Roma nord-est sul lungo Aniene – 8/12/2018

Rapporto redatto da Dafne e Cobol Pongide.

Siamo nuovamente partiti dal Macro Asilo di Roma per ripercorrere in diurna la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Abbiamo originariamente scelto il Macro come punto di partenza per “esplorare” Roma nord-est perché molto interessati alla proposta contenutistica che questo spazio ha proposto sin da subito con l’insediamento della nuova direzione. Siamo interessati inoltre all’influenza (se mai ci sarà) che esso eserciterà sull’area metropolitana che lo comprende, tradizionalmente d’estrazione alto borghese.

Ripercorrere lo stesso tracciato (ampliandolo come vederemo) è invece l’occasione per coniugare la raccolta di due tipi diversi di input: 1) una percezione menosguardo-centrica” per quel che concerne l’attraversamento notturno atta a favorire l’acuirsi di altri sensi come l’udito e l’olfatto nella registrazione delle impressioni ambientali e 2) una percezione prosaicamente più cartografante che emerge invece con la vista e che ci consente di documentare fotograficamente il percorso e di riportarlo su una carta.
In questo rapporto cercheremo di coniugare i due assetti percettivi mescolandoli.

1.jpg

Partenza da via Nizza alla ore 11.00 in direzione di viale Regina Margherita. E’ una rilassata mattina romana con poco traffico automobilistico.
Sabato di festa per chi crede, di mercati all’aperto, di ciclisti da weekend un po’ scoraggiati dal gelido sole invernale e dalla pioggia. Giornata di manifestazioni di piazza dei tre mali del paese: Salvini, il Papa e l’albero di Natale di Piazza Venezia. Ma anche giorno di ufociclisti che si muovono lontani dalle trafficate strade del centro.

Per quel che concerne il Macro resta sospesa la domanda che ci eravamo già posti durante la ricognizione precedente ovvero se esso si stia configurando già come un tonal di quell’area, quindi se esso regga e consolidi una atmosfera già definita, oppure se in questo momento esso lavori come un totem d’incongruenza per minare e disfarsi di una atmosfera già consolidata da tempo.
La questione è “sottile” e forse al momento non ben delineabile. Per ora optiamo per la ragionevolezza della seconda opzione misurabile, da un punto di vista empirico, osservando, ad esempio, l’estrazione di alcuni di coloro che oggi fruiscono di questo spazio che, proprio come noi, in tanti anni ad esso non si erano mai approssimati. Sul fatto che  questo travaso della “periferia” verso il “centro” possa avere effetti duraturi se non permanenti nutriamo ben poche speranze; crediamo piuttosto che il Macro sia un simbionte delle scelte politiche di Giorgio de Finis e che con la conclusione del suo mandato esso potrà velocemente assumere nuove cangianti identità. Ma non potrebbe essere altrimenti, dato che una istituzione museale come questa è una scatola vuota riempita dalle visioni di chi l’anima. Ciò non toglie che l’interrogativo sulla natura contestuale del Macro nel sostenere o disgregare un’atmosfera rimanga circostanzialmente valida e per noi di gran interesse. Al più nel giro di pochi anni assisteremo, come in condizioni di laboratorio, ad un rapido susseguirsi di ruoli e funzioni che in circostanze meno sperimentali richiederebbero tempi più lunghi di gestazione.
Ed qui il punto: partigianamente a noi il Macro sta, in questo momento, molto simpatico e la tentazione di definirlo un tonal è davvero forte (lo abbiamo fatto ad esempio nella prima mappa della ricognizione in cui abbiamo lasciato aperta l’opzione tonal/totem). Questo perché come abbiamo spiegato nell’atlante ufociclistico si tende spontaneamente a guardare  all’azione aggregante come qualcosa di positivo mentre a quella disgregante come ad un fatto negativo. Ma anche volendo faziosamente posizionarsi sull’asse bene vs male (cosa che rifuggiamo) è facile comprendere come anche la funzione disgregante del totem d’incongruenza possa assumere, a seconda delle circostanze, un valore, o segno, alternato. La funzione disgregante della Porta Alchemica di piazza Vittorio o la concentrazione della Critical Mass ogni ultimo venerdì del mese sempre a piazza Vittorio, ad esempio, hanno per noi connotazioni di gran lunga più positive e assolutamente non commensurabili rispetto a quelle dell’attuale centro aggregatore retto dalla sede di CasaPuond.
E che macerie siano quindi!

La funzione di totem d’incongruenza ci viene confermata anche da un’altra evidenza: a pochi metri dall’ingresso principale del Macro rileviamo una cuspide in formazione (foto che segue).

2.jpg

Neo-cuspide di via Nizza a pochi metri dal Macro.

Pur non esistendo ragioni necessariamente causali, negli anni di ricognizioni ci siamo accorti che le cuspidi tendono a concentrarsi (anche se non solo) nei dintorni dei totem d’incongruenza. Le cuspidi come retroaggregatori, depositi sedimentari, stratificazioni, si alimentano probabilmente dei detriti prodotti dai totem nel loro lavoro di smembramento il che, però almeno sul piano teorico, le rende spesso cuspidi temporanee, non necessariamente archeologiche (per approfondimenti si consulti l’atlante ufociclistico).
Come dato euristico ne abbiamo tratto una massima pragmatica: “cerca una neo-cuspide e probabilisticamente t’imbatterai in un totem d’incongruenza“.

4.jpg

Consiliarmente in riferimento alla tavola cromatica degli stati d’animo abbiamo associato all’UDA formatasi attorno al Macro il valore 12 (esadecimale di riferimento: c5912f) del cluster 9-12. Leggendo dall’atlante: “Amaro: ambiance inquieta, tremebonda“. Il valore è il limite superiore del cluster quindi di questo particolarmente significativo. La sensazione tonale conferma ancora una volta l’ipotesi Macro = totem d’incongruenza collocandolo all’interno di uno spazio non più o non ancora solidamente sedimentato in cui un nuovo totem sta disgregando l’atmosfera che esisteva precedentemente.

3.jpg

Dafne su viale Regina Margherita libera dal solito sovraffollamento automobilistico.

Procediamo per viale Regina Margherita quindi concedendosi addirittura il lusso di pedalare parallelamente per chiacchierare e scambiarsi impressioni sull’ambiente circostante. Dafne come sempre parla a bassa voce. All’altezza di piazza Buenos Aires giriamo a destra su via Tagliamento e subito, ancora a destra, su via Dora per un rapido passaggio nel quartiere Coppedè.
Dafne non ci era mai passata e come tutti coloro che c’accedono per la prima volta rimane incantata dalla sua composizione architettonica.
Non si tratta di un quartiere vero e proprio ma più propriamente di un quadrante composto da una piazza monumentale, piazza Mincio con la fontana delle rane, e un gruppo di palazzi che attorno alla piazza ruotano. Il quartiere Coppedè è piuttosto straniante per via degli stili architettonici che lo compongono e arredano.

5.jpg

L’entrata del quartiere Coppedè col famoso lampadario ornamentale.

Spesso lo stile architettonico del Coppedè è definito liberty ma nella composizione delle facciate dei palazzi s’intravedono anche richiami al gotico ed elementi presi dalla classicità.

6.jpg

Sempre nel quartiere Coppedè su un lato della piazza.

Ci accordiamo per il valore tonale 5 del cluster 5-8 (esadecimale di riferimento: 00663A). Leggiamo dall’atlante: “Basico: ambiance stabile, quieta, essenziale“. Il 5 rappresenta il limite inferiore del cluster e questo se ben s’accorda con la poca essenzialità architettonica (il quartiere Coppedè è esteticamente molto chiassoso) un po’ meno restituisce la sensazione di un’estrema stabilità del quadrante dotato di una sua fortissima e indiscutibile personalità. Forse il valore 8 non ci avrebbe del tutto soddisfatti per motivi inversi ma avrebbe consolidato l’attributo della stabilità che appare come una della caratteristiche emotive più forti dello spazio che stiamo percependo. Per il Coppedè non abbiamo un riferimento alla ricognizione notturna del 22/11/2018 dato che non ci eravamo passati. Ci manca quindi una collezione di sensazioni e atmosfere con cui ponderare quello che al momento percepiamo, onde sperare di spostarci verso un valore più vicino a quello atteso.

7

Quartire Coppedè

Riprendiamo per via Tagliamento procedendo in direzione del quartiere Trieste anche noto come quartiere Africano per via della toponomastica.
Una bella vista da piazza Verbano che riassume visivamente tutto l’incedere di via Tagliamento (foto che segue) restituendoci un leggero scoramento per la monotonia:

8.jpg

Giungiamo senza troppe sorprese a piazza Acilia lungo una sempre identica e poco significativa atmosfera che non ci prendiamo in carico di analizzare. A poche decine di metri da noi corre villa Ada una famosa ed estesa macchia di verde in questa parte di Roma. Dalla posizione in cui procediamo non è però visibile. Non è improbabile che villa Ada costituisca il tonal di questa zona ma non abbiamo per il momento modo d’approfondire.  Più realisticamente la villa assume in sé con ogni probabilità più di un ruolo divenendo in alcune sue parti, ad esempio, una scorciatoia ufociclistica o uno strappo tra diverse UDA.

Piazza Acilia spezza la monotonia della strada fin qui percorsa con una piattaforma girevole che mette un po’ disordine in questo tragitto. A sottolineare questo aspetto c’è un radicale cambio d’architettura della zona che da classica (lungo via Tagliamento) assume i connotati razionalisti delle linee moderniste e di quelle del ventennio fascista a Roma come è possibile vedere nella foto sotto.

acilia

Piazza Acilia

10.jpg

Palazzo d’architettura fascista

9.jpg

Lo stile architettonico ci segue per tutta via Novella (le due foto successive) che abbiamo intrapreso girando a sinistra da piazza Acilia. Man mano che saliamo per questa strada il quartiere assume caratteristiche sempre più residenziali che rimangono più o meno tali fino a piazza Vescovio.
In mezzo a questi palazzi, incontriamo un’area verde che ci fa credere di essere in un ulteriore parco, forse la continuazione del Parco Nemorense o Villa Ada. In realtà si tratta di un’area militare. Si potrebbe definire uno psico-dissuasore, come elemento scoraggiante che ti invoglia a tornare sui tuoi passi. Ma non ci facciamo intimorire e proseguiamo.

11.jpg

12.jpg

Intercettiamo anche un interessate inizio di sedimentazione, forse una cuspide in divenire (foto che segue):

52.jpg

Siamo nel quartiere storicamente più a destra di Roma. A piazza Vescovio troviamo il monumento dedicato al fascista Francesco Cecchin (foto che segue) con l’incisione dei versi di Ernst Jünger : “L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore”.

13.jpg

Piazza Vescovio è un’altra piattaforma girevole ancora più tentacolare rispetto a piazza Acilia ma dotata di minore momento angolare. Su questo si genera spesso molta confusione: la forza di una piattaforma girevole non è valutabile in base alla direttive di fuga che produce ma alla lunghezza del vettore e alla quantità di moto (che in generale è una variabile e dipende dalle affordance, gli inviti all’uso, della piattaforma stessa). In questo caso tanto vettore che affordance assumono valori molto contenuti sopratutto rispetto a piazza Acilia.
Potremo intendere il monumento al camerata Cecchin come psico-dissuasore. Tutta questa zona appare come un enorme psico-dissuasore ai nostri occhi, votato come è alla violenza fascista e a tutto ciò che essa comporta. Scritte in onore di fascisti morti sopratutto negli anni Settanta sono un po’ ovunque. Eppure ci tornano in mente le parole di quei due uomini incontrati nella ricognizione precedente che ci invitavano a tornare in zona a cancellare quelle scritte (si veda la ricognizione del 22/11/2018) e non possiamo non domandarci perché non siano loro a farlo.
Dopo poco arrivano dei nonni con i nipoti e i bambini si mettono a fare lo scivolo sul disonorevole monumento alla memoria.

45.jpg

Un chiarissimo caso di affordance conflittuale (si veda l’atlante ufociclistico) in cui gli inviti all’uso vengono più o meno consapevolmente violati e reinterpretati (a volte sbeffeggiati). Ci vengono in mente le pagine de La struttura assente di Umberto Eco e della sua guerriglia semiologica a cui l’UfoCiclismo ha attinto in materia di simbolismo conflittuale e deturnamenti simbolici.
La “sacralità” simbolica di questo oggetto svanisce al cospetto di una delle sue utilità pratiche (ludiche in questo caso) destituendo il segno in favore della granitica impellenza all’uso.

44.jpg

Piazza Vescovio

Lasciamo lo psico-dissuasore/giostra di piazza Vescovio per ritrovare, restando in tema, uno degli oggetti che nella precedente ricognizione ci aveva più incuriositi e resi inquieti. Poco vicino: in via Montebuono. E’ la vecchia sede di Forza Nuova ora trasformata in un fruttivendolo.
Qui incontrammo i due uomini precedentemente citati e qui la situazione si ribalta rispetto a piazza Vescovio. Quando chiedemmo loro il perché non fosse il quartiere a cancellare i simboli inneggianti al fascismo ci dissero che la zona è “tenuta sott’occhio” e che spingersi in una tale azione avrebbe prodotto delle ritorsioni. Qui lo psico-dissuasore è ancora forte è gioca un ruolo di controllo sociale tanto decisivo da assumere le caratteristiche di un attrattore nella tenuta timica di questo quadrante romano. Attorno ad esso continuano ad aggregarsi atmosfere, memorie, pratiche.
I ruoli di attrattore e di psico-dissuasore sono spesso mutevoli: un cancello socchiuso può per alcuni rappresentare un invito ad entrare mentre per altri un rischio da evitare. Si tratta di attributi spesso soggettivi che assumono una valenza definitiva solo se connessi al tonal o al totem d’incongruenza di cui sono espressione. La forza repressiva espressa da questa scritta (più in generale dai segni prepotentemente visibili nel quartiere Trieste), nonostante il radicale cambio d’uso dell’edificio che la ospita, funziona da psico-dissuasore ai nostri occhi comportandosi come un attrattore nel campo gravitazionale dello specifico tonal che rappresenta. Non abbiamo indagato ulteriormente per scoprire il tonal di questa unità d’ambiance che immaginiamo però coerente con la simbologia che osserviamo.

14.jpg

46.jpg

La mappa che indica l’attrattore di via Montebuono

Con Dafne ci consultiamo e cerchiamo rapidamente di cogliere il perimetro dell’UDA appena scoperta. Ne diamo una descrizione di massima nella mappa che segue. Non è il compito che ci siamo dati quello di individuare i precisi contorni delle unità d’ambiance che incontriamo, ci interessa invece ricavarne delle impressioni tonali.

47.jpg

Ci accordiamo per il colore 36 della tavola cromatica degli stati d’animo (esadecimale di riferimento: 869FB1) del cluster 33-38. Leggiamo dall’atlante ufociclistico: “Insipida: ambiance deprivata, traumatizzata“.
A questo punto non possiamo non soffermarci sulla impellente necessità di una excusatio non petita.
Il valore mediano 36 sembra rispecchiare più i nostri orientamenti esistenziali che non le nostre impressioni sensoriali, e di fatto non è detto che le due cose, almeno in certi casi, non coincidano. Tuttavia la scelta del colore viene metodologicamente effettuata prima della lettura degli attributi. Sul manuale ufociclistico la tavola cromatica degli stati d’animo e gli attributi per cluster di colore sono separati proprio per evitare tale sovrapposizione intenzionale. Ovviamente sussiste, a lunga andare, la possibilità che inconsciamente tonalità e attributi si associno automaticamente nella mente dell’ufociclista. La verifica a tre ricognitori (il numero perfetto per una ricognizione cartografante) dovrebbe prevenire questo inconveniente.
Vero è che la tavola cromatica degli stati d’animo (se correttamente utilizzata) è uno strumento molto potente e spesso euristicamente molto indicativo. Da che mondo è mondo per gli esseri umani l’associazione tra colori e stati d’animo è parsa assolutamente naturale anche se nessuno strumento tradizionalmente scientifico può spiegare il nesso di causa-effetto.
Lo strumento nacque qualche anno fa proprio dall’esigenza di dare un senso oggettivo all’esperienza. Restano semmai aperte le questioni della sua perfettibilità, sia nel campo degli attributi che in quello della ulteriore segmentazione dei colori.
Ancora più importante resta in discussione il senso di quell’oggettività che esso vorrebbe esprimere. Si tratta di connotazioni che l’osservatore proietta verso l’ambiente o viceversa di attributi che l’ambiente trasmette all’osservatore? La questione è aperta… ma a ben vedere lo è da secoli nella contrapposizione tra immanentisti e trascendentalisti e in maniera più o meno radicale essa attraversa tutti gli istituti conoscitivi umani.
Come ufociclisti crediamo si tratti di una falsa opposizione dato che sarebbe impossibile per chiunque osservasse dall’esterno (un alieno ad esempio) distinguere l’osservato dall’osservatore. Ma tenteremo di tornare più approfonditamente sulla questione in altra sede.
Ci soddisfa la percezione tonale nel cluster 33-38. Anche l’attraversamento notturno, l’incontro con i due testimoni a cui avevamo elevato la fantamulta, ci riporta a quelle specifiche sensazioni: un’UDA fortemente traumatizzata, retta dai vessilli fascisti dei “martiri” Francesco Cecchin e l’onnipresente Paolo Di Nella. Un’UDA che si coagula, è proprio il caso di dire, attorno al sangue versato e ai corpi straziati non può che esprimere atmosfere traumatizzate, pavide e emozionalmente prosciugate: deprivate.
Questo è evidentemente il mondo a cui i fascisti aspirano.

Ci allontaniamo per immetterci su viale Somalia in direzione di via Salaria. Ora villa Ada è alle nostre spalle. Ci inseriamo sulla Salaria intravedendo quel groviglio di sopraelevazioni e di vettori che è un tipico tratto di quella zona. La città fatta di abitazioni e persone sembra terminare d’improvviso per fare spazio al “mondo delle automobili” in cui l’accelerazione la fa da padrone e ti sovrasta sensorialmente da ogni direzione del visibile. Ci restiamo poco fortunatamente. Questa parte della Salaria non è pensata per pedoni e biciclette ma solo ed esclusivamente per sfreccianti automobili: per esseri umani abitacolati. Un estremo esempio di varietà dimensionale del tipo 2.
La lasciamo immediatamente, dicevamo, poiché qui inizia una varietà dimensionale di tipo 1, una ciclabile (visibile nelle due foto che seguono la successiva mappa).

48.jpg

La varietà dimensionale del tipo 2 è l’intreccio tra la tangenziale di Roma e via Salaria. Il tipo 1 è invece la ciclabile che ci apprestiamo a percorrere.

15.jpg

16.jpg

Incrociamo via Catalani su cui inizia a emergere una vegetazione un po’ diversa da quella finora incontrata (foto seguente). Le abitazioni si rarefanno. Sulla sinistra c’è Dafne su un lato della ciclabile che osserva una sedia in plastica bianca in una posizione che sarebbe difficile descrivere.

17.jpg

18

Attraversiamo il sottopasso della circonvallazione Salaria (quello visibile in foto) e attraverso una scorciatoia arriviamo in via del Prato della Signora.
La sera della ricognizione notturna (leggi qui) ci avevamo incontrato due giovani in atteggiamento infrattologico (per un più corretto senso del concetto di infrattologia si guardi l’opera dell’Associazione Psicogeografica Romana).

49.jpg

La scorciatoia per del Prato della Signora.

Giungiamo al tratto di ciclabile lungo Aniene sbarrato da cancello che lo preserva ciclopedonalmente. Sulla nostra sinistra s’intravede via Salaria (foto che segue).

19

Entriamo e ci accoglie questa desolata panchina pericolosamente posta in prossimità del pendio che s’affaccia sull’Aniene (foto che segue).

43.jpg

Con lei, un desolato e malconcio palo della luce (foto che segue). Nessuno degli impianti d’illuminazione presenti funziona. Lo avevamo verificato la sera della ricognizione notturna e per noi va anche bene così dato che l’inquinamento elettromagnetico ci impedirebbe altrimenti di scrutare il cielo in cerca di segnali alieni. Forse per altri ciclisti e avventori del percorso va invece meno bene.

50.jpg

Ci addentriamo incrociando qua e là ciclisti più o meno tecnicamente attrezzati: chi impegnato nella rilassante passeggiata della domenica e chi invece in estenuanti allenamenti.

20

21.jpg

Giungiamo al ponte ferroviario su uno slargo che qualcuno sta trasformando in qualcosa che al momento non ci è chiaro. E’ probabile si tratti di uno spazio dedicato a Ugo Forno il bambino antifascista in cui ci eravamo già imbattuti durante la ricognizione notturna del 22/11/2018.
Avevamo eletto questo spiazzo a luogo per il picnic di benvenuto per gli alieni che anche quella volta non erano atterrati. Senza badare al fatto che potesse trattarsi o meno di un’UDA contattistica ci era parso il luogo più adatto ad una pausa ludico-riflessiva. In effetti il continuo sopraggiungere di treni rende quello spazio un po’ troppo rumoroso e frenetico. Tuttavia l’incontro con Ugo Forno è stato illuminante e a tutti gli effetti s’è trattata di una interessantissima scoperta e di un proficuo IR3 (incontro ravvicinato del terzo tipo) con un essere umano particolarmente interessante.
Attorno a noi un murale e una targa ricordano il giovane Forno.

22.jpg

Il murale dedicato a Ugo Forno.

23.jpg

Costeggiamo la struttura del ponte ferroviario che scopriamo essere stato realizzato dalla Fioroni s.p.a. nel 1988… vabbè…

24.jpg

E giungiamo fino a questo curioso antro dall’aspetto ciclopicico che è il preludio a un sottopasso non illuminato.
Ragioniamo sul fatto che il possente muro che si staglia sopra di noi possa essere abitato da centinaia di migliaia di esseri viventi, dalle dimensioni più varie, dagli scorpioni alle lucertole, alle miriadi di insetti, oltre alle innumerevoli piante che possono mettere radici tra le crepe e le fenditure. Si potrebbe parlare insomma di un interessante esempio di ecosistema creato, anche involontariamente, dall’uomo e questo ci da ragione di credere che l’essere umano non sia nato solo per distruggere tutto quello che ha intorno.

25.jpg

Siamo perplessi sul fatto che possa trattarsi di una scorciatoia. In effetti non esiste altro passaggio che congiunga quest’area segata dalla ferrovia. Non si tratta quindi tanto di una via ciclopedonale alternativa, quanto piuttosto dell’unico passaggio che permette a due punti di connettersi.

51.jpg

La funzione separatore

Sospendiamo il giudizio e rileviamo invece la sua funzione di separatore, una sorta di messa in scena che emula l’esistenza di due unità d’ambiance distinte quando invece si tratta della stessa. I separatori spesso inducono in inganno l’ufociclista intento a rilevare le unità d’ambiance che prende fischi per fiaschi e inizia a vederci doppio.
Dall’altra parte del sottopasso, infatti, troviamo la stessa identica atmosfera (foto che segue). Sulla nostra sinistra scorre silenzioso l’Aniene. Se non lo sapessimo e fossimo troppo distratti a scrutare il cielo neanche ce ne accorgeremmo.

26.jpg

Dopo pochi metri incrociamo una struttura in disfacimento (foto che segue). L’atmosfera che questa ciclabile emana in questo momento è molto diversa da quella che percepimmo durante la ricognizione notturna precedente. Il buio e la nebbia ci avevano restituito l’impressione di uno spazio decisamente più impervio, quasi occluso da una più energica e avvolgente natura. Ci ricordiamo inoltre che la sera della ricognizione lo scorrere dell’Aniene era percepibile e ciò delimitava e limitava ulteriormente lo spazio circostante. L’atmosfera che respiriamo visivamente ora è invece molto diversa. Permane invece quella straniante sensazione di trovarsi ormai fuori dal contesto cittadino fortemente urbanizzato in chi, ovviamente, non frequenta troppo spesso questa ciclabile. Ma si tratta solo di un’impressione perché dalla vista aerea è possibile comprendere come questa striscia di terra preservata attorno all’Aniene sia invece funzionalmente incapsulata nella città. In un certo modo, come è ovvio che sia, questo aspetto viene completamente a dissolversi la notte mentre nelle ore diurne qua e là fanno capolino le cime degli edifici più alti che ci rammentano dove stiamo pedalando.

27.jpg

D’improvviso la vegetazione si fa più folta (foto che segue) fino a circondarci. Si tratta di un bellissimo canneto che probabilmente la notte precedente ci aveva fortemente condizionati percettivamente. E’ piuttosto lungo e Cobol decide di documentarlo con un video nel tentativo di rendergli giustizia.

