i suoi spostamenti intorno all’isola di Lampedusa nei giorni prima del forzato blocco verso l’approdo italiano, che è stato utilizzato da più di un organo d’informazione.

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Può forse sfuggire il senso di quell’andirivieni confuso e scarabocchiato, ma si tratta a tutti gli effetti di un diagramma biopolitico, capace di dotare di atmosfera quel tratto apparente anomico di mare.
Si tratta del medesimo ondivago altalenare che nelle città si applica a colpi di leggi speciali, zone rosse, transenne, New jersey e divieti di stazionamento, che dotano gli spazi di una tonalizzazione atmosferica sempre meno ricca di sfumature: sempre più centrata sul colore dell’esclusione e dei moti centrifughi.

Vale la pena riascoltare quello che ha sostenuto Paolo di Vetta durante il quarto convegno di Mars Beyond Mars, a proposito delle strategia di generazione di uno stato perennemente emergenziale. La negazione di un approdo, in mare, come su terra ferma, è tutto insito al mantenimento in vita dello stato di alterazione sensoriale, di modellazione di un design atmosferico, che ci racchiude in un perpetuo (e dromologico, in senso viriliano) stato di timore da invasione: la distopia che avanza.

Ufociclisticamente abbiamo assegnato un valore specifico a grafici come quello prodotto della Sea Watch 3. Si tratta dello strumento analitico del camminamento.
Il primo modo di accertare il “carattere” dell’UDA è proprio quella di attraversala, registrando i cambi di rotta, le deviazioni, le ricorsioni, i ripensamenti e gli inviti che lo spazio c’impone e ci propone attraverso i suoi psico-dissuasori, le sue affordance attrattive e i suoi attrattori.
Non ci addentreremo troppo nella tecnica, che potete leggervi in questo rapporto. Tra l’altro il gran numero di ricorsioni che il diagramma ha prodotto lo rendono troppo difficilmente interpretabile secondo la teoria dei nodi elaborata.
Tuttavia un’idea dell’atmosfera che in quell’UDA s’impone, emerge anche solo a uno sguardo diffuso, come conformazione emergente: costellazione.
Si tratta a tutti gli effetti di un’immensa e smisurata zona rossa, arbitrariamente preclusa e la cui unica ritonalizzazione consiste nella forzatura del blocco.
E’ ben visibile lo spazio invisibile d’azione dei deflettori, disegnato dal peregrinare della Sea Watch 3

Altro non potevano fare il capitano Carola Rackete e il suo equipaggio. Altro non possiamo fare tutti noi.
Al di là dell’azione umanitaria, necessaria e imprescindibile, li ringraziamo per averci mostrato pragmaticamente come si contiene il racconto della distopia e contemporaneamente come si demolisce una zona rossa.

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XV Ricognizione ufociclistica – pre Ciemmona Interplanetraia 2019

La XV ricognizione ufociclistica è stata di sostegno alla XVI Critical Mass Interplanetaria 2019. Lo scopo della pedalata è stato quello di portare in giro per Roma un piccolissimo anticipo di Ciemmona, comunicando con il tessuto cittadino e diffondendo l’appuntamento del 31 maggio, 1 e 2 giugno. Lo abbiamo fatto oltremodo telepaticamente.
Per l’occasione sono stati impiegati due dei tre risciò (quadricicli autocostruiti) trasformati in dischi volanti dagli xenoingegneri ciclomeccanici della Critical Mass realizzati nelle Area51 di Forte Prenestino e di Porto Fluviale. Quest’anno si è deciso di dare una connotazione ai tre giorni della Ciemmona al motto di No Borders! Per raccontare un tema tanto drammatico, si è scelta la metafora aliena: l’alieno come migrante, ma anche come prodotto residuale delle politiche d’esclusione oggi divenute priorità di molti governi occidentali: pratiche centrifughe all’indirizzo della periferia del sistema solare. Ancora e diversamente, l’alieno come valorizzazione del proprio essere altro da un progetto di città e più complessivamente di spazio, che non ci è mai appartenuto: siamo tutti alieni e nessuno è più alieno degli altri (si veda anche Traces of Extraterrestrial Organic Matter Have Been Found in South Africa’s Mountains e Cause of Cambrian Explosion – Terrestrial or Cosmic?).

Il punto di raccolta era a piazza Vittorio, tradizionale luogo di ritrovo della Critical Mass mensile (ogni ultimo venerdì del mese).
Dell’UDA di piazza Vittorio abbiamo raccontato molte volte. Si tratta di un luogo molto peculiare a Roma: spazio tra i primi a sperimentare forme virtuose di comunità pluriculturali, oggi soprannominata anche la “Chinatown romana” per via del gran numero di esercizi gestiti dalla comunità cinese.
In una Roma in endemico ritardo su qualsiasi innovazione, sorprendeva, ancora una decina di anni fa, vedere giocare assieme bambini di provenienza latino americana, con figli di immigrati asiatici, arabi e africani.

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Disco Volante modello Ufocicletta

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Disco volante modello Invasione Ufo

Ma a due passi da piazza Vittorio c’è anche la tristemente famosa sede fascista  Casapound. Sempre qui c’è l’incontro mensile della CM e per moltissimi anni è stata la sede di uno dei più famosi e caratteristici bazar romani: MAS Magazzini Allo statuto.
Al centro della piazza c’è un giardino in cui anni fa si svolgeva uno dei frammenti più caratteristici dell’Estate Romana. Ancora, nei giardini s’erge la Porta Alchemica (o Porta Magica) monumento esoterico e poco noto agli stessi romani.
Abbiamo più volte raccontato della traslazione della funzione di tonal dalla Porta Alchemica alla sede di Casapound avvenuta negli anni Novanta/Duemila: l’oggetto aggregatore d’atmosfere che disegna le emozioni prevalenti all’interno dell’UDA.
In questa strana atmosfera la CM, anche se solo di passaggio, costituisce un totem d’incongruenza intermittente che si contrappone come conflitto atmosferico (del tipo 1) alla colorazione proposta dal tonal. Anche grazie alla CM questa piazza resta ancora un luogo dall’aria respirabile, nonostante la presenza distopica di un tanto ingombrante residuo della neo-restaurazione.

Partiamo quindi da qui in direzione della nostra prima meta: la festa per i 42 anni di Radio Onda Rossa nel limitrofo quartiere di San Lorenzo.

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Passiamo per via Principe Eugenio con i due risciò disco volante e una massa festante d’alieni a circondarli. Sul lato opposto a quello visibile in foto in un’altra ricognizione scoprimmo un’UDA armonica capace di tonalizzare temporaneamente una limitata parte di spazio. Nello stesso rapporto sopra linkato accennammo all’esistenza degli “ordigni sonici”, oggetti capaci di tonalizzare armonicamente lo spazio attraversato contrastando le atmosfere ivi sedimentate. Nel video che segue è udibile l’ordigno sonico proiettato dal disco volante modello Invasione Ufo circondato da alcuni ricognitori:

Affrontiamo il sottopasso di S. Bibiana. Si tratta, come quasi sempre per i sottopassi, di uno psico-dissuasore. Da poco tempo è stata disegnata una pista ciclabile ufficiale che ha sostituito la ciclabile più volte spontaneamente e clandestinamente tracciata dai ciclisti urbani.
In questo passaggio i pedivellatori si trovano a dover condividere lo spazio con le automobili in costante accelerazione: una sorta di allucinazione da sprint finale. Per questa ragione l’entrata a San Lorenzo da questo lato di Roma si presenta con una sua precisa funzione dissuasiva. Quando la Massa Critica incontra uno psico-dissuasore inizia a urlare e ululare (si veda: Come affrontare uno psico-dissuasore) per contrastarlo (si veda anche: Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione).

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La ricognizione appena varcate le tenebre dello psico-dissuasore

Dopo qualche centinaio di metri la ricognizione giunge sotto la sede di Radio Onda Rossa, dove la festa di compleanno è già iniziata (foto che segue).

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La ricognizione pre-Ciemmonica giunta a via dei Volsci, sede di ROR

Abbiamo anche girato il filmato dell’arrivo trionfale stile Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo come alieni liberatori; gli astanti paiono felici di vederci e di essere “invasi”:

Radio Onda Rossa, come le occupazioni di Cinema Palazzo, di Esc e di Communia  rappresentano (con le loro differenze) gli ultimi avamposti di un quartiere in profondo mutamento. Da “roccaforte antagonista” degli anni Settanta-Ottanta, San Lorenzo sta lentamente mutando aspetto, schiacciato da processi di gentrificazione selvaggia e tentativi ripetuti da parte dei neofascisti di appropriarsi del quartiere, sfruttando in modo sciacallesco gravi fatti di cronaca (si veda questo articolo ad esempio). Ma sono proprio gli spazi sopra citati, luoghi in cui si manifesta un quartiere diverso, che resiste (coadiuvato da tutta l’area antagonista), alla tentazione di ridurre un tessuto cittadino molto più complesso e virtuoso a un racconto horror-grottesco: terreno di gioco privilegiato di fascisti e speculatori.

Nel video qui sopra la ricognizione si allontana dalla festa attraversando il quartiere. Gli astanti che incontra sono visibilmente felici del suo passaggio. Si tratta di un punto di vista privilegiato; spesso nelle cronache degli avvistamenti UFO è quest’ultimo a essere inquadrato e immortalato. Queste sono le prime riprese mai effettuate da un UFO delle persone che lo stanno a guardare. Scopriamo allora che al passaggio degli oggetti volanti non-identificati, le persone sorridono e fanno ciao ciao con la mano. Forse, in fondo, c’è più gente di quella che crediamo in attesa di un’invasione aliena (a questo proposito si legga: Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, ma anche Le tre stimmate di Palmer Eldritch di P. K. Dick).
Salutata quindi ROR (ma con la promessa di tornare più tardi), la ricognizione si è messa in moto nella direzione di Scalo San Lorenzo, imbattendosi però subito in una affordance attrattiva.

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Non abbiamo ben capito di cosa si trattasse: una festa, un’inaugurazione, una loggia massonica. Comunque sia la ricognizione accortasi della presenza di un gruppuscolo di gente allegra, l’ha invasa, aggregandosi con lo scopo di distribuire volantini della Ciemmona e di scroccare qualche cosa da mangiare (i ciclisti sono sempre in cerca di cibo, come certi personaggi del neolitico). La cosa è durata poco: subito dopo infatti i ricognitori sono ripartiti in direzione del Pigneto, altro luogo topico della Roma “alternativa”.

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La ricognizione in procinto d’abbandonare l’affordance attrattiva

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Nella foto precedente un po’ di cose: un alieno (grigio) si fa un selfie indossando la maglietta del Luther Blissett Project. Nello stesso istante la sua ufocicletta (biposto) sta transitando per l’omphalos di piazza di Porta Maggiore (si veda anche: Il purismo archeologico di Romano Talone) origine di molte ley line romane nonché dirimpettaia di una potente UDA armonica (si veda Le UDA armoniche – atto primo).
Alle sue spalle è evidentemente visibile un UFO [probabilmente un disco volante modello Invasione UFO – IR1 (incontro ravvicinato del primo tipo)] che da definizione percorre una ley line: la stessa intrapresa dalla ufocicletta del grigio e copilota.
Fin qui nulla di strano quindi, tanto più che, come mostra la mappa, la ley line percorsa è di tipo – – (meno, meno) che nella teoria ufociclistica del contatto denota un oggetto volante non identificato in procinto di rallentare e, quindi probabilmente, intenzionato a entrare in contatto con i terrestri.

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Mappa della ley line percorsa dai dischi volanti (clicca per ingrandire)

Sulla mappa sono visibili: l’omphalos di Porta Maggiore, la ley line (vettore) prodotta dal passaggio dei dischi volanti, direzione e verso del vettore [la freccia – mentre l’intensità data dal potenziale gravitazionale è di tipo – – (meno, meno) – si veda l’atlante per approfondimenti]. L’area (UDA ) tonalizzata in [Hex (#): 0063A5] (si vedano la tavola cromatica degli stati d’animo e questo rapporto) è ben nota agli ufociclisti. Si tratta di uno spazio caratterizzato da un’altissima concentrazione di esomediatori (si veda: Esomediatori – Frascati) di notevole importanza per l’universo cattolico. Dato che una ley line deve essere evidenziata da almeno tre segnalatori, la nostra ley line così si articola: Porta Maggiore, San Giovanni/Manzoni, Villa Celimontana. Su quest’ultima non abbiamo molto da dire se non che si tratta di una importante villa nel contesto della città, ma su cui ancora non abbiamo prodotto ricognizioni e rapporti. Gli altri due segnalatori sono appunto un omphalos e un’UDA esomediatrice (l’esomediatore, per definizione, non è mai un’UDA contattistica).

