Interferenze

di Dafne Rossi

21 marzo 2021
Sotto le mentite spoglie di una rider, l’ufociclista Xina esplora la città.
Missione: trovare forme di vita aliene con cui confrontarsi per avere una risposta alle sue domande.
A chi chiedere infatti sulla terra? Quelli con cui può condividere dubbi hanno i suoi stessi dubbi e altri sono sicuri che non stia succedendo nulla di strano.
Ma stare chiusi in casa da più di un anno con una piccola pausa, poter andare in alcuni posti e non in altri, non è una cosa normale.
Va da un ristorante all’altro, da una casa all’altra e osserva.
Quel sabato sera inizia il suo turno alle 9. Non fa turni la sera, ma quel giorno lavora tardi. Qualcosa ha fatto saltare la rete e ha creato un po’ di confusione.
Primo pick up, ore 20:50.
Deve forse tornare indietro nel tempo?
Si incammina nel buio della città per le vie stranamente deserte. La città si desertifica e se vanno avanti così nessuno uscirà più la sera. Ma forse esagera, è il freddo che le fa fare questi pensieri. Il tempo migliorerà e allora…
Segue la via principale rincorrendo i semafori e quando vede rosso svolta a destra. Poi di nuovo dritto lungo la parallela. Ancora due traverse ed ecco il caffè.
Un uomo le fa segno di girare l’angolo. Cammina fino alla seconda porta. Lì le consegnano un sacchettino di carta e una cocacola.
Prossima tappa: 4 km da lì. Quattro. Mai fatti così tanti.
Cosa ci sarà di tanto importante in quel sacchettino. La coca cola nemmeno la considera. Possibile che il tizio non ne possa trovare una sotto casa?
Consulta la mappa che le indica una strada un po’ a zig zag.
È tutto buio e la zona non la conosce, se non segue la mappa rischia di perdersi. Ci mette un po’ a capire la direzione, poi via…
Si dirige verso sud. Il quartiere cambia, così le strade e i palazzi. I palazzi diventano meno imponenti. C’è un po’ di vita.
I palazzi hanno lettere e numeri, ci sono diverse entrate e a ogni piano più corridoi lunghissimi ai due lati del pianerottolo. Xina si infila in fretta nel cancello aperto, sale al sesto piano, gira a sinistra. Suona. È tesa.
Apre un ragazzo biondo. Sembra non credere ai suoi occhi. È felice. Prende il sacchettino misterioso e la coca cola e ringrazia.
Di nuovo interferenze, sono le 21,30 e il prossimo ritiro è alle 20,45.
Prende il secondo pacchettino in un ristorante vietnamita. Pedala per piccole e tranquille stradine in parte pedonali. Il terreno inizia a diventare obliquo, la strada si allarga, soffia il vento. È su un ponte sopra la ferrovia. Al di là c’è un parco. A guardarlo bene, sembra un cimitero. La strada si chiama “Strada dei monumenti” o qualcosa del genere. È un po’ nervosa a passare da un posto del genere in piena notte.
La casa si trova appena dopo il cimitero. Quattro piani. L’uomo esce fuori la sua porta, lei gli passa il sacchettino dalle scale e quasi fugge via. Attraversa un secondo ponte sul fiume e giù per una lunga discesa. Ormai è proprio in un’altra zona, si susseguono cartelli con nomi sconosciuti, e numeri e lettere. Parcheggia la bici all’ingresso di un secondo ristorante vietnamita mentre cade qualche fiocco di neve.
Passa sotto il grande arco, la porta sulla sinistra è chiusa, dietro il vetro è buio. Passa oltre, arriva in un cortile dove ci sono degli uomini seduti a un tavolo, le dicono qualcosa che intende come: “Sei in ritardo”. Devono chiudere. Comunque le consegnano il terzo pacchetto.
“Interferenze” dice Xenia. Anche stavolta dovrebbe fare un salto indietro nel tempo. E aggiunge: “Mi dispiace”.
Rifa tutto il percorso all’indietro e arriva davanti al palazzo. Una fila di porte contraddistinte da lettere si sussegue in un lunghissimo cortile. Sale sul marciapiedi per entrare nel cortile perché al centro della strada c’è un cancello chiuso che impedisce l’accesso alle auto. Parcheggia la bici sotto un balcone che arriva quasi a terra. Se qualcuno si sveglia a quest’ora, in cui tutto è buio e silenzioso, potrebbe allarmarsi. Suona, sale le scale, consegna anche il terzo pacchetto e fugge via di nuovo. È lontana da casa. Non sa nemmeno dove si trova. Segue la mappa lungo una lunghissima pista ciclabile che tra curve e rettilinei sembra condurla direttamente a casa. Pedala lentamente ma con costanza. La ruota striscia contro un minuscolo rialzo di cemento tra la pista e il marciapiedi. Si ferma terrorizzata. Riprende la via. Un uomo con un carrello sta trasportando qualcosa che ha appena preso dalla sua macchina e indietreggia verso il marciapiedi. Non la vede. Lei si ferma in tempo. Lui le chiede scusa, lei gli fa segno che è tutto ok e riprende il cammino. Gira sulla destra dove inizia un parchetto. Sbaglia e torna indietro. Prende un’altra traversa e finalmente si avvicina a casa.
Passa sotto la ferrovia. La strada ridiventa familiare.
La luce soffusa dei lampioni, il parcogiochi, la cabina dei libri. Dia è già giù ad aiutarla a mettere dentro la bici. Appena in tempo per mettersi al calduccio della stanza. Sono ormai le undici.
Se ci fosse più caldo e più vita, pensa Xina, non avrebbe problemi a uscire a quest’ora di notte. Se per un anno non avessero cercato di convincerli che è necessario il coprifuoco sarebbe più naturale stare in giro fino a notte fonda. Le 11 di sera è ancora presto. Insieme a Dia, Vinz e Tim fumano sul marciapiedi. Loro non si rassegnano. Sabato è sabato. Mary dorme già da tempo, non si sente di uscire a quest’ora, la mattina si alza presto per lavorare e comunque non ha dove andare. I locali sono già chiusi. Non è stato sempre così. Berlino era una città viva anche di notte.
Xina non si arrende. Cerca. Sogna. Spera.
Nemmeno in guerra la gente smette di sperare. E ora?

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