28.jpg

La qualità del video è inqualificabile (quello che segue): tutto completamente sfocato… ma il tunnel del canneto rende perfettamente l’idea e la sensazione della varietà dimensionale del tipo 1 che di notte è ulteriormente amplificata.
Le varietà del tipo 1 sono fortemente irrigimentate. Nel loro diversificarsi possono essere pensate (in modo inversamente proporzionale alla numerazione) come un “dover-fare” foucaultiano. Il tipo 1 è quindi la dimensione più intransigente, quella in cui l’aspetto atmosferico, l’ambiance, schiaccia gli elementi spaziali riducendo drammaticamente la libertà dai vincoli. Spesso in una varietà del tipo 1 risulta complesso tornare sui propri passi, riconsiderare una decisione, prendere in considerazione alternative. In questo esse offrono una certa “schiettezza” sullo stato delle cose in coloro che le affrontano consapevolmente.
Il tunnel di canne è anche una meravigliosa “camera atmosferica” (alcuni ufociclisti lo definiscono: ponte ologrammi o camera d’aria), un ambiente che genera miraggi sensoriali vividi e in cui le atmosfere si presentano con una concretezza oggettiva che lascia sbalorditi. In questi luoghi è possibile sperimentare shock emotivi controllati, proprio come consigliavano i situazionisti, cambi improvvisi d’ambiance e momenti psicotici che ci disallineino da una condizione d’alienazione permanente. Consigliamo di percorrerla di notte per ottenere un effetto più lacerante.

58.jpg

Un dettaglio del canneto con lo specchio d’acqua dell’Aniene inquinato.

Ci avviciniamo al sottopasso del ponte delle Valli. Nelle prossime tre foto non accade nulla ma servono per mostrare come muta l’ambiente circostante.
Per discrezione non ci avventuriamo lungo le miriadi di stradine che si aprono sul lato dell’Aniene onde non creare situazioni scomode nella già scomoda esistenza di tutti coloro che vi dimorano.

29.jpg

30.jpg

31.jpg

57.jpg

Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli

Sotto il cavalcavia del ponte delle Valli (foto sopra), lungo un grande murale, attira la nostra attenzione questa icona della Madonna Nera (foto che segue). E’ stata appesa intenzionalmente: unica disposizione non casuale tra molti cumuli d’oggetti che si trovano lì accidentalmente. Attorno traccie d’insediamenti abitativi sempre sul lato del lungo Aniene.

32

Sempre sotto il cavalcavia in un accesso al fiume troviamo una cuspide ben sedimentata (foto che segue). Ci sono molti oggetti di scarto che tendono rovinosamente a crollare verso le acque sottostanti.

33.jpg

In mezzo al cumulo curiosamente anche delle lenti di prova da oculisti. Recuperiamo quelle rimaste intatte e le portiamo via con noi.

53.jpg

Giungiamo alla fine di un primo tratto di questa ciclabile su via dei Campi Flegrei. E’ la strada che ci immette direttamente su via Nomentana.
Nella ricognizione notturna del 22/11/2018 ci eravamo fermati qui per poi tornare indietro verso Porta Pia in direzione del centro.
Questa volta proseguiamo per il ponte Nomentano (foto che segue) un antico transito d’epoca romana.

34.jpg

Prima di attraversarlo ci sporgiamo. La prima cosa che ci si para innanzi è la consueta scena di O-bike vandalisticamente gettate nel fiume. Ce ne sono due.
Ci eravamo già domandati qui il senso più generale di questo tipo di comportamento riservato al servizio di bike-sharing.

35.jpg

Attraversato il ponte (foto che segue) ci troviamo nella zona di Sacco Pastore in un panorama completamente autunnale.

37.jpg

Troviamo l’accesso (foto che segue) al Parco dell’Aniene dove potremo riprendere a seguire il fiume fino a via Tiburtina nella zona est/sud-est di Roma.

36.jpg

Da questo momento in poi non ci aspettiamo di trovare oggetti cartograficamente rilevanti lungo il nostro percorso. Ci godremo il panorama e il sole ora caldo. Le ambiance “naturalistiche” offrono molti meno appigli interpretativi delle zone fortemente urbanizzate: antropizzate.
Il parco dell’Aniene può esser considerato come un lungo strappo che unisce una generica ambiance Nomentana ad un’altrettanto generica ambiance Tiburtina. Su quest’ultima abbiamo compiuto un lavoro molto più dettagliato di mappatura che è possibile seguire nei rapporti precedenti.

La notte prima è piovuto e le biciclette si riempiono di fango attraversando le numerose pozze che incontriamo strada facendo. Prudentemente infatti non incrociamo praticamente nessun ciclista dato che a quest’ultimi è bene noto il grado di possibile impantanamento a cui si può arrivare.
Nelle due foto che seguono due sguardi al panorama offerto dal parco.

38.jpg

39.jpg

40.jpg

Dalla parte opposta dell’Aniene (foto sopra) s’intravede un insediamento abitativo come tanti incontrati durante questa ricognizione. Qui la nostra attenzione è catturata dall’incresparsi del fiume che per quasi tutto il tragitto da noi compiuto ha proceduto silenziosamente.
Ci accorgiamo solo adesso della direzione dell’acqua. Essa scorre nel verso che non ci aspettavamo. La bussola conferma: direzione est fino a congiungersi col Tevere.

41.jpg

Tutto il sentiero che costeggia l’Aniene è segnato da un percorso il cui centro è evidentemente ripulito dal ripetuto passaggio delle biciclette. In alcuni punti più avanti verso via Tiburtina si forma una sorta di stretta corsia in mezzo al prato (un binario) in cui per le biciclette può diventare anche difficoltoso muoversi evitando di sbandare.

54.jpg

Dafne, con la sua bici ibrida con stretti pneumatici, perplessa sul modo d’infangarsi ragionevolmente il meno possibile guadando il pantano.

42.jpg

La cartellonistica ci avvisa che lungo quel sentiero dalla Nomentana alla Tiburtina sono esattamente sei chilometri e cento metri. Ponte Mammolo è il nome della zona della Tiburtina in cui sbuca il sentiero ciclabile che stiamo pedalando.

Ci rimettiamo in moto.
Dopo qualche metro a Cobol si stacca d’improvviso la ruota anteriore.  Le sue parole ancora a caldo, ancora a terra: “meglio qui che sull’asfalto“. Vai a capire come è andata. Sta di fatto che è sempre meglio verificare con una certa periodicità lo stato dello sgancio rapido delle ruote. La rovinosa caduta sul cerchione lo rimodella nel modo che è possibile vedere nel filmato.

Neanche troppo male. La bici con molte cautele, è ancora utilizzabile.
Poche escoriazioni. Procediamo quindi prudentemente con un movimento ondulatorio che a tratti ci procura qualche risata.
La ricognizione finisce un po’ bruscamente qui.
Tutta l’attenzione rivolta verso l’ambiente che ci circonda finisce per essere catalizzata dalle difficoltà di procedere con la ruota in quello stato.
Veniamo anche bloccati da un gregge di pecore con a capo una pecora di vedetta particolarmente loquace, ma nessuno dei due ha la prontezza d’immortalare un fatto tanto raro a Roma. Ci domandiamo anzi in quali circostanze un gregge di pecore possa sentirsi minacciato e caricare. C’è grande confusione sul mondo animale in questo momento.

Raggiungiamo la fine del parco dell’Aniene su via Furio Cicogna e scavallata la Tiburtina giù per la Palmiro Togliatti ci dirigiamo verso casa: Roma est.
In enorme ritardo sulla tabella di marcia si torna nel quadrante a noi più familiare in cerca di un cerchione per la sostituzione. Domani la bici deve essere già perfettamente funzionante.

55.jpg

L’entrata ciclopedonale al parco dell’Aniene da via Cicogma

56.jpg

Le biciclette col loro carico di fango.

aniene ufo pic

La mappa ufociclistica della ricognizione. Qui per vederla ingrandita

mappa.jpg

La mappa interattiva del percorso. Qui per vederla ingrandita.

 

XIII ricognizione UfoCiclistica – 22-11-2018 Arrivederci Leonidi

22 novembre 2018 giovedì
Addio alle Leonidi posticipato di tre giorni
Report redatto da: Lorena e Dafne.

13_g_p

Guarda la mappa più dettagliata

La partenza per la deriva disordinante di stasera è insolita: non più piazza San Giovanni, ma il MACRO Asilo di via Nizza a Roma, il debunking degli ufociclisti.
Si parte dal tetto dopo aver fatto un giro all’interno tra gli atelier d’artisti e mostre in corso. Nikky con altri due ufociclisti si sono gettati in un corridoio sollevato riempito di grandi sfere rosse, l’opera di Elena Panarella Vimercati Sanseverino.

Si dibatte fin dall’inizio perché per alcuni il Macro costituisce, ufociclisticamente parlando, un totem d’incongruenza: un luogo che ha subito una trasformazione, per un cambio di gestione, e che spicca in un quartiere residenziale di palazzi signorili, che disgrega l’ambiente intorno e disomogenizza (si veda anche atlante ufociclistico). Per altri, invece, esso è un elemento attrattore, omogeneo col paesaggio intorno, oltre che centro aggregatore e costituisce perciò un tonal (si veda sempre atlante ufociclistico per le definizioni).

La questione resta irrisolta, per i primi comunque, resta il fatto che il Macro potrebbe col tempo diventare un tonal, in quanto non è ancora abbastanza vissuto da essere chiamato tale, e anzi questo è ciò che in generale ci si augura.
Per una serie di congiunzioni astrali, sovrapposizioni di messaggi di gruppo, semafori rossi, e interferenza di psico-dissuasori, l’ufociclista Dafne arriva in ritardo e questo fa ritardare la partenza del gruppo.
Ma appena arriva viene accolta da una cappa d’incenso che brucia sulla bicicletta dell’ufociclista D., e questo la riconcilia col gruppo, così ora si può finalmente partire.

I nostri eroi imboccano viale Regina Margherita, in direzione del Ponte delle Valli come è visibile nella mappa.
Arrivati nei pressi del Quartiere Africano, in prossimità del Parco Nemorense, l’ufociclista Lorena, notando i nomi delle vie, si chiede se esista qualche corrispondenza geografica tra la loro disposizione nel quartiere e i luoghi reali.
E’ una domanda interessante ma a
nche questa questione rimane irrisolta per il momento: sarà oggetto di approfondimento futuro tra gli ufociclisti.

L’ufociclista Cobol inizia a elargire fantamulte ad auto parcheggiate in doppia fila e sul marciapiede.

12.jpg

Chiariamo: “nell’elevare le fantamulte (inventate da Edoardo) alle automobili non ci sostituiamo al pizzardone astratto (il vigile che vigila) ma c’intromettiamo nello spettacolino surreal-masochista del perseguitato e del perseguitatore che nel rincorrersi e nello sfuggire mantengono in vita gli equilibri della città ostile e alienata”.

8.jpg
Cobol eleva una fantamulta direttamente a due donne che hanno lasciato l’auto in mezzo alla strada e loro lo minacciano dicendogli che sono fatine, ma evidentemente non hanno la bacchetta magica per rimpicciolire la macchina e non farle prendere così spazio, e soprattutto non sospettano che tra gli ufociclisti si aggiri una strega sotto mentite spoglie.

Arrivano davanti a una storica sede di Forza Nuova. Qui, un’inconfondibile scritta, con tanto di croce celtica per togliere ogni dubbio e ambiguità, troneggia sopra un immenso alimentari/fruttivendolo bengalese. È questo un caso di elemento che genera disordine ambientale e ambiguità, in cui compaiono abbinamenti inattesi, e confonde lo sguardo, che viene definito dall’atlante ufociclista cuspide o retroaggregatore.

9.jpg

Davanti a questo astratto negozio gli ufociclisti incontrano coraggiosi antifascisti del quartiere più fascista di Roma, che chiedono loro una mano per cancellare quell’inquietante scritta. Gli ufociclisti si limitano a lasciargli una fantamulta per parcheggio in divieto di sosta (o di fermata, qui c’è una diatriba con i due che contestano il tipo di infrazione), ma prendono anche in considerazione l’ipotesi di tornare e mettere insieme un esercito di antifascisti in quelle zone ampiamente fuori dall’aura protettiva del quadrante orientale.

11.jpg

A un parcheggio, dove nessun auto ha commesso infrazione e dove non c’è nemmeno un briciolo di immondizia per strada, i nostri eroi si rifocillano a base di non meglio identificate noci energizzanti probabilmente africane, e sono raggiunti da un nuovo membro, una ufociclista esperta in atmosfere di montagna e alieni.

A questo punto si pedala per tornare indietro per un pezzo di salita fino a raggiungere la ciclabile Aniene. Qui le luci della città svaniscono e bisogna fare i conti col buio. Ognuno lo affronta a modo suo. D. preferisce la luce rossa a quella bianca, troppo luminosa per lui. Dafne invece, vorrebbe quantomeno evitare di trovarsi a scendere senza controllo lungo un’invisibile larga curva (come è già avvenuto in passato) e poi il buio la affascina, ma la impaurisce anche (si vedano report di ricognizioni precedenti).
La ciclabile Aniene è uno strappo che è anche Varietà dimensionale del tipo 1.

Addentrandosi nel folto dei cespugli arrivano al ponte di ferro.
Su di esso passa l’alta velocità che va a Firenze, e, secondo l’atlante ufociclista, esso costituisce una discontinuità del territorio, agendo da separatore, in quanto taglia in due una (o due) UDA senza assumerne le caratteristiche. Ma esso ha anche un’importanza storica.
L’ufociclista Lorena racconta la storia di Ugo Forno, un bambino di 12 anni ucciso, nel tentativo di difendere il ponte che i nazisti volevano distruggere per fermare l’avanzata degli alleati. Tutto ciò avvenne il giorno prima della liberazione di Roma e solo in anni recenti, lo stato si è ricordato di questo bambino, conferendogli una medaglia e definendolo eroe nazionale.

IMG-20181129-WA0000.jpg

Al ponte di ferro i nostri eroi sistemano le biciclette in modo da illuminare l’ambiente con le lucette e preparano quello che si rivela il banchetto più ricco della storia (loculliano) dell’ufociclismo dai tempi di Ivano Mertz.
Vengono fuori doti culinarie inaspettate.

10.jpg

13.jpg

A pancia piena si ragiona meglio, perciò sorgono spontanee discussioni sugli argomenti più vari, dalla natura degli alieni, alla possibile evoluzione del calamaro da incroci genetici di extraterrestri*, a Mauro Biglino**.
Finora, un’ipotesi accreditata è quella che gli alieni siano piante carnivore capaci di movimento animale. Difficile capire perciò se con l’alimentazione vegana stai mangiando uno di loro (citazione di Philip Dick).
Il treno che passa ogni dieci minuti accompagna le loro animate discussioni.

gruppo.jpg

Dopo il banchetto, gli ufociclisti continuano il loro percorso. Lorena e Dafne si attardano a fotografare il murale dedicato a Ugo Forno e si concedono un minuto per ripensare alla sua storia. Poi si buttano all’inseguimento degli altri attraverso un fitto canneto sulle sponde dell’Aniene che irrora una fitta nebbia. Passano attraverso una galleria e riemergono in prossimità della strada asfaltata, che costeggia il fiume.
Qui, complici l’umidità, il freddo, l’ora tarda, la stanchezza e un ufociclista che deve assolutamente tornare a casa, decidono di terminare la ricognizione, non senza una puntata a San Lorenzo, quartiere molto caro agli ufociclisti.
Proseguono perciò sulla via Nomentana in lenta risalita, senza badare ai semafori e alle auto rallentate che in alcuni casi nemmeno si prendono il disturbo di suonare il clacson e semplicemente alla prima occasione deviano nella corsia centrale (cosa abbastanza rara per un automobilista che si ritrovi ciclisti sulla sua strada), finché a Porta Pia, il gruppo si separa. Alcuni tornano a casa, mentre Dafne, Lorena, Cobol e Nikky, proseguono verso San Lorenzo.

Legate le bici in piazza, si inoltrano nei meandri della libreria Giufà, dove tra libri insoliti e bicchieri di birra, incontrano Giovan Bartolo Botta noto attore/poeta della scena romana, col quale continuano le discussioni sull’evoluzione, arrivando a discutere il limite tra la vita e la morte… ma questa è un’altra storia.

Presto indiremo la ricognizione diurna per una più completa mappatura della zona esplorata. Seguite sul gruppo fb.

Consigli

Letture:
Lsd. Carteggio 1947-1997Junger e Hoffman – Editore Giometti & Antonello.

Canzoni:
Ponte SalarioFlavio Giurato.

* Cause of Cambrian explosion – Terrestrial or cosmic? – gruppo di scienziati guidati da Edward J. Steel, del Centro dell’astrobiologia dell’Università di Ruhuanera, Sri Lanka

** Mauro Biglino è un traduttore di ebraico biblico, noto per una sua rilettura della Bibbia: egli afferma che leggendo la Bibbia alla lettera, viene fuori che essa non parli affatto di Dio, ma di forme di vita di natura extraterrestre, chiamate appunto Elohim.

Presentazione dell’atlante ufociclista al MACRO di Roma

1.jpg
Panoramica della presentazione al MACRO. Qui per l’immagine ingrandita

L’atlante ufociclista edito da Nerosubianco è un viatico all’utilizzo della bicicletta come vettore di ridefinizione del territorio antropico, cioè di quello spazio fortemente caratterizzato dalla presenza umana e dai suoi artefatti urbani mobili e immobili.
Per chi all’atlante si avvicina, vale la raccomandazione circa l’esistenza di un inscindibile rapporto d’interdipendenza tra quello e il blog ufociclista che state leggendo, ovvero tra strumenti teorici (anche se ampiamente illustrati) e loro applicazione pratica: nel blog infatti i concetti e le metodologie utilizzate nel libro trovano un più ampio spazio d’esplicitazione, di riflessione e una naturale progressione ed evoluzione.

2.jpg

Spostando l’attenzione dalla priorità come mezzo di trasporto (che comunque resta centrale nel ciclismo urbano) l’UfoCiclismo si pone l’obbiettivo primario d’utilizzo della bicicletta come mezzo esplorativo atto a sovrascrivere le mappe esistenti: quelle che proscrivono, instradano, perimetrano, disciplinano, addomesticano, al cosiddetto abitacolamento del corpo e all’inquadramento sensoriale del territorio entro un frame orientato (sulla non neutralità delle mappe si veda, tra l’altro, Carte, sapere e potere saggio on line di John Brian Harley).
Corpi chiusi in lamiere, resi alieni allo spazio circostante e all’interazione con gli altri esseri viventi. Emotività deprivate di empatia sociale chiuse in scatole (luoghi di lavoro) che utilizzano abitacoli (automobili, mezzi pubblici, sfreccianti ciclomotori) per spostarsi in altre scatole (le abitazioni private). La città abitacolata diviene un insieme statico di vettori che blinda qualsiasi tipo di sensorialità alternativa, anche semplicemente sociale, che non sia quella individuale e strumentalmente orientata. Un’inversione di questa condizione ha inizio, secondo noi, dal piano simbolico e narrativo degli spazi vissuti, in cui la griglia interpretativa modellata sulla circolazione, sui quartieri, le proprietà private, cede il posto a mappe multisensoriali.
A differenza di altri approcci multiensoriali, limitatamente impressionistici, l’UfoCiclismo adotta una metodologia fisicalista con strumenti, per quanto possibile, replicabili e verificabili. Da questa scelta deriva il suo armamentario concettuale: la sua cassetta degli attrezzi.

Compito ultimo dell’UfoCiclismo è quello d’identificare spazi contattistici (UDA contattistiche), ovvero luoghi che per propria natura morfologica o per intervento risimbolizzante (spesso ad opera di organizzazioni di base come centri sociali, comitati di quartiere, ciclofficine e alla cartografia alternativa) appaiono i più adatti, e quindi in questo senso dei prototipi, per ristabilire un contatto con l’ambiente circostante e con le alterità: siano esse provenienti da questo pianeta che da altri.

Abbiamo chiesto a cinque ospiti di ragionare su questi temi e quindi sull’atlante:

Alberto Abruzzese (sociologo, scrittore e saggista);
Francesco Rosetti (giornalista);
Giorgio de Finis
(antropologo, direttore MACRO, curatore MAAM).

Gli interventi:
introduzione di Cobol Pongide;
introduzione di Daniele Vazquez;
intervento di Francesco Rosetti con intervento di Daniele Vazquez;
intervento di Alberto Abruzzese con risposta di Cobol Pongide;
intervento di Giorgio de Finis;
secondo intervento di Cobol Pongide;
secondo intervento di Daniele Vazquez;
secondo intervento di Alberto Abruzzese;
lancio del convegno MBM4 di Cobol Pongide (MBM4).

La registrazione integrale della presentazione.

Ospiti non pervenuti:

Fabio Benincasa (docente, saggista e giornalista);
Ivano Merz (attivista fondatore del movimento dell’Ufologia Radicale).

La presentazione si è tenuta il 16/10/2018 al MACRO nella Sala Lettura – alle ore 18.00.

La pagina dell’evento sul sito del MACRO.

UfoCiclismo a Omegna – 30/9/2018

40923003_2161678484045454_2026151547737473024_o.jpg

Rapporto redatto da Cobol Pongide
con:
Gian Marco
Lorena
Manuel
Alessio
Davide

La ricognizione su Omegna (VB) ha avuto uno scopo del tutto esplorativo effettuato liberamente alla ricerca di oggetti/sequenza e di UDA eventualmente presenti sul territorio.
Si è tenuta nella cornice dell’U.F.O Art & Sound Festival organizzato da Mastronauta e dal Migma collective il 29 e il 30 settembre 2018.

L’appuntamento indetto per la ricognizione era il 30 settembre alle ore 15.00 presso il Forum Omegna. La ricognizione è durata complessivamente due ore.

28.jpg

Omegna – Forum. Punto di raccolta. Sullo zaino di Cobol, Zeno l’alieno, componente del Mastronauta.

partenza.jpg

Omegna – Forum. Il momento della partenza dal Forum.

Già a partire dal Forum abbiamo individuato la prima UDA, il primo spazio caratterizzato da coerenza atmosferica circoscritta.

uda 1.jpg

La UDA del Forum (il perimetro più a destra nell’immagine). Il cerchio tratteggiato indica il punto di partenza.

Si tratta di uno spazio ampio interessato da varie strutture tra cui un grosso edificio in stile postmoderno (foto che segue) polifunzionale e un’area giochi (Parco della Fantasia Gianni Rodari).
L’area, a uno sguardo più preciso, non appare del tutto omogenea; tuttavia abbiamo scelto d’includere anche il quadrante giochi che potrebbe, com’è stato suggerito, esulare da questa descrizione.
Lo spazio appare isolato e ben perimetrato anche dalla vicinanza con il Nigoglia [torrente emissario del lago d’Orta – varietà dimensionale 1 (la sua classificazione come varietà dimensionale è in fase d’approfondimento data l’interessante caratteristica di essere il solo, fra gli emissari dei laghi prealpini, a muoversi verso nord)] che fornisce un limite naturale a ovest.
La struttura Forum s’erge prepotentemente a tonal caratterizzando indiscutibilmente il tenore atmosferico espresso in questo spazio.
In fase di elaborazione della mappa sono emersi tre aggettivi atmosferici in coloro che la compilavano (attributi atmosferici): spaesante, respingente, desolante.
Tali caratterizzazioni ci serviranno per identificare a posteriori  l’UDA con un colore in riferimento alla Tavola cromatica degli stati d’animo, sebbene generalmente la procedura preveda un’identificazione tonale sul campo.
Il cluster che più si avvicina alle caratterizzazioni è il 25-28 (fare riferimento alla tavola cromatica sopra linkata): “Metallo. Ambiance impenetrabile, ostile, riflettente” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113).
Nella verifica sul campo è possibile stabilire collegialmente quale tono meglio s’allinei con le sensazioni che emergono dallo spazio. In questo caso procedendo a posteriori è possibile affermare che la tonalità è molto ben espressa. Lo spaesamento in particolare è esattamente una delle sensazioni che architettonicamente il postmoderno si propone di restituire all’osservatore. Inoltre gli ufociclisti autoctoni riferiscono che lo spazio è molto poco utilizzato dagli abitanti che, in qualche modo, da esso si sentono evidentemente respinti. Giungendovi da forestieri in effetti si ha la sensazione di trovarsi in uno spazio molto periferico rispetto ai flussi cittadini. In questo senso, e senza aver esplorato tutta Omegna, potremo addirittura sostenere che l’intero perimetro funzioni da totem d’incongruenza rispetto ad un’ipotetica UDA Omegna: uno spazio a suo modo ostile, atipico, che architettonicamente s’oppone al resto delle strutture cittadine che ci è capitato d’incontrare (a eccezione forse dell’anfiteatro che incontreremo più avanti).
Scegliamo quindi il tono 28 (valore esadecimale: 65b3fe) per identificare questa UDA e rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.