Ora il fatto anomalo è che pur nella sua condotta pressoché perfetta, la ricognizione ufociclistica senta, ad un certo punto, la necessità di mutare rotta invertendo la direzione del vettore, trasformandosi quindi in una ley line – + (meno, più), ovvero tutt’altro che contattistica. In prima approssimazione potrebbe trattarsi proprio dell’influenza del vicino potente esomediatore che, come dicevamo, non è mai di natura contattistica. In questo caso l’esomediatore assume anche il ruolo topografico di un deflettore o psico-dissuasore.

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Trasformazione del vettore

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La ricognizione ha invertito la direzione del vettore (ley line)

In seconda approssimazione potrebbe più semplicemente trattarsi del fatto che per raggiungere la meta era necessario fare inversione: intercettare il quartiere Pigneto che si trova nel verso opposto dell’esomediatore. Senza voler necessariamente sovrainterpretare, ci accontenteremo di questa seconda (semplicistica) spiegazione, non omettendo però di sottolineare l’anomalia ufologica.

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La ricognizione taglia un altro monumento cittadino: la Tangenziale Est

La tangenziale (visibile nella foto sopra) ufociclisticamente è un’intersezione. Si tratta di un taglio “sociopatico” (si veda la ricognizione Intersezione Togliatti), uno squarcio che si apre nel tessuto cittadino lambendo e tagliando molte UDA (Unità D’Ambiance), ma non restandone mai contaminato. Dal nostro punto di vista si tratta di un oggetto particolarmente interessante proprio perché impermeabile all’influenza atmosferica (delle atmosfere): metaforicamente forse un “ombrello” per i conflitti atmosferici del tipo 1 e 2. .

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La ricognizione tratto poco prima di giungere all’isola pedonale del Pigneto. Sulla sinistra sono visibili i palazzi al limone

Nel video precedente la ricognizione ufociclistica entra nell’isola pedonale del Pigneto. In sottofondo, manco a farlo apposta, le note del brano UfoCiclismo irradiate dal disco volante modello Invasione UFO.

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Una pausa per distribuire materiale informativo e mood esoplanetario

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Nella foto precedente: la ricognizione ha lasciato il Pigneto e si è immesso nuovamente su via Prenestina. La foto inoltre svela uno dei segreti della propulsione del disco volante Invasione aliena, con due (ma spesso più) ricognitori che apportano un surplus d’energia muscolare nei tratti gravitazionalmente impervi.

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Nella foto sopra: la ricognizione giunge a piazza Nuccitelli, attrattore della zona. La piazzetta costantemente sotto attacco da parte di sciacalli che vorrebbero trasformarla in uno spazio privato su cui piantare le radici dei tavolini da bar, è un luogo d’aggregazione e di sperimentazione per quel che riguarda, ad esempio, le aree di verde pubblico.

Spesso a piazza Nuccitelli si ritrovano ciclisti in vena di chiacchiere. Anche questa volta ne abbiamo incontrati alcuni abdotti, poi, per la Ciemmona.
Ci fermiamo parecchio e quando ripartiamo già sta calando la sera. La prossima meta è, di nuovo, la festa di ROR.

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Eccoci nuovamente.
Ci fermiamo un po’ essendo quasi completamente mutata la composizione di compagni e avventori al compleanno della radio, rispetto al pomeriggio. Un’altra occasione per raccontare cosa stiamo facendo e cosa accadrà nei giorni della CM Interplanetaria.
Ma la ricognizione non è ancora finita. Tra poco inizia la festa Mind the Gap nel vicino ateneo La Sapienza.
Ci rimettiamo quindi in cammino (foto che segue).

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In foto è visibile un alieno verde

Non senza qualche difficoltà brillantemente superata riusciamo a entrare a La Sapienza dove la festa è già iniziata. Si stanno esibendo delle band che suonano musiche varie. Proprio vicino al piazzale della facoltà di Fisica, dove la festa si sta svolgendo, c’è il piazzale della Minerva, una piattaforma girevole, oggetto rotante a cui nessun ciclista urbano può resistere. S’innesca così il momento angolare della ricognizione:

Un’ultima foto (sotto) al disco volante modello Invasione UFO atterrato proprio nel bel mezzo del Mind the Gap e da tutti gli astanti ammirato:

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L’intera mappa della ricognizione (clicca per ingrandire)

Sulla festa alla Sapienza, il giorno dopo, la consueta “informazione” distopica e il racconto horror-grottesco che disegna la realtà (foto sotto).

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Nella foto ci finiscono pure i due dischi volanti della ricognizione. Un racconto tremebondo composto (come una pozione) da luoghi comuni e allarmismi un tanto al chilo, scritto forse per invocare il “pugno di ferro” anche sui fenomeni ufologici (come se già non lo facessero gli ufologi di professione: si veda Esomediatori – Frascati e anche Chi sono gli ufologi).
La ricognizione invece ha aperto uno spazio ucronico nelle complesse vicende di questo quadrante di Roma.

Ci vediamo nel futuro!

Zone rosse: conflitto cromatico ed esclusione

Gli spazi antropici possono generare o farsi investire da atmosfere che, seppur prioritarie, sono sempre e solo quelle prevalenti, rispetto ad altre compresenti ma minoritarie se non addirittura triviali. Abbiamo definito tali spazi UDA, ovvero Unità D’Ambiance cercando di dar loro un perimetro, un limite, che ne delimiti l’influenza, onde cogliere lo scarto con altre UDA adiacenti.
L’idea che l’UDA sia qualcosa di non permeabile è comunque del tutto errata.
Da un punto di vista euristico non c’è differenza tra la percezione che si riceve e quella che si trasmette all’ambiente, dato che, in ultima analisi, l’elaboratore e il percettore di sensazioni coincidono: la pelle, la carne, con tutti i suoi differenziati organi sensori.
Tale dispositivo, o AI come suggerisce di definirlo l’Associazione Psicogeografica Romana (APR), non può che operare una distinzione convenzionale tra ciò che investe i propri sensi e ciò che i propri sensi hanno irradiato. Questo dato è inestricabilmente immanente e bisogna farci pace.

Un modo piuttosto rapido per descrivere il carattere delle UDA è quello di associare ad esse un codice colore. L’UfoCiclismo ha sviluppato una specifica tavola cromatica degli stati d’animo proprio per questo scopo, con la consapevolezza, però, che emozioni e colori sono associabili in via del tutto denotativa, quando invece la percezione atmosferica (relativa alle atmosfere) dovrebbe essere un’esperienza il più possibile sinestetica e connotativa. Dagli occhi, la percezione primaria andrebbe ricacciata giù nella gola, passando per l’udito e l’olfatto fino al tatto, e magari esperita sincronicamente con i cinque o anche più sensi (per coloro che hanno scoperto di possederne d’ausiliari).

Non è quindi un fatto strano che qualcuno abbia scelto di definire rosse le zone della proscrizione: zone rosse.
La definizione che ne da la ligia Wikipedia è la seguente: “Con la locuzione zona rossa si definisce un’area soggetta ad un alto rischio di carattere ambientale, sociale o d’altro genere. Può essere istituita temporaneamente o definitivamente e può essere interdetta al pubblico“.
Accettando quindi come socialmente condivisa l’associazione emotiva tra rosso e pericolo, e altresì accettando il carattere arbitrario della sua competenza perimetrale (la zona rossa è uno spazio visibilmente perimetrato e delimitato da transenne, guardie, telecamere eccetera), vale la pena tentare di darne una più esaustiva, e meno superficiale, interpretazione cartografica.

Una zona rossa è a tutti gli effetti un’UDA a cui qualcuno ha attribuito il gradiente atmosferico rosso. Riferendoci alla tavola cromatica degli stati d’animo il rosso è compreso nel cluster 1-4 a cui negli anni gli ufociclisti hanno assegnato collegialmente questi attributi: “Ambiance ricca, varia, densa, strutturata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112).
In effetti un’ambiance con tali attributi può facilmente divenire materia del contendere, innescare appetiti, al pari di un giacimento minerario, di una risorsa idrica, di uno spazio balneare, di una sorgente sulfurea eccetera, su cui qualcuno ha messo gli occhi, con l’intento di sottrarla alla collettività, di farne uno spazio privato escludendone arbitrariamente l’accesso ad altri.
Ne consegue che una volta individuata atmosfericamente una zona rossa (prima che qualcuno ne rivendichi di prepotenza il possesso) su di essa va preventivamente effettuato del conflitto atmosferico (del tipo 1), “degradandola”, rendendola non più appetibile, trasformandola in una barricata: “… costruzione di barricate simboliche come immondizia, graffiti, tag, stencil ostili, intollerabili, osceni. Sarà il caso di lasciare i cumuli volutamente senza manutenzione di modo che si popolino di cinghiali, ratti, insetti e gabbiani (bisognerà però scongiurare il ritorno della peste bubbonica con controlli capillari). In questo senso bisognerà costruire un giacimento (cuspide) senza manutenzione: osceno, indecente e disturbante.” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 117).
Questa tattica ricorda quella impiegata da quegli animalisti che macchiano il manto degli animali considerati da pelliccia.

Una UDA rossa già individuata e perimetrata è così costituita:

1) psico-dissuasori: sono gli elementi immediatamente percepibili dell’avvenuta occupazione-usurpazione di una zona rossa. Alcuni psico-dissuasori sono: le transenne, le guardie, la presenza di ritmi nella segnaletica dei divieti (che culmina nel groviglio dei sensi vietati), la presenza di aviomezzi ben visibili e rombanti, un intorno di turisti e curiosi facenti funzione di cuscinetto tra il perimetro vero e proprio e le UDA circostanti (gergalmente chiamata carne da cannone dato che in caso di repentina e imprevista espansione della zona rossa questi saranno i primi a esserne tragicamente investiti, un po’ come accadde a Pompei ed Ercolano).
Su un asse funzionale gli psico-dissuasori si oppongono alle affordance attrattive, ovvero a quelle spontanee pulsioni a oltrepassare i limiti imposti dai primi. Una tipica tattica di superamento degli psico-dissuasori è la massa critica. Ad esempio quando la massa critica dei ciclisti urbani intraprende un sottopasso (psico-dissuasore perché generalmente inteso dagli automobilisti come rush finale prima di un allucinatorio traguardo) questa urla, ulula, fischia il vento e la bufera, onde ricacciare indietro la funzione dissuasiva.

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Ancora tecniche contro gli psico-dissuasori: Santiago di Cile 18 ottobre 2019

2) tonal: ogni UDA (e così anche una zona rossa) contiene al proprio interno un tonal che ne mantiene in vita il gradiente atmosferico. L’individuazione dell’oggetto che più rappresenta l’atmosfera è quindi un’operazione preliminare dell’individuazione di qualsiasi Unità D’Ambiance. Nelle zone rosse la sua localizzazione dovrebbe essere particolarmente semplice, almeno in teoria, dato che tra le motivazione ufficiali dell’instaurazione di un tale spazio della proscrizione, generalmente viene indicato il cosiddetto “obiettivo sensibile” da proteggere: spesso si tratta del tonal. Per la medesima ragione, quindi, agire direttamente sul tonal, facendogli perdere attrattiva e forza (conflitto atmosferico del tipo 1) è non di rado impossibile.
Le occupazioni autogestite (l’occupazione di uno spazio) sono tattiche utilizzate, più o meno consapevolmente, per “tenere a bada” il potere attrattivo di un tonal, quando la zona rossa non sia stata già militarmente instaurata.
L’alternativa è costituita allora dal totem d’incongruenza, una struttura sempre presente qualora esista il tonal. Il totem è la funzione inversa di quest’ultimo e ne bilancia la tonalizzazione: la caratterizzazione. Generalmente esso coincide con l’oggetto, la situazione “naturalmente” fuori posto nell’UDA esaminata. Qualora accessibile il totem è la struttura su cui intervenire, potenziandola, per ridurre l’influenza del tonal e per “sbiadire” il rosso della zona. A differenza del conflitto atmosferico e dell’atmosfera come barricata, il potenziamento del totem d’incongruenza è un processo di mutazione molto meno rapido, anche molto meno traumatico, in cui, alla fine, la zona rossa cambierà colore al pari di un cambio di destinazione d’uso.
Quantunque invece non fosse possible incidere sul totem perché neutralizzato, la zona rossa sarebbe tale solo in modo impropriamente detto, dato che si tratterebbe, in realtà, di un’UDA drammaticamente traumatizzata, pauperizzata, deprivata, a cui è stata sottratta la vita. In questo caso l’UDA necessita di un intervento molto più radicale ammesso che essa, a quel punto, possieda ancora qualche attributo d’interesse per coloro che vorrebbero rivitalizzarla. Un’UDA “morta”, militarmente protetta e prescritta, è in gergo definita linea maginot.

