Le Anonime Marziane in esplorazione all’isola Ilva su Marte – 12/8/2018

Rapporto redatto dalle Anonime Marziane

Le alte temperature di quest’ultime settimane ci hanno portato a scegliere la zona di quest’esplorazione. Priva di inquinamento luminoso l’isola è stata eletta a location ideale per osservare il fenomeno della pioggia di stelle di san Lorenzo.
Prima di salpare, alla stazione, scopriamo questo monumento dedicato al cane viaggiatore di nome Lampo.

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In tempi lontani Lampo pare viaggiasse nomadescamente in treno.

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La desolazione trovata in stazione viene spezzata solo da una voce che in loop continua a chiedere:
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”
” Voi riuscite a vedere topolino da qualche parte?”

Sul tragitto dalla terra ferma, l’isola si mostra cromaticamente sfavillante, con toni di verde e blu, ma una volta messo piede sulla terra si trasforma in una plaga vivace: si passa dal color ocra al rosso fiamma, al nero con polvere di stelle, grigio, blu.

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Rimaniamo abbacinate da tutti questi colori che notiamo brillanti anche sull’asfalto.
Sicché nulla… andiamo subito in esplorazione dove i liquidi si intersecano con i materiali solidi.

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Il primo incontro con gli indigeni avviene nella più classica delle situazioni: seduti ad un tavolo davanti ad una birra locale dell’Ilva.
Gli indigeni incuriositi dalla nostra presenza ci interrogano sul perché della nostra visita e prendendo atto che siamo due ufocicliste, suscitiamo in loro una reazione inaspettata: “Boia deh, fate più giri voi che la merda nei tubi!”.Inizialmente restiamo di sasso, ma conversando ulteriormente con loro capiamo che non hanno filtri e accettiamo l’invito a seguirli al gravity park (parco che si sviluppa per tutto il paese, dove ogni anno si svolge una competizione fra mezzi costruiti col fai da te: “i Baroccini”).
La pericolosità della gara è palese, c’è fermento. Nella piazza si vocifera che la situazione si potrebbe rivelare un Cicciaio.
La gravità gioca un ruolo importante nella competizione.
Il baroccino è un carretto rudimentale a due posti: il guidatore siede davanti
e usa lo sterzo-corda per cambiare direzione; lo spingitore-frenatore è invece in piedi dietro il carretto e da la spinta per raggiungere la discesa. Vince chi fa il percorso in minor tempo senza schiantarsi contro il pubblico in visibilio sparpagliato e senza protezioni.

I fratelli Galletti (che non sono quelli avvistati in spiaggia la mattina)

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non si smentiscono mai e anche quest’anno si aggiudicano la storica vittoria.Rimontiamo in sella alle nostre bici per sfuggire alla puzza di zolfo e ci inerpichiamo su per una salita, cercando di raggiungere il tempio di Giove: cosi dicono si chiami la cima della medesima montagna. La salita è ardua ma peggio si dimostrerà la discesa.
Come da consuetudine incontriamo degli psico-dissuasori, due sbarre in successione, entrambe alzate che aprono la strada ad una serie di ley line.

Ben presto ci accorgiamo di essere all’interno di una cuspide, respirando minerali  estratti con ardue fatiche in tempi che furono.

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La natura ha ripreso quello che originariamente era suo: ci sono ora ginestre selvatiche, scope, lecci.
All’apice più vicino al sole scorgiamo un’apertura a forma di corridoio rosso, entriamo in uno spazio naturale un tempo lago, ora deturpato da uno strato di cemento che servirà da base (?!?) a una piantagione di elicriso (erba medicinale).
Ciò che vediamo cozza totalmente con i colori del terriccio originario, in cui le forme e sfumature sono veramente innumerevoli. Il terreno sembra umido e vivo. Al passaggio delle nostre bici una polvere luccicante si alza dal terreno e ci si appiccica sulla pelle, in realtà  è quindi secchissima e polverosa.

Stordite e inebriate lasciamo l’isola giusto in tempo, quando dall’orizzonte scorgiamo una burrasca avvolgerla e ricorpirla tutta.

Raggiungiamo di nuovo la terra ferma, salve e asciutte.

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