Nota metodologica: come in altre mappe già illustrate il tono è “trasparentizzato” per lasciare intravedere le strutture soggiacenti. Esso apparirà quindi inevitabilmente diverso rispetto all’opacità di quello riportato nella Tavola cromatica degli stati d’animo che però resta il riferimento tonale ufficiale. In ogni rapporto che preveda l’utilizzo della Tavola cromatica degli stati d’animo è importante specificare il valore esadecimale utilizzato assieme al numero corrispondente al tono.

forum-shop.jpg

Il Forum di Omegna la struttura che definisce la tonalità dell’UDA

Ci muoviamo.
La mattina del 30 settembre (poche ore prima quindi) avevamo effettuato una pre-ricognizione con Gian Marco che ci aveva proposto un percorso un po’ meno ovvio per Omegna che altrimenti ci avrebbe irretito con il suo bellissimo lungo lago su quel d’Orta.

1.jpg

Gian Marco alle prese con l’elaborazione di un percorso la mattina precedente la ricognizione.

Usciamo quindi dall’UDA “postmoderna” e dal Parco della Fantasia Gianni Rodari attraversando il sottopasso della ferrovia (foto che segue).

2.jpg

Il cambio d’atmosfera è repentino e ci troviamo immediatamente sulla sponda del Nigoglia che a ovest delimitava l’UDA precedentemente illustrata.

57.jpg

3.jpg

E’ un’area di edifici quasi tutti dismessi che si affacciano sul corso d’acqua. Davanti a noi (se ne scorgono le inferiate) una bellissima passerella a balcone con la pavimentazione a lastre segue il corso del torrente (foto che segue: in una posizione diversa, più avanzata in direzione nord verso il lago d’Orta).
In riferimento alla foto sotto: la struttura in mattoncini è il muro perimetrale della parrocchia del Sacro Cuore. L’ufociclista Manuel ci fa notare la forte contrapposizione atmosferica con la parte prospiciente che siamo intenti a osservare. Il muricciolo, ci dice, in lui evoca un senso d’oppressione.

5.jpg

Alle nostre spalle (ci riferiamo nuovamente alla posizione di due foto fa) c’è una scuola in passato frequentata da cui alcuni degli ufociclisti che sono con noi in questa ricognizione. L’edificio è costeggiato da vicolo Fantanello (che è anche il nome della passerella) anche detto “vicolo della merda” (in quel punto). Ci dicono che il nomignolo deriva dal fatto che essendo un viottolo che sfocia su uno spazio verde spesso ci si sporcava le scarpe prima d’entrare a scuola. Ci viene da pensare che la ragione sia anche un’altra, magari legata alla tensione dell’appropinquarsi dell’entrata della istituzione scolastica.

Come abbiamo detto, lo scarto atmosferico è forte rispetto alla spazio visto in precedenza e ci porta a pensare di trovarci di fronte ad un’altra UDA.

uda 1

La mappa qui sopra è la stessa vista precedentemente, ma ora ci concentreremo sull’area segnalata in rosso a sinistra (quella piccola). Si tratta dell’UDA che stiamo guardando al di là del Nigoglia.
In questo caso gli attributi semantici che emergono in fase d’elaborazione della mappa sono i seguenti: apertura, malinconia, pittoresco.
Ripetiamo la procedura precedente omettendo le osservazioni metodologiche che abbiamo già argomentato. L’identificazione del cluster ci pare possa essere quello 1- 4: “Umami. Ambiance ricca, varia, densa, strutturata” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112).
In questo caso il centro tonale è molto meno decifrabile e quindi assegneremo il tono colore 1 (valore esadecimale: 990100) cioè il suo limite inferiore. Anche in questo caso rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.
Ripartiamo.

58.jpg

4.jpg

6.jpg

7.jpg

Foto dal centro del ponte sul Nigoglia. L’attraversamento ci è piaciuto davvero molto a giudicare dal numero di foto che abbiamo ad esso dedicato.

A metà della passerella di vicolo Fantello si estroflette un attraversamento (le tre foto precedenti: ufociclisti che attraversano il ponte, il ponte in una soggettiva, il ponte a metà del suo attraversamento) che una volta valicato ci immette, dopo un altro vicolo, sulla tanto discussa piazza Beltrami.
Da poco restaurata, pare accalorare le emozioni dei residenti su questioni concernenti il suo rinnovato aspetto.
E’ difficile darne un’adeguata descrizione. Quel che salta immediatamente all’occhio è che la piazza così incastonata è quasi del tutto fagocitata dalla Collegiata di Sant’Ambrogio che impedisce un colpo d’occhio generale sullo spazio e quindi preclude il senso d’orientamento dato dalla vista.
Riguardando le foto scattate durante la ricognizione in effetti non ne troviamo una buona da pubblicare: tutte offrono una prospettiva troppo schiacciata. Non che la piazza sia brutta, assolutamente, ma essa appare davvero troppo compressa e visivamente indecifrabile. L’unica foto “ariosa” che sul web abbiamo trovato di piazza Beltrami è quella relativa ad una simulazione circa la sua riqualificazione ed essa si riferisce più alle sue linee di fuga che al perimetro della piazza. Forse è su quelle che bisogna più concentrarsi,

8.jpg

Pubblichiamo comunque questa bruttissima foto (impreziosita solo dal palloncino alieno aggrappato alla bici di un ufociclista) per avere un riferimento visivo.
Ma forse, come abbiamo tentato di delineare poco sopra, non è alla vista che bisogna affidarsi per poter comprendere questo spazio.

Ci abbiamo ragionato in fase di realizzazione della mappa e ci pare (intuizione di Lorena) che essa funzioni da piattaforma girevole (pur non essendo una rotatoria) nel senso che il suo compito, più che aggregare (ruolo generalmente svolto da una piazza), potrebbe essere quello di spazzare i flussi cittadini che in essa convergono.
Da definizione la piattaforma girevole è un vero e proprio sparpagliatore, un vortice entropico, la cui funzione disordinante ha anche un ruolo rigenerativo: la dinamica delle permutazioni cittadine.
Forse quindi le polemiche circa la piazza (ce le hanno autonomamente segnalate sia Manuel che Alessio senza che su ciò fossero stati stimolati) potrebbero essere legate al ruolo ancestrale della stessa (luogo di ritrovo quindi forse ex tonal) che per i locali funziona ancora da categoria interpretativa (una sorta di persistenza retinica) mentre l’area ha invece subito un drastico cambio d’uso in piattaforma girevole.
Torniamo quindi all’idea di cercare d’interpretare questo spazio con altri sensi rispetto a quello prioritario della vista. Vale forse la pena prestare attenzione allo sciabordio del vortice che ivi si genera e al fragore delle onde sonore che sullo spazio esso increspa.

In realtà Davide, che abita da molti anni a Omegna ma che non è di qui nativo, è riuscito a scattare una foto molto più bella della precedente, che rende giustizia al colpo d’occhio.
Curioso: è la stessa prospettiva utilizzata dalla foto del modello che sopra abbiamo linkato. Si tratta probabilmente dell’unico punto panoramico che consente di guardare la piazza per come era: una sorta di finestra sulla timeline Beltrami (si veda la mappa successiva).

27.jpg

mappa sensoriale beltrami 2.jpg

Abbiamo provato a sezionare la piazza a secondo degli approcci consigliati: l’area estesa un approccio uditivo e, come vedremo, tattile. L’area ristretta invece un approccio tradizionalmente visivo.

Osservando la mappa precedente, va da sé che ostinandosi a voler leggere piazza Beltrami prioritariamente con l’approccio visivo (tradizionale) non si può che capitolare nella frustrazione perimetrale. Tale approccio non è “consentito” infatti da tutte le angolazioni dal momento che lo spazio interessato è prioritariamente uditivo (e come vedremo tattile). Bisogna saper interpretare giustamente, allora, le sue vocazioni maggioritarie per non incorrere in fraintendimenti spaziali.

Nella mappa che segue abbiamo cercato invece di restituire una visione terapeutica diversa della piazza, in linea con l’interpretazione fin qui proposta.
Si tratta di una sorta di tentativo di psicoanalisi del territorio (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile) effettuata su uno spazio evidentemente traumatizzato da un rapido e/o non ancora assorbito cambio di funzione d’uso.
Si noti ad esempio che la piazza non è definita (circoscritta) dalla presenza di un marciapiede. Dettaglio apparentemente di poco conto, invece esso la rende meno decifrabile e in totale continuità rispetto alle strade limitrofe.
Il perimetro è piuttosto segnalato dalla presenza di sanpietrini che forniscono un limite tattile (o di nuovo uditivo quando con dei pneumatici li si attraversa) più che visivo.
Insomma la funzione di piazza pare essere venuta meno (tranne che da un limitatissimo punto d’osservazione) e le scelte urbanistiche paiono aver trasformato piazza Beltrami in una bizzarra rotatoria che ancora disorienta gli abitanti.

Le traiettorie descritte nella mappa terapeutica che segue non sono necessariamente realistiche ma tentano di rendere giustizia al vortice che piazza Beltrami oggi si presta a interpretare. Assunto il “dato di fatto” sarà quindi possibile agire in coscienza accettando il cambio di funzione d’uso o operando in maniera tattica (color overlay – anche per questo si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile) per definirne di nuove.

9.jpg

Ci rimettiamo prontamente in marcia.
Il percorso pensato da Gian Marco ci porta a fare tappa davanti al cinema sociale (foto che segue). Si noti il volto perplesso della signora in basso sulla sinistra molto scettica riguardo alle tecniche investigative dell’UfoCiclismo.

10.jpg

11.jpg

Doveroso dettaglio della parete frontale del cinema sociale: società operaia di mutuo soccorso. L’Omegna socialista!

Ad Alessio, Davide e Manuel viene in mente che nelle vicinanze un tempo c’erano altri due edifici preposti all’intrattenimento operaio. Il cinema Splendor, su via de Angeli, di cui ormai rimangono solo i segni delle scale su di un muro (foto che segue):

13.jpg

e il teatro Alfieri, di cui è ancora visibile la bellissima insegna in stile liberty, sempre su via de Angeli (foto che segue).

12.jpg

Insegna del teatro Alfieri con palloncino alieno.

Tutti e tre gli edifici si trovano in una stessa area il che ci ha ispirato l’idea di una sorta di ex distretto ludico di Omegna legato, come dicevamo, allo svago operaio dei primi decenni dello scorso secolo.
Ora l’aspetto più interessante della cosa è che anche il Mastronauta si trova in una traversa di via de Angeli, vicinissimo agli altri tre edifici spettacolar-ludici.
Guardiamo la mappa seguente: la parte col doppio tratteggio in rosso.

14.jpg

I tre edifici prima citati si trovano nella parte più larga del tratteggio in basso a sinistra, il Mastronauta è l’edificio in alto a sinistra che affaccia sul torrente Strona (il corso d’acqua più in alto – una varietà dimensionale 1). Su suggerimento di Manuel ci siamo allargati un po’ sopra il Mastronauta per comprendere anche una fabbrica di giocattoli.
Lo abbiamo definito distretto perché non ci è stato possibile identificarlo come UDA. Siamo sicuri però che il luogo che in quel perimetro ha funzione di tonal sia proprio il Mastronauta (foto che segue) con la sua vocazione ludica e aggregativa.

15.jpg

Seguono le foto dell’interno del Mastronauta riprese nella giornata del 30 settembre durante la Mostrona:

16.jpg

17.jpg

18.jpg

Ci rimettiamo a pedalare.
Prima di giungere al Mastronauta (ma in un momento successivo alla conclusione della ricognizione: ci giungiamo quindi con un numero limitato di ufociclisti) Manuel ci propone la visita ad una piazza per mostrarci uno spazio, a dir suo, molto suggestivo. Si tratta di un frammento di via Frua:

19.jpg

20.jpg

E’ davvero molto  bello e si tratta sicuramente di una minuscola UDA con al centro esemplarmente il proprio tonal: il Monumento alla Famiglia.
A noi ufociclisti provenienti da Roma quello scorcio ci ricorda moltissimo il quartiere di Garbatella… pare davvero di stare alla Garbatella, se non fosse che quell’atmosfera di curato sobborgo popolare antico si consuma in pochissimi metri quadri.
Eccolo nel dettaglio della mappa:

21.jpg

La UDA suddetta evidenziata in rosso a sinistra. Vicino è visibile il contorno di quello che precedentemente abbiamo definito come distretto ludico.

Non ci soffermiamo consiliarmente sulla definizione tonale dell’UDA perché, come abbiamo detto, la sua intercettazione è avvenuta a ricognizione ormai conclusa. Tuttavia date le impressioni che sul momento abbiamo registrato è possibile collocarla entro il cluster 5-8: “Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112). La peculiarità tonale è molto forte e quindi ci posizioniamo sul limite superiore del cluster al tono 8 (valore esadecimale: 7dfe7f) della Tavola cromatica degli stati d’animo.
Rimandiamo alla mappa completa la sua collocazione tonale.

Rimaniamo quindi si via de Angeli e scavalliamo il torrente Strona per gettarci subito dopo alla sua destra su via Bariselli e subito dopo ancora su via dei Mille.
Si tratta di un’area industriale abbastanza recente con grandi capannoni-magazzini e fabbriche.

22.jpg

Dopo pochi metri alla nostra destra si apre un’area con edifici più antichi in mattoncini rossi.

23.jpg

62.jpg

Un’altra immagine dell’area che stiamo osservando

La identifichiamo come UDA perché immediatamente descrivibile con un’atmosfera molto particolare e ben circoscritta. Abbiamo l’impressione di trovarci nel fotogramma di film sulla seconda rivoluzione industriale e la mente va immediatamente alle fabbriche del nord europa dell’Inghilterra e del Belgio.

24.jpg

L’UDA che stiamo esaminando: la parte evidenziata in rosso a sinistra.

In fase di elaborazione della mappa gli indicatori atmosferici emersi per quest’area sono: nostalgico, periferico.
Rimettiamoci nuovamente sulla Tavola cromatica degli stati d’animo: qui il cluster più appropriato appare quello 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile, scioccante” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113).  La tonalità pare collocarsi su un valore centrale del cluster in quella zona che chiamiamo catalizzatore. In questo caso: tono 14 (valore esadecimale: ffff33). Rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.
L’impressione atmosferica, la sensazione percepita, collima con l’impressione che si ha di edifici (o almeno alcuni di essi) in via di cambio d’uso. Ciò virtualmente li colloca in una disparata possibilità di forme e funzioni in divenire (un po’ come è avvenuto al Mastronauta: anch’esso un tempo spazio industriale).
Una conferma ci viene da questa curiosa struttura che attira la nostra attenzione (foto che segue):

25.jpg

Una palazzina (foto precedente) accanto ad un capannone industriale. L’edificio è di color nero, presenta un curioso complesso di finestre disposte a matrice numerica e al proprio fianco fa esplodere in mosaico colorato raffigurante, abbiamo pensato, le trasformazioni dell’edificio nel tempo. Nella foto che viene lo vediamo meglio:

26.jpg

Continuiamo su via Magenta e poi via Laghetto. Usciamo dalla zona industriale.

29.jpg

Qui la strada si restringe divenendo a senso unico. La percorriamo contromano lungo uno stretto budello che intercetta una miriade di piccole villette dai tanti colori.
Pare di attraversare una zona dalla ricchezza mite e non ostentata anche se molto periferica rispetto al centro città

30.jpg

Ma ad un certo punto, alla nostra destra, avviene un improvviso cambio di scena, una rottura radicale di atmosfera (foto che segue):

31.jpg

Posto ad un livello sottostante rispetto alla strada che stiamo percorrendo (via Laghetto) si apre un piccolo rione di case popolari in cui l’atmosfera bucolica e timidamente lussureggiante in cui nella nostra posizione siamo ancora immersi, viene meno.
L’impressione che si ha è che si tratti di un’UDA specifica contrapposta e confinante con l’UDA diffusa che stiamo pedalando. La identifichiamo con due attributi atmosferici: schierato, popolare. Si ha infatti l’impressione di un trovarci in uno spazio asserragliato, blindato rispetto allo spazio bucolico, aperto e più lussureggiante che gli si contrappone. A Cobol lo stile architettonico gli ricorda quello del quartiere Quarticciolo di Roma, anch’esso asserragliato (si legga questo rapporto se interessati ad approfondire).

32.jpg

Ma procediamo con ordine.
Per quel che riguarda l’UDA rifacendoci alla Tavola cromatica degli stati d’animo rileviamo il cluster più vicino 29-32: “Aspro. Ambiance resistente, vivida” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113). Il centro tonale si posiziona molto vicino al limite superiore: diciamo 31 (valore esadecimale: fd9800).
Per la collocazione tonale si rimanda alla mappa completa.

C’è però un altro aspetto che ci pare il caso di rilevare, proprio a partire da quella netta contrapposizione tra atmosfere che abbiamo percepito.
Via Laghetto su cui ci troviamo ha infatti l’aspetto di uno spazio di contatto/cesura tra due UDA in cui (come abbiamo riportato in questo rapporto e in quest’altro) si configura un conflitto atmosferico. L’idea di uno spazio “proletario” contrapposto ad uno “padronale” è tra l’altro del tutto arbitraria ma, almeno dal punto di vista estetico-narrativo, pare confermare e puntellare questa sensazione. Ci piace quindi pensare che qui il conflitto atmosferico si materializzi, o si sia materializzato un tempo, come conflitto di classe.
Anche qui, come nei rapporti a cui abbiamo rimandato, ci aspetteremmo di imbatterci nei segni, nei traumi da conflitto, tipici delle zone di confine (i bordi delle  UDA)… ma qui non si vede e non si sente nulla (qui invece, ciò che accade tipicamente in questi spazi laminari).

Procediamo e ci muoviamo davvero di poco prima d’imbatterci in un’altra struttura che attira la nostra attenzione.
Non siamo riusciti a fotografarla perché distante e troppo filiforme. Essa è appena visibile (forse) in questa ripresa di street view (dritto per dritto davanti a voi).
Si tratta di un groviglio d’antenne davvero imponente. Ne abbiamo dedotto trattarsi di un’antenna ad uso, magari in passato, di una radio libera… ma è solo un’ipotesi senza fondamento empirico alcuno. Il suggerimento di un’ufocilista è stato quello d’identificarla con una UDA contattista che potrebbe valere anche qualora si trattasse più semplicemente di una antenna da radioamatore. La definizione di UDA contattista è, in questo caso, del tutto inesatta ma l’intenzione è comunque corretta e quindi accettiamo il suggerimento assumendolo con una certa dose di spavalda ironia.

33

Procediamo ancora su via Laghetto che diventa via Superiore, sempre contromano (foto precedente) fino a incrociare via Malnaggio.
Giriamo a destra e poco dopo ci si para dinanzi una bella piazza (piazza della Chiesa) con al centro la parrocchia San Gaudenzio.

34.jpg

San Gaudenzio. L’orologio sul campanile segna le 11.25 perché la foto è stata scattata durante la pre-ricognizione mattutina con Gian Marco.

Di nuovo un prepotente cambio di scena.
La parrocchia è sicuramente un tonal: forse provvisorio o forse definitivamente stabile. Non abbiamo modo d’accertarlo ma come abbiamo più volte sostenuto (ad esempio qui) le chiese spesso funzionano da tonal provvisori: tonal deboli.

Seguono un po’ di strade che è possibile rintracciare nel percorso segnato sulla mappa generale alla fine di questo rapporto. Giungiamo su via IV Novembre e pedaliamo fino alla fabbrica della Bialetti.

35.jpg

Il famoso omino del logo ci ricorda, col dito, di guardare in cielo: raccomandazione superflua per degli ufociclisti il cui problema, semmai, è quello di tenere i piedi un po’ a terra.

L’edificio si dispiega mostruosamente come a fronteggiare le montagne lussureggianti che lo sovrastano (foto che segue).

36.jpg

In questo suo fare l’ecomostro pare sostenere coraggiosamente le ragioni della propria orrida bruttezza.
Guardandoci attorno ci pare si possa trattare di un totem d’incongruenza… ma non sappiamo bene di cosa. Forse delle verdi montagne alle sue spalle. Sicuramente l’ammasso di vetro e cemento ha l’aspetto di un’isola grigia, totalmente aliena rispetto al contesto naturale e antropico che la circonda.
Procediamo di poco pedalando. Svoltiamo, neanche a farlo apposta, proprio per via Bialetti.

59.jpg

Incrociamo nuovamente il torrente Strona ma non prima di aver intercettato un altro piccolo corso d’acqua (foto che segue) non sempre fluido.

37.jpg

Il colpo d’occhio è molto bello e arricchito, come è possibile vedere, da affilati psico-dissuasori per scoraggiare l’avventore al congiungersi col corso d’acqua.
Psico-dissuasori vs affordance attrattive (ma anche attrattori) giocano, negli spazi antropici, una partita in opposizione in cui il prevalere degli uni sugli altri determina morfologia e atmosfera, in altre parole: la politica (o psicopolitica) del territorio.

38.jpg

Lo stesso punto di vista: altri acuminati psico-dissuasori.

Procediamo ancora: poco più avanti, ce lo aspettavamo, una affordance attrattiva appena passato  il torrente Strona (foto che segue):

39.jpg

Un piccolo sentiero ci spinge a entrare per scoprire in quali guai ci conduce. Ben presto ci accorgiamo trattarsi di un sentiero “infrattologico” (concetto della APR – Associazione Psicogeografica Romana), per le pratiche amorose clandestine. Ne usciamo.

Procediamo su via Verta inserendoci in un piccolo sdoppiamento parallelo alla stessa battezzato con lo stesso nome, fino a che c’imbattiamo in un’anomala edicola ricavata da una finestra murata:

40.jpg

Di quel piccolo quadrante questa edicola appare come un tonal. Non ci sono dubbi a tal proposito.
Vediamo l’area interessata, con ogni probabilità, alla specifica tonalizzazione:

46.jpg

La UDA che stiamo analizzando è quella sulla destra evidenziata in rosso.

Durante la ricognizione non ci siamo soffermati sui suoi attributi atmosferici ma essa tipicamente risponde al cluster 5-8Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 112). La peculiarità tonale è molto forte e quindi ci posizioniamo sul limite superiore del cluster al tono 8 (valore esadecimale: 7dfe7f) della Tavola cromatica degli stati d’animo.
Rimandiamo alla mappa completa per la sua collocazione tonale.

La stessa casa che ostenta il tonal propone un altro interessante particolare pubblico:

41.jpg

Un orologio da interni posto sul muro esterno. Cobol lo trova un atto, a suo modo,  “generoso”: fornire un servizio al viandante e gli viene l’idea che sarebbe il caso di stilare una lista di servizi che il cittadino può autonomamente esporre sul proprio uscio: ad esempio salviette per i ciclisti, musicodiffusori per pellegrini stanchi, eccetera.
L’ufociclista Alessio invece ha da obiettare circa questa offerta di servizi non richiesti.  Lui ad esempio l’ora non la vuole sapere, vuol separare una volta per tutte il dogma einstaniano dello spaziotempo.
Comunque sia l’orologio rappresenta un oggetto che incorpora due funzioni sincronicamente opposte: psico-dissuasore/affordance attrattiva.

Poco più avanti c’imbattiamo in un monumento stradale:

42.jpg

Scopriamo, come spessissimo accade, che attorno ad esso ci sono state delle polemiche legate alla critica del giudizio.

Procediamo ancora su via XI Settembre fino alla ludoteca del Parco della Fantasia Gianni Rodari presso l’anfiteatro.

anfiteatro.jpg

43.jpg

44.jpg

A quanto ci dicono l’anfiteatro non viene mai utilizzato e all’interno l’acustica pare sia pessima.
Gian Marco contemplando la struttura interna suggerisce un radicale cambio di funzione: l’anfiteatro potrebbe trasformarsi in una palestra d’arrampicata.
Comunque sia, tecnicamente si tratta di un tonal operante su una specifica UDA (anche, come vedremo, molto molto interessante):

45.jpg

La UDA che stiamo osservando è quella a destra evidenziata in rosso, segata dal passaggio (tratteggiato) degli ufociclisti.

Dall’analisi consiliare emergono tre attributi atmosferici: aliena, fantastica, ascensionale. Nuovamente utilizzando la Tavola cromatica degli stati d’animo cerchiamo il cluster più adatto che ci pare il 13-16: “Frizzante. Ambiance cangiante, volubile, scioccante” (si consulti l’Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile – pag. 113). Come nel caso precedente si tratta di una caratterizzazione tonale che abbiamo già incontrato in questo rapporto. Ma se in quel caso il valore tonale era il mediano, in questo esso si identifica col limite superiore: 16 (valore esadecimale: feffb3).
In questa stessa UDA è anche presente e ben identificabile il suo totem d’incongruenza:

 

47.jpg

Si tratta dell’imponente torre-camino-ciminiera (al momento della foto “impacchettata” per un restauro. Qui per vederla spacchettata) che apparteneva all’area dell’antica acciaieria che preesisteva al parco. Alessio e Davide ci raccontano un dettaglio esoterico interessante circa questo e altri due camini ad esso limitrofi: a Omegna si dice che essi siano stati lasciati in piedi (e quindi segretamente in funzione) per dar sfogo a un, non meglio precisato, ribollire del sottosuolo. Si tratterebbe di un probabile sito-portale per il mondo degli inferi. Ciò, ci viene da pensare, farebbe il paio (nel senso delle fiamme) con la leggenda del drago del lago d’Orta: ma questa è tutta un’altra storia che al momento, purtroppo, non abbiamo modo d’approfondire.