3) varietà dimensionali (di tipo 1 o 2): si tratta di percorsi fortemente irregimentati, di varchi sorvegliati, di passaggi segreti inespugnabili eccetera, presenti nella zona rossa. Sono le vie d’accesso e di fuga da questo tipo di spazio, qualora esso sia stato già individuato, blindato e normato. Si può agire su di esse in modo da “tagliare i rifornimenti” allo spazio invaso, o da rendere difficile il transito verso questo (generando psico-dissuasori ad esempio). Individuare una varietà dimensionale di tipo 1 o 2 è semplice dato che al suo interno il ciclista si sente sopraffatto da un eterodiretto “dover-fare” o da un “non-poter-fare-altrimenti”.
Biciclette, monopattini, skate eccetera, ovvero mezzi autopropulsi e bidimensionali, sono gli unici a muoversi con destrezza e reversibilmente in queste tipologie di spazi.

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Un esempio di psico-dissuasore: i briques bloc utilizzati negli scontri a Honk Kong

4) occultatore: spesso, ma non sempre, le zone rosse estendono in apparenza la propria influenza attraverso occultatori come muri, ponti, sottopassi, portali, funi eccetera. Individuare la presenza di questi oggetti aiuta a comprendere con esattezza il perimetro dell’UDA e la sua conformazione.

5) cluster 33-38: qualora sia urbanisticamente possibile, bisognerebbe occuparsi di modellare tutte le UDA adiacenti la zona rossa con atmosfere di un colore compreso nel cluster 33-38 della tavola cromatica degli stati d’animo: “Ambiance deprivata, traumatizzata” (si veda anche l’Atlante ufociclista pag. 112). Questa tattica è comunemente definita far terra bruciata. Il contro-isolamento della zona rossa è un’operazione piuttosto complessa e di rado praticabile. Essa implica una massa critica di dimensioni straordinarie e molto tempo a disposizione: altrimenti detta rivolta.

L’associazione rosso = pericolo è quindi solo l’esasperazione di uno degli stati d’animo possibili, di uno spazio che invece si presenta come ricco, vario, denso e strutturato. Che tale vivacità lo possa rendere anche relativamente “pericoloso”, riottoso, fuori controllo, è solo una delle possibili conseguenze.
E’ invece innegabile che esso si trasformi in assolutamente pericoloso, qualora sia il capitale e i suoi servitori a interessarsene: armandolo e recintandolo. Ma nessuna zona rossa sarà mai abbastanza sicura dato che come ovvia reazione essa produrrà, sempre nei proscritti, un’affordance attrattiva relativa.
Il conflitto cromatico è quindi prioritariamente un conflitto atmosferico in cui una delle parti impiega l’arma affilata della paura.

Link:
Il Daspo è solo l’inizio. Gli ultras come cavie per fermare i movimenti

Esomediatori – Frascati

Rapporto redatto da Cobol e Evi.

Nella generazione di una cartografia alternativa l’UfoCiclismo si da come compito ultimo quello dell’individuazione della UDA contattistica, ovvero di quello spazio che più di altri si predispone all’intercettazione di xenoalterità d’origine terrestre ed extraterrestre.
Il contatto con tali forme di vita non presuppone in nessun caso un rapporto di intermediazione. Su questo l’Ufologia Radicale è stata molto chiara.
Ancora oggi miserabili esseri umani come il sedicente ufologo (si veda: Chi sono gli ufologi) Roberto Pinotti (evidentemente destrorso fino al midollo), digeriscono con estrema difficoltà questo richiamo all’autonomia (tanto da dover affermare pubblicamente la propria estraneità alle caratteristiche politiche del fenomeno. Si legga questo passo). Per costoro, impavidi fiancheggiatori della normalizzazione, lobotomizzati estimatori della repressione, anche il contatto alieno deve transitare per le istituzioni repressive dell’esercito e della polizia. Neanche perdiamo tempo a  sbeffeggiarli dato che ci ha già magistralmente pensato Tinto Brass – si veda il video che segue).

Dalle pagine del sito ufficiale del CUN, costoro spronano chiunque abbia avvistato un UFO, un fenomeno inspiegabile, un’epifania irriducibile, a rivolgersi con serenità ai carabinieri. Saranno poi questi ultimi a far quadrare il cerchio riducendo, di nuovo, tutto alla noia: tutto al silenzio.

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La pagina del CUN (Centro Ufologico Nazionale) dove s’invita a fare la spia ai carabinieri

Nello stesso passo già evidenziato, sempre costui e costoro, s’arrogano il diritto di sentenziare su ciò che l’ufologia è o non è. Intendiamoci: vadano alla malora loro e tutta l’ufologia. Non ce ne frega un benemerito niente. Ma per coloro, invece, che in buona fede si definiscono ufologi, c’è parecchio da rimuginare circa l’essenza dei propri infami capi popolo.
Noi dalla nostra saremo sempre dalla parte di chi combatte a fianco dell’irriducibile, dell’UFO, perché rimanga non-identificato e non-identificabile.
UFOfilia autonoma e radicale!

Abbiamo così tentato di estendere questa riflessione annoverandola nella proposta di una nuova categoria ufociclistica, che per il momento definiamo come esomediatore.
Per esemplificarla avremmo potuto scegliere un qualsiasi luogo, ma abbiamo approfittato di una recente, breve, ricognizione a Frascati.

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Eccoci quindi in quel di Frascati in una bella giornata di marzo.
Ci stiamo recando in direzione di Monte Porzio Catone intraprendendo viale Bonaparte. Il primo artefatto d’interesse lo intercettiamo a largo Pentini.

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Si tratta di una piattaforma girevole che ruota attorno a cinque direttive. Le sue ridottissime dimensioni la dotano di un elevato momento angolare, rendendola evidentemente un vortice. Le piattaforme girevoli hanno questa caratteristica di spazzare i flussi cittadini rigenerandoli, producendo traiettorie inattese. Non è un caso il fatto che se una massa critica di ciclisti ne individua una, inizierà a gravitarci più e più volte attorno, producendo quell’ebrezza da smarrimento tipica dei vortici emozionali accidentali, degli incontri inattesi, delle loquacità mai prima d’allora proferite.
Il carattere disarmonico di questa struttura è qui sottolineato dal praticello in pseudo-erba al suo interno, forse adattissimo per picnic sintetici che ci proponiamo presto di sperimentare.
Come sa bene chi studia i tornado (ma anche chi ha visto un film catastrofista), nell’occhio del ciclone s’assiste ad un’irreale calma: una calma plastica e artificiale, quasi c’avessero steso un praticello verde sintetico. Qui a largo Pentini abbiamo trovato il perfetto prototipo (la “tempesta perfetta” per rimanere in ambito di metafore cinematografiche) di questa alienata (nel senso di “posta altrove“) topologica condizione. Viva l’alienazione!, allora.
In una piattaforma girevole di grandi dimensioni, spesso questa condizione non è percepibile; i flussi scompaginanti si generano lontano, nella periferia, e chi si trova nel mezzo percepisce esclusivamente la condizione alienata, scambiata per emozione o atmosfera preponderante e generalizzata. Solo con l’approssimarsi al bordo emerge il traumatico e repentino cambio d’ambiance che ci scompiglia i capelli e ci strappa di dosso le vesti.
In questa piccola UDA (un’UDA giocattolo), invece tutto è a portata di mano, e il cambio d’ambiance è percepibile così come lo è, al contempo, l’atmosfera dominante al suo centro. Il comune centro di massa delle due atmosfere genera a tutti gli effetti una schizo-esperienza e un’ebrezza non dissimile da quella che il ciclista prova segando di netto un ingorgo stradale mummificato.
Ci spingiamo oltre ipotizzando, proprio sul bordo, il generarsi di un conflitto atmosferico di tipo 2, rilevabile, date le contenutissime dimensioni della piattaforma girevole, forse con una lente o più propriamente con un microscopio sentimentale.
Ci proponiamo di tornare nuovamente per scandagliare nel profondo i limiti di questa circonferenza, seguendone la circolarità in vernice bianca stradale, così da scoprire il conflitto atmosferico che ivi si cela. Tuttavia, già la foto ci suggerisce qualcosa. Se analizzata. Analizzatela. Si, ovvio. La sua eccentricità.
La rotazione eccentrica produce allora una pulsazione, un ritmo. Il ritmo è una categoria ancora in fase di studio nell’UfoCiclismo. A essa però è già possibile attribuire elementi propri del far-fare che generalmente transita dal generatore (di ritmo) direttamente al corpo percipiente, che compulsivamente risponde. Probabilmente se ne genererà una danza, una contrazione e il suo rilascio, forse un’epilessia; ma al momento su tutto ciò non esiste un punto di vista largamente condiviso tra gli ufociclisti.

Procediamo su via Borgo San Rocco e poi per via Gregoriana fino a incontrare la rotatoria SS Sacramento Frascati. Su quest’ultima piattaforma girevole, meno interessante della precedente, non abbiamo molto altro da dire. Tuttavia essa si posiziona al centro di due oggetti molto importanti. Il primo è un un separatore (foto che segue).

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La funzione del separatore è di tipo cosmetica. Esso simula, recita, la fine della continuità atmosferica dell’UDA mettendo in scena una discontinutà pluri-atmosferica: ma si tratta di un sotterfugio o di un gioco di prestigio. In questo caso esemplare, la discontinuità è ulteriormente rafforzata dalla muratura della porta, come a sottolineare l’impenetrabilità e l’irriducibilità di due (o più) atmosfere. In realtà di una sola atmosfera si tratta, anche se dalla foto non è percepibile. Facciamo quindi che vi affidate sulla base della fiducia (oppure recatevici, che è anche meglio).

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Mappa della piattaforma girevole SS Sacramento Frascati

Poco più avanti, ma sempre nell’area d’influenza della piattaforma girevole SS Sacramento Frascati, troviamo la parrocchia del Santissimo Sacramento Frascati (nella foto che segue).

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Si tratta di un bunker a forma di torre che ricorda un panopticon. D’altro canto d’istituzione totale si tratta.
Lo abbiamo detto molte volte: chiese e parrocchie spesso coprono il ruolo di tonal provvisori, qualora il tonal originario abbia perso il suo ruolo (si veda questa ricognizione, ad esempio). Diciamo che molto indicativamente la parrocchia del Santissimo Sacramento Frascati può assurgere a tonal dell’UDA che molto velocemente stiamo attraversando. Ci pare un’ipotesi plausibile, anche se non avvalorata da un’analisi abbastanza approfondita. Ma al momento poco importa perché tutto ciò ci serve solo per dire d’altro.

Torniamo quindi all’inizio di questa ricognizione, alla polemica tra contatto autonomo e contatto mediato. Torniamo quindi a quell’esomediazione a cui abbiamo solo accennato, ma che costituisce l’argomento di questo intervento.
Al di là del ruolo di tonal debole che abbiamo spesso imputato alle chiese, per molto tempo ci siamo interrogati sulla possibilità che questi edifici altamente simbolici potessero assumere una funzione specifica. Alcuni ufociclisti insistono sulla funzione attrattore che giustificherebbe inoltre la loro capacità di fare le veci del tonal vero e proprio (un attrattore è sempre un tonal in progress). Non c’è dubbio sul fatto che questo attributo rientri a pieno tra le caratteristiche di tali edifici. Tuttavia si tratta nuovamente di una funzione accessoria, derivata, mentre noi ne cerchiamo una di tipo costitutiva: magari esclusiva nell’ambito delle architetture e degli spazi antropizzati.
Procediamo allora a una semplificazione concettuale.
Un edificio religioso (diciamo sopratutto nella tradizione monoteista) è un luogo in cui gli umani si recano per dialogare con una o più entità aliene, ovvero con esseri non appartenenti a questo pianeta. Ovviamente non ci interessa addentrarci nella questione sull’esistenza o meno di tali entità. Ciò che c’interessa invece rilevare è che tali edifici funzionano da amplificatori, da antenne, nell’ipotetico dialogo tra umani ed extraterrestri. Tale forma di contatto, inoltre, avverrebbe attraverso la mediazione di una precisa gerarchia che, in questo caso, è quella ecclesiastica (nella religione cristiana addirittura i santi rappresenterebbero ulteriori mediatori tra proferenti e ascoltatori). Si tratta quindi, a tutti gli effetti, di un’esomediazione.
Se quindi gli edifici sacri costituiscono degli esomediatori, essi si contrappongono costitutivamente alle UDA contattistiche, in cui il contatto con altre forme di vita non necessita, per definizione, di alcuna mediazione.