La ricognizione non è terminata ma abbiamo concluso con le UDA rilevate. Ecco allora la mappa tonale completa di tutte quelle individuate durante il percorso:

mappa tonale.jpg

L’ultima UDA in fondo a destra (in celeste) è quella di partenza (Forum – col cerchietto tratteggiato all’interno).
Poco sopra sempre a destra (in giallo) c’è l’ultima UDA rilevata (Parco della Fantasia Gianni Rodari con l’anfiteatro).
Il tratteggio è ovviamente il percorso della ricognizione, mentre i due cerchi tratteggiati (da destra in alto a sinistra in basso) rispettivamente partenza e arrivo.
Quella che segue è la stessa mappa ma in versione “isolazionista”:
mappa tonale isolazionista.jpg

Procediamo con la ricognizione quindi: attraversiamo il parco e poco prima di lasciarlo, alla stessa altezza del totem d’incongruenza troviamo degli attrattori:

48.jpg

Si tratta delle “torte in cielo” opere dedicate a Gianni Rodari e in particolare al suo romanzo La Torta in cielo.
Questa piccola UDA ci ha dato molte soddisfazioni contemplando in uno spazio limitato così tanti oggetti/sequenza che fanno, in fin dei conti, di un’UDA ciò che è.
E’ interessante rilevare come il totem d’incongruenza si di gran lunga antecedente il tonal. Tuttavia la completa trasformazione dell’area ha reso l’anfiteatro tonalmente molto più influente rispetto al camino-ciminiera che ora s’erge magnifico in tutta la sua inopportunità. Ciò esibisce ancora una volta l’estrema volubilità di questi ruoli (tonal/totem) che storicamente appaiono intercambiabili e continuamente modificabili.
Gli attrattori “torte nel cielo” rafforzano l’influenza del tonal contribuendo alla continuità atmosferica. Questa forza ci porta a valutare anche una possibile alternativa di cluster dell’UDA che stiamo analizzando: 5-8: “Basico. Ambiance stabile, quieta, essenziale“. Restiamo comunque sulla prima attribuzione tonale non intervenendo, quindi, sulla mappa.

Prima di lasciare questo splendido esempio di UDA, Cobol vuole cercare le tracce di uno psico-dissuasore: pare infatti strano che un così imponente e ingombrante totem d’incongruenza non manifesti qualche alleato nei dintorni.

49.jpg

Comignoli: foto vergognosamente tratta da street view… ci eravamo colpevolmente dimenticati di fotografarli.

Ci sarebbero i due comignoli sopra citati… naturali alleati della torre-camino anche in campo esoterico. Ma si trovano un po’ fuori dell’UDA indagata, in un area che presenta un differenziale atmosferico rispetto a quella che stiamo analizzando.

50.jpg

51.jpg

Ma ecco che nel giardino impeccabilmente (maniacalmente oseremmo dire) manutenuto compare un oggetto fuori posto. Spicca come una pozza d’acqua su Mercurio e luccica tanto inopportunamente quanto provocatoriamente. Il suo essere piccolo e inerme suona ancor più come una provocazione, un affronto a tutte le strutture immobili, presenti e ben radicate sul suolo.
Sì certo, può forse apparire esagerato, in un rapporto con così tante foto, in un luogo con tante e tali bellezze, la foto di un ciottolo. Ma Cobol ne è sicuro: si tratta di un minuscolo psico-dissuasore arroccato e alleato della potente torre-camino. La tentazione di raccoglierlo ed esporlo in un futuro museo ufociclista è forte… ma non osiamo alterare ciò che un’UDA ha progettato.
Quante persone c’avranno inciampato (facendolo magari roteare), quanti lo avranno distrattamente osservato con inesplicabile sospetto, quanti manutentori del parco saranno stati lì lì per gettarlo, quanti avranno desiderato raccoglierlo per fracassare un cranio, un vetro, un tonal… invece lui è ancora lì, con il suo ruolo destabilizzante, coatto, che ancor di più ci fa apprezzare la potenza esplicativa, la cinica lucidità, di questa incredibile UDA in miniatura.

Soddisfatti ci rimettiamo in marcia su via Fratelli di Dio fino alla Coop di via Trieste.
Gli ufociclisti autoctoni ci dicono che quello spazio è un po’ il luogo del disagio di Omegna.
Come in tanti centri commerciali presenti nelle città in esso si polarizza e s’aggrega almeno una parte della gioventù locale, che invece avrebbe ben altri panorami con cui fondersi… ma questa è una valutazione che facciamo noi ufociclisti romani… dei forestieri addomesticati all’asfalto e al cemento come vettovaglie quotidiane.
Magari la gioventù autoctona a Omegna è  immunizzata alle bellezze naturalistiche locali. Oppure la controversa storia del lago d’Orta (fino a pochi decenni fa considerato il lago più inquinato d’Europa) ha irrimediabilmente degenerato la percezione che alcuni autoctoni ne hanno. Meglio la Coop che un lago carico di metalli pesanti: disastroso risultato di una passata, sciagurata, industrializzazione. Ma oggi le cose sono molto diverse e il lago d’Orta ha ripreso a vivere.
Comunque non lo sappiamo. Non sappiamo cosa funzioni da strano attrattore in queste scatole di cemento. Ciò che sappiamo è che la Coop si configura come un attrattore (ufociclisticamente inteso) se non addirittura come un tonal. Al momento propendiamo per la prima ipotesi e non c’interessa approfondire.

60.jpg

Via Ferraris, dritti fino a via Costa:

52.jpg

Si tratta di un “budello” ciclopedonale che ci fa pensare di trovarci in una scorciatoia ufociclistica. Sul lato destro della foto la strada è chiusa dalla ferrovia. L’ipotesi che possa trattarsi di uno strappo (altro oggetti/sequenza non troppo dissimile dalla scorciatoia) non ci pare al momento realistica. Non ci pare d’intravedere enclave e non c’e’ modo di rilevare altre UDA.

Siamo di nuovo su via Fratelli di Dio. Poche pedalate e ci ritroviamo nuovamente in piazza Beltrami che continua a spazzare e a centrifugare tutto ciò che vi transita perimetralmente.
Questo passaggio ci “incasina” anche un po’ la mappa in effetti. Ma questo è quanto…

Via Cavallotti, di nuovo la bella passerella sul Nigoglia, questa volta percorrendo il tratto che inizialmente non avevamo intrapreso nella direzione del lago d’Orta:
sfidando le leggi della fisica degli emissari dei laghi prealpini.

53.jpg

Finalmente giungiamo sulla piattaforma di via Mazzini, punto d’arrivo e fine della ricognizione.

61.jpg

Il Nigoglia visto dalla piattaforma di via Mazzini.

54.jpg

Foto di gruppo che… ribaltiamo fotografando anche Davide (foto che segue) che oltre a venire a fare ufociclismo ha scattato le foto che verranno pubblicate sul sito del Mastronauta:

 

55.jpg

Mentre da programma da via Mazzini sta per partire la passeggiata sonora W/Bienoise, Lorena, Manuel, Gian Marco e Cobol tornano al Mastronauta per compilare la mappa cartacea che la sera stessa sarà esposta presso la Mostrona.

56.jpg

Al Mastronauta con le mappe che abbiamo utilizzato durante la ricognizione

elaborazione.jpg

Il momento dell’elaborazione della mappa al Mastronauta con Lorena, Gian Marco e Manuel fotografati dall’alto e chini sulle mappe.

ome_43185828_2176800915866544_2090858416917446656_n.jpg

Concitati momenti nell’elaborazione della mappa cartacea. Tutti guardiamo perplessi le elucubrazioni di Manuel

Dopo alcune ore di lavoro eccola:

mappa.jpg

La mappa ufociclistica ora appesa al Mastronauta

La mappa esposta al Mastronauta.

mappa omegna1.jpg

La mappa interattiva: qui.

Qui sopra la mappa dell’intero percorso e degli oggetti/sequenza incontrati.
Quella che segue è invece la mappa isolazionista delle aree d’interesse al netto del percorso tratteggiato:

mappa oggetti isolazionista.jpg

In fondo a sinistra è visibile la piattaforma girevole di piazza Beltrami e, segnato dal doppio tratteggio, il distretto ludico capitanato dal Mastronauta.

Infine nell’ultima immagine l’Omegna ufociclisticamente permutata:

omegna permutata 2.jpg

Ci vediamo nel futuro!

 

 

 

Intersezione Togliatti – 9/9/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide

Non mi sono mentalmente allontanato troppo dalla originaria definizione d’intersezione: almeno non dal punto di vista geografico. Così come nell’Atlante avevamo utilizzato esemplificativamente viale Palmiro Togliatti di Roma per rendere l’idea fisica di ciò che intendevamo con tale concetto, così ho fatto nuovamente in questo approfondimento, entrando più nel dettaglio delle sue peculiarità funzionali.
La Togliatti è una strada particolarmente rappresentativa di questa tassonomia d’oggetti e in più, contemplando nel proprio centro una ciclabile, si presenta anche come una varietà dimensionale di tipo 1 ma su ciò non mi soffermerò (puoi leggere questo rapporto in merito).
Quello che m’interessa rilevare è la differenza di registri che una tale commistione produce: una intersezione per propria natura, come vedremo, caratterizzata dal vettore velocità, a sua volta intarsiata da una varietà, la ciclabile, modellata su un basso coefficiente di penetrazione. Si delinea una condizione schizofrenica che diviene caratteristica stessa di questa arteria.

Nella prossima mappa il tratto preso in esame della lunghezza di circa 8,500 km.
La linea tratteggiata aiuta a comprendere meglio il percorso.
Un’occhiata generale può intanto darci la misura della diversità d’ambienti che l’intersezione attraversa su cui, tra poco, entrerò nel dettaglio.

inter_pic_graf.jpg

L’intersezione può essere intesa come un varco che taglia o attraversa più UDA senza rimanerne contaminato atmosfericamente ed emotivamente: senza assumere le caratteristiche dei luoghi con cui entra in contatto.
In parte questa distanza emozionale deriva anche dalla velocità con cui generalmente le intersezioni sono percorse da chi le utilizza.
Nell’Atlante avevamo accennato a come tale funzione possa ricordare quella di non-luogo di Marc Augé. Tuttavia non rifacendosi in alcun modo alla definizione dell’antropologo francese, troppo carica di accezioni valutative, preferiamo considerarla come un camminamento non simbolico e non caratterizzante.
In altre parole, mentre i camminamenti interni alle UDA definiscono, almeno in prima battuta, quest’ultime (si veda questa ricognizione), le intersezioni non producendo ricorsioni e annodamenti (si tratta generalmente di irregolari sezioni di cerchio), non significano in alcun modo (cioè non ne mettono in luce le fissità) gli spazi che attraversano.
Più interessante è invece l’accostamento con Paul Virilio e la sua dromologia, un approccio che avvicina il concetto di velocità a quello di violenza e su cui tornerò più avanti.

Ho deciso di considerare il punto di partenza di questa intersezione che congiunge via Tuscolana con via Tiburtina iniziando proprio dal versante di quest’ultima. Per completezza ho inserito uno spezzone della ciclabile e pre-ciclabile che in realtà si generano un po’ collateralmente a partire dal parcheggio della fermata della metro B, Ponte Mammolo, collocata dove ora la Togliatti termina (o se si preferisce inizia).

1.jpg

L’attraversamento iniziale della pre-ciclabile è molto bello dal mio punto di vista e vale la pena percorrerlo soffermandocisi. S’infilano due sottopassi: quello della Tiburtina (nella foto precedente quello più in primo piano) e quello delle rotaie della metro (sempre nella foto ma più distante).

2.jpg

Nella foto sopra la prima sezione della rampa. Al di sopra, proprio come un tetto, via Tiburtina.

3.jpg

Foto sopra: voltandosi di spalle rispetto alla foto precedente.
Al di sotto della rampa si apre uno spazio utopico, a suo modo curato, che come è accaduto in altre ricognizioni (in luoghi non troppo dissimili) a me ricorda il racconto di Ballard L’isola di cemento, almeno nell’idea, molto molto bello (nello svolgimento forse un po’ meno).
Pare di trovarsi al cospetto di un interregno, o mondo in un mondo, una sorta di Viaggio al centro della terra, in uno spazio inesplorato e lontano dallo svolgersi del vivere quotidiano. Proprio come nella pellicola appena citata qui potrebbero essersi evolute specie animali autoctone originali o essere sopravvissuti sino a noi e indisturbati i grandi rettili della preistoria.
Ci si potrebbe aspettare di vederlo popolato al pari di un villaggio del neolitico coordinato dalla non troppo frenetica attività di cacciatori-raccoglitori con quei pilastri sullo sfondo che ricordano il sito sciamanico di Göbekli Tepe.

4.jpg

Foto sopra: la seconda rampa con la pavimentazione in mattoncini lisci. Si scende ancora una spira prima d’arrivare al livello dell’inizio della ciclabile vera e propria.
L’architettura offre tagli curiosi.

5.jpg

Foto precedente: sono al livello “isola di cemento”, per così dire.
Il primo ponte visibile proprio sopra la mia testa è ancora via Tiburtina mentre il secondo ora ben osservabile è il ponte delle rotaie della metro B.

6.jpg

Foto sopra: ancora nella posizione della foto precedente, ruotando la testa verso destra.
Lo spazio è davvero suggestivo e la commistione tra verde e ponti bassi in cemento (spazi semichiusi) mi evoca un’immagine di città del futuro: quelle che si vedono nella prima stagione di Star Trek e di Spazio 1999 in cui le scenografie appaiono irrimediabilmente inscatolate negli studi televisivi (come nell’episodio Il pianeta incantato ad esempio).
Oppure ancora potrebbe trattarsi di un moderno e periferico gan-eden Sumero dove nascosti agli occhi di coloro che quotidianamente salgono sulla metro per recarsi verso il centro cittadino si sta generando, speriamo, l’essere umano nuovo della babele delle periferie romane.
Questi spazi hanno sempre in sé qualcosa d’altamente sperimentale in cui cova qualche variante di neotenia, una forma di evoluzione maculata un po’ dentro e un po’ fuori dalla linea germinale. Spesso si tratta anche di cuspidi che celano al proprio interno una forma di brutale e poco riconoscibile brodo primordiale.
Ci eravamo già imbattuti qui in una struttura simile, anch’essa molto suggestiva.

7.jpg

Procedo ancora seguendo la pavimentazione in mattoncini fustellati e supero il sottopasso della metro (foto sopra).
Dopo aver dovuto fotografare tante celtiche e svastiche nei rapporti precedenti s’intravede una falce e martello.

8

Voltando la testa ci si accorge che il viadotto della Tiburtina non è rettilineo come appariva in lontananza ma curvo (foto sopra) e sviluppa, anche grazie alle sue rampe d’uscita e d’entrata, una sorta di groviglio aereo.
A sinistra ancora uno scorcio di gan-eden Togliatti.

9.jpg

Proprio all’altezza dell’uscita della metro Ponte Mammolo inizia la ciclabile che si congiunge poco più avanti con viale Palmiro Togliatti.

10.jpg

Dura poco però presentando il primo punto di discontinuità. E’ un altro sottopasso quello che mi trovo davanti: la seconda carreggiata di via Tiburtina.
Meno bello dei precedenti senza l’apertura di aree limitrofe laterali.
Salgo le scale quindi senza soffermarmi.

12.jpg

E ritrovo nuovamente la ciclabile evidenziata in un parcheggio anch’esso dedicato al deposito automobili in vista della metropolitana.

13.jpg

E finalmente viale Palmiro Togliatti in quella che è considerata una delle peggior piste ciclabili che si possano immaginare.
Dal punto di vista funzionale è utile al ciclista per evitare il transito sulla Togliatti che ha più le caratteristiche di un’autostrada che di una strada cittadina. Le automobili infatti tendono a percorrerla a grandi velocità sopratutto la notte essendo larga e quasi completamente (localmente) rettilinea.
La velocità (la dromologia) è un fattore (o un effetto collaterale) connaturato alle intersezioni e al loro punto di vista sullo spazio. Essa contribuisce a renderle avulse dagli spazi che intercettano. Da questo punto di vista si tratta di “corpi estranei” che in virtù del loro essere incontaminabili vivono vite fantasmatiche emotivamente alienate in spazi che condividono con la pienezza delle emozioni umane. Potremmo affermare trattarsi quindi di funzioni sociopatiche.
Come ciclabile la Togliatti è un vero disastro tanto dal punto di vista progettistico che, sopratutto, da quello della mancata, o sporadica, manutenzione. Spesso ho visto ciclisti ignorarla scientemente nel loro procede pedalando. Tra l’altro, come vedremo, essa presenta lunghe sezioni di discontinuità in cui occorre rimettersi su strada, il che la rende anche poco funzionale (al netto dei suoi intrinseci problemi).

Ora il compito che mi sono dato è quello di rilevare il numero di UDA che quest’intersezione attraversa. Non entrerò nel merito della tonalità delle Unità D’Ambiance se non limitandomi a evidenziare i transiti tonali tra l’una e l’altra. Anche dal punto di vista grafico (nelle mappe in seguito riportate) non sarò accurato nell’identificarne i perimetri. Tutto ciò va ben oltre l’obiettivo che mi sono dato. Mi propongo invece di restituire una visione di massima, suscettibile certamente di rettifiche, di come il paesaggio muti più e più volte attorno a questa intersezione che pur inglobata, fagocitata e risputata, non assume alcuna delle caratteristiche fisiche specifiche delle atmosfere che vìola, restando uno spazio a suo modo isolato: sociopatico.

Quelli che seguono sono 13 panorami che rappresentano una visione d’insieme delle UDA osservabili dal punto dello scatto fotografico.
Ogni punto rappresenta il confine tra blocchi d’UDA.
Ogni blocco contiene una o due Unità D’Ambiance dato che a destra e a sinistra dell’intersezione si polarizzano o la medesima atmosfera o due atmosfere diverse e a volte contrapposte.
Anche qui lo ribadisco: l’individuazione delle atmosfere (del loro perimetro) è piuttosto grossolana ma non m’interessa ora entrare nel dettaglio. Per una più precisa definizione di UDA rimando alle ricognizioni specifiche e all’atlante ufociclistico.
Le coordinate dei panorami (riportate sotto le mappe) possono essere semplicemente copiate e inserite in Google Maps per osservare con precisione (e da vista aerea) il punto d’osservazione e le aree, le UDA, limitrofe a questi.
In tutto ho individuato 18 Unità D’Ambiance:

– Panorama 1: coordinate 41.918955, 12.567583 (il pallino).
Davanti a me due differenti UDA a sinistra e destra: una poco densamente abitata (a sinistra) ma con un aspetto più tradizionalmente cittadino e l’altra interessata da un’ampia zona di verde (prevalentemente lottizzata) e sfregiata dal fiume Aniene.

m1

panorama1

Foto sopra: il panorama 1 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita). A destra si può osservare il complesso abitativo (seppur rarefatto) mentre a sinistra ci sono pochi edifici per uso industriale.
Lo spazio che si apre a sinistra invita all’esplorazione e alla scoperta di un dispiegamento di elementi naturali abbastanza originali. In questo quadrante la città si sviluppa all’ombra della grande arteria di via Tiburtina, assecondando il tracciato scelto come letto dall’Aniene.
A destra la città ha un aspetto meno interessante che lascia presagire una monotona uniformità, anche se approfondendo ci si rende conto ben presto che non è esattamente così.

– Panorama 2: coordinate 41.913858, 12.570359 (il pallino).
Davanti a me una UDA piuttosto compatta apparentemente esprimente una stessa compatta atmosfera.
Si tratta di uno scenario più convenzionale rispetto al precedente.
m2.jpg

panorama3

Foto sopra: il panorama 2 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita).
Nel suo complesso l’area pur non presentando caratteristiche peculiari (almeno dal mio punto d’osservazione) resta piuttosto ariosa con prevalenti aree di verde.
Se mi trovassi poco più avanti riceverei probabilmente una sensazione diversa con a destra ampi margini d’apertura e a sinistra un senso di schiacciamento prodotto dagli alti palazzi che costeggiano l’intersezione. In realtà dietro la fila d’edifici lo spazio rimane piuttosto abitativamente rarefatto e in questo senso essa funziona da separatore.

14.jpg

Foto sopra: ancora una immagine dal panorama 2. Nel punto in cui è visibile l’interruzione della ciclabile c’è l’entrata per le automobili al parcheggio della carreggiata centrale. Provenendo dalla parte opposta l’aiuola sulla destra (in quel caso sulla sinistra) impedisce la visuale tanto al ciclista che all’automobilista rendendo molto pericoloso questo piccolo incrocio (elemento di sociopatia).

16.jpg

Foto sopra: ancora un’immagine dal panorama 2. Interruzione della segnaletica della ciclabile. La pavimentazione divelta risuona al passaggio degli pneumatici della bicicletta come in questa ricognizione.
Vale la pena provare.

– Panorama 3: coordinate 41.910653, 12.572150 (il pallino).
Altro cambio d’atmosfera compatto tanto alla mia destra che alla mia sinistra (rarefazione antropica). m3.jpg

panorama4

Foto sopra: il panorama 3 visto ribaltato rispetto alla mappa (qui l’immagine ingrandita).
Rispetto alla situazione precedente qui torna il compatto prevalere delle aree verdi. Si ha quasi la sensazione che la città sia terminata mentre invece mi sto dirigendo verso un’incremento di spazi densamente abitati.
Unitamente al panorama 1 la consistenza di questo spazio rende quello precedente (panorama 2)  un’isola, delimitandone l’influenza atmosferica in modo spontaneo.

panorama5.jpg

Nella foto sopra (clicca qui per ingrandire) sempre il panorama 3 poco più avanti. S’intravede la bretella autostradale Roma-l’Aquila che sega questa parte della città.

17.jpg

Sopra: ancora immagine del panorama 3 sorpassata la bretella Roma-l’Aquila.
Fine momentanea della ciclabile che si chiude a cappio torcendosi su se stessa tornando sui propri passi (un altro elemento di sociopatia).
Davanti a me si aprono due cuspidi che mi riservo di esplorare in un’altra ricognizione.
Da qui generalmente il ciclista procede sulla vicina corsia preferenziale se non ci sono sfreccianti mezzi pubblici in prossimità (su questa parte d’intersezione anche i mezzi ATAC filano liberi in preda all’ebrezza sociopatica).

18.jpg

Sopra: ancora immagine del panorama 3 risalendo il cavalcavia che sorpassa via Collatina. Sono nello spazio di “marciapiede” accanto alla corsia preferenziale.
Virgoletto marciapiede perché qui il marciapiede non c’è (evidente sociopatia). L’urbanista non ha previsto che in questa area circolino esseri umani non inscatolati (abitacolati). Il tutto è ancora più bizzarro se si pensa che in cima alla salita c’è la fermata Palmiro Togliatti della ferrovia urbana FL2 da cui scendono e si disperdono pedoni.
L’atmosfera tutt’intorno rimane compattamente la stessa.

– Panorama 4: coordinate 41.899053, 12.574258 (il pallino).
UDA compatta con pochissime abitazioni, segata dalla stessa Palmiro Togliatti e dalla ferrovia FL2.

m5.jpg

panorama13.jpg

Foto precedente: questa panoramica (qui per ingrandire) è ripresa dalla cima del cavalcavia e mostra l’area sottostante ancora in via di definizione.
Qui più che in altre sezioni dell’intersezione essa si dichiara aliena all’ambiente che la ospita tanto da giungere a sorvolarlo. E’ un po’ come se nella sua funzione quest’ultima avesse voluto evidenziare la caratteristica d’asetticità innalzandosi dalla biosfera fino quasi alla stratosfera per sfuggire alle pressioni atmosferiche che la circondano. Si potrebbe quindi parlare di curve di livello della sociopatia.

– Panorama 5: coordinate 41.903032, 12.574151 (il pallino).
Si tratta di un’area che come la precedente è piuttosto avara di strutture abitative ma qui a differenza della precedente, in cui prevaleva il verde, domina il grigio del cemento. In ragione di ciò essa suscita una diversa emozionalità in chi l’attraversa.
Difficile però cogliere un’atmosfera precisa dato che la zona è interessata da un rapido sviluppo urbanistico che la trasforma di giorno in giorno.
E’ inoltre presente il mattatoio di Roma che ho volutamente lasciato fuori dalla UDA perché la sua atroce atmosfera mortifera necessiterebbe di una trattazione a parte.

m4.jpg

panorama6.jpg

Foto sopra: sempre il panorama 5 (qui per ingrandire) in cui lo spartitraffico impedisce di vedere entrambi i lati della intersezione Togliatti.
Il tipo d’Atmosfera che prevale è il medesimo fatta eccezione per tutte le domeniche dell’anno in cui si dispiega…

panorama6_2.jpg

Porta Portese 2 (foto sopra, qui per ingrandire) la seconda versione (molto meno interessante secondo me di quella originaria) del noto mercato romano (ne ho parlato qui).
Nella zona regna un certo disordine urbanistico che rafforza l’idea di una sociopatia propria della intersezione.