Si faccia molta attenzione: da apolidi senza dio quali siete, tenderete a pensare che l’esomediatore sia una categoria stabilmente negativa (oddio! I preti!) in quanto contrapposta ad una tradizionalmente ritenuta “positiva” nell’UfoCiclismo: la riottosa e desiderante UDA contattistica. Come più volte si è cercato di dimostrare, non esistono categorie buone e categorie cattive. Il classico dualismo che spiega questa condizione è quella di tonal vs totem d’incongruenza. Gli ufociclisti novizi tendono a credere che il tonal materializzi una qualche forma di concrezione del bene, mentre il totem, del male. In realtà sarebbe facile dimostrare l’esistenza di tonal davvero perfidi e odiosi, e di formidabili alleati tra le fila dei totem. Al contempo non si può tacere sul fatto che le UDA contattistiche posso essere luoghi pericolosi (spesso lo sono), disorientanti, traumatici financo, e che le alterità non sempre gradiscano essere intercettate, avvicinate, magari fraintendendo le nostre intenzioni. La costruzione di “un mondo possibile” è una dolorosa e pericolosa gioia.
Se siete in cerca di una netta separazione tra il bene e il male, allora forse è meglio che scegliate le chiese e i sermoni.
Ma per tutto ciò rimandiamo ai rapporti ufociclistici precedenti, e a un po’ di studio (ovviamente per coloro che vogliano incautamente approfondire).

Nel campo degli esomediatori non rientrano solo le religioni monoteiste. C’è l’ufologia tradizionalmente intesa (quella che necessita di mediatori come gli “ufologi di professione” o le forze di polizia), le attività medianiche, gli psicologi per animali, i mediatori culturali, l’ayahuasca e i suoi sciamani (a questo proposito si veda l’intervento di Sara D’Uva al Mars Beyond Mars 4) e in generale alcune forme d’interfaccia. Anche i trasformatori elettrici sono degli esomediatori (molto utili).
Un corrimano è un esomediatore. Quindi un esomediatore è anche una varietà dimensionale del tipo 1. Un esomediatore + varietà dimensionale del tipo 1 è, ad esempio, un cane per ciechi. Come sempre un oggetto può ricoprire più funzioni, e quella predominante è solo situazionale e dipendente dal sistema di riferimento utilizzato.

Allora, qualora la categoria di esomediatore fosse accettata dalla comunità ufociclistica, essa diverrebbe l’opposto funzionale dell’UDA contattistica e ne fornirebbe una definizione più rigorosa rispetto a quella finora proposta:
un’UDA contattistica non è un’esomediatore.
Semplice ed elegante.

Tutto ciò spalanca conseguenze su cui abbiamo timore, al momento, di sporgerci. Ad esempio: un trasformatore elettrico non può essere mai un’UDA contattistica?
Preferiamo invece chiudere rapidamente con la foto di due biciclette.

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Le bici sul treno della linea Roma-Frascati

 

 

Le UDA armoniche – atto primo

Di Cobol Pongide

Per Unità d’Ambiance (UDA) intendiamo quello spazio interessato dall’intervento umano che esprime compattamente una certa atmosfera, trasferendo o essendo investita, da un certo stato d’animo, su o da parte di chi l’osserva.
Esistono molti modi di circoscrivere l’UDA. L’UfoCiclismo visivamente utilizza una specifica tavola colori (la Tavola Cromatica degli Stati d’Animo) per delimitarne la continuità atmosferica di questo spazio. Si tratta di un modo prioritariamente (ma non esclusivamente) visivo di sintetizzare l’influenza esercitata su, o da, un’UDA.

Nel caso che vado a raccontare le UDA posseggono una compattezza in termini uditivi che, in via del tutto generale, come ufociclist* definiamo UDA armoniche. Va da sé, che la scelta di modi diversi di rilevare la continuità di un’UDA produce sovrapposizioni e accavallamenti tra spazi che abbiamo definito interUDAli (si veda l’atlante Tattico per approfondimenti).
La modalità con cui la compattezza dell’UDA armonica si propaga prevedono: una sorgente sonora e un fronte d’onda. In questo caso, la sorgente sonora costituisce il tonal, il fronte d’onda rappresenta l’attrattore, mentre ostacoli e rumore di fondo costituiscono psico-dissuasori (in questo caso dissuasori psico-acustici) e totem d’incongruenza (come nel caso d’ostacoli che intralciano la diffusione).
Una stanza completamente vuota e isolata al cui centro un corpo vibri, è considerato il caso ideale di UDA armonica: caratterizzata da una sorgente che diffonde in maniera indisturbata la continuità del fronte d’onda, il cui raggio d’azione è delimitato da deflettori (totem d’incongruenza).

Ammenoché la sorgente sonora non sia continua (quindi ininterrotta), l’UDA armonica è sempre un’UDA situazionale, ovvero essa si genera allorquando il tonal venga, per così dire, lasciato vibrare.
L’essere temporanea dell’UDA armonica è probabilmente una delle sue caratteristiche più interessanti. Spesso essa è anche portabile a differenza delle UDA stabili principalmente generate da una certa configurazione architettonica. Ad esempio, il boombox è, in questo senso, un ottimo generatore di eterotopie armoniche UDAli.
Infiltrandosi in UDA già esistenti, per via della portabilità, le UDA armoniche possono assecondare e rafforzare l’atmosfera dell’UDA ospite (far suonare l’Internazionale durante un corteo antagonista, ad esempio), oppure funzionare da totem d’incongruenza e operare contro la compattezza (suonare musica in piena notte, ad esempio). In questo ultimo caso il totem prende in gergo il nome di ordigno sonico.
Il più antico ordigno sonico portabile (semovente, in questo caso) di cui si ha conoscenza è il parasaurolofo. E’ possibile apprezzare il suo operato in questa ricostruzione in cui vengono esaltate, senza mezzi termini, le virtualità dei suoi infrasuoni.
Ovviamente la propagazione dell’UDA armonica, in condizioni ideali, avviene concentricamente ed è direttamente proporzionale all’intensità del suo tonal.

Un marciapiede lapideo è sempre una affordance attrattiva per i ciclisti urbani. La vibrazione, o la sua totale assenza, produce un irresistibile richiamo: una sensazione che dai pneumatici si trasmette direttamente al corpo lambendo, tra le prime, alcune zone erogene.
Alcuni ufociclist* propongono di definire questo particolare tipo di affordance col concetto di “linee del desiderio” o “linee desideranti” in una modalità, quest’ultima, che riporta alla mente la terminologia utilizzata da Deleuze e Guattari. Su ciò non esiste ancora un accordo generale e quindi la categoria non è entrata a far parte del lessico analitico.
Il problema principale risiede in quel “linee” che nell’ufociclismo (così come pure nella psicogeografia) sta prioritariamente a indicare le ley line.
Staremo dunque a vedere. Il dibattito al momento è intenso, ma non concitato.
Un altro versante ufociclistico, secondo me più interessante, propone di definire tale esperienza come affordance desiderante. Personalmente mi sento più avvinto da questa seconda accezione (anche se terminologicamente un po’ troppo generica e inutilmente roboante) che sottolinea esattamente quanto, poco sopra, sostenevo. Le particolari vibrazioni che i marciapiedi lapidei (ma non solo) trasmettono al corpo, hanno generalmente una funzione, per così dire, “emolliente”, che tende a rilassare senza per questo abbioccare. Ciò anche perché il tratto percorso sul marciapiede spesso consente ai ciclisti urbani di alienarsi momentaneamente dal traffico automobilistico. I due effetti combinati producono un risultato benefico sul corpo di chi pedala: un transitorio senso d’euforia alienata.

Le UDA di cui sto per parlare assumono entrambi i caratteri sopra elencati, quello armonico e quello tipico delle affordance attrattive, in quanto la loro emersione temporanea avviene transitando con la bici su dei marciapiedi.

L’UDA armonica di via Principe Eugenio

Sono a pochi sparuti passi da piazza Vittorio (Roma), punto d’incontro della CM mensile (ogni ultimo venerdì del mese).
Da qui fino a Porta maggiore s’articola questa strada a doppio senso di marcia (che nel tratto più vicino allo slargo prende il nome di via di Porta Maggiore) che finisce direttamente all’interno di un omphalos (Porta Maggiore, appunto). Qui convergono molti acquedotti romani e sopratutto iniziano le ley line di via Prenestina e di via Casilina.
Porta maggiore è anche una potente piattaforma girevole, che ha la caratteristica di “spazzare” quel quadrante producendo vortici disorientanti da cui non è sempre possibile emergere integri. La piattaforma girevole ha questa funzione scombussolante e rigenerante all’interno degli spazi antropici: produce quel caos che può fondare nuovi percorsi, nuove destinazioni e far scoprire luoghi di cui non si immaginava di provare desiderio.

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Porta Maggiore.

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Porta Maggione ufociclizzata. Vortice-piattaforma girevole.

Sono quindi sul marciapiede di via Principe Eugenio con alle spalle piazza Vittorio, sul lato sinistro attenendomi al convenzionale senso di marcia. Il marciapiede è come dicevo lapideo, composto di piccole lastre rettangolari, di cui molte divelte. Non so di che materiale si tratti. Ho cercato ma non ho trovato nulla di definitivo a tal proposito. Quindi senza saperne nulla direi basalto; ma giusto per dire qualcosa di sentito dire.

piazza vittorio

Proprio la circostanza per cui le lastre di pietra sono divelte e sconquassate le rende dei generatori di suono producendo, quindi, l’UDA armonica. Il diametro del generatore (della sorgente sonora) è quello mostrato dal vettore nella mappa precedente (che mostra anche direzione e verso del mio pedalare). Esso s’estende da via La Marmora a viale Manzoni. Dopo quest’ultima, la composizione del marciapiede rimane la stessa, ma esso non emette più quel caratteristico suono figlio dell’incuria. Il marciapiede diviene noiosamente stabile, senza più alcun grillo per la testa.
I palazzi alla mia sinistra e sulla destra funzionano da deflettori continui (al netto delle strade che li tagliano), il che delimita “naturalmente” l’influenza dell’UDA.
Ecco quindi il suono generato:

E’ tutto piuttosto confuso (da qui lo “Atto primo” nel titolo, giacché mi ripropongo di effettuare nuovamente la registrazione con mezzi più adeguati che chiederò in prestito). C’è sempre molto rumore di fondo probabilmente perché sprovvisto di un microfono direzionale adeguato. Tuttavia anche in questa primitiva registrazione si comprende efficacemente il timbro e la peculiarità percussiva del suono. Di fatto il tutto ricorda l’armonia generata dalla percussione di un martelletto su una superficie in pietra.
Il timbro in questione è piuttosto cupo e profondo, leggermente cavernoso e, a volerselo un po’ strappare di bocca, bene s’addice a questa strada che si fa spazio tra antichi e massicci  palazzi di ormai qualche ammasso di lustri.
Restando fedele all’impressione uditiva cerco un corrispettivo visivo nella Tavola Cromatica degli Stati d’Animo provando ad associare rumore e colore. Per quel che mi riguarda si tratta del colore 12. Facendo riferimento all’atlante tattico scopro che il 12 (HEX (#): C5912F) è il limite superiore del cluster che ha il valore medio in 10. Sapore – “Amaro: ambiance inquieta, tremebonda“. Tutto ciò nel suo estremo più alto e quindi più vividamente caratterizzato.
La cosa mi sorprende un po’ in effetti, dato che la strada si presenta apparentemente ben sedimentata e a suo modo quieta. Il responso cromatico però s’armonizza con una ricognizione che facemmo tempo addietro, proprio nell’area di piazza Vittorio. Allora parlammo del tonal radiante rappresentato dalla sede di Casapound, lì a pochi passi. Parlammo di una possibile contrapposizione d’ambiance tra M.A.S. i Magazzini allo Statuto (storico e caratteristico esercizio-bazar della zona) e la sede fascista di via Napoleone. Altresì rilevammo l’importanza della Porta Alchemica proprio al centro della piazza, l’antico tonal della zona (si veda l’atlante Tattico).
Tutti questi attributi, paiono ancora in competizione tra loro e tale contrapposizione ci restituì allora un’impressione di UDA instabile, forse ancora in divenire; sensazione compatibile ancora oggi con il mio responso cromatico.
Tutta quest’ultima considerazione è però frutto di una evidente e consapevole sovrainterpretazione, giacché resterebbe da spiegare come la composizione atmosferica della zona di piazza Vittorio possa riverberarsi e rinascere in un’UDA armonica temporanea, generata da mattonelle sconquassate.