– Panorama 6: coordinate 41.895130, 12.574572 (il pallino).
A giudicarle dalla mappa qui sotto possono apparire come due aree urbane molto simili, invece a sinistra troviamo la parte conclusiva di Centocelle mentre a destra la parte iniziale del quartiere Quarticciolo. Al di là dei rispettivi quartieri (la individuazione di un’UDA spesso fa a pezzi i quartieri) si tratta di atmosfere, di scenografie, molto diverse: a sinistra Centocelle si rarefà dal punto di vista abitativo mentre a destra il Quarticciolo innalza minaccioso le proprie strutture abitative a schiera. Le sensazioni che se ne ricavano sono quindi quella di fluidificazione da un lato e di fortificazione dall’altro.
Il Quarticciolo con le proprie intricate stradine interne ai condomini respinge (psico-dissuasori) l’esploratore, lo sintonizza sul “chi va là!” mentre nello spazio a sinistra si ha più una sensazione di smarrimento data dal venir meno del tessuto urbano compatto, se si proviene dalla parte più interna di Centocelle, o da un suo inizio molto graduale, provenendo dalla mia direzione.

m6.jpg

panorama7.jpg

La foto panoramica, come nei casi precedenti ribaltata rispetto alle collocazioni sulla mappa.
Dal punto d’osservazione che ho scelto (foto sopra, qui per ingrandire, all’incrocio con via Prenestina) quanto espresso sulla natura dei due spazi non è assolutamente esperibile neanche da parte del ciclista più sensibile e sensitivo a meno che non si tratti di un autoctono.
Per comprendere minimamente le atmosfere bisogna inoltrarsi un po’ e immergersi così da cogliere le tonalità diametralmente opposte che ivi si esprimono.

– Panorama 7: coordinate 41.889512, 12.574002 (il pallino).
Dopo un lungo tratto senza pista ciclabile (occupato dalla linea ferrotranviaria del 14), da questo punto essa ricomincia.
Qui si delineano, come per il panorama precedente, due UDA diverse.

m7.jpg

panorama8.jpg

Come per lo spazio visto in precedenza qui (qui per ingrandire) la Togliatti separa Centocelle dal Quarticciolo trovandosi al centro di due atmosfere irriducibili.
A sinistra (nella foto sopra e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) Centocelle assume il suo aspetto più tradizionale mentre a sinistra il Quarticciolo si rarefà dismettendo le sue strutture difensive a schiera e il suo intricato sistema di stradine condominiali e accessi segreti.

– Panorama 8: coordinate 41.883329, 12.573261 (il pallino).
A sinistra sulla mappa continua il quartiere di Centocelle. In realtà da un punto di vista architettonico questa parte assomiglia molto a quella vista in precedenza il che potrebbe indurmi a ritenere di trovarmi sempre nella stessa UDA.
Da un punto di vista atmosferico però i due spazi si differenziano molto essendo interessata, la prima, ad un processo di trasformazione detta di gentrificazione (si veda l’atlante ufocilista a proposito della tecnica di Deriva Statica), mentre la seconda (quella che sto esaminando) ancora no, il che la lascia più simile allo spazio tradizionale fatto di palazzine basse non ristrutturate e sporadici esercizi commerciali.
A destra il quartiere è invece cambiato e con esso anche l’atmosfera che lo domina.

m8.jpg

panorama9.jpg

Mi trovo infatti (nella foto questa volta, qui per ingrandirla) a sinistra l’Alessandrino mentre a destra sempre Centocelle (la prospettiva è ribaltata rispetto alla mappa).
Ad uno sguardo superficiale le atmosfere prodotte dai due lati dell’intersezione potrebbero apparire simili ma in realtà rispetto a Centocelle lo spazio dell’Alessandrino presenta caratteristiche diverse che lo fanno assomigliare più una borgata che un quartiere moderno vero e proprio.
Allora la percorrenza dei due spazi suscita reazioni emotive molto diverse.

– Panorama 9: coordinate 41.878218, 12.572608 (il pallino).
In questo spazio le differenze tra Centocelle e Alessandrino prima evidenziate appaiono meno rilevanti e caratterizzanti. E’ sopratutto il lato dei quest’ultimo che muta modernizzandosi rispetto a quello incontrato nel precedente panorama. A sottolineare la cesura tra i due panorami c’è l’acquedotto Alessandrino che si propone per una funzione di perimetratore “naturale”.
Da un punto di vista funzionale l’acquedotto potrebbe apparire come un occultatore, cioè come una struttura capace di mimetizzare le differenze irriducibili d’atmosfera di due UDA. In questo caso ciò non avviene perché come ho rilevato l’emotività espressa a destra e a sinistra della intersezione è già la medesima.

m9.jpg

panorama10.jpg

Foto sopra: in questa parte della intersezione Togliatti (qui per ingrandire) la continuità dell’acquedotto contribuisce a produrre una sensazione d’omogeneità tra i due spazi che si articolano a est e a ovest.
La ciclabile diviene pericolosamente (sociopaticamente) a senso unico.

19.jpg

Foto sopra: il suggestivo acquedotto Alessandrino che nello specifico s’inerpica dalla parte del quartiere Alessandrino.
La pista ciclabile subisce una nuova inaspettata trasformazione biforcandosi in due striminzite stradine di cui una intervallata da pali e da semafori (altra forma di sociopatia).

– Panorama 10: coordinate 41.874105, 12.569851 (il pallino).
La cesura prodotta dal nuovo spazio è tutto merito di via Casilina che ha una funziona non dissimile da quella svolta da via Prenestina (panorama 6) e via Tiburtina (panorama 1) .
Superata questa c’è un primo piccolo tratto della Togliatti senza ciclabile che inizia nuovamente subito dopo.

m10.jpg

panorama11.jpg

Foto precedente: sempre il panorama 10 (qui per ingrandire) con un unica grande UDA caratterizzata da spazi verdi tanto a destra che a sinistra dell’intersezione Togliatti .
A destra (nella foto e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) inizia il parco di Centocelle che invece come quartiere (almeno come centro abitato) qui termina.

20.jpg

Poco più avanti proprio nel tratto centrale della intersezione Togliatti, a ridosso della ciclabile, troviamo questo cenotafio dedicato a Matteo (probabile vittima dromologica: cenotafio dromologico): il più esteso che mi sia mai capitato d’incontrare.
Non mi pare casuale che esso si trovi proprio su una intersezione.

21.jpg

Sul lato opposto del cenotafio c’è, intervallato da spazi occupati dagli sfasciacarrozze dall’alto potere inquinante, un campetto con un cavallo che bruca. Parrebbe di trovarsi in un’area esterna al perimetro cittadino invece sono vicinissimo ad uno spazio densamente abitato.

– Panorama 11: coordinate 41.862592, 12.568986 (il pallino).
Fine della ciclabile ma non dell’intersezione Togliatti che, al posto dello spazio dedicato alle bici, include internamente allo spartitraffico centrale la corsia preferenziale per i mezzi pubblici.

m11.jpg

panorama12.jpg

Le due nuove UDA sono delimitate da via Santi Romano nel quartiere Tuscolano (qui per ingrandire) a destra nella foto e da il quartiere di Cinecittà a sinistra (in una prospettiva ribaltata rispetto alla mappa).
Demograficamente al collasso il primo si contrappone al secondo molto meno densamente abitato e caratterizzato da estese aree verdi.
Pare che qui la intersezione abbia funzionato da deflettore e conseguentemente da psico-dissuasore dell’avanzata demografica. Osservando lo spazio che mi si dispiega dinnanzi si ha la sensazione di una invisibile barriera che contiene l’avanzata della biomassa cittadina ponendo al riparo tutto il restante spazio distante solo poche decine di metri. Concentrandosi un po’ pare di poterlo ascoltare il brulicare di questa immensa spinta umana.
Mi tornano in mente dei documentari visti qualche tempo fa in cui si parlava di come alcune mandrie di mammiferi tendano a non sorpassare e quindi a deviare in presenza di visibili linee segnate sul territorio. Anche in questo caso non si tratta di vere barriere ma soltanto di limiti semantici che nonostante l’apparente fragilità sono in grado di dirottare l’avanzata della psicologia di massa.
Mi viene pure in mente che forse anche Nazca potrebbe avere un simile significato, una valenza simbolica di questo tipo: delineare lo spazio di mondi non attraversabili, barriere sottili tra mondi atmosfericamente impenetrabili. Bordi che si affacciano su invisibili e solo percettibili abissi.
La sociopatia espressa dalla intersezioni (o almeno di alcuni suoi tratti) potrebbe allora essere solo apparente; essa potrebbe appartenere ad un codice dimenticato che avulso dal resto dei codici cittadini moderni ci appare alienato e incomprensibile. Quel che qui accade potrebbe non essere leggibile con gli occhi del contemporaneo attraversatore di spazi urbani (semafori, segnaletica, strisce pedonali, eccetera) ma necessiterebbe di una più antica psicologia di massa o se si preferisce di più atavici organi percettori d’atmosfere.

Questo panorama pare ricalcare, in una versione per certi versi estremizzata, la situazione incontrata nel panorama 1.

22.jpg

En passant ho anche forato.

23.jpg

Due terribili Tribulus Terrestris fiancheggiati dalla completa non manutenzione della ciclabile (ennesimo elemento di sociopatia) sopratutto sul tratto della zona Tuscolana.

– Panorama 12: coordinate 41.855965, 12.571096 (il pallino).
Rispetto alle due UDA precedenti i due nuovi spazi allentano ulteriormente la presa in termini di densità abitativa. Tutto diviene un po’ più arioso sopratutto sul lato di Cinecittà.

m12.jpg

panorama13.jpg

Foto precedente (qui per ingrandire, la prospettiva è ribaltata rispetto alla mappa): a sinistra il giardino Alberto Cianca, mentre a destra una serie di strutture amministrative trasformano radicalmente il volto del quartiere Tuscolano, uno degli spazi più densamente abitati d’Italia.

– Panorama 13: coordinate 41.852657, 12.569959 (il pallino).
Fine dell’intersezione Togliatti.

m13.jpg

panorama14.jpg

Foto sopra (qui per ingrandire) ipoteticamente la Togliatti proseguirebbe ancora per qualche centinaio di metri ma formalmente essa cambia nome e diviene la circonvallazione Tuscolana.
A spanne direi che di fronte a me si delineano due UDA (che non ho però conteggiato perché esterne alla intersezione) molto diverse, con a destra (nella foto e a prospettiva ribaltata rispetto alla mappa) il quartiere Tuscolano e a sinistra ampi spazi di verde. Sempre nella foto è appena visibile il Centro Sperimentale di Cinematografia.

La mappa sinottica delle UDA incontrate: qui.

map.jpg

La mappa completa del percorso qui.

 

Under the UDA

UDA è l’acronimo per Unità D’Ambiance concetto debordiano che traduciamo come Unità D’Atmosfera.
Per l’ufociclismo l’UDA è l’unità minima di spazio, generalmente antropico, circoscritto in ragione dell’atmosfera (continua e isotropica) che emana o che suscita.
Intuitivamente l’UDA è una bolla (una bolla di sapone) che poggia su una superficie e che confina con altre bolle. Come una bolla si tratta di un sistema aperto, cioè permeabile.

under-the-dome.jpg

Se la serie televisiva Under the Dome fosse un’UDA l’atmosfera che prevarrebbe sarebbe la noia. Ovviamente è una considerazione assolutamente personale e minoritaria dato ne sono state prodotte tre stagioni.
La prima stagione l’abbiamo guardata perché la somiglianza con l’UDA-bolla non poteva non saltarci all’occhio.

Come è uso fare per etichetta preannunciamo che in questo post spoileremo non potendone fare a meno e quindi a coloro che legittimamente amano farsi folgorare dal tedio seriale è consigliato di non procedere con la lettura.

Episodio 1: La cupola
L’UDA piomba su Chester’s Mill senza una precisa ragione. Fa a pezzi tutto ciò che si trova ai suoi bordi definendo drasticamente un dentro e un fuori. Dall’UDA nulla esce e in essa nulla entra. L’UDA appare impenetrabile.
L’avvento sorprende tutti i comuni cittadini che vi rimangono intrappolati (anche chi è solo di passaggio come Barbie).
La sua comparsa sorprende anche chi ha le redini della cittadina (Big Jim e lo sceriffo Duke), che però (in ragione di qualche tipo di segreto che sembra permeare la comunità ma che non emerge chiaro nella prima stagione) forse qualcosa del genere se lo aspettavano (il Reverendo Lester Coggins c’intravede un castigo divino).
Si scopre che Norrie è in contatto con l’UDA (un attrattore).
All’interno dell’UDA si produce un conflitto atmosferico di tipo 1 tra Big Jim e Duke.
Duke esce di scena.

Episodio 2: Dentro al fuoco
Gli psicogeografi  Joe McAlister e Ben Drake mappano l’UDA e scoprono che è permeabile (filtra dell’acqua dall’esterno).
Ai bordi dell’UDA le persone iniziano a comportarsi in modo imprevedibile (Paul Randolph si mette a sparare). Ai bordi si delinea un principio di conflitto atmosferico di tipo 2.
Si scopre che Joe McAlister è in contatto con l’UDA (un secondo attrattore).

Episodio 3: Caccia all’uomo
Episodio inutile.

Episodio 4: Epidemia
Episodio inutile.
Si delinea un po’ meglio la figura di Big Jim come totem d’incongruenza.

Episodio 5: Fuoco amico
Ai bordi dell’UDA si esplicita il conflitto atmosferico di tipo 2: gli Stati Uniti attaccano l’UDA Chester’s Mill. L’UDA resiste e salva tutti i cittadini si Chester’s Mill.

Episodio 6: La sete
Big Jim e Ollie Dinsmore inaugurano un nuovo conflitto atmosferico di tipo 1. Si tratta di una battaglia tra totem d’incongruenza per l’affermazione di una nuova atmosfera.
Gli abitanti si rendono conto che l’UDA è un microsistema che può preservarli (si mette a piovere) e non necessariamente ucciderli. Pare delinearsi una forma di equilibrio nell’UDA

Episodio 7: Cerchi imperfetti
Ollie Dinsmore mette fuori gioco Big Jim e diviene, almeno per il momento, l’unico totem d’incongruenza dell’UDA.
Joe McAlister e Norrie scoprono il tonal dell’UDA: l’uovo nella sfera.
Al margine rileviamo che il tonal in effetti si presenta come una miniatura di UDA, fatto che approfondiremo in altri post più avanti su questo blog.
Big Jim si rimette in gioco nella guerra tra totem d’incongruenza.

Episodio 8: Il sangue non è acqua
Episodio abbastanza inutile.
Big Jim fà fuori Ollie Dinsmore e diviene l’unico totem d’incongruenza dell’UDA.

Episodio 9: La quarta mano
Maxine Seagrave spunta dal nulla: è un altro totem in competizione con Big Jim.
Junior Rennie scopre d’essere un attrattore connesso anch’egli al tonal.
Il tonal ovviamente assume vari colori (varie tonalità) e stabilisce un contatto diretto con gli attrattori per via dell’interfaccia mano.

Episodio 10: Giochi pericolosi
Episodio inutile.

Episodio 11: Parla del diavolo
Big Jim innesca un conflitto con Barbie. Quest’ultimo nonostante nella serie appaia come un personaggio centrale non ha un vero e proprio scopo se non quello di separatore, una funzione cosmetica, che separa il modo degli attrattori da quello di Julia Shumway e di occultatore, altra funzione cosmetica, che impedisce a Big Jim di vedersi da subito antagonisticamente connesso a Julia.
Maxine esce di scena così come ne era entrata: inutilmente. Ora intermediato da Barbie l’asse principale del conflitto diviene quello Big Jim vs Julia Shumway (che Barbie per sua funzione occulta). In fondo tutti gli episodi precedenti sono serviti per portarci a questo dato di fatto con la scoperta dei due personaggi chiave di questa prima stagione.
L’UDA mostra ufficialmente agli attrattori l’identità del totem d’incongruenza: Big Jim. Gli attrattori decidono di eliminare il totem d’incongruenza.

Episodio 12: Gravi circostanze
Il cuore della cupola“. “Pensiamo che sia il generatore che alimenta la cupola“, così gli attrattori definiscono il tonal-uovo alla madre di Norrie.
Big Jim ora è alla ricerca del tonal-uovo e di Julia. Vorrebbe distruggere il tonal e uccidere Julia.
Il tonal inizia a reagire alla strapotere di Big Jim dando in escandescenza attraverso un sibilo.

Episodio 13: Sipario
Il tonal prende il controllo dell’atmosfera dell’UDA (la opacizza): ma è un tonal morente che presto dovrà lasciare il posto ad un altro tonal, il monarca, un tonal autoctono.
I cittadini di Chester’s Mill si ritrovano in una chiesa (spesso le chiese fanno funzione di tonal debole o tonal provvisorio) per scongiurare gli effetti atmosferici, per loro incomprensibili, che stanno per subire.
Il totem Big Jim cerca di assumere nuovamente il controllo metereologico proprio partendo dalla chiesa e dai cittadini in essa rintanati.
La cupola non è affatto una punizione: è qui per proteggervi“, così recita l’emissario (rappresentato fantasmaticamente dalla madre di Norrie) di coloro che la cupola hanno mandato parlando agli attrattori.
Julia scopre d’essere il nuovo tonal-monarca (tonal autoctono) che succede al tonal-uovo.

Fine prima stagione.

 

Ley line Tor Sapienza – Roma 12/8/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide

Qualche tempo fa l’amico ufociclista e psicogeografo Daniele pubblicò sul gruppo fb degli ufociclisti questo articolo sulle ley line commentando “Non hanno tutti i torti…”.
In breve nell’articolo si sostiene che, a volerle trovare, le ley line sono un po’ dappertutto e quindi la loro individuazione non serve proprio a nulla e non ci dice proprio nulla.
Poi il commento di Daniele all’articolo diceva anche altre cose ma ci arriviamo con prudenza lungo questa ricognizione fisica e mentale.
Comunque se lo dice lui c’è da credergli.

In questo giorno di agosto mi trovo a ricognizzare da solo dopo molto tempo… dopo l’ultima uscita con tante defezioni un po’ me lo aspettavo nonostante il tragitto sia semplice e quasi lineare.
Molti ufociclisti sono in villeggiatura o cauti per l’eccessivo caldo. Io sono tranquillo: la zona la conosco e so che è generosa di fontanelle.
Le ricognizioni ufociclistiche richiederebbero in realtà almeno tre componenti che assieme comprovino impressioni e ruoli assegnati agli oggetti/sequenza incontrati.

Sono all’incrocio tra via Prenestina e via di Tor Sapienza e lo scopo di questa pedalata è quello d’indagare la ley line Tor Sapienza che proprio con Daniele individuammo circa un anno fa quando iniziammo a scrivere l’atlante ufociclistico.

Ancora da fermo, la prima cosa che so esserci in zona (perché nascosta alla vista) è questa cuspide (foto che segue): un pezzo della antica via Prenestina (qui la vista aerea).

1.jpg

In mancanza di un’altra collocazione più funzionale alla specifica analisi, un reperto archeologico è una cuspide, un aggregatore psichico e temporale in cui converge un bel po’ di storia dello spazio o dell’UDA in cui si trova. Tuttavia questo è proprio uno di quei casi in cui ci sono buone ragioni per sospettare si tratti invece di un’altra cosa (o comunque anche di un’altra cosa) e nello specifico di un omphalos.
Lo avevamo rilevato nell’atlante ufociclistico proprio a proposito della ley line Tor Sapienza: da qui iniziano quella di Tor Sapienza e quella della via Prenestina, sebbene quest’ultima possa essere fatta risalire anche ad un altro omphalos generatore: Porta maggiore.

La ley line Prenestina (di cui non mi occuperò oggi) è già individuata (segnalata) da tre punti allineati noti:
1) l’omphalos (l’antica Prenestina);
2) il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz);
3) la torre medioevale di Tor Tre Teste.

I punti 2 e 3 sono illustrati nelle prossime due foto:

2.jpg

Il Metropoliz all’interno di cui c’é il MAAM

3.jpg

La torre di Tor Tre Teste

Sebbene su via Prenestina possa imbattermi lungo infiniti punti (segnalatori), per supporre l’esistenza di una ley line bastano, almeno preliminarmente, tre punti. Per quello che è oggi il mio fine mi fermo quindi qui.

Torno invece indietro al MAAM perché è da qui che abbiamo supposto nascere la ley line Tor Sapienza o più precisamente dall’omphalos.

Non mi soffermerò sulla presentazione del MAAM e del Metropoliz perché è stato detto e scritto tantissimo e tantissimo si trova in rete. Si tratta di un esperimento unico nel suo genere e proprio in ragione di ciò iniziammo un anno fa uno studio di una ley line a partire da questo anomalo oggetto.

L’idea al suo stato più basilare è che le ley line si sviluppino (o si ancorino) attorno a segnalatori di una certa, qualsivoglia, rilevanza.
Ufociclisticamente il Metropoliz/MAAM rappresenta un attrattore molto forte, un tonal in potenza, che da anni sta modificando l’atmosfera dell’UDA in cui risiede e un po’ di tutto il quartiere Tor Sapienza in generale.
A spalleggiarlo, come vedremo più avanti, e poco lontano, il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi con una ruolo molto diverso.

4.jpg

Il Metropoliz/MAAM un po’ più da vicino.

Sulla torre di Tor Tre Teste: qui trovate delle informazioni, ma per i più feticisti scatto una foto al bassorilievo da cui prende il nome:

45.jpg

Il le tre figure sono ricoperte dall’edera… non si vedono le teste.

Le ley line sono una cosa molto seria e me lo ricorda proprio Daniele perché nell’indire questa ricognizione ho ironicamente scritto che “le ley line psicogeografiche non vanno prese troppo sul serio“. Mi rifaccio all’articolo di cui poco sopra ho messo il link, ma in realtà esse, concettualmente provenienti dal mondo della ricerca archeologica, rappresentano sicuramente una delle prime forme di organizzazione dello spazio utilizzate dall’uomo.
L’unico riferimento (tradotto in italiano) per capirne qualcosa in più è il libro di Nigel Pennick Linee magiche.
In un secondo momento le ley line sono però divenute materia per affamati ricercatori new age e questo ha un po’ complicato le cose. Le linee hanno iniziato ad assumere connotati esoterici, magici e sono, loro malgrado, divenute portatrici di insondabili quanto improbabili energie. Non più quindi riferimenti geografici ma “portali” verso terre d’altra consistenza.
La cosa tra l’altro non è neanche del tutto errata dato che è certo che queste linee assumessero significati simbolici speciali tanto per la loro funzione primaria quanto per il fatto che potevano essere utilizzate come vie per riti e iniziazioni.
Tuttavia questa accezione sembra essere un po’ sfuggita di mano ai moderni “cacciatori di ley line”.
La psicogeografia ha “silenziosamente” assistito a questa svolta senza contenerne i chiassosi effetti… da cui la mia boutade di cui sopra.
Ma la cosa non finisce qui…

Pedalo su via Cesare Tiratelli che costeggia il Metropoliz, poi via Luigi Alemanni fino a ricongiungermi a via di Tor Sapienza. Pochi metri ancora fino a via Francesco Paolo Michetti. Qui risiede il secondo segnalatore della ley line Tor Sapienza.

5.jpg

Nella foto precedente il basamento che rimane della torre di Tor Sapienza.
La storia della torre la trovate al link poco sopra (e anche una sua foto prima del crollo).
Si tratta di un ex tonal, a tutti gli effetti, tanto forte da dare il proprio nome all’intero quartiere come a Roma spesso accade. Oggi ha perso questa funzione trasformandosi in un attrattore o in una cuspide… al momento poco importa.
Un autoctono mi racconta che durante la ritirata nazista da Roma la torre fu fatta brillare (era usata come polveriera). A quel punto gli abitanti del quartiere recuperarono tutte le pietre crollate per ricostruire e sistemare le case del posto. In questo senso, quindi, la torre ancora vive pienamente a Tor Sapienza e in maniera tutt’altro che metaforica essa si è irradiata (un po’ come una supernova) per rigenerare le ferite di guerra.
La storia mi pare molto bella ma su ciò, purtroppo,  il mio interlocutore non null’altro da aggiungere.

Sono tornato su via di Tor Sapienza. Procedo ancora in direzione Tor Cervara e pochi metri più avanti s’erige la parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli.

6.jpg

E’ indubbiamente, al momento, il tonal di Tor Sapienza e non rientra nella ley line che sto seguendo.
Ecco cosa scriviamo sull’atlante ufociclista a proposito di questa parrocchia: “… divenuta in seguito tonal data soprattutto la sua posizione strategica proprio su via di Tor Sapienza. Attorno a questa parrocchia oggi il quartiere si ritrova producendosi a volte in feste dal sapore “paesano” che sembrano il marchio di un certo modo demenzial-clericale di concepire la socialità“.

Le parrocchie spesso sono dei tonal “deboli” (lo avevamo visto già qui) che fanno le veci dei veri e propri referenti tonali venuti meno. La parrocchia in questione assurge a questo ruolo da dopo il crollo della torre ma al momento la sua forza irradiatrice è sotto attacco del nuovo attrattore MAAM.

Procedo ancora verso Tor Cervara e incontro piazza Cesare de Cupis (foto che segue).

7.jpg

Anche piazza de Cupis non rientra nella ley line ma svolge delle funzioni importanti nell’UDA che la contempla. Si tratta di una piattaforma girevole dai flussi piuttosto vorticosi incrociando due strade importanti come via di Tor Sapienza (che oltre la rotonda diventa via di Tor Cervara) e via Collatina. Di queste costituisce una sorta di “collo d’imbuto”. A tutti gli effetti si tratta di un vortice così forte da spezzare in due il quartiere anche se l’atmosfera dell’UDA sembra globalmente tenere.
E’ compito delle piattaforme girevoli produrre ricombinazioni nell’UDA grazie al loro impulso centrifugo che espelle “tossine” prodotte dallo stazionamento atmosferico.
Ho detto poco sopra che sembra tenere, perché come abbiamo visto in questo punto via di Tor Sapienza viene bruscamente decapitata per fare posto a Tor Cervara che da vita, almeno formalmente, all’inizio di un altro quartiere.

9.jpg

Sulla piazza veglia inquietante un’altra torre: quella della scuola elementare Gioacchino Gesmundo. Austera e severa rafforza e sottolinea la funzione svolta dalla piattaforma girevole prospiciente: una sorta di buttafuori a monito dei frequentatori più molesti. Se ci si pensa è un po’ proprio il ruolo della scuola: incamerare giovani menti e risputare adulte “anime corrotte”. Forse in generale un po’ il ruolo di tutte le istituzioni totali.
Autoctoni mi raccontano del timore che la scuola incute nei bambini del quartiere, con le sue grandi aule e le sue alte finestre che evidentemente miniaturizzano tutto ciò che vi entra. L’edificio d’epoca fascista emana davvero un senso d’oppressione in chi l’osserva come si trattasse di una moderna cattedrale gotica. La torre sembra squadrarti con malfido sospetto e non è detto che l’effetto prodotto non sia in fin dei conti stato progettato.
La piazza è nel complesso davvero caratteristica e interessante da visitare.

Prima di procedere verso via Tiburtina (la direzione originaria) pedalo mezza rotazione di piazza de Cupis per immettermi su via di Collatina in direzione Roma centro. Sono alla ricerca di quello che sospetto essere il totem d’incongruenza di quest’UDA.

10.jpg

Pochi metri ancora e appare la torre piezometrica di Tor Sapienza che avevamo incontrata già qui (e qui nella vista aerea).
Più precisamente avevamo incontrato delle casette per il controllo del flusso dell’acqua degli acquedotti in zona via Serenissima (poco lontana) a cui avevamo funzionalmente ricollegato la torre piezometrica (entrambi gli impianti hanno funzioni di regolazione dei flussi idrici) che adesso m’appare in tutta la sua maestosità.

34.jpg

Un cilindro anonimo che come un panopticon tiene d’occhio tutto il quartiere con fare minaccioso. Chi ci starà osservando da quella torre? Ci saranno dei cecchini appostati? Staranno scattando delle foto? Ci staranno ascoltando? Ci si è mai schiantato un elicottero o un aereo? Sono domande che inevitabilmente emergono osservandola.
Nella ricognizione precedente avevamo fatto riferimento a questa struttura. E proprio come in quella occasione m’imbatto, lì vicino, in una casetta del tutto identica a quelle in precedenza incontrate sotto il cavalcavia della Serenissima: per esperienza pregressa quindi so che dentro ci saranno valvole idrauliche o saracinesche (foto sotto).

11.jpg

La torre piezometrica s’impone come la costruzione più alta della zona. Non si tratta di un totem d’incongruenza molto forte tanto per la sua posizione leggermente periferica rispetto all’UDA che tiene sotto scacco, quanto per il ruolo che condivide con l’attrattore MAAM che nella fattispecie lavora come un totem a smontare l’influenza atmosferica della parrocchia Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli. MAAM a torre piezometrica: il tuo nemico è anche mio nemico.

Torno sui miei passi perché oltre la torre siamo abbondantemente fuori dall’UDA di Tor Sapienza e nel fare ritorno verso piazza de Cupis giro a destra su viale Giorgio De Chirico. Sono molto fuori la ley line ma ho tralasciato degli oggetti/sequenza dell’UDA molto interessanti e colgo l’occasione per documentarli. Giro su via Carlo Carra all’altezza del market Carrefour:

12.jpg

Autoctoni mi dicono che il Carrefour, da quando è stato inaugurato, è un importante centro d’attenzione in quella parte di Tor Sapienza. In effetti guardandomi attorno non vedo nessun’altro negozio nei dintorni: e a essere precisi non vedo null’altro che i palazzi e il Carrefour. Raggiungo quindi viale Giorgio Morandi (foto che segue).

13.jpg

L’enorme complesso abitativo (foto sopra) ha la forma di un circuito automobilistico e letteralmente racchiude il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi (qui nella immagine aerea) funzionalmente alleato col Metropoliz/MAAM e quindi, forse a sua insaputa, con la torre piezometrica. Le informazioni sul centro sono reperibili nella sua pagina fb che ho linkato poco sopra, ma in sostanza esso si occupa di portare attività ricreative e culturali in uno spazio in cui sembrano appena passati i lanzichenecchi cognitivi.

14.jpg

L’entrata del centro culturale Giorgio Morandi

Nella foto successiva il graffito alieno di Yest, che ho conosciuto alla presentazione di De Core proprio qui al Morandi qualche mese fa.

15.jpg

In linea del tutto generale mi pare di poter stabilire che mentre l’edificio a forma di circuito funziona da tonal di questa zona (sempre Tor Sapienza ma un’UDA molto diversa), il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi è il totem d’incongruenza di quest’UDA e mina la granita solidità del nulla culturale che pare essere stato il motivo ispiratore del genio urbanista che ha progettato questo frangente romano.

Torno nuovamente indietro su via le Giorgio De Chirico (direzione via Prenestina – sto praticamente tornando indietro) fino a delle scalette che si aprono sulla mia destra. Le avevo già viste in passato ma non avevo mai trovato il tempo di salirle. Conducono a un parchetto sopraelevato con delle giostrine:

35.jpg

36.jpg

Nel parchetto c’é anche una pista per il pattinaggio su ruote.

Su una panchina un uomo e una donna con abiti indiani pranzano e amoreggiano l’uno accanto all’altra. Qui nel nulla ludico si aprono enormi sprazzi per l’amore agostano.
Ma nel silenzio totale il parchetto parla anche con un’altra voce: un graffito mi colpisce (le foto che seguono):

16.jpg

17.jpg

18.jpg

19.jpg

20.jpg

L’ampio graffito è a ridosso di una struttura che delimita l’area cani. Nella prima foto è infatti visibile anche Laika. A Tor Sapienza ci sono alieni disegnati dappertutto. Ne avevamo incontrati al centro Morandi, quelli di Yest e di Pino Volpino. Ci sono questi che sono d’altra mano e forse sottolineano l’esperienza d’estraneità umana locale rispetto al resto del mondo sociale. In un parco collocato su un altro pianeta.

Dal parchetto poi s’accede al bel ponte Ilaria Alpi. E’ un attraversamento ciclopedonale di viale Giorgio De Chirico (nella foto successiva).

21.jpg

Ancora (un po’ scura ll’immagine successiva) una foto del ponte dal basso: l’ho attraversato e sono sceso nuovamente su viale De Chirico.

22.jpg

Questo ponte è un separatore che simula la sensazione di due atmosfere distinte e separate che invece sono la medesima. Il ponte restituisce la sensazione di un passaggio da un’atmosfera ad un’altra ma è solo cosmesi, men che mai reale distanza.
Giro a destra su viale De Pisis, poi di nuovo via di Tor Sapienza e ancora piazza de Cupis. Sono tornato laddove avevo “divagato” verso il totem d’incongruenza. Ho la netta sensazione di aver attraversato due atmosfere distinte in cui viale De Pisis gioca il ruolo di occultatore: esattamente la funzione inversa del separatore. Lo comprendo perché questa volta l’arrivo a piazza de Cupis è più sgradevole rispetto alla prima volta. L’UDA del complesso abitativo a circuito automobilistico è decisamente più ostile della parte più vecchia di Tor Sapienza da cui provenivo all’inizio. Immagino il piccolo Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi che combatte contro il palazzo-circuito e mi viene in mente la scena del film Brazil in cui il protagonista lotta contro il ciclopico samurai. Film meraviglioso, ma ho sempre odiato quelle sue sequenze oniriche. Chissà perché ora mi vengono in mente. Registro comunque questa reazione emotiva.
Poi ricordo che proprio fuori del centro Morandi c’è un cartello che nell’indirizzare verso il palazzone a circuito segnala lezioni d’arti marziali.

Prima di rimettermi sulle tracce della ley line Tor Sapienza ho il tempo di fare una verifica che in questo periodo mi sta particolarmente a cuore.
Nella ricognizione precedente avevamo cercato di verificare un’accezione circa l’idea di conflitto atmosferico (la numero 2). Rimando all’introduzione fatta durante quella ricognizione per non appesantire questo resoconto con un’inutile ripetizione.
Ora, qui a piazza de Cupis, sono nel posto giusto per fare un’altra verifica, su un terreno molto diverso. Ai confini dell’UDA di Tor Sapienza, proprio come a Pietralata in via Feronia, m’aspetto di trovare quei segnali, quei segni di conflitto che, qualora l’idea fosse corretta, dovrei rinvenire qui ai bordi dell’UDA. Ciò aprirebbe ad un’ulteriore funzione dello strumento “conflitto atmosferico“. La volta precedente ci eravamo impegnati ma non era andata benissimo.

Diamo un’occhiata alla mappa per iniziare:

alone.jpg

Siamo vicinissimi al punto d’incontro tra l’UDA di Tor Sapienza e quella di Tor Cervara rappresentate, nella mappa precedente, un po’ grossolanamente e schematicamente; ma non è questo tipo di precisione che al momento ci occorre. Comunque sia quello segnato in verde è l’alone d’interferenza (la superficie di contatto e di sovrapposizione) delle due UDA che ivi s’incontrano. E’ proprio qui che immagino di trovare i segnali di cui parlavo poc’anzi.

A piazza de Cupis (siamo ancora fuori dall’alone d’interferenza, ma in realtà l’area segnata in verde è del tutto indicativa e arbitraria) troviamo il ferramenta Tempesta.

23.jpg

Un buon inizio per uno che cerca conflitti atmosferici. E’ una battuta. Tra l’atro il ferramenta si sta trasferendo in nuova sede. Era lì da molti anni.

Ancora su piazza de Cupis scorgo segni di degrado del territorio (almeno secondo me):

24.jpg

Eurobet = degrado del territorio

25.jpg

Compro Oro = degrado del territorio

Ma come dicevo siamo ancora formalmente fuori dall’alone d’interferenza.
Mi avvicino quindi alla zona interessata.
Ora sono dentro.

L’insistente e isterico rumore di una tazza di ferro battuta su del metallo attira la mia attenzione. Acusticamente pare di assistere ad una scena di quelle che si vedono nei film di detenuti in rivolta. Il rumore è proprio quello.
Dietro una finestra con grata in metallo due anziane signore indemoniate urlano contro il vicino di casa che sul terrazzo confinante con la loro finestra è uscito per chiedere loro di smettere di produrre quel baccano. Non solo non smettono ma iniziano a insultarlo pesantemente e surrealmente. Insultano lui, la moglie e tutti i condomini del palazzo. Non smettono. Si alternano. Si sovrappongono. Poi iniziano a insultare il bar proprio sotto la loro abitazione. E’ quello il vero obiettivo polemico. Poi insultano chiunque si fermi a capire cosa sta accadendo. Insultano anche me che le sto riprendendo col telefono e mi appellano con il puerile epiteto di quattrocchi (senza lo spara pidocchi). Mi dicono che sono uno spione (e su questo c’hanno ragione ragione visto che le sto riprendendo) e poi mi dicono che sono un drogato e che se ho bisogno della mia dose giornaliera posso rivolgermi al bar sotto casa loro. E’ tutto bollentemente surreale.
Dalla bocca delle due donne (sopratutto all’indirizzo del loro vicino di casa) escono volgarità impensabili ma condite da una certa infantilità. Paiono due bambine invecchiate assieme e improvvisamente dietro le sbarre del loro appartamento-galera.
Mentre il vicino tenta debolmente di portare il discorso su un binario basilarmente razionale, loro continuano, come macchinette, a sparare insulti rivolti alla sua prostata e alla moglie secondo loro “donna di discutibili costumi”. Nonostante siano più anziane di lui gli ripetono ossessivamente che è un vecchiaccio…
Sotto il link al video che ho girato e che spero renda l’idea.

video.jpg

Clicca qui per vedere il video.

Io le spio perché per me sono l’evidente segno di un conflitto atmosferico. Paiono impazzite perché recluse in quell’alone d’interferenza che rende tutti un po’ matti, psicotici, scissi e surreali. Forse è così che si diventa a vivere nel bordo spurio di un’UDA. Forse il continuo contatto con due atmosfere diverse alla fine rende folli, fa invecchiare precocemente, cuoce il cervello, t’arriccia nei confronti del mondo esterno e ti trasforma in una mitraglietta spara-improperi.
Ecco questo è quanto, e anche più, ci saremmo aspettati di trovare una ricognizione fa quando eravamo in giro a pedalare proprio in cerca di conflitti atmosferici. Una dimostrazione palese e teatrale.
Resterei a filmarle fino a esaurimento volgarità ma il vicino disperato è rientrato in casa e ora l’obiettivo polemico sono diventato io. Dal bar mi guardano come a dire: “le stai provocando”… ovviamente non dev’essere la prima volta e non sarà evidentemente l’ultima.
Risolvo d’allontanarmi col mio bottino visuale.

Procedo, quindi e sono ancora nell’alone d’interferenza (questa volta dalla parte di via di Tor Cervara) quando m’imbatto nell’edificio della foto che segue.

26.jpg

E’ il palazzo della TVR Voxson (un tempo nota emittente privata romana): un’architettura del tutto aliena per questa parte della città e non solo.
Il palazzo è avveniristico ma non deve esser poi così tanto recente. Se non un vero e proprio segno di conflitto sicuramente un simbolo di evidente estraneità in questa zona.
Poco più avanti una freccia spezzata a terra.

27.jpg

Sempre nell’alone d’interferenza: segnali di indiani che hanno sconfitto cowboy.

Comunque sia: non è il compito che mi sono prefissato oggi quello di soffermarmi troppo sulla verifica della seconda accezione di conflitto atmosferico. Ma da un certo punto di vista mi sento soddisfatto: l’ipotesi sta prendendo forma e devo ringraziare le due anziane indemoniate.

Mi rimetto in movimento verso la torre di Tor Cervara il terzo segnalatore della ley line. Incontro alla mia sinistra il parco della Cervelletta.

28

29.jpg

Pedalo davvero pochi metri…

30.jpg

e giungo fino al casale della Cervelletta sempre nel parco dell’Aniene (foto sopra). Nella su interezza non l’ho mai visitato. Non lo farò neanche questa volta visto che ho appena bucato… si tratta di un’insidiosa Tribulus Terrestris.

31.jpg

Ci metto poco a cambiare la camera d’aria: alla mia bici è rimasto solo l’essenziale. Tra un po’ proverò anche a fare a meno della catena.

I Tribulus Terrestris sono degli efficacissimi psico-dissuasori.
Esco quindi dal parco e mi rimetto sull’amichevole asfalto. Giusto il tempo di pochi metri e m’imbatto in un nuovo psico-dissuasore: l’avevamo già incontrato qui. E’ la marana che attraversa il parco Fabio Montagna. Lì aveva la parvenza di una fogna a cielo aperto mentre qui di un lattiginoso e quieto fiumiciattolo (foto che segue).

37.jpg

S’inizia a delineare lo sgradevole tracciato di una mappa sensoriale: olfattiva.

38.jpg

L’odore spaventoso è esattamente quello della volta scorsa: non ci sono dubbi che si tratti dello stesso corso d’acqua. Costeggia per lunga parte via di Tor Cervara appestando le poche case limitrofe e i pochi avventori che sul lato opposto della strada attendo i pigri mezzi ATAC.

Sempre su via di Tor Cervara m’imbatto in una sequenza di cenotafi stradali.

39.jpg

40.jpg

41.jpg

I primi due sono a distanza ravvicinatissima subito dopo il ponticello della marana.
Il terzo più antico è un po’ piu’ in là. Dietro il muretto su cui è issato si sta sviluppando una discarica.
Ho la sensazione che i cenotafi rientrino nella tassonomia delle cuspidi. Si tratta di oggetti che registrano un frangente di storia della zona, nella fattispecie ne raccontano della pericolosità, e indicano il momento spaziotempo della fine di una vita. Tutte caratteristiche da cuspide: ma su questo al momento è in corso un dibattito.

Decido di cercare una fontanella perché nel parco a cambiare la camera d’aria ho esaurito l’acqua. Giro quindi su via Vespignani senza troppo crederci anche se a Roma non è difficile trovare nasoni collocati in deserti antropici come quello. Se trovo un parco trovo anche l’acqua.

32

Niente parco invece, ma il nasone mi si palesa comunque in tutta la sua fresca veracità.
Non ho mai percorso quella via e quindi dopo essermi fatto il bagno in questo inatteso gelido lido decido di seguirla per vedere dove mi conduce.
M’imbatto in qualcosa di molto interessante e ancora in via di studio e definizione ufociclistica: un ritmo.

video 2 ritmi.jpg

Nel video qui raggiungibile ho utilizzato la cassa di una Roland TR 909 pigramente scaricata dalla rete. Spero di non fare un torto a nessuno nella scelta di questa batteria elettronica che tra l’altro non amo particolarmente. Ma mentre riprendevo i tombini è lei che m’è venuta in mente: forse perché somigliante all’atmosfera emessa da quella strada.
La TR 909 è una batteria rude che necessita di molto spazio per le sue gonfie frequenze… un po’ come questa strada rude e ariosa che batte il tempo. Sono sicuro che qui abiti John Shirley o che almeno c’abbia scritto il suo Il rock della città vivente.

Quella di ritmo è una categoria in progress: come ufociclisti ci stiamo accorgendo del fatto che a volte alcuni spazi sono puntellati (caratterizzati) da ricorsioni (specchi stradali, cartelli d’istruzioni, cartellonistiche, tombini, eccetera) che si propongono con una certa ritmica cadenza. Una sorta di notazione spaziale che forse produce una certa risonanza spaziale. Risonanza spaziale in questo contesto non significa ancora nulla… si tratta di una sensazione (una costellazione) che stiamo cercando di portare ad un livello razionale e non più solo epidermico. Al momento ci limitiamo a raccogliere casi come questo. Questo è un caso particolarmente fortunato: una sequenza così precisa, lunga e ordinata di tombini tutti grossomodo alla stessa distanza non mi era mai capitato di trovarla.
Mi ero illuso di riuscire a tenere il tempo ma come è possibile ascoltare nel video non è così. A parte la giustificata inerzia dell’inizio, il tempo resta costante solo per una breve frazione della partitura. Poi un’automobile mi costringe a cambiare carreggiata e “bonanotte ai sonatori”…

Sono nuovamente su via di Tor Cervara, molto vicino alla torre che è il terzo punto della ley line che sto inseguendo.
Ma sulla mia sinistra appare un’affordance attrattiva: un cancello semiaperto che m’invita a entrare.

42.jpg

Procedo con cautela in lontananza s’intravedono delle vecchie case di campagna semi distrutte. Tutt’intorno segni di attività umane piuttosto recenti.
Proseguo fin dove posso.

43.jpg

Conosco questo posto (foto precedente). A Roma in certi ambienti è noto perché negli anni Novanta vi si svolsero rave illegali. Ora pare non esserci nessuno. Poi inizio a sentire un martello battere insistentemente e quindi risolvo di tornarmene indietro: l’esplorazione di quel luogo al momento non è una priorità.

Sono comunque ormai giunto alla torre di Tor Cervara (nella foto che segue):

33.jpg

Non ci si accede perché è all’interno di una proprietà privata:

44.jpg

Scontato pensare che la vecchia torre sia un’ospite della casa di riposo.

Tracciamo finalmente allora la nostra ley line.

ley line tor sapienza 2.png

Insomma lo dicevo all’inizio: le ley line psicogeografiche non sono una cosa da prendere troppo seriamente.
Ma quelle ufociclistiche si!
Allora intendiamoci.

1) Prioritariamente una ley line ha il valore di un camminamento: un camminamento banale dato che si svolge lungo una linea retta. A differenza dei camminamenti che s’intrecciano (guarda questo rapporto) quest’ultimo non produce nodi interpretabili (si consulti l’atlante ufociclistico). Tuttavia i segnalatori che incontriamo ci possono rivelare delle utili informazioni sullo spazio o sull’UDA che stiamo attraversando.
L’allineamento di segnalatori può, come nel caso della ricognizione a Pietralata, svelarci l’esistenza di un collegamento sotterraneo e funzionale tra due spazi (in quel caso la rete idrica). Un allineamento può inoltre mostrarci una traccia di speculazione edilizia in atto, di gentrificazione (come nel caso della linea che taglia e congiunge i quartieri romani di San Lorenzo, Pigneto e Centocelle). Ancora un allineamento può evidenziare lo sviluppo di necrosi sul territorio, traumi dello spazio, conflitti, che si consumano su direttive privilegiate e pianificate da urbanisti scellerati e palazzinari senza scrupoli. Queste tattiche di sfruttamento del territorio non sono mai del tutto casuali; determinare quindi delle basi, degli omphalos, da cui diramare ricerche a raggio può risultare molto istruttivo ed efficace.
Insomma una ley line può essere utilizzata, proprio come nell’antichità, per orientarsi lungo sottese trame che sfuggono alle mappe ufficiali (sulla non asettica modalità con cui si compilano le mappe si può leggere on line questo saggio di John Brian Harley: Carte, sapere e potere).
Si tratta di un modo alternativo di rigare e sezionare il territorio funzionale all’attività di mostrarlo sotto un’altra luce.
Su questo ufociclismo e psicogeografia concordano perfettamente.

2) Un’idea più propriamente ufociclistica è quella delle ley line ufo.
E’ un’osservazione dell’ufologo Alan Watts che gli oggetti volanti non-identificati viaggino lungo ley line privilegiate. Tali ley line aeree talvolta ricalcano quelle geodetiche terrestri.
Ma anche Watts riamane su un piano prettamente fenomenologico della questione.
Ripartiamo da quanto ho sostenuto all’inizio di questo rapporto a proposito delle “misteriose” energie che interesserebbero le ley line.
L’ufociclismo cerca di leggere le ley line al pari di vettori geometrici dotandoli, per definizione, di direzione, verso e intensità.
Sulla direzione e sul verso non ci sono particolari problemi. L’intensità di un vettore invece è proporzionale alla sua lunghezza. Ma questo ancora non ci dice nulla se al di fuori del modello teorico il nostro vettore non è equipaggiato di una qualche forma d’energia misurabile.
Orientando il vettore l’ungo l’atmosfera del globo terrestre (come accade per un UFO o qualunque cosa voli) parallelamente alla superficie terrestre, e registrando la sua direzione e verso, scopriremo che percorrendolo (il camminamento) delle volte si acquista mentre delle altre si perde energia potenziale gravitazionale. Ciò grazie ad diverso valore di g (gravità) esercitato dallo sferoide terrestre verso i corpi che gli sono prossimi a seconda che siano più vicini ai poli o all’equatore.
La trattazione di questo argomento è piuttosto lunga… anche per questa ragione con Daniele abbiamo scritto l’atlante ufociclista. Rimando quindi a quel testo l’approfondimento su questo specifico argomento abbastanza tecnico.
Qui mi limiterò a dire che qualora la nostra ley line Tor Sapienza fosse interessata da una fenomenologia UFO (fatto da dimostrare), si tratterebbe di un camminamento particolarmente interessante perché a seconda del verso e proporzionalmente alla lunghezza esso, più di altri, produrrebbe un elevato differenziale d’energia potenziale gravitazionale. Quest’ultimo nel caso di perdita d’energia indicherebbe, secondo la nostra idea, una pratica d’avvicinamento e di volontà di contatto dell’oggetto (di chi senzientemente lo guida) con l’osservatore a terra.
Questa idea è connessa a quella di UDA contattistica che ci proponiamo di esemplificare quanto prima ma che è anch’essa naturalmente illustrata nell’atlante.