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L’UDA trattata con la tavola cromatica degli stati d’animo

Mi limiterò allora a rilevare l’UDA armonica ivi generata dal passaggio della mia bicicletta mtb a pneumatici tacchettati.
Nella mappa precedente, quindi, l’estensione dell’UDA armonica di via Principe Eugenio.
Dal punto di vista dell’autoinduzione di stati d’animo (alla maniera psicogeografica e anche, forse, nell’unica modalità con cui un’UDA del genere può essere utilmente considerata), mi pare si possa dire che questo attraversamento generi, in chi lo intercetta, un sentimento d’inquietudine: forse un’UDA per inquietarsi. L’effetto è ovviamente molto smorzato dal rumore di fondo che in questa città è ossessivamente ininterrotto.
Il corrispettivo marciapiede sul lato opposto è, nel momento in cui scrivo, invece privo di emissioni sonore. La pavimentazione infatti appare saldamente piantata con i piedi per terra.

L’UDA armonica di via Prenestina

Tra via Principe Eugenio e via Prenestina (la prossima meta) ci sono poche centinaia di metri. Superata Porta Maggiore, dirigendosi verso est, inizia infatti l’antica consolare.
Bisogna pedalare ancora pochi minuti prima di trovare, nella medesima direzione di marcia, un marciapiede (qui una foto trovata in rete) non dissimile da quello dell’UDA precedente.

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La nuova UDA, perché ovviamente è di quello che andrò a parlare, s’estende (come è possibile osservare nella mappa precedente) da via Giovanni Brancaleone a via Erasmo Gattamelata.
Ecco il suono:

Qui l’armonia è decisamente più acuta. Potrebbe trattarsi in effetti di un materiale diverso. Forse una diversa densità, anche se dal tipo di attacco percussivo a me pare lo stesso materiale e la stessa densità. Solo più acuto. Comunque poco importa se la pietra è la medesima oppure no. Quel che m’interessa è l’effetto psico-acustico che nel calpestarla si produce, conseguentemente generando UDA relative.
Anche qui forzando il discorso (come avevo fatto precedentemente sovrainterpretando): via Prenestina più movimentata e caratterizzata da transiti più virilianamente dromologici, sembra ben modularsi attorno al suono emesso da questa pavimentazione, ancora una volta sconnessa e riappropriatasi di gradi di libertà che per essa non erano stati previsti.
Osservando la tavola cromatica per connettere l’impressione uditiva a quella cromatica, mi viene da assegnare il pattern 26 (HEX (#): 003D80). Si tratta di un valore intermedio del cluster che ha come centro il colore 27.

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Di nuovo riferendomi all’atlante e all’interpretazione relativa al gradiente scelto: sapore – “Metallo: ambiance impenetrabile, ostile, riflettente“.
In questo caso il responso è meno inatteso. Intendo dire che via Prenestina è, per chi la conosce, un po’ impenetrabile e a suo modo forastica: più nervosa dell’UDA precedente. Anche qui la sinfonia che sottende all’UDA armonica pare aver intercettato il proprio pubblico ma, ancora una volta, questa correlazione si fonda su nulla più di un vago senso romanticheggiante. Tra ufociclist* ce lo diciamo spesso: “come fai a non voler bene alla Prenestina, nonostante lei ti pigli spesso e volentieri a calci”.

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La pavimentazione divelta su via Prenestina

Se in entrambi i casi le UDA armoniche appaiono accidentalmente coerenti con l’atmosfera che affiora dal contesto antropico, devo ammettere di essere rimasto un po’ deluso. Bello sarebbe stato poter scoprire il carattere riottoso di un’UDA temporanea che con forza s’oppone alla colorazione dominante. Bello sarebbe stato scoprire il pulsare irregolare di un totem d’incongruenza che si comporta come un ordigno sonico, minando l’integrità cromatica preponderante.
Sarà forse la mia nostalgia per l’ornitopode parasaurolophus che come un godzilla erbivoro spalanca varchi a botte di fronti infrasonici.

Viaggio nel tempo a New York

Prima ricognizione ufociclistica a New York, 4 febbraio 2019

Report redatto da: Dafne Rossi

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Dafne trovò la sua bicicletta in una presunta ciclofficina, che altro non era che un negozio, che vendeva bici di tutti i tipi, situato nel quartiere più alternativo di New York, dove il concetto di alternativo è molto diverso da quello che abbiamo in Europa.

C’è un tizio biondo, con l’orecchino e lo sguardo penetrante, gentile e preoccupato per il destino di Dafne che si accinge per la prima volta a pedalare in una città che lui definisce pericolosa. Se sapesse cosa vuol dire andare in giro per Roma in bicicletta, non sarebbe così preoccupato.

La prima bici che le propone costa 80 dollari. Sostiene che è la bici più economica che ha. È messa bene ma il sellino è troppo alto. Fa per abbassarlo e la levetta si rompe.

Allora si avvicina ad altre due biciclette legate di lato, che costano meno, una 75 e l’altra 50. Indica quella da 50, e, quasi giustificandosi di non avergliela proposta prima, le dice “Quella bici è la più brutta che ho”. Dafne invece sa già di aver trovato la sua bici. Bella non la diresti, ma nemmeno così orrenda. E sembra messa bene, catena e pignone nuovi, manubrio comodo, sella morbida anche se un po’ strappata. I fili dei cambi non sono messi benissimo, ma l’importante è che funzionino i freni. I fili dei freni sembrano buoni, ma sono ricoperti da una patina nera. È questo forse il problema di questa bici. Qualcuno l’ha dipinta di nero senza scrostarla prima e senza smontarla e ci sono macchie di vernice anche sui cerchioni. Dafne ha qualche secondo di titubanza. Il dubbio le viene. Però questo è pur sempre un negozio, e poi la gente fa di tutto alle bici, non è detto che sia…

Lascia la borsa nel negozio e va a farsi un giro. È proprio la sua signorina. Non ha più dubbi. I freni inchiodano. Il sellino va un po’ alzato ma la levetta sembra a posto.

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Riprende la borsa, saluta il tizio, e parte. Parte per la sua prima ricognizione ufociclistica a New York. Che non ha un percorso prestabilito e non ha una mappa perché c’è un’intera città da esplorare. Dafne se ne va a zonzo senza mèta. Gira a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. È così facile, ci sono piste ciclabili per strada, dove queste mancano, lo spazio tra le auto parcheggiate e quelle che camminano è abbastanza grande per farla passare, in alternativa i marciapiedi sono così larghi. La città è tutta piatta o quasi, e le strade perfettamente a griglia. Niente curve pericolose. Per i ciclisti è una specie di paradiso, anche se non troppo divertente. Passa davanti a parchi giochi per bambini e campetti di palla a canestro recintati da reti metalliche. Arriva davanti a un parco, dove sul marciapiedi ci sono panchine di legno colorate. C’è una metropolitana. Non sa dove la porterà. Ma vede una ragazza che trasporta una bicicletta giù per le scale e parte anche lei.

Qui iniziano i problemi. Innanzitutto nelle metropolitane di New York la scala mobile è una specie di illusione ottica. Non esiste se non in pochissimi casi. Inoltre lo spazio del tornello è minuscolo, impossibile far passare la bici sotto la sbarra, e a farla passare nel modo giusto, la bici resta incastrata. Per entrare la aiuta un tizio che le apre la porta di sicurezza. La porta di sicurezza è usata da moltissima gente sia per entrare che per uscire dalla metro. Per alcuni è una minor perdita di tempo e una comodità maggiore, per altri è un modo per non pagare il biglietto. Dafne non se la sente per il momento di usarla perché non sa mai quando potrebbe esserci la polizia dietro l’angolo. Deve abituarsi prima. All’uscita tenta di far passare la bici al tornello, così semplicemente, come farebbe lei da sola senza la bici. E resta incastrata.

In suo soccorso arriva una signora, che resta lì ferma cercando di aiutarla ma senza sapere cosa fare. A New York tutti si preoccupano per te, sono tutti gentili, anche quando non sanno cosa fare. Nessuno ti dice mai di no, nessuno ti manda a quel paese, nemmeno nelle situazioni più imbarazzanti.

In un impeto di atletismo, Dafne si arrampica sul pedale della bici e, tenendosi alle pareti del tornello, finalmente riesce a disincastrarsi e ad arrivare dall’altra parte. Ora il problema è la bici. La solleva, sotto indicazione della signora, ma il pedale cozza contro la sbarra. Ed ecco finalmente la salvezza. Un ragazzo che sta uscendo dalla metro in quel momento, la solleva dall’altra parte e la libera.

Dafne è quasi commossa, per un attimo ha pensato che non se ne sarebbe mai andata da lì. Si profonde in mille ringraziamenti per la signora e per il suo salvatore, mentre la donna continua a ripeterle che la prossima volta deve usare la porta d’emergenza. E in effetti, pensa, se la bicicletta è permessa sul treno, ci sarà pure un modo per farcela entrare.

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Finalmente all’aria aperta, realizza di essere a Brooklyn, quartiere un po’ periferico, solo di recente “gentrificazione”, con case basse e cortili. Nella sua testa prende forma un’idea e si dirige verso il ponte. Ma non si concentra ancora una volta sulla strada. Costeggia il porto, non vede mai il fiume. Arriva a uno dei tanti punti di bike sharing sparsi per la città e da un’occhiata alla mappa. Deve tornare indietro.

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Continua per un po’ sulla sua strada e… di colpo il luogo è cambiato. È come in un altro spazio, in un tempo antico. È in un porticciolo di mare, col molo, le casette dei pescatori, la spiaggetta, un ristorantino, panchine di legno. C’è un vecchio tram parcheggiato, come lasciato lì in esposizione, sembra essersi fermato lì anni prima, e non essersi più mosso da allora.

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C’è una fontanella, ma l’acqua non esce.

L’idillio finisce presto. Svanisce dietro muri di cemento, container, reti metalliche. Dafne continua a pedalare, entra nel porto da un cancello, esce da un’apertura della rete. Continua a pedalare su una pista ciclabile ancora in fase di realizzazione, che corre in mezzo a una strada asfaltata.

Poi ricomincia l’idillio.

Ora sembra di colpo proiettata nel futuro. Ci sono dei lunghissimi moli che penetrano nel fiume. Più in là vede degli ombrelloni azzurri. Sembra una spiaggia. Si avvicina. Non lo è. Realizza che gli ombrelloni sono incastrati in tavoli di legno, corredati da panchine. Le panchine sono rivolte verso un immenso campo di calcio, che, come un molo lunghissimo, penetra anch’esso nel fiume. Di fronte, sull’altra riva, ci sono i grattacieli, che sembrano così vicini, come se il campo ne fosse circondato.

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Dafne fa il giro del campo e si accorge che in realtà i campi sono due, su uno stesso terreno e che si stanno giocando due partite diverse nello stesso momento.

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Nell’acqua ci sono postazioni per la pesca. Blocchi di cemento galleggianti. E, appeso sopra un enorme lavandino, un cartello dice che lì si può lavare il pesce pescato. Dafne si chiede seriamente chi mangi il pesce di Manhattan.

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Ma il suo pensiero si rivolge a qualcos’altro.

Sulla sinistra, di fronte a lei, c’è la statua della libertà. È in mezzo all’acqua, su un’isoletta, di cui per la prima volta ha percezione. Altre volte l’aveva vista come se fosse su una protuberanza della riva.

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Aveva sempre pensato che il colosso di Rodi avesse una vaga somiglianza con la statua della Libertà. Per questo era convinta che non fosse mai esistito e che fosse solo un’invenzione per attrarre i turisti. Peraltro non c’erano prove della sua esistenza. Ma non divaghiamo.

La statua della libertà le fa pensare alla Tour Eiffel di Parigi. L’aveva vista da ogni angolo di Parigi e da tutte le prospettive prima di arrivare ai suoi piedi. In fondo una cosa in comune i due monumenti ce l’hanno, lo stesso architetto, e probabilmente, sono state costruite con lo stesso scopo.

Un’altra analogia che New York ha con Parigi è la struttura delle strade. Come la città francese ha le sue lunghe e larghe boulevard, così New York ha le grandi Avenue che attraversano la città da Nord a Sud e incrociano perfettamente con le altrettanto lunghe, ma più ristrette Street che hanno un andamento est-ovest, in sostanza la città ha una struttura a griglia. A parte un unico e solo palazzo, ogni casa o edificio che cozzava con questa struttura perfetta, è stato abbattuto. Lo scopo è uno solo: disgregare, disperdere, distruggere ogni forma di comunità. Per questo, come si diceva prima, è un paradiso per i ciclisti, ed è una città in cui non ci si perde, ma è un posto che probabilmente ha perso qualcosa di importante nel tempo..

Persa in questi pensieri, Dafne va avanti e, sempre con lo sfondo dei palazzi, vede davanti a sé il ponte di Brooklyn.

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New York non ha più di duecento anni. Eppure si può dire che sia una città antica. Tutto quello che la fa andare avanti, è rimasto più o meno come era all’inizio del Novecento e ne costituisce l’attrazione principale. I ponti, i treni, perfino le montagne russe di Coney Island, costruite in legno e ancora funzionanti. Così i primi grattacieli costruiti sono estremamente diversi da quelli in vetro più recenti.

Anche il ponte di Brooklyn da questa impressione. Le torri in cemento, i tiranti d’acciaio.

Dafne si avvia lungo un marciapiedi su una strada contromano per trovare l’accesso al ponte. Sulla sua strada incontra dei stranissimi vegetali blu.

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Pensa di essersi sbagliata, ma le indicazioni la portano verso là. Deve attraversare la strada e raggiungere la pista ciclabile centrale, ma c’è una lunga fila di gard reil che non può superare. Al semaforo finalmente attraversa, quando vede due ciclisti che fanno la sua stessa strada.

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Sono le cinque del pomeriggio di una calda e soleggiata giornata invernale, come ce ne sono poche a New York, e il sole si appresta a tramontare, quando Dafne si ritrova sulla ristretta e affollatissima pedana in legno dove circolano pedoni in contemplazione di ogni nazionalità e ciclisti frettolosi che forse tornano a casa dal lavoro.

Il panorama sarebbe bellissimo se non ci fossero le auto sotto. La pedana cammina sopra il passaggio delle auto, e sotto il traffico è spaventoso. Lassù, invece, sospesi nel cielo, il sole regala i suoi ultimi raggi rosati, colorando i grattacieli, l’acqua, i tiranti.

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Dafne atterra sull’asfalto mezz’ora dopo, nei pressi del City Hall Park.

Trova una metro e vi sale per tornare a casa. Stavolta solleva la bici, e anche se con un piccolo aiuto, riesce con un po’ di difficoltà a farla passare dall’altra parte. Prende prima un treno, poi cambia per prendere l’N e tornare nei pressi di casa sua.

La passerella è troppo ristretta e una folla di gente che torna a casa dal lavoro, la riempie del tutto. Inutile che dal megafono partano continui avvisi di stare dietro la linea gialla. È praticamente impossibile.

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Dafne va avanti e indietro, e finalmente trova uno spazio libero.

E qui fa il suo primo incontro con un’aliena. Una ragazza che in mezzo a quella folla deve apparire davvero aliena, esattamente come Dafne. Sostiene una bicicletta con il manubrio perfettamente dritto, un po’ più piccola e forse un po’ più pratica di quella di Dafne. La ragazza è vestita sportiva, con i calzoncini corti, e ha i capelli annodati in minuscole treccine. Quando il treno arriva fa segno a Dafne di entrare insieme a lei e di mettere la bici parallela alla sua appoggiandola al palo. Pur con tutta la folla, riescono a ritagliarsi il loro spazio, e nessuno protesta, tranne una signora che, in maniera gentile, fa notare che è rimasta imprigionata tra le bici e ha bisogno di scendere alla fermata successiva. La ragazza la guarda con sguardo rassicurante e le promette che la farà scendere.

Quando il treno arriva nei pressi di Queensboro plaza, è come sospeso in aria, in mezzo ai grattacieli dei quali si vedono da vicino persino delle porte rosse di quelli che sembrano uffici. Sembra quasi che ci si possa entrare dentro. Dafne è sempre in contemplazione, la ragazza nota la sua sorpresa e le dice di guardare il tramonto che da qualche parte deve essere ancora in corso. In effetti da qualche parte il cielo è ancora rosa.

Dafne guarda la ragazza e le chiede “Fai questo tutti i giorni?”.

Lei annuisce e le dice, “Sono stanca.”

Scendono alla stessa fermata, la ragazza la saluta e sparisce. In mezzo alla folla che ogni giorno attraversa New York da Nord a Sud.

Roma nord-est sul lungo Aniene – 8/12/2018

Rapporto redatto da Dafne e Cobol Pongide.

Siamo nuovamente partiti dal Macro Asilo di Roma per ripercorrere in diurna la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Abbiamo originariamente scelto il Macro come punto di partenza per “esplorare” Roma nord-est perché molto interessati alla proposta contenutistica che questo spazio ha proposto sin da subito con l’insediamento della nuova direzione. Siamo interessati inoltre all’influenza (se mai ci sarà) che esso eserciterà sull’area metropolitana che lo comprende, tradizionalmente d’estrazione alto borghese.

Ripercorrere lo stesso tracciato (ampliandolo come vederemo) è invece l’occasione per coniugare la raccolta di due tipi diversi di input: 1) una percezione menosguardo-centrica” per quel che concerne l’attraversamento notturno atta a favorire l’acuirsi di altri sensi come l’udito e l’olfatto nella registrazione delle impressioni ambientali e 2) una percezione prosaicamente più cartografante che emerge invece con la vista e che ci consente di documentare fotograficamente il percorso e di riportarlo su una carta.
In questo rapporto cercheremo di coniugare i due assetti percettivi mescolandoli.

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Partenza da via Nizza alla ore 11.00 in direzione di viale Regina Margherita. E’ una rilassata mattina romana con poco traffico automobilistico.
Sabato di festa per chi crede, di mercati all’aperto, di ciclisti da weekend un po’ scoraggiati dal gelido sole invernale e dalla pioggia. Giornata di manifestazioni di piazza dei tre mali del paese: Salvini, il Papa e l’albero di Natale di Piazza Venezia. Ma anche giorno di ufociclisti che si muovono lontani dalle trafficate strade del centro.

Per quel che concerne il Macro resta sospesa la domanda che ci eravamo già posti durante la ricognizione precedente ovvero se esso si stia configurando già come un tonal di quell’area, quindi se esso regga e consolidi una atmosfera già definita, oppure se in questo momento esso lavori come un totem d’incongruenza per minare e disfarsi di una atmosfera già consolidata da tempo.
La questione è “sottile” e forse al momento non ben delineabile. Per ora optiamo per la ragionevolezza della seconda opzione misurabile, da un punto di vista empirico, osservando, ad esempio, l’estrazione di alcuni di coloro che oggi fruiscono di questo spazio che, proprio come noi, in tanti anni ad esso non si erano mai approssimati. Sul fatto che  questo travaso della “periferia” verso il “centro” possa avere effetti duraturi se non permanenti nutriamo ben poche speranze; crediamo piuttosto che il Macro sia un simbionte delle scelte politiche di Giorgio de Finis e che con la conclusione del suo mandato esso potrà velocemente assumere nuove cangianti identità. Ma non potrebbe essere altrimenti, dato che una istituzione museale come questa è una scatola vuota riempita dalle visioni di chi l’anima. Ciò non toglie che l’interrogativo sulla natura contestuale del Macro nel sostenere o disgregare un’atmosfera rimanga circostanzialmente valida e per noi di gran interesse. Al più nel giro di pochi anni assisteremo, come in condizioni di laboratorio, ad un rapido susseguirsi di ruoli e funzioni che in circostanze meno sperimentali richiederebbero tempi più lunghi di gestazione.
Ed qui il punto: partigianamente a noi il Macro sta, in questo momento, molto simpatico e la tentazione di definirlo un tonal è davvero forte (lo abbiamo fatto ad esempio nella prima mappa della ricognizione in cui abbiamo lasciato aperta l’opzione tonal/totem). Questo perché come abbiamo spiegato nell’atlante ufociclistico si tende spontaneamente a guardare  all’azione aggregante come qualcosa di positivo mentre a quella disgregante come ad un fatto negativo. Ma anche volendo faziosamente posizionarsi sull’asse bene vs male (cosa che rifuggiamo) è facile comprendere come anche la funzione disgregante del totem d’incongruenza possa assumere, a seconda delle circostanze, un valore, o segno, alternato. La funzione disgregante della Porta Alchemica di piazza Vittorio o la concentrazione della Critical Mass ogni ultimo venerdì del mese sempre a piazza Vittorio, ad esempio, hanno per noi connotazioni di gran lunga più positive e assolutamente non commensurabili rispetto a quelle dell’attuale centro aggregatore retto dalla sede di CasaPuond.
E che macerie siano quindi!

La funzione di totem d’incongruenza ci viene confermata anche da un’altra evidenza: a pochi metri dall’ingresso principale del Macro rileviamo una cuspide in formazione (foto che segue).

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Neo-cuspide di via Nizza a pochi metri dal Macro.

Pur non esistendo ragioni necessariamente causali, negli anni di ricognizioni ci siamo accorti che le cuspidi tendono a concentrarsi (anche se non solo) nei dintorni dei totem d’incongruenza. Le cuspidi come retroaggregatori, depositi sedimentari, stratificazioni, si alimentano probabilmente dei detriti prodotti dai totem nel loro lavoro di smembramento il che, però almeno sul piano teorico, le rende spesso cuspidi temporanee, non necessariamente archeologiche (per approfondimenti si consulti l’atlante ufociclistico).
Come dato euristico ne abbiamo tratto una massima pragmatica: “cerca una neo-cuspide e probabilisticamente t’imbatterai in un totem d’incongruenza“.

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Consiliarmente in riferimento alla tavola cromatica degli stati d’animo abbiamo associato all’UDA formatasi attorno al Macro il valore 12 (esadecimale di riferimento: c5912f) del cluster 9-12. Leggendo dall’atlante: “Amaro: ambiance inquieta, tremebonda“. Il valore è il limite superiore del cluster quindi di questo particolarmente significativo. La sensazione tonale conferma ancora una volta l’ipotesi Macro = totem d’incongruenza collocandolo all’interno di uno spazio non più o non ancora solidamente sedimentato in cui un nuovo totem sta disgregando l’atmosfera che esisteva precedentemente.

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Dafne su viale Regina Margherita libera dal solito sovraffollamento automobilistico.

Procediamo per viale Regina Margherita quindi concedendosi addirittura il lusso di pedalare parallelamente per chiacchierare e scambiarsi impressioni sull’ambiente circostante. Dafne come sempre parla a bassa voce. All’altezza di piazza Buenos Aires giriamo a destra su via Tagliamento e subito, ancora a destra, su via Dora per un rapido passaggio nel quartiere Coppedè.
Dafne non ci era mai passata e come tutti coloro che c’accedono per la prima volta rimane incantata dalla sua composizione architettonica.
Non si tratta di un quartiere vero e proprio ma più propriamente di un quadrante composto da una piazza monumentale, piazza Mincio con la fontana delle rane, e un gruppo di palazzi che attorno alla piazza ruotano. Il quartiere Coppedè è piuttosto straniante per via degli stili architettonici che lo compongono e arredano.

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L’entrata del quartiere Coppedè col famoso lampadario ornamentale.

Spesso lo stile architettonico del Coppedè è definito liberty ma nella composizione delle facciate dei palazzi s’intravedono anche richiami al gotico ed elementi presi dalla classicità.

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Sempre nel quartiere Coppedè su un lato della piazza.