In sintesi queste sono le ragioni che rendono le ley line tanto importanti; entrambe in linea con la pratica ufociclistica di produrre mappature alternative e di predire lo spazio più appropriato per un eventuale contatto con forme di vita altra.
Entrambe che scorgono nelle ley line un axis mundi.

Mi rimetto in cammino per il ritorno. Sono comunque tre ore che pedalo anche se in maniere discontinua. Mi fermo a mangiare della pizza al taglio e mentre trovo riparo sotto un albero su via di Tor Sapienza dalla bacheca di un bar fanno capolino alcuni articoli di giornale che attirano la mia attenzione.

46.jpg

47.jpg

L’intera bacheca è dedicata al Gsc (Gruppo Sportivo Ciclistico) Tor Sapienza.
Non sapevo esistesse.
Chissà se mai riusciremo a coinvolgerli nelle nostre mappature e ricerche di contatto con forme di vita altra.
Tra ciclisti dovrebbe essere facile intendersi su questioni del genere.

mappaa.jpg

Guarda il tracciato completo con (finalmente) le icone ufocicliste!

 

 

 

UfoCiclismo: glossario minimo

Abbiamo approntato un “glossario minimo” all’interno dei rapporti e dei resoconti contenuti nelle pagine di questo blog.
Ora i concetti elaborati dall’UfoCiclismo sono cliccabili e accedono ad apposite schede sintetiche (ad esempio: UDA).
Non abbiamo volutamente creato un indice delle schede perché si tratta di categorie contestuali che vanno lette all’interno dei rapporti e delle ricognizioni.
Per gli approfondimenti invece rimandiamo all’Atlante ufociclistico e alle sue mappe.
Il glossario ufociclistico è accompagnato da apposite icone:

icone u.jpg

Conflitto atmosferico: i bordi dell’UDA – Pietralata – Roma – 5/8/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide
Integrato da Lorena 

Dato l’incomprensibile alto numero di defezioni a questa ricognizione indetta in uno dei giorni più caldi, del mese più caldo, di un mondo avido d’ozono, abbiamo stabilito che le ricognizioni d’agosto sono esse stesse uno psico-dissuasore.
Ciononostante…

iniziamo col concetto di conflitto atmosferico così come l’UfoCiclismo lo mutua dal lavoro dell’APR (Associazione Psicogeografica Romana):
l’acquisizione di un’UDA quasi sempre avviene come sequenza di passaggi e dunque il ricambio della popolazione ha luogo raramente in blocco al pari di una deportazione. In una stessa UDA quindi si vengono a trovare gradualmente gruppi sociali molto diversi: da una parte i nativi, cioè coloro che hanno contribuito costitutivamente (in quanto capitale umano) alla generazione dell’UDA. Dall’altra i pionieri, i primi colonizzatori. Questi due gruppi per un certo periodo di tempo convivranno conflittualmente“.
La definizione è molto importante perché drammatizza, dinamizza e storicizza la figura dell’UDA (Unità d’Ambiance) che altrimenti parrebbe cangiante e mutevole per ragioni d’ordine metafisico. Il conflitto è il motore dell’UDA (come lo è della storia) e col conflitto cambiano o mutano forma anche tonal e totem d’incongruenza (per questi concetti si veda l’atlante, il glossario on line, i rapporti precedenti e quelli a venire).

Partiamo quindi da viale della Serenissima angolo via Prenestina in direzione Pietralata verso via Tiburtina. E’ Pietralata il nostro obiettivo, ma ben presto sorpassato il viadotto della stazione Serenissima notiamo sulla nostra destra un passaggio che non avevamo mai trovato aperto prima d’ora.

1.jpg

Si tratta di un’affordance attrattiva (si veda questo rapporto): un cancello solitamente chiuso che spalancato “invita” ad entrare. Non possiamo fare altrimenti. Questa zona che costeggia via Collatina e più precisamente via Herbert Spencer è in questo periodo interessata da lavori che ne stanno ridefinendo l’aspetto; quindi non è strano imbattersi in cantieri e strade semichiuse.
Imbocchiamo la strada sterrata bianca:

2.jpg

Cliccando sul link di via Spencer, poco sopra, si può vedere la vista aerea della zona che però, ad oggi, non è aggiornata e mostra una situazione dei lavori antecedente di qualche mese.
Ci ritroviamo nell’area dei lavori in corso in uno spazio verde che è l’accesso, scopriremo, a piccoli appezzamenti di terreno non visibili da viale della Serenissima. I terreni sono perimetrati con reti e mezzi d’accatto (reti del letto ad esempio) come spesso avviene in queste aree forastiche e in disparte. Se la si guarda dalla prospettiva aerea ci si rende conto che si tratta di una sorta di enclave attorno a cui si è continuata a crescere la città. Se si considera inoltre che l’enclave si situa ad un livello stradale interrato rispetto a tutti gli edifici che la circondano, viene subito in mente il romanzo L’isola di cemento di Ballard.

3.jpg

Dal basso: il punto del viadotto da cui proveniamo. Sulla sinistra, appena visibile, una struttura appartenente alla stazione FL2 Serenissima. La scala è il tentativo di qualche prigioniero dell’isola di cemento di riemergere.

Ci sono un paio di Obike straziate e abbandonate. Le Obike sono il nuovo marcatore del degrado a Roma: il segno di questo tipo di conflitto incarnato nello sharing ciclistico è evidente in un po’ tutti gli angoli della città.
Quando si accede ad aree come questa è prevedibile trovare carcasse gialle di biciclette cannibalizzate o semplicemente vandalizzate come simbolo e collasso di un’idea di pubblico che è ormai solo proforma se non addirittura vero e proprio simulacro. Ogni bici gialla crudelmente sottratta al suo network urla di un’atomizzazione sempre più cinica che questa città sta vivendo in cui l’idea di collettività sta evidentemente assumendo nuove forme al momento difficilmente codificabili. Almeno da noi…
Le Obike potrebbero essere i segnalatori di conflitto atmosferico. Ne prendiamo nota, anche se al momento non è detto che siano queste il tipo di tracce che stiamo cercando.

Una nuova affordance attrattiva: una casina con la porta aperta. Sembra molto più antica della strutture che la stanno lentamente divorando.

6.jpg

7.jpg

Siamo all’interno (foto precedente) ma non è chiaro di cosa esattamente si tratti. Quella visibile in foto sembra una valvola idraulica ma non ci sono indicazioni o segnali che lo confermino o lo smentiscano.

8.jpg

Poco più avanti di casettina ne troviamo un’altra. Forse anche più antica della precedente (ancora visibile a sinistra nella foto) a giudicare dal tipo di mattoni e dalla forma dell’iscrizione.

9.jpg

L’iscrizione ci conferma, ma era evidente, che si tratta di una casetta molto antica: 1910.

10.jpg

Ci pare sempre più qualcosa avente a che fare con il controllo del flusso d’acqua. La chiusa visibile in foto è tutt’altro che abbandonata e forse ancora svolge la sua funzione. Non sappiamo quale.
Ma nell’area non sono presenti corsi d’acqua visibili.
Ci torna in mente che poco distante da dove siamo c’è una torre piezometrica nel quartiere di Tor Sapienza, potrebbe quindi trattarsi di una struttura che ha a che fare con un acquedotto. Scopriamo, in un secondo momento, che in quella zona passano tre importanti acquedotti di cui queste antiche strutture dovevano, forse un tempo, controllare o reindirizzare i flussi.
In qualche modo probabilmente le due strutture (casetta e torre piezometrica) sono allineate e quindi comportandoci un po’ come degli psicogeografi estendiamo per curiosità una linea da qui ad un importante punto d’interesse della zona, il centro commerciale Roma Est: attrattore popolar-commerciale in questa parte di Roma. Con nostra sorpresa la torre piezometrica di Tor Sapienza ci cade perfettamente dentro formando di fatto una ley line: guarda la mappa.
Al momento ci limitiamo nel rilevare questo allineamento (forse per future esplorazioni) senza tentare sovrainterpretazioni che ci porterebbero inutilmente fuori strada.

11.jpg

Procediamo verso una “ziggurat” di blocchi temporaneamente depositati sul terreno.

48.jpg

Foto con ufociclista arrampicatore per avere una stima delle dimensioni della ziggurat.

Ora in cima:
dall’alto offrono una bella visuale della zona (foto che segue).

12.jpg

C’avventuriamo lungo una strada che costeggia via Spencer e che s’innoltra in una rada boscaglia:

14.jpg

Abbiamo il tempo per riprendere il discorso sul conflitto atmosferico: se è infatti vero che la definizione da cui siamo partiti ha un importante ruolo, in questa ricognizione vogliamo verificare un’altra possibile accezione dello strumento.

Partiamo dall’unità minima della mappatura ufociclistica: l’UDA. Una mappa ufociclistica è, macroscopicamente, un insieme, una tassonomia, di UDA.
Abbiamo ipotizzato che l’UDA fosse isotropica da qualunque punto la si osservi. Ciò per noi significa, ad esempio, che essa non presenta “ispessimenti” o “assottigliamenti” atmosferici nell’intorno del tonal o del totem d’incongruenza qualora ci fossero. Ma più realisticamente: cosa accade ai bordi di un’UDA?
Noi intanto ci addentriamo e voi che leggete potete intrattenervi con un interessante articolo sulle “bolle isoglosse” che è stato d’ispirazione per formulare questo quesito.

15.jpg

Dalla parte di via Spencer il percorso sterrato finisce contro un cancello chiuso. Sul lato destro (non visibile nella foto), c’è una piccola entrata agibile a piedi e in bici.
Giungendo fin qui abbiamo però visto altre diramazioni che, tornando sui nostri passi, esploreremo.

16.jpg

Sul lato opposto (una delle diramazioni che non avevamo intrapreso), il percorso finisce su un cancello che guarda la centrale elettrica di via di Grotta di Gregna.
Anche qui, sempre sul lato destro, c’e’ un’entrata dalla parte di una pompa di benzina in dismissione.

17.jpg

Per il resto poco da rilevare se non questo monumento all’attesa e alla solitudine che ci pare bello (foto precedente) e che guarda con pasoliniano scoramento nella direzione della farneticante centrale elettrica.

18.jpg

Tutt’intorno si comprende che la zona è un’immensa discarica (guarda la foto precedente): il concentramento di decenni di detriti. Si trattasse di detriti autoctoni, autocumulatii, saremo in presenza di una cuspide (guarda questo rapporto). Ma in realtà ci pare trattarsi di scarti lasciati lì da camion provenienti da altrove data la classica forma a piramide che i cumuli hanno assunto. Solo una discarica.
Torniamo quindi indietro.

Nel tempo che ci serve per pedalare fino alla strada sterrata bianca possiamo riprendere il discorso sul conflitto atmosferico là dove lo avevamo lasciato: questa nuova idea proveniente dalla “bolle isoglosse” non ha nulla a che fare con l’isoglossa ma il modello di sviluppo e di espansione della bolla ci pare davvero pertinente a quello dell’UDA. Chi ha letto l’articolo che abbiamo linkato sopra avrà notato che proprio ai bordi di una bolla può accadere qualcosa d’interessante. Lo avevamo accennato nell’atlante ufociclistico a proposito delle UDA definendolo alone d’interferenza. Si tratta dello spazio in cui due UDA entrano in contatto e per una certa porzione di reciproca superficie si sovrappongono. Non avevamo però correlato a questo spazio di contatto l’idea di conflitto atmosferico.
L’ipotesi da verificare è quindi che nei punti di contatto tra UDA (le UDA sono ben più permeabili di una bolla), negli aloni d’interferenza, si creino conflitti tra atmosfere diverse: conflitti atmosferici, addirittura “temporaleschi”. Se così fosse, dovremmo trovare, in prossimità di questi bordi, qualche elemento rivelatore, dei segnalatori, di tali “belligeranti” contrapposizioni. Tutto ciò ci pare consistente con l’immagine di un’UDA isotropica ed espansiva.

49.jpg

Siamo tornati al punto d’entrata e ci muoviamo nella direzione opposta alla strada bianca, lungo un tratto asfaltato che non è ancora accessibile al traffico ma che lo sarà tra breve a giudicare dallo stato dell’arte dei lavori. Passiamo sotto il cavalcavia della Serenissima (guarda la mappa complessiva alla fine del rapporto) e di nuovo c’imbattiamo in un’affordance attrattiva (foto precedente): irresistibile anche questa.

Purtroppo le foto che seguono non rendono bene l’idea dello spazio che abbiamo trovato. Non eravamo preparati e non avevamo portato con noi torce abbastanza potenti per illuminare lo spazio esplorato (ma forse non sarebbero comunque bastate). Avevamo solo le lucette delle nostre biciclette, del tutto inadatte a squarciare il buio implacabile del sottomondo. Proveremo comunque a rendere l’idea descrittivamente.

19.jpg

Le scale che s’intravedono costeggiano un enorme tubo (la struttura nera sulla sinistra) seguendolo sia verso l’alto (qui in foto) che verso il basso (due foto sotto).
In alto si salirà per 10 massimo 15 metri.

20.jpg

Ora siamo in cima alle scale e a questo punto inizia un corridoio che abbiamo seguito solo in minima parte data l’abbondante presenza d’acqua e fango a terra. Ovviamente dopo i primi tre minuti una quantità inenarrabile di zanzare ha iniziato a spolparci.
Siamo scesi nuovamente.

21.jpg

Foto dal livello più alto della conduttura. Ci apprestiamo a scendere. La luce sulla sinistra è quella proveniente della porta d’entrata. Oltre la luce la zona scura è la scala che consente di seguire il tubo sotto terra.

Anche a scendere il tubo s’interra, da livello terra, per circa 10/15 metri.
Scesi quindi complessivamente 20/25 metri ci ritroviamo di nuovo in un corridoio (foto che segue). A terra c’è meno acqua che in cima alle scale e quindi lo percorriamo. La densità di zanzare invece è rimasta invariata.

22.jpg

La luce che filtra in alto sulla sinistra proviene (ne siamo ragionevolmente certi) da quell’incavo che si vede nella terza foto di questo rapporto. All’inizio.  Siamo quindi scesi nuovamente al livello delle casettine e dello sterrato: l’isola di cemento ballardiana.

Nella foto che segue siamo nel punto in cui nella foto precedente filtrava la luce.
Si tratta di una passerella:

23.jpg

Davanti al tubo sul lato destro della foto si apre un nuovo corridoio in cui non ci siamo avventurati (nella foto che segue) dato che eravamo già da qualche decina di minuti fuori portata degli ufociclisti che ci attendevano in superficie.

24.jpg

Abbiamo invece proseguito oltre la passerella nella direzione originaria dove si è aperta un’enorme stanza lunga almeno cinquanta metri. L’abbiamo percorsa interamente (foto che segue).

25.jpg

Alla fine di questo ambiente il tubo s’infila in un condotto più piccolo ma comunque percorribile. Ma noi ci siamo fermati al di qua.
Il tubo è davvero enorme ed è probabilmente la condotta di uno dei tre acquedotti che convergono in questa struttura sotterranea.
Tecnicamente si tratta di una varietà dimensionale 2 (si veda anche questo rapporto) un percorso altamente disciplinante, che sarebbe molto interessante seguire interamente per scoprire se conduce a inattese aperture in altre zone di Roma.

Siamo di nuovo fuori e riprendiamo il percorso originario verso Pietralata.
Passato il cavalcavia che supera via Tiburtina sulla nostra destra troviamo subito l’entrata di via Feronia.
Da qui inizia la ricognizione in cerca di tracce di conflitto atmosferico.
Abbiamo scelto scientemente via Feronia perché molto caratteristica.
Si tratta di una stretta strada a senso unico che di per sé è una scorciatoia (non ufociclistica ma in senso tradizionale dato che è percorribile in automobile). La via si sviluppa all’interno di una sorta di piccola enclave caratterizzata da zone di verde e case basse che le conferiscono un aspetto decisamente anomalo rispetto al resto del quartiere. La stessa via Feronia sbuca però su via dei Durantini non prima di aver mutato decisamente aspetto (atmosfera).
La strada quindi s’articola all’interno di due UDA visibilmente ben distinte e con i rispettivi bordi che confinano senza soluzioni di continuità. Una condizione, almeno in teoria, perfetta per verificare la nostra ipotesi circa l’alone d’interferenza.

Prima d’entrare più nel dettaglio nella situazione di via Feronia, cogliamo l’occasione per rettificare una mappa illustrata nell’atlante ufociclistico. Nell’atlante avevamo utilizzato, per esemplificare la voce scorciatoia, uno stretto budello che proprio qui in via Feronia inizia (o finisce a seconda del verso da cui lo si guarda). Eccolo nella foto che segue.

26.jpg

Di natura esclusivamente pedonale, la bici si può portare a mano, costeggia un campo di calcio e collega via Feronia con via Marica facendo risparmiare molta strada a chi lo percorre.
Nel nostro nuovo sopralluogo via Feronia e via Marica appaiono caratterizzate da due diverse atmosfere. In linea del tutto generale le considereremo come due UDA che esprimono differenti emozioni al contrario di quanto ci era apparso in ricognizioni precedenti.  Questa strettoia collegando due UDA differenti e attraversandone una terza, a sua volta esprimente un’atmosfera diversa, diviene per definizione uno strappo (si veda questo resoconto).
Abbiamo scoperto tra l’altro che questo strappo ha un nome “ufficiale”: vicolo Concordia. Accompagnato “coerentemente” dalla scritta Duce come sempre più spesso a Roma si incontra.

27.jpg

Abbiamo allora immaginato l’esigenza di chiamarlo in quel modo per via di storiche faide che negli anni si sarebbero consumate in quella striscia di terra tra squadre rivali dopo una partita giocata nell’adiacente campo di calcio. Ma è solo una divertente ipotesi.

Guardiamo ora la mappa della zona per comprendere meglio il concetto di bordo dell’UDA:

via feronia2.jpg

Abbiamo grossolanamente delimitato le due UDA di via Feronia (sulla destra si può vedere il campetto di calcio di vicolo Concordia). A destra c’è l’UDA appena attraversata: l’enclave. A sinistra l’UDA ancora da esplorare. Lo spazio in rosso è l’alone d’interferenza che si forma dal congiungimento senza soluzione di continuità della due UDA di via Feronia. Ci aspettiamo di trovare qualcosa, dei segnalatori, degli indizi di conflitto atmosferico nella zona segnata in rosso. Guardiamola nella foto che segue:

28.jpg

L’immagine è sfalsata perché malamente ottenuta unendo due foto. Ma poco importa.
Rimaniamo un po’ delusi: non ci pare ci siano evidenti segnali di conflitto atmosferico qui: qualunque cosa questo concetto implichi. E’ però molto evidente il bordo come lo avevamo rappresentato sulla mappa: sulla destra è visibile via Feronia con la sua UDA verde mentre sulla sinistra inizia un complesso di palazzi che produce un’atmosfera del tutto diversa.
Restiamo induisticamente fermi all’ombra in attesa di un’ispirazione e ci guardiamo intorno in cerca di tracce. Nulla.
Di fatto non è detto che i segnali del conflitto siano così palesemente visibili. Nulla ce lo garantisce e nulla ci garantisce che la scelta di questa via sia stata la più adeguata.
Fermiamo un’autoctona e le chiediamo se ha la pazienza di raccontarci qualcosa su quella via. Emergono dei fatti interessanti.
Tanto per iniziare proprio in quel punto, ma dalla foto non è visibile, c’è un’enorme antenna ripetitore telefonico che negli anni è stata al centro di dure battaglie nel quartiere perché sospettata di essere la causa di un incremento in zona di morti per cancro.
L’autoctona ci dice inoltre che pochi metri più avanti c’è un parchetto e che anch’esso è stato per anni oggetto di battaglie tra il locale comitato di quartiere e i proprietari privati. Alla fine, dopo molti anni, il comitato di quartiere l’ha spuntata ed è riuscito ad appropriarsi l’agognato parco (nelle foto che seguono).

29.jpg

30.jpg

La gentile signora ci dice inoltre che l’ufficio postale di via Feronia (foto che segue) è noto per essere stato oggetto di molte rapine (evidentemente sopra la media).

31.jpg

Ci dice che i paletti gialli (foto seguente) che sono issati davanti alle vetrine furono installati dopo che, a più riprese e sempre a scopo di rapina, furono accelerate, contro l’entrata a vetri, delle automobili in sosta al fine di appropriarsi del contenuto del bancomat.

32.jpg

Tutto molto interessante, e se non ci trovassimo già abbondantemente dentro la seconda UDA, troppo distanti dall’alone d’interferenza (ad eccezione dell’oggetto antenna), potremmo in parte, forse, ritenerci soddisfatti. Usiamo un doveroso condizionale perché questa nuova concezione di conflitto atmosferico, di cui ci stiamo sforzando di verificare la consistenza, dovrebbe evidenziare dei sintomi, proporre dei segnalatori, al di là delle informazioni storiche note o reperite circa lo spazio indagato.
Intuitivamente ci saremmo aspettati di trovare smottamenti, interruzioni, crolli, tafferugli, graffi, barricate o evidenze del genere. Ci saremmo aspettati di rinvenire psico-dissuasori, filo spinato, voragini nel terreno, il matto del villaggio, cani forastici e feroci, galeotti in fuga, caduta meteoriti, gente armata e asserragliata. Il tutto suona forse un po’ ingenuo e scenografico e a pensarci bene, con le debite differenze e misure, assomiglia un po’ alla descrizione di una cuspide. E che quindi una cuspide nasconda anche un alone d’interferenza e viceversa? Per il momento non aggraviamo la situazione con ulteriori insondabili domande.
L’antenna in realtà è un buon indicatore ed è anche collocato laddove il “modello teorico” prevedeva di rinvenire oggetti del genere. Tuttavia ci pare che la sua comprensione contestuale, come segnalatore, richieda ancora una certa internità ai “fattacci” del luogo. Spesso la realtà sperimentale cozza con le attese previsionali.
Restiamo quindi (incomprensibilmente) insoddisfatti perché ancorati ad un un’idea molto teatrale di conflitto atmosferico. E’ forse la parola conflitto a trarci in inganno.
La concezione di conflitto atmosferico dell’APR, al di là dell’operare per tutt’altro scopo, è fuor di dubbio di matrice storiografica. Essa richiede una conoscenza del territorio pertinente e il meno possibile intessuta di buchi cronologici. In un certo senso sono lo psicogeografo e l’ufociclista che indossano le lenti dello storico.
La concezione che stiamo verificando ha invece più a che fare col lavoro dell’archeologo sperimentale: a partire da certe tracce, da certi segnalatori reperibili sul territorio (quali?), l’ufociclista dovrebbe poter ragionevolmente ipotizzare di trovarsi all’interno di un alone d’interferenza anche non sapendo nulla sullo spazio che sta attraversando.
Si tratterebbe di uno strumento davvero potente.

Ringraziamo la signora che è stata molto paziente e che ci vede andar via delusi. Avrà pensato di averci scoraggiati qualora fossimo stati intenzionati ad acquistare una casa in zona. E in effetti con quell’antenna…

Riprendiamo via dei Durantini e giriamo su via di Pietralata fino a via dell’Acqua Marcia. Anche qui s’avvicendano concomitanti due UDA. Applichiamo un ragionamento analogo a quello adottato per via Feronia e diamo un’occhiata all’alone d’interferenza (foto che segue) che si trova proprio all’incrocio tra Pietralata e l’Acqua Marcia.

34.jpg

C’e’ una sorta di piccola Tunguska proprio lì dove ci aspettiamo di trovare qualcosa. Un boschetto raso al suolo, forse da un meteorite, e una baracca fatiscente e arrugginita. Tutt’attorno non ci sono segnalatori simili. Solo lì. Solo in quel preciso  e circoscritto punto.

47.jpg

La baracca da un’altra angolazione. La fotografia è presa da via dell’Acqua Marcia

Ma una “prova” non basta ovviamente: ammesso che questa lo sia. Ci rincuoriamo forse un po’ e rimandiamo la verifica sperimentale della nuova categoria ad altre ricognizioni dove staremo attenti e vigili nel cogliere questo tipo di segnali. Su via dell’Acqua Marcia ci fermiamo ad ammirare un bel lavoro di ricolorazione dei palazzi (foto che segue):

35.jpg

Il verde del primo palazzo è bellissimo. Il giallo del secondo lo è anche, ma il giallo (più ocra però suggerisce un’ufociclista) è già più comune a Roma.
Ci ripromettiamo di tornare a lavori finiti e di sperimentare qui la Tavola cromatica degli stati d’animo (si veda questo rapporto) per rilevare la tonalità emotiva dell’UDA: potrebbe essere molto interessante scontrarsi con colori così caratterizzanti e fuorvianti.
Condizionatori ovunque. Condizionatori come se piovesse.

Proseguiamo per via delle Messi d’Oro. Incontriamo il parcheggio sopraelevato della metro di Ponte Mammolo. E’ deserto in questo periodo. Un deserto composto da roventi placche di metallo.
Un ufociclista suggerisce trattarsi di una cuspide (foto che segue).