Ci accordiamo per il valore tonale 5 del cluster 5-8 (esadecimale di riferimento: 00663A). Leggiamo dall’atlante: “Basico: ambiance stabile, quieta, essenziale“. Il 5 rappresenta il limite inferiore del cluster e questo se ben s’accorda con la poca essenzialità architettonica (il quartiere Coppedè è esteticamente molto chiassoso) un po’ meno restituisce la sensazione di un’estrema stabilità del quadrante dotato di una sua fortissima e indiscutibile personalità. Forse il valore 8 non ci avrebbe del tutto soddisfatti per motivi inversi ma avrebbe consolidato l’attributo della stabilità che appare come una della caratteristiche emotive più forti dello spazio che stiamo percependo. Per il Coppedè non abbiamo un riferimento alla ricognizione notturna del 22/11/2018 dato che non ci eravamo passati. Ci manca quindi una collezione di sensazioni e atmosfere con cui ponderare quello che al momento percepiamo, onde sperare di spostarci verso un valore più vicino a quello atteso.

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Quartire Coppedè

Riprendiamo per via Tagliamento procedendo in direzione del quartiere Trieste anche noto come quartiere Africano per via della toponomastica.
Una bella vista da piazza Verbano che riassume visivamente tutto l’incedere di via Tagliamento (foto che segue) restituendoci un leggero scoramento per la monotonia:

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Giungiamo senza troppe sorprese a piazza Acilia lungo una sempre identica e poco significativa atmosfera che non ci prendiamo in carico di analizzare. A poche decine di metri da noi corre villa Ada una famosa ed estesa macchia di verde in questa parte di Roma. Dalla posizione in cui procediamo non è però visibile. Non è improbabile che villa Ada costituisca il tonal di questa zona ma non abbiamo per il momento modo d’approfondire.  Più realisticamente la villa assume in sé con ogni probabilità più di un ruolo divenendo in alcune sue parti, ad esempio, una scorciatoia ufociclistica o uno strappo tra diverse UDA.

Piazza Acilia spezza la monotonia della strada fin qui percorsa con una piattaforma girevole che mette un po’ disordine in questo tragitto. A sottolineare questo aspetto c’è un radicale cambio d’architettura della zona che da classica (lungo via Tagliamento) assume i connotati razionalisti delle linee moderniste e di quelle del ventennio fascista a Roma come è possibile vedere nella foto sotto.

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Piazza Acilia

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Palazzo d’architettura fascista

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Lo stile architettonico ci segue per tutta via Novella (le due foto successive) che abbiamo intrapreso girando a sinistra da piazza Acilia. Man mano che saliamo per questa strada il quartiere assume caratteristiche sempre più residenziali che rimangono più o meno tali fino a piazza Vescovio.
In mezzo a questi palazzi, incontriamo un’area verde che ci fa credere di essere in un ulteriore parco, forse la continuazione del Parco Nemorense o Villa Ada. In realtà si tratta di un’area militare. Si potrebbe definire uno psico-dissuasore, come elemento scoraggiante che ti invoglia a tornare sui tuoi passi. Ma non ci facciamo intimorire e proseguiamo.

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Intercettiamo anche un interessate inizio di sedimentazione, forse una cuspide in divenire (foto che segue):

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Siamo nel quartiere storicamente più a destra di Roma. A piazza Vescovio troviamo il monumento dedicato al fascista Francesco Cecchin (foto che segue) con l’incisione dei versi di Ernst Jünger : “L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore”.

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Piazza Vescovio è un’altra piattaforma girevole ancora più tentacolare rispetto a piazza Acilia ma dotata di minore momento angolare. Su questo si genera spesso molta confusione: la forza di una piattaforma girevole non è valutabile in base alla direttive di fuga che produce ma alla lunghezza del vettore e alla quantità di moto (che in generale è una variabile e dipende dalle affordance, gli inviti all’uso, della piattaforma stessa). In questo caso tanto vettore che affordance assumono valori molto contenuti sopratutto rispetto a piazza Acilia.
Potremo intendere il monumento al camerata Cecchin come psico-dissuasore. Tutta questa zona appare come un enorme psico-dissuasore ai nostri occhi, votato come è alla violenza fascista e a tutto ciò che essa comporta. Scritte in onore di fascisti morti sopratutto negli anni Settanta sono un po’ ovunque. Eppure ci tornano in mente le parole di quei due uomini incontrati nella ricognizione precedente che ci invitavano a tornare in zona a cancellare quelle scritte (si veda la ricognizione del 22/11/2018) e non possiamo non domandarci perché non siano loro a farlo.
Dopo poco arrivano dei nonni con i nipoti e i bambini si mettono a fare lo scivolo sul disonorevole monumento alla memoria.

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Un chiarissimo caso di affordance conflittuale (si veda l’atlante ufociclistico) in cui gli inviti all’uso vengono più o meno consapevolmente violati e reinterpretati (a volte sbeffeggiati). Ci vengono in mente le pagine de La struttura assente di Umberto Eco e della sua guerriglia semiologica a cui l’UfoCiclismo ha attinto in materia di simbolismo conflittuale e deturnamenti simbolici.
La “sacralità” simbolica di questo oggetto svanisce al cospetto di una delle sue utilità pratiche (ludiche in questo caso) destituendo il segno in favore della granitica impellenza all’uso.

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Piazza Vescovio

Lasciamo lo psico-dissuasore/giostra di piazza Vescovio per ritrovare, restando in tema, uno degli oggetti che nella precedente ricognizione ci aveva più incuriositi e resi inquieti. Poco vicino: in via Montebuono. E’ la vecchia sede di Forza Nuova ora trasformata in un fruttivendolo.
Qui incontrammo i due uomini precedentemente citati e qui la situazione si ribalta rispetto a piazza Vescovio. Quando chiedemmo loro il perché non fosse il quartiere a cancellare i simboli inneggianti al fascismo ci dissero che la zona è “tenuta sott’occhio” e che spingersi in una tale azione avrebbe prodotto delle ritorsioni. Qui lo psico-dissuasore è ancora forte è gioca un ruolo di controllo sociale tanto decisivo da assumere le caratteristiche di un attrattore nella tenuta timica di questo quadrante romano. Attorno ad esso continuano ad aggregarsi atmosfere, memorie, pratiche.
I ruoli di attrattore e di psico-dissuasore sono spesso mutevoli: un cancello socchiuso può per alcuni rappresentare un invito ad entrare mentre per altri un rischio da evitare. Si tratta di attributi spesso soggettivi che assumono una valenza definitiva solo se connessi al tonal o al totem d’incongruenza di cui sono espressione. La forza repressiva espressa da questa scritta (più in generale dai segni prepotentemente visibili nel quartiere Trieste), nonostante il radicale cambio d’uso dell’edificio che la ospita, funziona da psico-dissuasore ai nostri occhi comportandosi come un attrattore nel campo gravitazionale dello specifico tonal che rappresenta. Non abbiamo indagato ulteriormente per scoprire il tonal di questa unità d’ambiance che immaginiamo però coerente con la simbologia che osserviamo.

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La mappa che indica l’attrattore di via Montebuono

Con Dafne ci consultiamo e cerchiamo rapidamente di cogliere il perimetro dell’UDA appena scoperta. Ne diamo una descrizione di massima nella mappa che segue. Non è il compito che ci siamo dati quello di individuare i precisi contorni delle unità d’ambiance che incontriamo, ci interessa invece ricavarne delle impressioni tonali.

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Ci accordiamo per il colore 36 della tavola cromatica degli stati d’animo (esadecimale di riferimento: 869FB1) del cluster 33-38. Leggiamo dall’atlante ufociclistico: “Insipida: ambiance deprivata, traumatizzata“.
A questo punto non possiamo non soffermarci sulla impellente necessità di una excusatio non petita.
Il valore mediano 36 sembra rispecchiare più i nostri orientamenti esistenziali che non le nostre impressioni sensoriali, e di fatto non è detto che le due cose, almeno in certi casi, non coincidano. Tuttavia la scelta del colore viene metodologicamente effettuata prima della lettura degli attributi. Sul manuale ufociclistico la tavola cromatica degli stati d’animo e gli attributi per cluster di colore sono separati proprio per evitare tale sovrapposizione intenzionale. Ovviamente sussiste, a lunga andare, la possibilità che inconsciamente tonalità e attributi si associno automaticamente nella mente dell’ufociclista. La verifica a tre ricognitori (il numero perfetto per una ricognizione cartografante) dovrebbe prevenire questo inconveniente.
Vero è che la tavola cromatica degli stati d’animo (se correttamente utilizzata) è uno strumento molto potente e spesso euristicamente molto indicativo. Da che mondo è mondo per gli esseri umani l’associazione tra colori e stati d’animo è parsa assolutamente naturale anche se nessuno strumento tradizionalmente scientifico può spiegare il nesso di causa-effetto.
Lo strumento nacque qualche anno fa proprio dall’esigenza di dare un senso oggettivo all’esperienza. Restano semmai aperte le questioni della sua perfettibilità, sia nel campo degli attributi che in quello della ulteriore segmentazione dei colori.
Ancora più importante resta in discussione il senso di quell’oggettività che esso vorrebbe esprimere. Si tratta di connotazioni che l’osservatore proietta verso l’ambiente o viceversa di attributi che l’ambiente trasmette all’osservatore? La questione è aperta… ma a ben vedere lo è da secoli nella contrapposizione tra immanentisti e trascendentalisti e in maniera più o meno radicale essa attraversa tutti gli istituti conoscitivi umani.
Come ufociclisti crediamo si tratti di una falsa opposizione dato che sarebbe impossibile per chiunque osservasse dall’esterno (un alieno ad esempio) distinguere l’osservato dall’osservatore. Ma tenteremo di tornare più approfonditamente sulla questione in altra sede.
Ci soddisfa la percezione tonale nel cluster 33-38. Anche l’attraversamento notturno, l’incontro con i due testimoni a cui avevamo elevato la fantamulta, ci riporta a quelle specifiche sensazioni: un’UDA fortemente traumatizzata, retta dai vessilli fascisti dei “martiri” Francesco Cecchin e l’onnipresente Paolo Di Nella. Un’UDA che si coagula, è proprio il caso di dire, attorno al sangue versato e ai corpi straziati non può che esprimere atmosfere traumatizzate, pavide e emozionalmente prosciugate: deprivate.
Questo è evidentemente il mondo a cui i fascisti aspirano.

Ci allontaniamo per immetterci su viale Somalia in direzione di via Salaria. Ora villa Ada è alle nostre spalle. Ci inseriamo sulla Salaria intravedendo quel groviglio di sopraelevazioni e di vettori che è un tipico tratto di quella zona. La città fatta di abitazioni e persone sembra terminare d’improvviso per fare spazio al “mondo delle automobili” in cui l’accelerazione la fa da padrone e ti sovrasta sensorialmente da ogni direzione del visibile. Ci restiamo poco fortunatamente. Questa parte della Salaria non è pensata per pedoni e biciclette ma solo ed esclusivamente per sfreccianti automobili: per esseri umani abitacolati. Un estremo esempio di varietà dimensionale del tipo 2.
La lasciamo immediatamente, dicevamo, poiché qui inizia una varietà dimensionale di tipo 1, una ciclabile (visibile nelle due foto che seguono la successiva mappa).

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La varietà dimensionale del tipo 2 è l’intreccio tra la tangenziale di Roma e via Salaria. Il tipo 1 è invece la ciclabile che ci apprestiamo a percorrere.

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Incrociamo via Catalani su cui inizia a emergere una vegetazione un po’ diversa da quella finora incontrata (foto seguente). Le abitazioni si rarefanno. Sulla sinistra c’è Dafne su un lato della ciclabile che osserva una sedia in plastica bianca in una posizione che sarebbe difficile descrivere.

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Attraversiamo il sottopasso della circonvallazione Salaria (quello visibile in foto) e attraverso una scorciatoia arriviamo in via del Prato della Signora.
La sera della ricognizione notturna (leggi qui) ci avevamo incontrato due giovani in atteggiamento infrattologico (per un più corretto senso del concetto di infrattologia si guardi l’opera dell’Associazione Psicogeografica Romana).

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La scorciatoia per del Prato della Signora.

Giungiamo al tratto di ciclabile lungo Aniene sbarrato da cancello che lo preserva ciclopedonalmente. Sulla nostra sinistra s’intravede via Salaria (foto che segue).

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Entriamo e ci accoglie questa desolata panchina pericolosamente posta in prossimità del pendio che s’affaccia sull’Aniene (foto che segue).