33.jpg

Non è escluso che lo sia tanto più che in alcuni angoli si concentrano mucchi di stracci e altri tipi di detriti sicuramente originari. Contigua al parcheggio c’è anche un isola ecologica dell’AMA. L’isola ecologica non è una cuspide per le medesime ragioni per cui non lo era il parco di detriti incontrato all’inizio della ricognizione.
Ci soffermiamo un attimo a ragionare su questo fatto. L’ufociclista suggerisce trattarsi di una cuspide prioritariamente perché nel capitolo dell’atlante ufociclista che riguarda le cuspidi si dice che un parcheggio può esserlo.
La natura degli oggetti è sempre contestuale mai elettiva. L’ufociclismo mutua l’idea di una vocazione circostanziale degli oggetti incontrati dalla psicogeografia delle origini; mentre l’idea dell’inserimento dell’oggetto all’interno di relazioni gli proviene decisamente dallo strutturalismo. L’oggetto si trasforma quindi in un oggetto/sequenza (si veda l’atlante) il cui stato percepito è sempre momentaneo e circostanziale (situazionale). A questo proposito abbiamo già accennato in altri rapporti alla natura trans-oggettuale degli oggetti/sequenza (si veda anche questo rapporto), al loro mutare di ruolo nel tempo nello spazio ma anche entro le specifiche circostanze in cui esso è euristicamente inserito. Questo significa, in sostanza, che un oggetto può ricoprire più ruoli contemporaneamente che emergono isolatamente a seconda dell’angolazione e della prospettiva circostanziali da cui li si guarda.
Un parcheggio non è mai una cuspide per definizione quindi. Tuttavia può esserlo (e spesso un parcheggio lo è) in un dato momento della propria sequenza d’esistenza. Anche in questo caso è probabile che lo sia.

Risaliamo sul marciapiede contromano via Tiburtina nella sua parte sopraelevata. E’ un marciapiede per modo di dire. In quel tratto non interessato da abitazioni si è pensato che il passaggio di esseri bipedi o quadrupedi fosse opzionale. Un tratto di strada costruito abbastanza di recente immaginato solo ed esclusivamente a misura d’automobile.
Raggiungiamo una rampa da sempre chiusa di quel tratto (foto che segue) di via Tiburtina che in questo frangente assomiglia a un’autostrada:

36.jpg

37.jpg

Si tratta di una scorciatoia vera e propria chiusa da barriere new jersey che impediscono l’entrata a automobili e moto. Le bici e i pedoni possono scavalcare.
Ci immette sul tratto finale di viale Palmiro Togliatti facendoci risparmiare un lungo tratto di percorrenza su via Tiburtina.

Risaliamo viale Togliatti per infilarci, invertendo la marcia, nuovamente sulla Tiburtina in direzione opposta rispetto a prima così da intercettare immediatamente un’altra rampa da sempre chiusa:

38.jpg

Si tratta anche in questo caso di una scorciatoia che però a differenza della prima intercetta inizialmente una discarica:

39.jpg

e poi una cuspide (foto che segue):

40.jpg

La cuspide inizia sotto i piloni della sopraelevazione del tratto della metro B: Ponte Mammolo-Rebibbia. Risaliamo il dislivello verso le strutture di cemento laddove le sue tracce s’intensificano:

41.jpg

Ci sono i segni dei generatori autoctoni della cuspide perché le intercapedini dei piloni sono saltuariamente abitate.

42.jpg

Nella foto precedente abbiamo scavalcato i piloni nella direzione del fiume Aniene che però da questo punto non è visibile. E’ proprio davanti a noi al di là coperto alla vista dalla vegetazione.
Abbandoniamo questa scorciatoia.

Ci immettiamo nuovamente su viale Palmiro Togliatti in direzione di via Prenestina. All’altezza dei piloni della bretella Roma-l’Aquila (circonvallazione orientale: l’avevamo già incontrata qui a proposito del “parchetto sonico”) si apre un indecifrabile luogo (anch’esso probabilmente una cuspide in mancanza di altre definizioni o ipotesi migliori) che confina con un parco giochi. Di nuovo ci torna in mente Ballard:

43.jpg

E’ uno spazio immenso e la foto non rende la sua ampiezza.
Lo attraversiamo per EVItare il “pericolosissimo” cavalcavia della Togliatti che scavalca la ferrovia FL2 (anche questa l’avevamo già incontrata qui) e c’addentriamo nel parco Baden Powell (il padre dello scautismo):

44.jpg

Parco Baden Powell e canetto diffidente

45.jpg

Ancora parco Baden Powell verso la fine

fino a via Grotta di Gregna. L’avevamo già incontrata all’inizio perché è la via dove abita la centrale elettrica che vedevamo dal parco che costeggia via Spencer.
Stiamo tornando al punto di partenza.
Ancora pochi metri e siamo su via Collatina e poi di nuovo via della Serenissima.

mappa.jpg

Qui la mappa completa del percorso.

 

Collezioni e Tassonomie – La Rustica – Roma – 29/07/2018

Rapporto redatto da Cobol Pongide
Integrato da Lorena

Questa ricognizione/esplorazione ha avuto il compito di testare la consistenza di due categorie “minori” dell’UfoCiclismo: le collezioni e le tassonomie.
Spieghiamo immediatamente cosa intendiamo per minori.
Entrambe hanno una funzione di raccolta di oggetti/sequenza presenti sul territorio. In entrambi i casi le collezioni e le tassonomie preparano il terreno per l’analisi vera e propria selezionando preliminarmente gli oggetti che compongono il percorso analizzato o l’UDA studiata. Si tratta in altre parole di insiemi.
L’interrogativo che con questa esplorazione volevamo risolvere è il seguente: dato che la collezione si struttura come un insieme generale mentre la tassonomia come sottoinsieme (specializzato), è pensabile che la collezione, una volta organizzata in tassonomie, perda la sua funzione euristica e che quindi sparisca dall’orizzonte di un rapporto (un resoconto) definitivo?
Al contrario: la collezione può mantenere una sua funzione euristica nella decifrazione delle caratteristiche del territorio anche una volta che sia stato fatto un lavoro tassonomico di organizzazione sugli oggetti?

Partiamo dalle definizioni:
Tassonomia: “Raccolta di <<oggetto/sequenza>> tra loro omologhi. Idealmente tali oggetti sono tutti trasformabili l’uno nell’altro senza ricorrere ad azioni come strappi e cuciture (deformazione continua – omotopia).
Un insieme di <<tonal>> può ad esempio costituire una tassonomia“.
Collezione: “Raccolta di <<oggetto/sequenza>> somiglianti: non omotopici. Ad esempio <<tonal>> e <<totem d’incongruenza>>, <<affordance conflittuali>> e <<affordance attrattive>>. Si tratta di congruenze molto meno forti rispetto alla <<tassonomia>>“.
Lasciamo intatti i caporaletti presenti nell’atlante ufociclistico da cui abbiamo tratto le definizioni.

Siamo partiti da via di Tor Cervara angolo via Costi. Tecnicamente ci troviamo nel quartiere di Tor Cervara sulla tradotta che ci condurrà presso il quartiere La Rustica.
Non possiamo fare a meno di “collezionare” il primo oggetto/sequenza che ci si para dinnanzi:

1.jpg

Il New York 777 – cafè – casinò, scommesse e lotterie… tanto. Tantissimo tutto concentrato in un solo edificio.
Emotivamente ci cattura e lo infiliamo nel nostro “sacchetto” che chiamiamo Collezione.
Ogni inizio è complesso: una ufociclista fa notare che l’oggetto dirimpettaio del New York 777 è però forse più interessante: “perché non partire da quello?“.  Lo riportiamo nella foto che segue:

2.jpg

Nel sostenere la sua tesi l’ufociclista si lascia scappare un: “l’altro fa schifo!“… prendendosene anche la responsabilità giuridica.
E’ proprio quel “fa schifo” che supporta la scelta d’includerlo nella Collezione mentre ci spinge a non considerare degno di nota quello appena mostrato che, nella sua seppur più accettabile decenza, non esprime alcuna forza tonale. Lo schifo è invece una risposta ambientale ben più interessante, capace di caratterizzare un luogo fino ad arrivare a costituirne o a disgregarne la compattezza timica: quell’aura emotiva che esso compattamente emana.
L’ufociclista non sembra troppo convinta.

Procediamo quindi su via Costi e subito c’imbattiamo negli ex edifici del comando della guardia di finanza. Foto che segue.

3.jpg

L’edificio è spettralmente abbandonato (per una mappa generale sulle occupazioni abitative si veda questo lavoro di Luca Brignone e Chiara Cacciotti.
inseriamo l’edificio nel sacchetto Collezione.
Via Costi è molto caratteristica. Si tratta di una larga strada senza abitazioni ma con edifici commerciali e amministrativi: una sorta di area neutrale posta tra Tor Cervara e La Rustica. Tecnicamente si potrebbe trattare di una enclave ma non è questa la sede per accertarlo.

In un cumulo di rifiuti poco più avanti troviamo Luigi il fratello di Super Mario.

4.jpg

C’e’ anche Winnie The Pooh ma recuperiamo solo Luigi (che è qui nella sede ufociclistica pronto ad essere adottato da chiunque ne faccia richiesta).

5.jpg

Ancora un oggetto da infilare nella Collezione: un ulivo che, non ce ne intendiamo, ma ci pare secolare. Ci viene in mente sempre a Roma la zona dell’Alberone che prende il nome da un leccio che non esiste più (qui ce ne parla Romano Talone accennando ad altre zone di Roma caratterizzate da altre specie di albero).
Ancora non azzardiamo ipotesi sul ruolo degli oggetti che stiamo incontrando; ci limitiamo invece a resocontarli.
Non siamo ancora a La Rustica ma questa inclusione di oggetti al di fuori dell’area che ci siamo preposti come caso di studio ha un senso che emergerà più avanti.
Proseguiamo per via Virgilio Guidi e poi finalmente per via della Rustica.
Poco prima ancora su via Guidi entriamo nel parco Fabio Montagna de La Rustica.
Non siamo in cerca di qualcosa in particolare ma continuiamo nella nostra raccolta.

Il parco è molto ben tenuto. All’interno è arredato con attrezzi ginnici e guide all’uso. Le abbiamo raccolte:

6.jpg

Si tratta di oggetti molto interessanti che esprimono una forma morbida di comando e di disciplinamento. Nel loro incedere numerico progressivo formano quello che Foucault definirebbe un Ordine del Discorso che sofficemente disciplina il corpo, lo sottomette ed esclude, su di esso, altri discorsi imponendo la propria volontà di verità:
Ora, questa volontà di verità, come gli altri sistemi d’esclusione , poggia su un supporto istituzionale: essa è riconfermata, e rinforzata insieme, da tutto uno spessore di pratiche come la pedagogia, certo, come il sistema dei libri, dell’editoria, delle biblioteche, come i circoli eruditi una volta, i laboratori oggi. Ma essa è anche riconfermata, senza dubbio più profondamente, dal modo in cui il sapere è messo in opera in una società, dal modo in cui è valorizzato, distribuito, ripartito, e in un certo qual modo attribuito“.
Possiamo scorgere una sorta di sistema d’esclusione in ogni istruzione per l’uso che morbidamente invita ad un utilizzo “superiore” segnando il territorio dei comportamenti non convenzionali, degli esercizi disfunzionali. In questo caso in particolare possiamo immaginare che gli esercizi “comandati” poggino su un sapere ginnico sopra la media, tuttavia che sia per il bene comune, sia che non lo sia, esso imbastisce un efficace sequenza di comportamenti che in questo specifico è molto ben esemplificato. Non a caso si chiamano percorsi, proprio come i percorsi di vita, le rette o non rette vie, le strade che qualcuno ha costruito per portarci da qualche parte o le passerelle che conducono al patibolo.
Ci viene in mente che potremo proporre l’aggiunta di una nuova voce ufociclistica: ritmi. Così in via del tutto informale si tratterebbe di oggetti/sequenza capaci di stabilire un ordine prioritario di segnali sul territorio ricorrendo a continue (e ritmiche) riproposizioni dello stimolo: una tabulazione della coazione a ripetere (abbiamo trovato una cosa non dissimile durante una ricognizione precedente a proposito degli specchi convessi stradali) che con cadenza più o meno stabile impongono una certa punteggiatura allo spazio quotidiano.
Nel sacchetto quindi.

Il parco dal lato più a sud/est costeggia ordinatamente la ferrovia FL2 (foto che segue) in una sorta di confine naturale apparentemente invalicabile. Lo è di fatto da questo lato del parco.
La ferrovia sappiamo essere una varietà dimensionale 2 (si veda anche questo resoconto) oppure l’atlante ufociclistico.

7.jpg

Procedendo c’imbattiamo letteralmente in una fogna a cielo aperto che attraversa in più punti il parco (foto che segue) e qui nella veduta aerea.

8.jpg

L’odore è nauseabondo ancor più in questa stagione di rapide fermentazioni. L’oggetto è comunque interessante e lo inseriamo nel sacchetto Collezione.
La fogna (o marana) segna il limite del parco oltre il quale si apre un parcheggio.
Lo attraversiamo e notiamo che al momento è accessibile ma ancora chiuso.
Su un lato di questo si apre un cancello (un’affordance attrattiva – si veda l’atlante ufociclistico) che dà sulla ferrovia. C’infiliamo restando da questo lato del passaggio (foto che segue).

9.jpg

In invito esplicito a entrare che noi non possiamo non accettare.
Contempliamo come significativa anche questa affordance attrattiva che consegniamo alla nostra Collezione dato che essa ha un carattere più che semplicemente soggettivo. Un cartello (foto che segue) infatti invita a non entrare mentre un cancello spalancato ci urla esattamente il contrario. Non si tratta quindi semplicemente di un passaggio ma di una sorta di “trappola” a cui è difficile resistere: “Le affordance attrattive attraggono per definizione e spesso l’ufociclista si lascia catturare pur sapendo d’incorrere in una possibile trappola; e questo perché talvolta è saggio e intelligente farsi intrappolare investendoci tutta la propria soggettività“.
Anche questa nel sacchetto.

10.jpg

Alla fine del percorso calpestabile (foto che segue) in lontananza scorgiamo gli ex studi televisivi della TVR Voxson di Tor Cervara da dove siamo venuti.

11.jpg

13

Foto con mano e reperto ferroviario. Sta diventando una specie di classico.

Abbiamo abbandonato la ferrovia e siamo tornati nel parco perché avevamo lasciato in sospeso un percorso (foto che segue).

12.jpg

Di nuovo al confine tra il parcheggio e il parco. Di nuovo di fronte alla fogna che avevamo poco prima incontrato. L’odore è insopportabile al limite del mancamento. Davanti a noi si apre una misteriosissima ciclabile che continua a seguire imperterrita il corso della marana. Eroicamente c’infiliamo sprezzanti dell’epatiti.

14.jpg

Scopriamo che la ciclabile costeggia la ferrovia proprio dalla parte che, precedentemente, dal parco sembrava inaccessibile.
Nella foto precedente il sottopasso che scavalca le rotaie. Qui l’intero tracciato.

15.jpg

Incontriamo due campi da tennis in buono stato e tutta la ciclabile sembra manutenuta non di recentissimo ma comunque presidiata.

16.jpg

Siamo giunti alla fine della ciclabile. Chiusa. Si affaccia su via della Stazione di Tor Sapienza. Ci siamo imbattuti nuovamente in una varietà dimensionale d’ordine inferiore (1 dato che si tratta di una ciclabile) che è anche uno strappo (si veda anche questo resoconto). Ancora una volta ci rendiamo conto che urge una ridefinizione del concetto di varietà dimensionale così come era stato presentato nell’atlante ufociclistico.

17.jpg

I fruitori dello strappo hanno comunque trovato una soluzione al dato di fatto che esso è ancora chiuso: come si può vedere nella foto precedente con la grata divelta. Ciò ci conferma l’importanza strutturale di questi oggetti all’interno del contesto urbano.
Secondo noi si tratta di uno strappo e non di una scorciatoia (si veda l’atlante ufociclistico) perché ci troviamo in presenza almeno di due UDA (il parco Montagna e Tor Sapienza) uniti da una ulteriore UDA con proprietà irriducibili alle precedenti (la ciclabile).

Siamo tornati indietro, di nuovo nel parco, dato che ancora dobbiamo inoltrarci verso La Rustica vera e propria.
Incontriamo un centro estivo con piscina (nella foto che segue):

18.jpg

Ghiacciolo all’arancia nel chiosco che sa di mare e poi torniamo rapidamente sulle tracce di un’antica via romana (forse la vecchia Collatina):

19.jpg

Qui la via dalla vista aerea.
La strada romana è interessante e anch’essa finisce nel nostro sacchetto Collezione.
Usciamo finalmente dal parco Fabio Montagna.

Siamo su via della Rustica e ci imbattiamo nel murales in ricordo di Lucio Conte:

20.jpg

Anche questa sorta di cenotafio è di particolare interesse.
Facciamo l’ennesima sosta al nasone (fontanella) così da constatare che nella squadra un’ufociclista in particolare ha esigenze idriche fuori dalla norma.
Procediamo e c’imbattiamo nella interessantissima parrocchia di S. Czestochowa la Madonna Nera (foto che segue):

21.jpg

22.jpg

La chiesa ha un aspetto compatto e minaccioso che ricorda una sorta di bunker.
Due reperti quelli appena incontrati (il cenotafio a Conte e la parrocchia) che si affrontano a poca distanza l’uno dall’altro ricordandoci la lotta tra Peppone e Don Camillo.

Più prosaico il murales della ASR Roma a largo Crivelli a pochi metri di distanza. Probabilmente storico.

23.jpg

Siamo giunti al limite de La Rustica. La via finisce su un campo di calcio qui mostrato nella foto aerea.
Al lato destro del campo sportivo (venendo da via della Rustica) si apre un parco che abbiamo visitato. Termina dietro al campo con una sorta di sotto-parco recintato e arredato con belle panchine verdi in metallo.
Vale la pena visitarlo assolutamente (nella foto successiva):

24.jpg

Affaccia sulla circonvallazione orientale che dista pochissimi metri dalle panchine come è visibile in foto. La circonvallazione orientale è una sorta di autostrada in cui sfrecciano automobili di continuo e il frastuono che ne deriva obbliga gli avventori a urlare per parlarsi. Surreale.
Mettiamo anche il sotto-parchetto nel sacchetto Collezione.

Torniamo indietro. Abbiamo già raccolto parecchi oggetti/sequenza.
Percorriamo via Galatea che costeggia il campo di calcio per riprendere, con un giro largo, via della Rustica. C’imbattiamo in un enorme cunicolo piantato sotto i piloni della circonvallazione orientale (foto che segue) che conduce al sottosuolo:

25.jpg

26.jpg

E’ così ampio che potrebbe entrarci tranquillamente e comodamente un adulto strisciando. Potrebbe essere il Santo Graal della speleologia urbana romana. Non ne sappiamo niente e attorno a noi non c’e’ nessuno a cui chiedere. Quante generazioni di palloni ci saranno finiti? Quanti animali domestici scomparsi? Il tubo ha l’aspetto di una fàuce spalancata pronta a divorare il quartiere.
Pericolosissimo.
Anche questo nella Collezione.

Improvvisamente via Galatea diventa via Damone che termina su una strada sterrata posta a pochi metri dalla circonvallazione orientale (si veda la foto successiva):

27.jpg

Si tratta di una scorciatoia (la struttura sulla destra sono i pannelli frangi rumore che danno sulla circonvallazione orientale). La scorciatoia sbuca su via Delia ed è notevolissima perché le due strade, attraverso altri percorrimenti, risultano invece molto distanti.
Si tratta di una scorciatoia (e non di uno strappo) perché le tenute tonali di via Damone e di via Delia paiono, almeno ad una prima ricognizione, identiche.
Ottimo: anche questa archiviata e messa nella Collezione.

Fin qui il lavoro “bruto”  di raccolta degli oggetti/sequenza incontrati durante una ricognizione.
Fin qui il ruolo svolto dalla collezione così come previsto, ma che poco ci dice circa l’interrogativo iniziale.
Lo ricordiamo:
tirati fuori dal “sacchetto” tutti gli oggetti/sequenza incontrati e tassonomizzati in varie categorie avremo ancora bisogno della collezione come strumento euristico o potremo dichiarare il suo ruolo terminato ai fini della compilazione del rapporto?

Procediamo con la tassonomia sperando che emerga in autonomia la risposta.
Svuotiamo il sacchetto Collezione:

1) l’inquieto New York 777 – totem d’incongruenza/flap (si veda l’atlante ufociclistico o il glossario on line);
2) il fortino ex comando della guardia di finanza – psico-dissuasore (si veda anche questo resoconto o il glossario on line);
3) l’ulivo centenario – attrattore;
4) il percorso ginnico disciplinante – affordance consce/flap;
5) la marana repellente – psico-dissuasore (si veda anche questo resoconto o il glossario on line);
6) l’attrattiva FL2 – affordance attrattive;
7) la varietà dimensionale 1 (ciclabile) – strappo (si veda anche questo resoconto);
8) la anonima strada romana – cuspide (si veda anche questo resoconto);
9) il murales a Lucio Conte – attrattore/tonal;
10) la parrocchia di S. Cezstochowa – attrattore/tonal;
11) l’ASR di largo Augusto Corelli – attrattore;
12) il parchetto sonico – cuspide (si veda anche questo resoconto);
13) l’accesso al sottomondo della circonvallazione orientale – varietà dimensionale 1 (si veda anche questo resoconto);
14) lo sterrato di via Damone – scorciatoia.

Per le categorie non note si consulti l’atlante ufociclistico.

Abbiamo proceduto ad una prima attribuzione di ruoli che in caso di rapporto andrebbe ulteriormente approfondita.
Tra l’altro stiamo sommando oggetti/sequenza che tagliano trasversalmente più UDA e che si estendono anche oltre l’area d’indagine prefissata: come abbiamo spiegato all’inizio, questa ricognizione ha uno scopo “didattico” più che realmente conoscitivo quindi ci siamo calati in una condizione estrema mentre molti di questi oggetti potrebbero non essere associabili per definizione.
Procediamo quindi con la tassonomia:

Gruppo 1) 1, 2, 5.
Gruppo 2) 4, 6.
Gruppo 3) 3, 9, 10, 11.
Gruppo 4) 8, 12.
Gruppo 5) 7, 14.
Gruppo 6) 13.

Siamo stati incerti se unificare il gruppo 5 e il gruppo 6. Questo tipo di semplificazioni riguardano il contesto d’uso dell’oggetto e quindi appartengono ad una sorta di pragmatica contestuale o situazionale.
Rileggendo la definizione di tassonomia (all’inizio di questo rapporto) si comprende infatti l’esistenza di una sorta di trans-oggettualità perché gli oggetti possono appartenere a gruppi diversi a patto che tale apparentamento rispetti l’unica condizione posta, cioè quella della omotopia. La decisione è quindi pragmatica e funzionale alla coerente costruzione della mappa. In questo senso, ad esempio, avremmo potuto creare un gruppo con varietà dimensionale 1 e scorciatoia se avessimo voluto “sottolineare” questa caratteristica “filiforme” per lo spazio indagato.

I gruppi 1 e 3 si pongono all’apice del vertice di una ipotetica piramide valoriale sfidandosi, nel caso delle UDA ad esempio, sull’asse più importante: quello di aggregazione vs disgregazione.

A questo punto saremo pronti per organizzare gli oggetti entro specifici contesti di studio rilevando quali funzioni peculiari essi assolvano nella determinazione di UDA o di ley line.  Non lo faremo ovviamente.
Il problema che rimane senza soluzione è quello di che fine faccia lo strumento collezione ora che è stato, per così dire, svuotato.

Ci torna quindi utile aver forzato l’inclusione di oggetti al di fuori dell’area prescelta per il nostro esperimento e cioè gli oggetti 1, 2, 3.
A rigore essi non andrebbero contemplati entro lo spazio de La Rustica invece noi li abbiamo inclusi perché “attrattori” percettologici insiti nel complessivo percorso tracciato. Più semplicemente potremo affermare che i confini artificiali di un qualunque spazio non vanno mai intesi alla lettera perché ovviamente essi si sfrangiano in zone d’interferenza (alone d’interferenza). Lasciare fuori per principio (o per troppo perfezionismo) gli oggetti che popolano tali aree potrebbe compromettere l’analisi dello spazio. Ecco che allora la collezione ci torna utile come una sorta di “registro di lavoro” in cui includere al margine gli oggetti che potremo non necessariamente immediatamente tassonomizzare. Mancando di categorizzazione essi rimarrebbero disponibili, “aperti”  come possibili caratterizzatori timici dello spazio. La collezione mantiene quindi una funzione di “scorta”, da cui ripescare ruoli che potrebbero non essere contemplati nello spazio circoscritto che è il nostro nucleo d’analisi.

28.jpg

Guarda la mappa completa.