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Con lei, un desolato e malconcio palo della luce (foto che segue). Nessuno degli impianti d’illuminazione presenti funziona. Lo avevamo verificato la sera della ricognizione notturna e per noi va anche bene così dato che l’inquinamento elettromagnetico ci impedirebbe altrimenti di scrutare il cielo in cerca di segnali alieni. Forse per altri ciclisti e avventori del percorso va invece meno bene.

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Ci addentriamo incrociando qua e là ciclisti più o meno tecnicamente attrezzati: chi impegnato nella rilassante passeggiata della domenica e chi invece in estenuanti allenamenti.

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Giungiamo al ponte ferroviario su uno slargo che qualcuno sta trasformando in qualcosa che al momento non ci è chiaro. E’ probabile si tratti di uno spazio dedicato a Ugo Forno il bambino antifascista in cui ci eravamo già imbattuti durante la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Avevamo eletto questo spiazzo a luogo per il picnic di benvenuto per gli alieni che anche quella volta non erano atterrati. Senza badare al fatto che potesse trattarsi o meno di un’UDA contattistica ci era parso il luogo più adatto ad una pausa ludico-riflessiva. In effetti il continuo sopraggiungere di treni rende quello spazio un po’ troppo rumoroso e frenetico. Tuttavia l’incontro con Ugo Forno è stato illuminante e a tutti gli effetti s’è trattata di una interessantissima scoperta e di un proficuo IR3 (incontro ravvicinato del terzo tipo) con un essere umano particolarmente interessante.
Attorno a noi un murale e una targa ricordano il giovane Forno.

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Il murale dedicato a Ugo Forno.

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Costeggiamo la struttura del ponte ferroviario che scopriamo essere stato realizzato dalla Fioroni s.p.a. nel 1988… vabbè…

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E giungiamo fino a questo curioso antro dall’aspetto ciclopicico che è il preludio a un sottopasso non illuminato.
Ragioniamo sul fatto che il possente muro che si staglia sopra di noi possa essere abitato da centinaia di migliaia di esseri viventi, dalle dimensioni più varie, dagli scorpioni alle lucertole, alle miriadi di insetti, oltre alle innumerevoli piante che possono mettere radici tra le crepe e le fenditure. Si potrebbe parlare insomma di un interessante esempio di ecosistema creato, anche involontariamente, dall’uomo e questo ci da ragione di credere che l’essere umano non sia nato solo per distruggere tutto quello che ha intorno.

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Siamo perplessi sul fatto che possa trattarsi di una scorciatoia. In effetti non esiste altro passaggio che congiunga quest’area segata dalla ferrovia. Non si tratta quindi tanto di una via ciclopedonale alternativa, quanto piuttosto dell’unico passaggio che permette a due punti di connettersi.

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La funzione separatore

Sospendiamo il giudizio e rileviamo invece la sua funzione di separatore, una sorta di messa in scena che emula l’esistenza di due unità d’ambiance distinte quando invece si tratta della stessa. I separatori spesso inducono in inganno l’ufociclista intento a rilevare le unità d’ambiance che prende fischi per fiaschi e inizia a vederci doppio.
Dall’altra parte del sottopasso, infatti, troviamo la stessa identica atmosfera (foto che segue). Sulla nostra sinistra scorre silenzioso l’Aniene. Se non lo sapessimo e fossimo troppo distratti a scrutare il cielo neanche ce ne accorgeremmo.

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Dopo pochi metri incrociamo una struttura in disfacimento (foto che segue). L’atmosfera che questa ciclabile emana in questo momento è molto diversa da quella che percepimmo durante la ricognizione notturna precedente. Il buio e la nebbia ci avevano restituito l’impressione di uno spazio decisamente più impervio, quasi occluso da una più energica e avvolgente natura. Ci ricordiamo inoltre che la sera della ricognizione lo scorrere dell’Aniene era percepibile e ciò delimitava e limitava ulteriormente lo spazio circostante. L’atmosfera che respiriamo visivamente ora è invece molto diversa. Permane invece quella straniante sensazione di trovarsi ormai fuori dal contesto cittadino fortemente urbanizzato in chi, ovviamente, non frequenta troppo spesso questa ciclabile. Ma si tratta solo di un’impressione perché dalla vista aerea è possibile comprendere come questa striscia di terra preservata attorno all’Aniene sia invece funzionalmente incapsulata nella città. In un certo modo, come è ovvio che sia, questo aspetto viene completamente a dissolversi la notte mentre nelle ore diurne qua e là fanno capolino le cime degli edifici più alti che ci rammentano dove stiamo pedalando.

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D’improvviso la vegetazione si fa più folta (foto che segue) fino a circondarci. Si tratta di un bellissimo canneto che probabilmente la notte precedente ci aveva fortemente condizionati percettivamente. E’ piuttosto lungo e Cobol decide di documentarlo con un video nel tentativo di rendergli giustizia.

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La qualità del video è inqualificabile (quello che segue): tutto completamente sfocato… ma il tunnel del canneto rende perfettamente l’idea e la sensazione della varietà dimensionale del tipo 1 che di notte è ulteriormente amplificata.
Le varietà del tipo 1 sono fortemente irrigimentate. Nel loro diversificarsi possono essere pensate (in modo inversamente proporzionale alla numerazione) come un “dover-fare” foucaultiano. Il tipo 1 è quindi la dimensione più intransigente, quella in cui l’aspetto atmosferico, l’ambiance, schiaccia gli elementi spaziali riducendo drammaticamente la libertà dai vincoli. Spesso in una varietà del tipo 1 risulta complesso tornare sui propri passi, riconsiderare una decisione, prendere in considerazione alternative. In questo esse offrono una certa “schiettezza” sullo stato delle cose in coloro che le affrontano consapevolmente.
Il tunnel di canne è anche una meravigliosa “camera atmosferica” (alcuni ufociclisti lo definiscono: ponte ologrammi o camera d’aria), un ambiente che genera miraggi sensoriali vividi e in cui le atmosfere si presentano con una concretezza oggettiva che lascia sbalorditi. In questi luoghi è possibile sperimentare shock emotivi controllati, proprio come consigliavano i situazionisti, cambi improvvisi d’ambiance e momenti psicotici che ci disallineino da una condizione d’alienazione permanente. Consigliamo di percorrerla di notte per ottenere un effetto più lacerante.

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Un dettaglio del canneto con lo specchio d’acqua dell’Aniene inquinato.

Ci avviciniamo al sottopasso del ponte delle Valli. Nelle prossime tre foto non accade nulla ma servono per mostrare come muta l’ambiente circostante.
Per discrezione non ci avventuriamo lungo le miriadi di stradine che si aprono sul lato dell’Aniene onde non creare situazioni scomode nella già scomoda esistenza di tutti coloro che vi dimorano.

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Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli

Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli (foto sopra), lungo un grande murale, attira la nostra attenzione questa icona della Madonna Nera (foto che segue). E’ stata appesa intenzionalmente: unica disposizione non casuale tra molti cumuli d’oggetti che si trovano lì accidentalmente. Attorno traccie d’insediamenti abitativi sempre sul lato del lungo Aniene.

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Sempre sotto il cavalcavia in un accesso al fiume troviamo una cuspide ben sedimentata (foto che segue). Ci sono molti oggetti di scarto che tendono rovinosamente a crollare verso le acque sottostanti.

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In mezzo al cumulo curiosamente anche delle lenti di prova da oculisti. Recuperiamo quelle rimaste intatte e le portiamo via con noi.

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Giungiamo alla fine di un primo tratto di questa ciclabile su via dei Campi Flegrei. E’ la strada che ci immette direttamente su via Nomentana.
Nella ricognizione notturna del 22/11/2018 ci eravamo fermati qui per poi tornare indietro verso Porta Pia in direzione del centro.
Questa volta proseguiamo per il ponte Nomentano (foto che segue) un antico transito d’epoca romana.

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Prima di attraversarlo ci sporgiamo. La prima cosa che ci si para innanzi è la consueta scena di O-bike vandalisticamente gettate nel fiume. Ce ne sono due.
Ci eravamo già domandati qui il senso più generale di questo tipo di comportamento riservato al servizio di bike-sharing.

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Attraversato il ponte (foto che segue) ci troviamo nella zona di Sacco Pastore in un panorama completamente autunnale.

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Troviamo l’accesso (foto che segue) al Parco dell’Aniene dove potremo riprendere a seguire il fiume fino a via Tiburtina nella zona est/sud-est di Roma.

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Da questo momento in poi non ci aspettiamo di trovare oggetti cartograficamente rilevanti lungo il nostro percorso. Ci godremo il panorama e il sole ora caldo. Le ambiance “naturalistiche” offrono molti meno appigli interpretativi delle zone fortemente urbanizzate: antropizzate.
Il parco dell’Aniene può esser considerato come un lungo strappo che unisce una generica ambiance Nomentana ad un’altrettanto generica ambiance Tiburtina. Su quest’ultima abbiamo compiuto un lavoro molto più dettagliato di mappatura che è possibile seguire nei rapporti precedenti.

La notte prima è piovuto e le biciclette si riempiono di fango attraversando le numerose pozze che incontriamo strada facendo. Prudentemente infatti non incrociamo praticamente nessun ciclista dato che a quest’ultimi è bene noto il grado di possibile impantanamento a cui si può arrivare.
Nelle due foto che seguono due sguardi al panorama offerto dal parco.

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Dalla parte opposta dell’Aniene (foto sopra) s’intravede un insediamento abitativo come tanti incontrati durante questa ricognizione. Qui la nostra attenzione è catturata dall’incresparsi del fiume che per quasi tutto il tragitto da noi compiuto ha proceduto silenziosamente.
Ci accorgiamo solo adesso della direzione dell’acqua. Essa scorre nel verso che non ci aspettavamo. La bussola conferma: direzione est fino a congiungersi col Tevere.

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Tutto il sentiero che costeggia l’Aniene è segnato da un percorso il cui centro è evidentemente ripulito dal ripetuto passaggio delle biciclette. In alcuni punti più avanti verso via Tiburtina si forma una sorta di stretta corsia in mezzo al prato (un binario) in cui per le biciclette può diventare anche difficoltoso muoversi evitando di sbandare.

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Dafne, con la sua bici ibrida con stretti pneumatici, perplessa sul modo d’infangarsi ragionevolmente il meno possibile guadando il pantano.

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La cartellonistica ci avvisa che lungo quel sentiero dalla Nomentana alla Tiburtina sono esattamente sei chilometri e cento metri. Ponte Mammolo è il nome della zona della Tiburtina in cui sbuca il sentiero ciclabile che stiamo pedalando.

Ci rimettiamo in moto.
Dopo qualche metro a Cobol si stacca d’improvviso la ruota anteriore.  Le sue parole ancora a caldo, ancora a terra: “meglio qui che sull’asfalto“. Vai a capire come è andata. Sta di fatto che è sempre meglio verificare con una certa periodicità lo stato dello sgancio rapido delle ruote. La rovinosa caduta sul cerchione lo rimodella nel modo che è possibile vedere nel filmato.

Neanche troppo male. La bici con molte cautele, è ancora utilizzabile.
Poche escoriazioni. Procediamo quindi prudentemente con un movimento ondulatorio che a tratti ci procura qualche risata.
La ricognizione finisce un po’ bruscamente qui.
Tutta l’attenzione rivolta verso l’ambiente che ci circonda finisce per essere catalizzata dalle difficoltà di procedere con la ruota in quello stato.
Veniamo anche bloccati da un gregge di pecore con a capo una pecora di vedetta particolarmente loquace, ma nessuno dei due ha la prontezza d’immortalare un fatto tanto raro a Roma. Ci domandiamo anzi in quali circostanze un gregge di pecore possa sentirsi minacciato e caricare. C’è grande confusione sul mondo animale in questo momento.

Raggiungiamo la fine del parco dell’Aniene su via Furio Cicogna e scavallata la Tiburtina giù per la Palmiro Togliatti ci dirigiamo verso casa: Roma est.
In enorme ritardo sulla tabella di marcia si torna nel quadrante a noi più familiare in cerca di un cerchione per la sostituzione. Domani la bici deve essere già perfettamente funzionante.

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L’entrata ciclopedonale al parco dell’Aniene da via Cicogma

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Le biciclette col loro carico di fango.

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La mappa ufociclistica della ricognizione. Qui per vederla ingrandita

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La mappa interattiva del percorso. Qui per vederla ingrandita.